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PROGRAMMA PRODUZIONE INDUSTRIALE

In un intervento sull’inserto “CorrierEconomia” del Corriere della Sera il presidente Letta illustra la ricetta per rimettere al centro della politica comunitaria il sostegno dell’apparato produttivo: “Da soli nessuno può farcela, serve un programma comune. L’obiettivo è riportare entro il 2020 il peso del manifatturiero al 20% del PIL.”

Negli ultimi anni, l’Unione europea si è concentrata prevalentemente sulla stabilità finanziaria e sulla riduzione del deficit e del debito. Ora con l’allentamento delle tensioni finanziarie e il ritorno della fiducia, l’Europa deve tornare ad occuparsi di economia reale. Per questo la recente Comunicazione della Commissione su una rinascita industriale europea dà il segnale giusto. In questa settimana l’industria sarà al centro dell’agenda europea ed italiana con la conferenza “Industry matters” (l’industria è importante) organizzata a Bruxelles da Business Europe, la Confindustria europea guidata da Emma Marcegaglia. Inoltre, giovedì 30 gennaio si terrà a Roma su iniziativa italiana la seconda conferenza dei “Paesi Amici dell’Industria” con i ministri dello sviluppo economico di 20 stati membri. E’ il segno che qualcosa sta cambiando.

La lezione della storia. Gli investimenti nella manifattura, una delle storiche fonti di crescita per l’Europa, rappresentano la chiave per rivitalizzare l’economia europea. Eppure per oltre dieci anni, la politica industriale è finita in secondo piano a vantaggio dei settori finanziari e dei servizi. La manifattura è stata bollata come un elemento del passato e l’Europa non era più considerata un luogo idoneo per un’industria competitiva. Da allora numerosi paesi europei hanno subito un vero e proprio processo di de-industrializzazione. Nonostante questo, l’industria continua ad essere un pilastro dell’economia europea: occupa 34 milioni di lavoratori e per l’80% dell’export, contribuisce in maniera sostanziale agli investimenti privati in ricerca e sviluppo, è un driver per lo sviluppo di ogni altro settore dell’economia europea, incluso quello dei servizi. I paesi europei possono vantare tra i migliori risultati al mondo in termini di manifattura, grazie alle tante imprese che sono riuscite ad adattarsi e innovare.

Oltre le tre “A”. In Italia, ad esempio le nostre imprese si sono spostate su settori ad alto valore aggiunto, raggiungendo risultati di eccellenza non solo nelle tre “A” (agroalimentare, abbigliamento e arredamento) ma anche in settori all’avanguardia come la bio-farmaceutica, la domotica, la meccatronica e l’aerospaziale. Lo stesso fenomeno si sta verificando in tutta Europa. Questo vuol dire che il futuro successo comune sarà determinato dalla capacità di combinare i tradizionali punti di forza della nostra economia con una grande innovazione.

Destinazione Italia. Molto si può fare a livello nazionale. Per esempio, il piano Destinazione Italia punta ad attrarre investimenti esteri e sostenere il successo delle imprese italiane, attraverso un sistema tributario semplice, prevedibile e orientato alla crescita, una riduzione delle procedure burocratiche e una maggiore protezione del rispetto dei contratti, grazie alle riforme per rendere più rapida la giustizia civile. Un contesto fatto di meno burocrazia e più concorrenza permetterà alle aziende di crescere e allo stesso tempo di attrarre investimenti privati sia italiani che esteri. Nella stessa direzione vanno le azioni per favorire l’accesso al credito con il potenziamento degli strumenti di garanzia, il rafforzamento dello stato patrimoniale delle imprese e delle banche, gli incentivi per l’investimento in nuovi macchinari, hardware e software e il potenziamento di strumento di credito non bancario come i minibond.

Sforzi comuni. Ma gli sforzi nazionali da soli non bastano. Le aziende europee sono integrate in catene del valore regionali e globali. Un componente prodotto da un’impresa di Brescia può entrare a far parte di un macchinario prodotto a Stoccarda, che potrebbe poi essere assemblato come prodotto finale a Malaga. In questo contesto, l’Europa può giocare un ruolo fondamentale per aiutare ciascun paese a sfruttare a pieno il proprio potenziale. L’Europa può, ad esempio, garantire un accesso migliore al finanziamento. Una delle peggiori eredità della crisi finanziaria è stato il persistente razionamento del credito. In alcuni paesi, metà delle richieste di mutuo viene rifiutata e il finanziamento ha raggiunto costi proibitivi. Non c’è ragione per cui un mutuo a Bolzano costi il doppio che a Innsbruck. Di fatto, tali arbitrarie differenze minano la concorrenza leale nel mercato interno e causano stagnazione economica. Senza una vera unione bancaria e nuovi strumenti di finanziamento che mettano insieme fondi strutturali, Banca Europea degli Investimenti e BCE, gli effetti positivi degli sforzi di riforma strutturale saranno vanificati dalla mancanza di nuovi investimenti e lo stesso mercato interno sarà a rischio. Inoltre l’Europa deve realizzare un vero mercato unico dell’energia mirando in particolar modo a ridurre la differenza di prezzo con competitori industriali come gli Stati Uniti. Un mercato interno efficiente, integrato e dotato di interconnessioni funzionanti è fondamentale per riuscire ad avere energia a prezzi accessibili.

Un’altra importante iniziativa – l’Area di Ricerca Europea – dovrebbe essere realizzata entro il 2014. Stabilendo un’agenda condivisa per i programmi di ricerca nazionali e facilitando la circolazione di competenze e conoscenze scientifiche – permettendo, ad esempio, che un centro di eccellenza di scienze meccaniche in Italia attragga ricercatori dalla Finlandia o dal Portogallo – l’Area di ricerca ha il potenziale per creare un ambiente ideale per l’innovazione. Al di là della ricerca e dello sviluppo, un’economia industriale trainata dall’innovazione richiede lavoratori con competenze specifiche e di alto livello. Soddisfare questa domanda richiede delle politiche europee che promuovano l’educazione secondaria, universitaria e post-laurea.

Allargare i mercati. L’Europa può anche allargare i mercati di riferimento per le nostre imprese con gli accordi per il libero scambio, specialmente la Partnership transatlantica per il commercio e l’investimento (TTIP), attualmente oggetto di negoziati con gli Stati Uniti. Questa integrazione commerciale potrebbe rivelarsi nei prossimi decenni uno dei più efficaci meccanismi di crescita per l’Europa, in particolar modo per le piccole e medie imprese. Infine l’Europa deve fare di più per ridurre il peso delle sue regole e dei suoi obblighi sulle piccole e medie imprese. Insomma, tutte le politiche europee devono essere pensate e costruite mettendo al centro l’imperativo della crescita. Insieme alla lotta contro la disoccupazione giovanile, la re-industrializzazione dovrebbe essere in cima all’agenda europea per il 2014, con l’obiettivo di stabilire un settore industriale europeo che pesi per il 20% del PIL entro il 2020. Su questo l’Italia si batterà nei prossimi mesi, a partire dal Consiglio europeo di marzo, che dovrà parlare di politiche industriali e di competitività oltre che di sostenibilità e poi nel Semestre di Presidenza dell’Unione europea. Perché anche nel mondo globalizzato del XXI secolo l’Europa non può fare a meno dell’industria.

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