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DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Contesto

Mauro D’Aprile

BELVEDERE MARITTIMO

Storia di una Città

 

Contesto Geo-Demografico

La Calabria, chiamata Bruzio sotto i Romani, fu unita alla Lucania e costituì la terza regione delle 11 circoscrizioni amministrative che dividevano l’Italia al tempo di Augusto.

Essa fu chiamata con il nome attuale di Calabria dai Bizantini che vi governarono all’incirca fino all’anno Mille e che diedero luogo ad una civiltà che intrecciò le sue vicende con l’Islam degli Arabi e con il germanesimo dei Longobardi.

Con la fine dell’Impero romano, però, la regione perse la sua unità territoriale e politica e si frazionò in diverse zone di influenza.

La popolazione era esigua, se si pensa che al termine delle invasioni barbariche ed in pieno medioevo, a fronte di quattro milioni di abitanti stimati in tutta la penisola italiana, popolavano il Mezzogiorno solo 800 mila persone, che rappresentavano un conglomerato etnico assai disparato nelle sue componenti e nella sua fisionomia, considerati i fattori che avevano provocato la depressione demografica: rovine e devastazioni dovute a guerre secolari, distruzione di gruppi fondamentali come Sanniti ed i Bruzi, fusione di popoli diversi e immissioni di schiavi e di servi per il lavoro nei latifondi, immigrazioni di coloni romani e di popolazioni barbariche dopo la caduta dell’Impero.

Sotto il dominio Normanno il Regno di Napoli viene diviso in circoscrizioni amministrative chiamate Giustizierati, ed alla Calabria vennero assegnati il Giustizierato di val di Crati  e Terra Giordana nella parte settentrionale e quello di Calabria nella parte meridionale. La suddivisione viene confermata dai sovrani Svevi, e poi da quelli Angioini. E fu proprio sotto Carlo d’Angiò che la linea di demarcazione dei due Giustizierati fu modificata, nel 1280, e la circoscrizione meridionale vide ampliati i suoi confini, con una linea che arrivò a Nord del Golfo di S.Eufemia (Amantea) sul Tirreno e al corso del fiume Neto sullo Jonio.

Sotto l’Imperatore Federico II di Svevia, nel 1238, la popolazione della Regione era di 300 mila unità, su un totaledi 3 milioni di abitanti del Regno, per arrivare a 411 mila nel 1276, anno in cui gli Angioini effettuarono una numerazione della popolazione allo scopo di riscuotere le tasse dell’epoca, che erano denominate “collette”. Era il tempo in cui i centri abitati muniti di cinta murarie venivano chiamate città, mentre i “casali” erano costruiti da gruppi di persone dedite alla produzione agricola, dipendenti da un centro maggiore dal quale erano amministrati.

Le Ville, invece, erano centri di piccole dimensioni sparsi sul territorio, ed i “Castra” rappresentavano luoghi fortificati attorno ai quali si era formato un agglomerato urbano. C’erano, infine, le “terre”, prive di cinta murarie come i casali, ma munite di amministrazione propria.

Con la dominazione Aragonese la Calabria continuò ad essere divisa in due Province, e per entrambe la sede della Regia Udienza (chiamata a discutere le cause di prima istanza) fu Cosenza.

 Sotto il Regno di Alfonso d’Aragona, nel 1442, la “colletta” venne sostituita dal “focatico”, una tassa che prevedeva il versamento di un ducato a fuoco, ed i “fuochi” erano nuclei familiari composti convenzionalmente da 4- 5 individui.

La numerazione del 1447 assegnò 23.331 fuochi alla provincia di Valle Crati e Terra Giordana e 28.992 a quella di Calabria, corrispondenti complessivamente a 231 mila unità, da inserire all’interno di un mezzogiorno che contava allora un milione e mezzo di abitanti.

Sotto gli spagnoli viene istituita una seconda Udienza Provinciale, con sede a Catanzaro, poi a Reggio e infine di nuovo a Catanzaro. Il territorio Settentrionale della regione fu chiamato Calabria Citra e quello Meridionale Calabria Ultra ed entrambe le dominazioni sostituirono gli antichi nomi dei Giustizierati Normanno-Svevi.

