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L’INDUSTRIA DEL MEZZOGIORNO

L’economia del Mezzogiorno è ancora nel bel mezzo della “tempesta perfetta” da cui è stata travolta a partire dal 2008, e che non accenna a concludersi. Alla fine del quinto anno dall’avvio della crisi dei mutui subprime, i principali indicatori di salute dell’economia meridionale sono ancora ben al di sotto dei livelli registrati nel periodo pre-crisi. Nel complesso, tra il 2007 e il 2011 il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Mezzogiorno, in termini reali, ha subito una riduzione di quasi 24 miliardi di euro (-6,8%), mentre gli Investimenti Fissi Lordi nel 2011 sono stati di 8 miliardi inferiori rispetto al 2007 (-11,5%). Particolarmente rilevante è stata la caduta degli investimenti nelle costruzioni (-42,5%) e nell’industria in senso stretto (-27,8%). Le  recenti stime del Centro Studi di Confindustria, che prevedono una ripresa del PIL e degli Investimenti a livello nazionale solo a partire dalla fine del 2013, non lasciano grandi speranze di una positiva soluzione nel breve periodo. Anche perché la crisi economica sta generando una inevitabile selezione delle imprese da parte del mercato: nel Mezzogiorno il numero di imprese attive al III trimestre 2012 (circa 1 milione e 700 mila) si è ridotto dello 0,9% (-16.287) rispetto al III trimestre 2007, mentre per il Centro-Nord il saldo risulta positivo (+2,7%).

Il calo dell’attività economica nel Mezzogiorno ha avuto riflessi altrettanto importanti  sul livello di occupazione ampliando ulteriormente i già profondi divari esistenti. Nel Mezzogiorno, tra il 2007 ed il 2012 il numero di occupati si è ridotto di circa 330 mila unità, mentre nel Centro-Nord, al contrario, ci sono 32 mila occupati in più nel 2012 rispetto al 2007. Oltre all’ampio ricorso ai sostegni al reddito, un ulteriore segno della  crisi può essere considerato anche l’inconsueto aumento del tasso di attività nel Mezzogiorno, segno che molti cittadini meridionali hanno ricominciato a cercare lavoro, anche se con scarso successo, cosicché nel Mezzogiorno il tasso medio di disoccupazione dei primi due trimestri nel 2012 è salito a 17,4% (era pari al 13,6%  nello stesso periodo del 2011). Il calo dell’occupazione e le crescenti difficoltà economiche delle famiglie si traducono in un problema che  può avere effetti strutturali per lo sviluppo economico del Mezzogiorno: “l’emorragia di capitale umano”. Sono sempre di più, infatti, i cittadini meridionali che decidono di lasciare il Mezzogiorno per andare a vivere nel Centro-Nord o all’estero. Il saldo migratorio tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord è negativo   (42.491 persone) e ancora più rilevante è il fatto che una parte rilevante dei  trasferimenti che hanno origine nel Mezzogiorno riguarda le persone maggiormente formate: sono, infatti, più di 18 mila i laureati meridionali che hanno deciso di trasferirsi al Centro-Nord.

 Aree di vitalità industriale del Sud

La riapertura di un divario di crescita fra Sud e Centro Nord durante la lieve ripresa del 2010 ha ricordato a tutti l’importanza dell’industria. Difatti, in presenza di una forte ripresa delle esportazioni (circa il 13% in più, a prezzi correnti, nei primi nove mesi del 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010) che hanno costituito l’unico volano di crescita dell’economia italiana, il Sud paga il fatto di contribuire solo per il 10% alle esportazioni manifatturiere nazionali. A una più modesta presenza dell’industria si accompagna una sua minore propensione all’esportazione: ad esempio, nelle medie imprese industriali rilevate da Mediobanca solo il 22% del fatturato è esportato contro il 39% nel Centro Nord.

È dunque necessario che la strategia di sviluppo per il Sud sia accompagnata da una focalizzazione su specifiche aree territoriali dove esiste un forte potenziale industriale non pienamente espresso o compresso dall’ottusità burocratica, dall’incapacità amministrativa o dalla criminalità organizzata, “aree industriali vitali”, come qualcuno le ha definite, in grado di saper raccogliere e valorizzare le opportunità offerte dalle nuove specializzazioni produttive offerte anche dalle nuove tecnologie.

