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IL PATTO INDUSTRIALE EUROPEO

I presidenti delle Associazioni industriali di Germania (rappresentata anche dal presidente della Confederazione di tutte la associazioni imprenditoriali), Italia, Francia, Spagna, Olanda e Austria alcuni giorni fa hanno indicato delle politiche per rafforzare la costruzione europea.

È una iniziativa importante (e non limitata alle imprese di famiglia che l’hanno promossa) perché le Associazioni economico-sociali (in questo caso quelle imprenditoriali) rafforzano la democrazia partecipativa dell’Europa continentale che si esprime nel principio di sussidiarietà e nel liberalismo sociale. Tenere poi a Berlino, pochi giorni prima delle elezioni tedesche, un convegno di questa natura con posizioni nette e condivise tra sei Paesi (tra cui due ritenuti periferici) è già un evento politico ed economico. La rilevanza è stata aumentata dalla partecipazione di Mario Draghi che il presidente degli industriali tedeschi ha elogiato (suscitando un applauso dei partecipanti) per aver salvato l’euro. Anche per l’Italia è stato un incontro importante perché il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi vi ha contribuito da co-protagonista e non nella scomoda posizione di imputato dove, purtroppo, spesso il nostro Paese si trova. Alcuni hanno però ritenuto che il documento fosse abbastanza generico salvo qualche protesta o auspicio. Non è così perché su tre aspetti (l’euro, l’industrial compact, le riforme per la stabilità e la crescita) il documento ruota su un tema centrale: la creazione di catene del valore nel l’industria europea nel suo complesso e i conseguenti effetti sul rafforzamento della Ue e della Uem. Vediamo come, con un’interpretazione personale.

L’euro. La presa di posizione a suo favore è netta e contrapposta a chi vorrebbe smontarlo o a chi ne prefigura la rottura. In Germania sono quelli che non ne capiscono i vantaggi per le esportazioni tedesche mentre lamentano gli svantaggi del «sostegno ai Paesi deboli» dimenticando che sono importanti acquirenti dei prodotti tedeschi.
In Italia sono quelli che rimpiangono le svalutazioni competitive che mascheravano le inefficienze mentre l’euro ha selezionato le imprese forti e concorrenziali. Il documento sottolinea i vantaggi dell’euro come valuta globale stabile, quelli per la concorrenza e la riduzione di costi di transazione, l’interrelazione triangolare tra il mercato europeo (che è il principale per l’industria della Ue), la catena del valore sul lato della produzione che esso ha determinato e la conseguente maggiore competitività dell’industria europea sui mercati mondiali.
L’industrial compact. L’uso che il documento fa di questa denominazione la rende simmetrica a quella del «fiscal compact», così implicitamente spiegando che quest’ultimo non basta per lo sviluppo europeo. Di nuovo si enfatizzano le catene del valore che si creano con le interdipendenze tra le industrie europee al di là dei confini nazionali e che le rendono più competitive sui mercati mondiali così accrescendo la forza europea. È un’affermazione di coraggio delle imprese che nel contempo chiedono alla politica industriale di fare la sua parte in un confronto con le imprese stesse, per riportare la quota del Pil industriale su quello totale dall’attuale 16% al 20% entro il 2020. Questo è anche l’obiettivo della Commissione europea.

Non si tratta di una richiesta generica, come dimostrano le quattro filiere in cui si articola. La prima è quella degli standard, degli accreditamenti e delle certificazioni senza eccessi normativi e senza protezionismi né rispetto ad altri Paesi extraeuropei (ovviamente nella reciprocità da negoziare anche nel Transatlantic trade and investment partnership) né all’interno della Ue. Per questo il mercato unico deve progredire con l’attuazione del mutuo riconoscimento, l’eliminazione delle barriere tecniche e di quelle alla libera circolazione di prodotti e persone. La seconda è quella sul l’energia e sul cambiamento climatico per combinare un’offerta affidabile e competitiva nella sostenibilità sia attuando pienamente il mercato unico dell’energia sia espandendo le reti internazionali. La terza è quella della ricerca scientifica e tecnologica in collaborazione con le imprese per creare innovazione. La quarta è quella delle rapida approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2014-2020 e della progressiva realizzazione delle reti trans-europee di trasporto, di energia e di telecomunicazioni.
Le riforme per la crescita. Il documento non sfugge infine a una valutazione sulle più generali politiche della Ue e Uem esprimendo la convinzione che le riforme strutturali con finanze pubbliche sane siano indispensabili per una crescita sostenibile nel lungo periodo. Si afferma che in seguito a queste riforme (specie in alcuni Paesi)la fiducia dei mercati finanziari sui titoli di Stato europei deboli s’è rafforzata con la riduzione degli spreads, che gli squilibri commerciali si sono ridotti, che il costo del lavoro per unità di prodotto è migliorato. Altre riforme sono richieste, come l’Unione bancaria con la supervisione affidata alla Bce con tutte le conseguenze per rafforzare (e ripulire) le banche ed espandere credito.

Queste valutazioni possono avere interpretazioni molteplici ma non vanno prese come adesione acritica alle politiche di austerità, perché l’industrial compact rimane il motore della crescita, senza la quale la fiducia degli investitori nella Ue e nella Uem non ritornerà.
È un messaggio forte ed equilibrato a un tempo, che Angela Merkel non dovrebbe ignorare. Speriamo lo sentano anche i politici italiani che fanno di continuo traballare il Governo.

 

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