Per gran parte del Cinquecento la popolazione della regione fu in crescita, e nel 1595 gli abitanti arrivarono a sfiorare le 500 mila unità. Ma anche in questa occasione il processo non fu uniforme; ci furono, cioè, differenze notevoli per le varie zone, e la popolazione crebbe in misura maggiore nella parte meridionale della Calabria, nella Provincia Ultra. La denominazione di Citeriore ed Ulteriore fu mantenuta per molti secoli. Nel frattempo il ripiegare della popolazione delle coste verso la collina, l’assenza di strade e le numerose calamità naturali, contribuirono all’isolamento. Un fenomeno che ha interessato gli studiosi al punto tale da far parlare di diverse Calabrie. Ed il censimento del 1669, l’ultimo del periodo Spagnolo, confermò questa diversità, assegnando 160 mila abitanti circa alla provincia Citra e 210 mila alla provincia Ultra, evidenziando decrementi maggiori nella parte settentrionale della Regione.

    

Nell 1793 G.Spiriti scriveva: “ Infatti nella Citeriore ed Ulteriore Calabria son così pochi e languidi i rapporti di commercio che può francamente dirsi non esservene nessuno, anzi possono considerarsi quelle province come affatto isolate un dall’altra”.

L’espressione le Calabrie è stata così utilizzata per sottolineare la diversità di un territorio che, pur appartenendo alla stessa regione, presentava caratteristiche non omogenee. Nella pluralità del nome era il segno di una intuizione popolare, il risultato di una lunga esperienza vissuta e sofferta negli spazi che le difficoltà, o addirittura le impossibilità delle comunicazioni interne, rendevano immensamente più ampi di quel che erano nella realtà le dimensioni.

L’Organizzazione Spaziale

Le società organizzano gli spazi naturali secondo le proprie mutevoli esigenze e così facendo imprimono loro forme specifiche: quelle che noi chiamiamo paesaggi. In ogni paesaggio, dunque, rurale o urbano che sia, riconosciamo una molteplicità di “oggetti”, riconducibili entro due grandi insiemi: gli elementi naturali che non sono stati creati dagli uomini (una montagna, un fiume) e gli elementi sociali, frutto dell’agire economico e sociale (un porto, un quartiere urbano). Spesso non è facile separare nettamente i due insiemi che si presentano profondamente intrecciati, magari in modo irreversibile; si pensi a un terrazzamento, a una bonifica, a una città o una strada.

Il paesaggio non è mai immutabile, fisso, ma in continuo divenire, frutto degli incessanti cambiamenti delle strutture economiche e sociali. Ciò significa anche che ogni paesaggio non è una mera sommatoria delle parti – le forme- che lo compongono, ma il risultato di relazioni, dei rapporti economico – sociali dominanti in ogni periodo storico, per cui, dietro e dentro le forme materiali del paesaggio si annidano sempre le funzioni, per le quali le forme sono state pensate.

Dunque, forme, strutture e funzioni compongono ogni paesaggio.

Belvedere, per come vedremo é una sorta di “eccezione”!

Il suo “Porto” di Capo Tirone e l’ Istmo del Passo dello Scalone, sono naturali e non quindi elementi sociali. Rivestendo un ruolo geo-politico di grande interesse, avrà grandi albori, e la sua popolazione sempre in crescita rispetto alla media Provinciale, godrà di vantaggi naturali, quali la fertilità della terra, l’abbondanza di acqua e l’impareggiabile clima.

 

Collocata felicemente in un contesto geografico strategico, conoscerà più la “tristezza” della cupidigia  umana che le catastrofi della natura, in parte clemente con la Città, eccezion fatta per i terremoti. Conoscerà poco la “malaria” ed il “colera”; anzi delle pestilenze sarà “cura e soggiorno”. Andrà incontro a distruzione e, a periodi foschi per lunghi secoli, ma, pur sempre, conoscerà lo “splendore della rinascita”.

Belvedere è collocato nel sistema dell’Appennino Meridionale Calabrese, quale ultimo baluardo del Pollino, nel contesto di un esclusivo panorama, dominato dai massicci di Montea, per noi Monte Caccia. Quest’ultima, dopo La Mula ed il Dolcedorme, innalza nuovamente la quota altimetrica  a 1973mt s.l.m., e si lascia degradare nell’Appennino Paolano, fino a lambire il Mar Tirreno.