Una volta individuate queste agglomerazioni potenziali non si tratta di costruire nuove zone “franche da qualche cosa”, ma di porre un’attenzione ancora più forte sull’attuazione delle azioni orizzontali e, soprattutto, di accompagnarle con un rafforzamento dei servizi collettivi (scuola, mobilità, sicurezza, amministrazione etc.) espressamente disegnato – o, come hanno scritto Banca d’Italia e il Presidente Giorgio Napolitano, “applicato” – per quel territorio. Nell’individuare queste “agglomerazioni potenziali” non pare appropriato tornare ad avviare analisi o selezioni. È piuttosto opportuno partire da una semplice ricognizione sia delle agglomerazioni industriali esistenti (grandi imprese, sistemi di medie e di piccole imprese) e di alcuni importanti centri di ricerca di eccellenza, sia degli interventi pubblici, anche di incentivazione, già in atto, da considerare come “invarianti” di un’azione che deve essere urgente.

Al fine di individuare queste agglomerazioni in modo geo-referenziato è stato realizzato un confronto fra esperti delle vicende industriali del Sud con il fine di raccogliere spunti, valutazioni e indicazioni sulle agglomerazioni industriali, sugli interventi già in atto e sulle iniziative private in corso che appaiano di particolare interesse per la strategia indicata.
Sono stati individuati alcuni Sistemi Locali del Lavoro (SLL) rilevanti dal punto di vista della propensione all’export: nell’insieme, gli SSL individuati (in Abruzzo, in Campania, in Puglia, in Sicilia, in Basilicata e in Sardegna; non sono presenti Sll molisani o calabresi) risultano contribuire per circa il 75% alle esportazioni del Mezzogiorno.

In Sardegna sono state individuate agglomerazioni industriali di interesse nell’area Nord/Nord Est (zone di Sassari, Porto Torres, Calangianus e Gallura) e nel Sud (in particolare, nella provincia di Cagliari). Nell’ambito della produzione bio-agricola, un’area con progettualità in espansione è quella di Porto Torres, una zona agricola che bene si equilibra con la grande industria del territorio e con il settore turistico. La zona interna dell’alta Gallura rappresenta il maggiore centro italiano per l’estrazione e la lavorazione del sughero. Le imprese dell’area producono soprattutto turaccioli, solette per calzature, prodotti di artigianato artistico e prodotti di sughero per l’edilizia e l’arredamento. Da alcuni anni ha anche preso forma un interessante comparto metalmeccanico che produce macchinari per la lavorazione del sughero tecnologicamente all’avanguardia. Nella Regione insistono anche aree di crisi industriale connesse a necessità di ristrutturazione di grandi impianti di industria pesante, ma con rilevanti potenzialità di riconversione verso nuovi settore della chimica verde.

