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IL RISCHIO ISOLAMENTO

Il danno, quello vero, l’Italia sta rischiando di farselo ora. Non solo perché i BTp sono stati superati dai Bonos spagnoli quanto a gradimento degli investitori. E neppure perché la Borsa, come lo spread e i tassi, risente negativamente del clima di instabilità politica permanente che impedisce il varo delle riforme promesse, l’implementazione di quelle già varate e soprattutto la ripresa dell’economia.

Il danno, quello vero, l’Italia rischia di infliggerselo per aver messo a somma tutti questi fattori: se si radica la percezione di un Paese paralizzato dall’instabilità, con una classe politica restia ad assumersi le proprie responsabilità davanti alla crisi economica e indifferente alle pressioni dei mercati e dei nostri partner internazionali, allora non ci sarà scudo della Bce o intervento di Bruxelles in grado di proteggerci da un’inesorabile e duratura marginalizzazione politica e finanziaria.
E il costo, ovviamente, sarebbe insostenibile: già oggi, anche grazie all’instabilità politica, paghiamo con lacrime e sangue 85 miliardi di euro di interessi sul debito, di cui 35 miliardi agli investitori internazionali per remunerarli della loro fiducia sui BTp.
Una “generosità” che ci costa non solo 20 miliardi in più di spesa in interessi rispetto alla Germania, ma più di 30 sulla Francia (52,6 miliardi di euro) e quasi tre volte di più della Spagna, che l’anno scorso ha pagato in interessi sui Bonos circa 31 miliardi di euro. Ora siamo al bivio: un incremento improvviso dello spread o dei tassi associato a una crisi di governo rischia di metterci fuori mercato.
Con un governo stabile, ripetono all’unisono analisti ed economisti, l’Italia potrebbe riaprire il cantiere delle riforme, ridurre il debito e liberare risorse per la crescita: i tassi BTp scenderebbero e il Paese potrebbe recuperare le risorse per uscire dalla crisi, o quanto meno per azzerare l’Imu ed evitare un aumento dell’Iva.

Il problema, che è poi il vero danno che rischiamo di farci, è che il mercato oggi non percepisce più dalla classe politica quel senso di urgenza che dopo la crisi del 2011 aveva permesso agli italiani di accettare sacrifici e riforme. Non vede più quel senso di urgenza che due anni fa ha permesso a Mario Draghi di perorare la causa italiana e di vincere il braccio di ferro con la Bundesbank sullo scudo salva-spread e i prestiti salva-banche. Non vede più quel senso di urgenza che – soprattutto grazie all’Italia – ha permesso anche all’Eurozona di avviare le riforme necessarie all’integrazione politica e di bilancio oltre che a quella monetaria. Sarebbe dura, se la crisi politica e di governo non rientrasse presto, convincere Berlino che l’Italia fa sul serio e che merita tutto l’aiuto necessario.

 Senza una svolta rapida, seria e concreta, insomma, l’Italia rischia di sprofondare in una sorta di terra di nessuno, di non essere nemmeno più un fattore destabilizzante per gli altri paesi dell’eurozona. Sono almeno due settimane che i BTp perdono terreno sugli altri titoli di Stato e se il nostro spread non si è mosso di molto è solo perché è salito in parallelo il tasso sui Bund decennali, il cui appeal di “asset rifugio” si è ridotto grazie alla forza dell’economia tedesca. Non solo. Oltre alla Spagna, recuperi significativi di prezzo sono stati evidenziati dai titoli di Stato dei Paesi che un anno fa sembravano sull’orlo della bancarotta, a cominciare dal Portogallo.

Faceva una certa impressione, ieri, leggere i report delle banche di investimento: mentre sull’Italia si evidenziavano i rischi crescenti, sulla Grecia si spendevano parole di elogio perché il Paese (grazie alla ristrutturazione del debito) è ormai a un passo dall’attivo di bilancio, il primo in oltre 10 anni. Risultato: la Borsa di Atene è salita ieri dell’1,6%, in linea con le altre Borse europee, mentre Piazza Affari ha guadagnato appena mezzo punto confermandosi come il fanalino di coda dell’Eurozona. Il fattore-Italia, insomma, sembra ormai essere così scontato tra i fattori di rischio dell’Eurozona da meritare quasi indifferenza.
Se un anno fa la crisi politica ed economica italiana era in grado di destabilizzare i mercati europei, oggi non è in grado neppure di muovere l’euro. O meglio: malgrado la consapevolezza che una crisi italiana potrebbe avere un impatto pericoloso sull’intera eurozona e sull’euro, gli investitori si sentono rassicurati dalla ripresa economica evidenziata dalle nazioni più solide e stabili, a cominciare dalla Germania. È sulla base di questa percezione che i capitali in fuga dai Paesi emergenti stanno trovando ora un rifugio sicuro nell’euro invece che nel dollaro: negli ultimi 6 mesi, grazie alla ripresa della Germania, alla stabilizzazione della crisi spagnola (anche questa più percepita che reale) e alla tenacia della Grecia e del Portogallo nell’implementazione delle riforme, l’Euro ha guadagnato terreno su 29 delle 31 valute più importanti del mondo, in particolare il 20% sulla rupia indiana e sulla moneta indonesiana, il 19% sul real brasiliano. Più in generale, l’euro ha guadagnato terreno su tutte le valute dei Paesi emergenti, escluso lo yuan cinese e il lev della Bulgaria.

Mentre l’Italia annaspa tra instabilità politica e recessione, insomma, l’orizzonte della moneta unica migliora: il colosso finanziario americano Citigroup ha rivelato ieri che il suo indicatore sulla fiducia nell’euro ha raggiunto il livello pre-crisi del 2008, tornando così allo status di “valuta rifugio”. Un rifugio che oggi fa gola persino ai russi, che ieri per la prima volta nella storia hanno emesso un titolo di Stato denominato in euro: Mosca ha collocato 725 milioni di bond a sette anni al 3,7%, un livello giudicato più che positivo. E lo stesso ha fatto il Messico, che ha addirittura collocato un decennale in euro al 3,51%, un punto in meno dei BTp.
Insomma, pur in un contesto finanziario favorevole che sta premiando gran parte dei Paesi europei, l’Italia appare sempre di più ai margini del mercato, incapace di valorizzare ciò che di meglio ancora ha: un’industria manifatturiera che, pur penalizzata dal peso della burocrazia e dalla carenza di credito, è ancora in grado di innovare e competere sui mercati internazionali. Così, mentre gli altri Paesi europei stanno sfruttando il clima favorevole per guadagnare in credibilità, l’Italia rischia di trovarsi isolata nella terra di nessuno. Senza scudo di Draghi e in balìa degli speculatori.

 

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