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EVASIONI E PARADISI FISCALI

La Commissione Ue punta a rafforzare la lotta all’evasione internazionale caratterizzata dallo spostamento di utili e profitti verso i paradisi fiscali. Non solo Google e gli altri colossi di Internet. Dalle società off shore alla vendita fittizia dei marchi ecco le forme più frequenti con cui si spostano i profitti in Paesi balck list e si portano i costi in deduzione dove la tassazione è più alta.

Evasione internazionale/Società off shore

Il cittadino residente in Italia (così come in altri Paesi a prelievo fiscale “pieno”) acquista immobili o effettua investimenti in modo del tutto “nascosto” (in pratica dietro uno schermo) attraverso la costituzione all’estero in paradisi bancari o fiscali di società o trust. Le società o trust sfruttano il loro statuto (le società di capitali o le società fiduciarie come i trust possono, infatti, rendere del tutto anonimi i possessori delle quote delle singole strutture) o la mancanza di cooperazione verso l’Italia per garantire ai contribuenti nazionali il più stretto anonimato. Per portare i capitali all’estero si utilizzano pagamenti estero su estero, società italiane che pagano all’estero fatture per prestazioni di servizio o, ancora, acquisti di beni del tutto inesistenti.

Trasferimento di capitali

Per i contribuenti persone fisiche uno dei fenomeni di evasione più diffusi è il trasferimento all’estero di capitali con apertura all’estero di conti che, sfruttando la mancanza di cooperazione internazionale, rimangono del tutto anonimi. Il trasferimento oltreconfine di importi oltre i limiti consentiti si realizza con varie tecniche, più o meno sofisticate, che consentono al contribuente di ottenere la disponibilità all’estero di risorse. Tra le modalità maggiormente utilizzate ci sono il pagamento estero su estero per prestazioni effettuate a favore di un operatore estero, o il trasferimento al seguito di somme non dichiarate, o ancora la compensazione valutaria tra posizioni creditorie e debitorie di diversi soggetti anche sfruttando schermi societari.

Frodi Iva

Le frodi carosello sono una modalità utilizzata per sottrarsi al pagamento dell’Iva dovuta. Il fenomeno tocca da vicino numerosi settori commerciali e si è sviluppato nell’ambito comunitario a seguito dell’eliminazione delle barriere doganali. L’evasione non si realizza in modo complesso: il fornitore di un bene o un servizio vende dei beni o dei servizi soggetti a Iva riscuotendo l’imposta dal cliente e non versandola all’Erario. In questo modo si ottengono due risultati: si evade l’importo dovuto al Fisco e si riesce a vendere a prezzi competitivi. Per rendere difficile il riscontro dell’evasione da parte delle autorità fiscali, si inseriscono nella catena una serie di operatori o delle operazioni con l’estero.

Costi nei Paesi black list

L’acquisto di beni e servizi in Paesi che non rispettano i principi internazionali di cooperazione tra amministrazioni finanziarie consente ai contribuenti persone fisiche, come agli operatori economici, di creare in Italia costi fittizi e di generare all’estero disponibilità di risorse finanziarie anonime. In particolare, questo avviene quando la controparte estera è situata in un Paese che non accetta le regole di scambio di informazioni previste dalle convenzioni bilaterali per evitare le doppie imposizioni secondo la rotta tracciata dall’Ocse. L’Italia ha stabilito un elenco di Paesi per i quali la deduzione dei costi dal reddito d’impresa è sottoposto a un particolare regime documentale che provi l’esistenza dell’operazione e indichi il costo sostenuto in dichiarazione.

I prezzi di trasferimento

Le politiche aggressive sui prezzi di trasferimento (transfer pricing) finalizzate a ottenere un vantaggio fiscale puntano a sfruttare i passaggi interni di beni e servizi (vale a dire le cessioni di beni o l’erogazione di servizi) andando a fissare un corrispettivo a un valore non di mercato che consenta di spostare una parte dell’imponibile da uno Stato a fiscalità piena verso uno a basso prelievo (spesso un paradiso fiscale). Per citare un esempio, nella determinazione del corrispettivo che una società italiana deve pagare a una sua controllata estera in un Paese a fiscalità privilegiata si prevede un importo più alto che consenta di aumentare i costi in Italia e i ricavi nel Paese a fiscalità privilegiata. In questo modo si determina uno spostamento di base imponibile dall’Italia, L’Ocse ha acceso un faro anche sulle pratiche di transfer pricing finalizzate a ottenere indebiti vantaggi fiscali tracciando le linee d’azione da seguire.

Esterovestizione

I fenomeni di esterovestizione si realizzano attraverso una costituzione solo fittizia di una società all’estero che poi, di fatto, subentra nel business della società residente negli Stati a fiscalità piena. Nelle situazioni portate alla luce dalle contestazioni dei verificatori dell’amministrazione finanziaria, la società viene costituita in Paesi a fiscalità privilegiata, ma continua a essere gestita dall’Italia, dove vengono prese le scelte strategiche e dove resta la sede della direzione effettiva. Il principale effetto della creazione di una società fittizia in un paradiso fiscale è che parte dei ricavi vengono sottratti all’imposizione in Italia e quindi si traducono in minori incassi per l’Erario. In alcune circostanze il trasferimento della sede all’estero può contribuire a determinare una sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e dei creditori.

Obbligazioni o azioni

Una modalità un po’ più sofisticata di evasione internazionale è rappresentata dal ricorso a strumenti finanziari come azioni o titoli di partecipazione. Lo schema per arrivare all’evasione funziona per grandi linee in questo modo: la società italiana sottoscrive uno strumento finanziario che può godere di un regime fiscale di vantaggio, perché i dividendi percepiti sono tassati solo per il 5% del loro ammontare, mentre i costi sostenuti a garanzia del titolo sono deducibili interamente. In realtà il reddito percepito sul titolo ha natura di interesse e avrebbe dovuto essere tassato per il suo intero importo. Di conseguenza la società italiana sottoscrive uno strumento finanziario, il cui rendimento è rappresentato anche dal vantaggio ottenuto, vale a dire la perdita fiscale prodotta che può essere dedotta da altri redditi del contribuente.

Vendita dei marchi

Un’altra forma di evasione internazionale si può realizzare attraverso la vendita dei marchi. Anche in questo caso, però, la cessione è meramente fittizia e finalizzata a pagare meno imposte in Paesi a fiscalità di vantaggio. Per capire meglio come funziona il meccanismo, ipotizziamo che una società italiana proprietaria di un marchio (o di altro diritto immateriale) lo venda a una compagine estera ma riconducibile al “venditore”. La società estera può essere posizionata in un Paese a fiscalità privilegiata. La vendita avviene a un valore ridotto. A fronte di tale operazione, la società italiana si impegna, poi, a versare alla società estera una royalty particolarmente elevata. Pertanto, a fronte di un ricavo iniziale basso, la società italiana dell’esempio corrisponde un costo annuale elevato, che consente lo spostamento all’estero di una parte della base imponibile.

 

 

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