In Sicilia sono state individuate agglomerazioni industriali di interesse nell’area Est (province di Catania, Siracusa e Ragusa) e Ovest (in particolare, nell’area del trapanese), oltre che nell’area di Palermo. La struttura strettamente industriale-manifatturiera della Sicilia rimane piuttosto “fragile”, benché non siano assenti alcune realtà di impresa significative. Nella Sicilia orientale, oltre al polo petrolchimico di Siracusa (Priolo), nelle provincie di Catania, Messina ed Enna è presente una significativa industria agro-alimentare. Tra le aree di maggior interesse rileva la zona agricola ricompresa tra Siracusa e Ragusa, soprattutto in ragione della produzione di ortaggi (in serra, ma anche a pieno campo) e di agrumi pregiati (limone, arancia tardiva). Sebbene soffrano di problemi connessi a una certa incapacità commerciale e manageriale (problema soprattutto delle numerosissime piccole imprese agricole), le medie imprese presenti in questi territori hanno grandi potenzialità di integrazione e potrebbero evolvere verso una maggiore connotazione agroindustriale (sebbene vada chiarito che le medie imprese dell’area che operano in agricoltura non possono essere considerate imprese agricole in senso stretto, in quanto, anche se il prodotto non viene formalmente trasformato, una parte rilevante del valore aggiunto è conferita dal processo di selezione, pulizia, stoccaggio, confezionamento, marchiatura e talvolta certificazione). Le produzioni vitivinicole, diffuse in tutta la Regione, sono concentrate soprattutto nel Nord-Ovest, nell’area che dal trapanese arriva fino a Menfi (al limite della provincia di Agrigento) e avrebbero grandi potenzialità di integrazione intersettoriale con il turismo. La produzione vinicola è molto rilevante in questi territori, malgrado si attestino problematiche connesse alla distribuzione dei prodotti e di conflitto sulla linea territoriale più promettente. Il sistema vitivinicolo è infatti fortemente duale con imprese piccole e medio-grandi che “imbottigliano” e vendono con un certo successo a cooperative che, pur gestendo la gran parte della produzione di base, sono ancora per lo più orientate alla produzione dello “sfuso” senza mostrare capacità di commercializzazione. L’area di Catania comprende sia le imprese industriali legate alla produzione di componenti e di apparecchiature elettroniche e informatiche, sia le imprese del c.d. terziario avanzato, appartenenti ai comparti dell’informatica, della ricerca e sviluppo e delle comunicazioni. Rimane molto rilevante anche il settore farmaceutico. Tra Siracusa e Augusta sono presenti PMI che operano nel settore della meccanica e, in particolare, dell’impiantistica meccanica e che realizzano: progettazione, assemblaggio, montaggio e manutenzione di impianti industriali e tecnologici, metanodotti, oleodotti, gasdotti, reti idriche, macchine rotanti, diagnostica di sicurezza e qualità, software. La parte occidentale della Regione (in specie, Trapani, Marsala, Mazara del Vallo) rileva anche per la commercializzazione del pescato e per i servizi connessi, quali la cantieristica navale e le attività propedeutiche alla costruzione del naviglio da pesca, nonché l’allevamento ittico. Il settore della meccatronica si estende su tutto il territorio della regione Sicilia, ma è per lo più rappresentato dalla provincia di Palermo, cui appartengono circa il 63% delle imprese aderenti al distretto riconosciuto dalla Regione. Vi è poi una presenza significativa di imprese di piccole dimensioni, altamente competitive, grazie alla loro specializzazione in prodotti particolari quali, ad esempio, la componentistica per il settore dell’automotive (peraltro al momento in una fase molto incerta). L’area comprende sia le imprese industriali legate alla produzione di componenti e di apparecchiature elettroniche e informatiche, sia le imprese del cosiddetto terziario avanzato, appartenenti ai comparti dell’informatica, della ricerca e sviluppo e delle comunicazioni.

