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LA DEFLAZIONE

L’inflazione è l’aumento dei prezzi di beni e servizi. Quindi per deflazione, che in economia è il fenomeno assolutamente contrario, si intende una diminuzione del livello dei prezzi. Non bisogna confonderla con la disinflazione che è un semplice rallentamento del tasso di inflazione. Se l’aumento dei prezzi è un fattore strutturale in fasi di crescita, ma tendenzialmente negativo dal momento che riduce il potere d’acquisto dei cittadini, la deflazione può apparire a prima vista un fenomeno positivo perché aumenta il potere d’acquisto permettendo alle persone di comprare più beni con lo stesso reddito. Ma non sempre è così! Bisogna vedere da cosa è provocato quel calo dei prezzi.

La diminuzione dei prezzi in un’economia può essere generata dall’introduzione della concorrenza o dall’adozione di tecnologie che riducono i costi di produzione: in questo senso si tratterebbe di un processo sano. Ma la deflazione che si profila adesso in Europa è conseguenza della recessione o della disponibilità di credito, in una fase in cui il crollo dei consumi porta a una spirale negativa per cui le aziende sono indotte ad abbassare i prezzi dei loro prodotti e dei loro servizi per cercare di venderli. In questo senso aumenta sì il potere d’acquisto, ma come frutto della crisi: non è quindi detto che i consumatori alla fine acquistino i prodotti a prezzi più bassi.

In effetti in una fase deflazionistica i consumatori sono indotti a spendere meno o a rinviare gli acquisti, nell’attesa che i prezzi continuino a scendere. Ecco quindi che il tasso di risparmio tende ad aumentare, semplicemente come effetto dell’accumulo perché le persone continuano a non acquistare. E d’altra parte, anche se i tassi si riducono allo zero (come successo in Giappone negli anni 2000), l’aumento del potere d’acquisto permette di rivalutare il proprio reddito solo tenendo fermi i soldi sul conto in banca o paradossalmente sotto il materasso.

Per poter ridurre i prezzi dei loro prodotti, le aziende sono costrette a tagliare i costi per poter stare sul mercato ed essere concorrenziali, cercando in tutti i modi di evitare attività rischiose. In compenso però si riducono i margini di guadagno delle aziende che vedono quindi contrarsi i profitti e di conseguenza la possibilità di effettuare investimenti per l’innovazione e per il rinnovamento dei prodotti. Si può supporre quindi, in linea teorica, che anche le Borse incorporino la flessione dei profitti e delle prospettiva con un conseguente rallentamento delle quotazioni.

Se le aziende devono tagliare i costi, saranno indotte anche a licenziare per poter contenere i costi. Un mercato del lavoro già in sofferenza per la crisi economica finirà quindi per appesantirsi ulteriormente per effetto dell’ulteriore esigenza delle aziende di ridurre i costi. L’azienda cercherà anche di contenere la dinamica salariale, riducendo laddove possibile gli stipendi.

Quando la gente tiene fermi i propri soldi circola meno liquidità nel sistema e questo provoca nuovi problemi per l’intera economia. Perché ci saranno meno fondi disponibili per il credito delle famiglie e delle aziende. I tassi di interesse tenderanno quindi ad innalzarsi ulteriormente.

Chiaro che qualche effetto positivo può derivare dalla deflazione, che può essere una strategia per raffreddare economie in fase di surriscaldamento, vale a dire ci crescita eccessiva, con tutte le conseguenza del caso. Ma in una fase di crisi l’avvio di una spirale deflazionistica finisce per aggravare gli effetti della recessione. La risposta keynesiana alla deflazione è quella di far circolare moneta in fase di deflazione: come sta facendo da tempo la Federal Reserve Usa che continua ad acquistare debito ogni mese o come prevede la politica del Governo giapponese e della Bce che più recentemente hanno avviato operazioni per iniettare liquidità nel sistema, abbassando i tassi e mettendo a disposizione fondi per famiglie e aziende. Una misura che non produrrà automaticamente gli effetti sperati.

 

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