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L’EUROPA DI RENZI

Il presidente del Consiglio Renzi con l’intervento al Parlamento europeo ha mobilitato l’attenzione dei governi europei, dell’opinione pubblica e dei media che ne hanno dato vari giudizi. Positivi da chi ha apprezzato l’enfasi sui valori fondanti per il futuro dell’Europa; di attesa da chi chiede la traduzione in numeri degli enunciati; negativi da chi elogia solo il dogma del rigore. Ritorniamo qui sul discorso ed anche sul documento «Europa. Un nuovo inizio» presentato dal governo per il semestrale italo-europeo.

Politica ed economia. Dal punto di vista politico il discorso di Matteo Renzi è stato importante per almeno due motivi: perché ha dato forza a chi nel Parlamento europeo si accinge a votare sul presidente della Commissione europea e sui commissari in base a un programma e non solo alle credenziali personali; perché ha mostrato agli euro-scettici e agli euro-intimoriti(dal dogma numerico del rigorismo) che si può parlare chiaro nella più importante sede della democrazia europea (il Parlamento) di uno sviluppo dove politica, società ed economia sono inscindibili.Dal punto di vista economico Renzi ha ricordato che il Patto di stabilità e crescita non può essere tradotto solo in termini di rigore ma va reso compatibile con quelle riforme strutturali che portano a una occupazione durevole e a una crescita sostenibile su cui l’Italia s’è impegnata ma sulle quali anche la Ue deve fare la sua parte. Sono valutazioni che pesano perché nelle elezioni europee il Pd di Renzi è l’unico partito davvero vincente, così dando un contributo determinante all’europeismo e alla tenuta del Partito socialista europeo (Pse) che nel Parlamento europeo ha il tedesco Schulz quale presidente e l’italiano Pittella quale primo vicepresidente (oltreché capogruppo del Pse). È un Parlamento che dovrà contare di più e dove la corrente rigorista non ci sembra maggioritaria e non solo perché Schulz ha sempre avuto una impostazione attenta alla crescita.Il nervoso agitarsi dei “falchi rigoristi” tedeschi alla Manfred Weber (capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo) e alla Jens Weidmann (presidente della Bundesbank), non avvallati dal cancelliere Merkel e dal ministro dell’Economia Wolfgang Schäuble, mostra che l’effetto politico delle elezioni c’è stato e che si aprono delle prospettive per la crescita sulle quali ci vuole un impegno costante e concreto. Crescita e occupazione europea. Il programma italiano («Europa. Un nuovo inizio») per il semestre di presidenza europea è molto ampio (80 pagine!) ma ha chiare priorità su alcune delle quali bisogna soffermarsi con qualche contronto. Il “quadro strategico italiano” pone al primo punto un’Europa per il lavoro e la crescita economica da perseguire con riforme e innovazioni nazionali ed europee che vadano oltre il semplice coordinamento tra Paesi. Perciò si chiede una governance più forte della Ue per attuare «Europa 2020» che viene così rimessa al centro mentre nell’ultimo Consiglio europeo (che ha parlato più di rigore che di crescita) era citata di sfuggita. Una governance più forte è anche richiesta per l’approfondimento dell’Eurozona che non può reggersi solo sull’euro e sulla Bce ma che deve rafforzarsi in base al progetto dei 4 presidenti (Commissione, Consiglio, Bce, Eurogruppo) «verso un’autentica Uem». La declinazione settoriale di queste strategie vede al primo posto l’industria, l’occupazione, l’istruzione, la formazione, l’innovazione al fine di migliorare la competitività e la capacità di dare un futuro ai giovani europei. Sono i grandi temi di economia reale su cui la Ue e la Uem hanno fatto troppo poco negli ultimi sei anni. Si richiama esplicitamente il progetto di «rinascimento industriale» della Ue, l’integrazione tra istruzione e formazione con apprendistato, il programma europeo per l’occupazione giovanile, la flessibilità nell’occupazione, gli investimenti in R§S e infrastrutture, il finanziamento a lungo termine dell’dell’economia reale con il pieno utilizzo della Banca europea per gli investimenti (Bei), in collaborazione con le banche nazionali di promozione degli investimenti (ovvero le Casse depositi e prestiti).
Sono temi su cui vi è forte concordanza con la Bdi (Federazione delle industrie tedesche) il cui direttore generale, Markus Kerber, ha chiesto con forza (Il Sole 24 Ore del 3 luglio) sia il rilancio degli investimenti, dell’industria e delle infrastrutture europee molto penalizzate nella crisi, sia una forte collaborazione italo-tedesca proponendo infine un rafforzamento del «Consiglio competitività» per la governance europea dell’economia reale.
Kerber cita la Bei che stima in 470 miliardi di euro gli investimenti infrastrutturali annui necessari alla Ue per mantenere un trend storico proiettato al 2030. Più precisamente la Bei ipotizza addirittura 700-800 miliardi annui per rinnovare, unificare e innovare le infrastrutture europee improntate alla sostenibilità.
Una conclusione sull’Italia. Intanto noi continuiamo a non crescere malgrado si vedano sintomi di ripresa. Un recente, notevole, studio di “Mediobanca securities” segnala che per rispettare il fiscal compact dovremmo avere per i prossimi 20 anni un avanzo primario del 5% e una crescita del Pil del 2% ogni anno. Il che è impossibile quali che siano le nostre riforme strutturali, che tra l’altro rendono il più delle volte sul medio-lungo termine. Proprio per fare queste riforme e far crescere l’economia abbiamo bisogno di più flessibilità sugli investimenti che prima della crisi erano al 22% del Pil e ora sono al 17% con una differenza di 70 miliardi. Renzi lo sa e perciò riteniamo che aumenterà la pressione politica per più flessibilità di bilancio finalizzata alla crescita. La correzione di bilancio per 10 miliardi di cui si parla sottovoce andrà perciò respinta ai mittenti non per rinviare le riforme ma per accelerare la crescita. Per dare concretezza alla nostra determinazione su riforme-crescita potremmo dare in pegno alla Bce e/o alla Commissione europea 10 milioni di once d’oro delle nostre riserve ufficiali (che sono in totale 79 milioni di once) equivalenti a 10 miliardi di euro circa al prezzo medio 2009-2013, condizionando la restituzione in base a frazioni di calo nel debito su Pil. Nulla lo vieta anche senza riandare al 1974-1978 quando la Germania ci fece un prestito (che oggi non chiediamo) solo contro la garanzia aurea. Saremmo così nell’ambito della continuità innovativa e del solidarismo liberale che piace a molti europeisti.

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