In Campania l’area con più alta densità industriale è individuata nella provincia di Napoli, ove è presente un’alta concentrazione di grandi e medie imprese. Altre agglomerazioni industriali di interesse sono individuate nella zona di Salerno e della area vesuviana, nonché nella provincia di Avellino. Tra Caserta e Napoli si colloca un’area industriale in cui prevalgono due tipologie produttive: abbigliamento (in prevalenza capispalla e pantaloni, maglieria, camiceria e confezioni in pelle) e calzaturiero. Le aziende sono di diverse dimensioni e incorporano al loro interno tutte le fasi della produzione o solo alcune di esse. La produzione agro-alimentare campana si estende in un’area compresa tra il cono vulcanico del Vesuvio e le montagne di Sarno a Nord ed i Monti Lattari a Sud. Le realtà produttive della zona sono multiple: dalla trasformazione del pomodoro, alla realizzazione delle conserve, alla produzione della pasta di Gragnano, al vino, al cipollotto Nocerino, all’olio. Tale produzione si presta a un processo d’integrazione tra formazione e valorizzazione delle risorse umane, ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. Questi territori rilevano, peraltro, anche in ragione delle problematiche connesse all’alta densità criminale e agli importanti costi dovuti al ciclo di smaltimento dei rifiuti e al costo delle risorse idriche.  Settore rilevante è quello della produzione vinicola dell’area avellinese-beneventana (Atripalda-Taurasi), in cui alcune aziende, prevalentemente di piccole dimensioni, spiccano per l’eccellenza della produzioni a livello anche sovranazionale. Rilevante è anche l’area di Pomigliano, ove primeggia la produzione di interni per autoveicoli (nonostante le forti contrazioni dei livelli occupazionali). In Campania si localizzano anche alcune realtà aziendali di eccellenza nel settore della produzione di materiale ferroviario. Rilevante nell’area è anche la potenzialità di ricerca (soprattutto nei settori: salute, energia, ambiente e nanotecnologie) sostanziando un importante “centro di eccellenza” soprattutto nel settore aerospaziale, con la presenza a Capua del Centro di Ricerca Aerospaziale (CIRA). Per il settore ricerca con applicazioni per il settore aerospaziale si segnala anche il Distretto Tecnologico IMAST sui nuovi materiali compositi e polimerici, ubicato a Portici cui partecipano importanti player del settore tra cui Boeing, Avio, Finmeccanica, oltre Università di Napoli, CNR. Potenzialità rilevanti permangono anche nell’area di Nola, dove, oltre all’area dell’interporto, si concentra l’investimento di NTV. Nell’area di Castellamare di Stabia primeggia la cantieristica navale, un settore, questo, che, per evitare una profonda crisi che potrebbe portare alla chiusura di uno storico stabilimento, abbisogna di una nuova strategia di azienda. L’attività cantieristica di Castellamare è oggi posta in discussione dall’azienda Fincantieri anche a causa dei limiti strutturali dello stabilimento che, in vista di un rilancio, richiederebbe un rilevante investimento infrastrutturale. Il polo conciario di Solofra è collocato a metà strada tra le città di Salerno e Avellino. Nell’area operano in totale 630 imprese attive delle quali circa 526 dichiarano l’attività di concia delle pelli; completano la filiera imprese di confezionamento, di prodotti chimici e di servizi. Nell’area non operano grandi imprese, ma prevalgono le imprese di piccola e piccolissima dimensione.

In Puglia-Basilicata le agglomerazioni industriali di interesse per queste due Regioni sono state individuate nell’incontro nelle aree tra Bari e Foggia, di Brindisi e di Lecce. In tutte queste aree si osserva una discreta potenzialità di ricerca, con la presenza di alcuni distretti tecnologici focalizzati su meccatronica (Bari), agroalimentare (Foggia), nanotecnologie e ICT (Brindisi e Lecce). Nella vasta area che al momento potrebbe dire Bari-Foggia-Melfi rilevano, in particolare, la produzione automobilistica, i settori dell’aerospazio e della meccatronica. In Puglia è ormai radicata anche la presenza di aziende del settore aeronautico. Nel Salento sono sorte numerose piccole e piccolissime imprese (spesso coincidenti con nuclei familiari) che producono calzature in pelle e tradizionali da uomo. Dal momento in cui le due imprese più grandi intorno alla fine degli anni ‘90 sono entrate in crisi per l’accresciuta concorrenza internazionale ed hanno dismesso gran parte dell’occupazione, il settore del tessile è tuttora in fase di ristrutturazione.

In Abruzzo non si osservano aree di alta concentrazione industriale. Agglomerazioni industriali di interesse sono individuate nelle zone di Avezzano, Pescara e Chieti. Nella zona di Chieti rileva, in particolare, la produzione nel settore dell’abbigliamento. Nell’area s’identificano alcuni poli industriali di rilevante interesse anche per la concentrazione di imprese specializzate nella lavorazione delle pelli. Medie imprese meritevoli di attenzione sono altresì individuate a L’Aquila, a Sulmona e ad Avezzano. Si tratta di imprese caratterizzate da una buona performance di bilancio e da una valida integrazione con il territorio circostante, sebbene i dati di esportazioni risultino piuttosto bassi. Rilevano aziende interessate dalla produzione di pasta, carta e componenti elettronici.

 

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