Ad un attento osservatore, la direzione geografica del sistema, in allineamento con il restante Appennino Centro settentrionale, mette in evidenza la diversità del proprio asse rispetto a quello Silano e dell’Aspromonte nella restante Calabria. La formazione avutasi in ere geologiche differenti, evidenzia la discordanza nella stessa  tettogenesi e fa della nostra area una naturale propaggine o, deiezione, della Lucania e della Campania.  Una componente, questa non secondaria, se é vero, com’è vero che, per ironia della sorte, anche le vicende storiche legano la nostra città a queste due regioni, corrispondendo Belvedere, per dotazione naturale, alle esigenze economiche e logistiche, soprattutto belliche, delle loro diverse dominazioni.

In termini schematici, le caratteristiche naturali del nostro territorio, soprattutto di approdo con Capo Tirone e di agevole valico del Passo dello Scalone, fanno di Belvedere, nei secoli, un riferimento costante per incursioni, migrazioni e spostamenti in genere, ma anche snodo di traffici e commerci, in una variabilità di assetti in rapida successione, di diverse popolazioni.

Una successione di eventi che ha reso, in gran parte, difficile la loro cronologia ed incerte alcune collocazioni per la continua “rettifica” di demarcazioni e confini: presidi Bruzi, Lucani, Sibariti e Romani ne costituiscono un esempio.

Con rapide apparizioni dall’orizzonte, incursori, predatori e saccheggiatori scompaiono, poco dopo, nel nulla, lasciandosi dietro i segni delle stragi.

Gli stessi Arabi, che ci interesseranno molto da vicino e dai quali siamo stati fortemente influenzati, a volte sembrano più “virtuali” che “reali”, più avvertiti che esistenti. Della loro presenza, la Storia, ingiustamente, ci tramanda solo un “precetto”: il pericolo!

          All’Armi! All’Armi! La campana sona:

          li turchi su arrivati a la marina!

Per secoli questo grido è risuonato lungo quasi tutte le coste italiane, e con particolare intensità lungo le nostre, rimandando alla memoria storica degli anziani, il ricordo delle incursioni ”Saracene”, che hanno determinato molto del nostro sviluppo, influenzando anche la lingua e la cultura.

Presenti in Calabria sia con incursioni (per oltre un millennio: a partire dai primi dell’800 dC) che con occupazioni temporanee e la costituzione di piccoli emirati in varie località (Squillace, Santa Severina, Tropea e  Amantea) gli “Arabi” (detti variamente Turchi, saraceni, mori, amareni, ed in altri modi ancora) uniti nella comune Religione Islamica, provenivano da una enorme area che va dall’estremo occidente all’estremo oriente del bacino mediterraneo.

Nonostante fossero incursori e depredatori, strinsero intensi rapporti commerciali ed economici con la Calabria, alla quale trasmisero non solo terrore, ma anche cultura e conoscenze tecnologiche. Grazie a loro giunsero colture come quella del gelsomino o di vari agrumi: bergamotto e forse aranci mandarini e limoni. Il “Mar bianco di mezzo”, come lo chiamarono, divenne  teatro di un duro confronto fra l’Europa cristiana, latino – greca e i musulmani, soprattutto dopo l’espansione  ottomana nel bacino occidentale del Mediterraneo nel XVI secolo.

La insistenza della storiografia di circoscrivere il rapporto fra l’Occidente e gli Arabi nella fondamentale data del 1571, quando nella battaglia di Lepanto l’Europa Cattolica e Cristiana allontana e annienta, finalmente, la minaccia Turca, lascia del tutto insoddisfacente l’analisi di cosa veramente questa avesse rappresentato per il mondo Occidentale, ignorando volutamente  la civiltà turca e il suo modello.

A Belvedere, per come vedremo, la presenza Islamica ha dettato le condizioni della nascita della città. Pur non divenendone un “presidio”, la sua crescita, sin dagli albori a tutto il 1500, viene influenzata, non solo da usanze e costumi, ma, meravigliosamente, dalla fantasia creatrice e dalla capacità attitudinale degli Arabi.

La “Città Costruita” è la risultante, in modo così rimarchevole, del plurisecolare meccanismo bellico di “attacco” e “difesa” ma anche del compromesso e, sorprendentemente, della reciproca tolleranza fra le diverse componenti.

Una presenza suggestionante che ha contagiato lo sviluppo attraverso vicende cronologicamente definite e storicamente circostanziate.

Un Bacino di Utenza quello del Nostro Territorio valido per tutte le stagioni storiche, idoneo per gli interessi pratici di grandi civiltà i cui positivi contagi hanno determinato, soprattutto nei ceti popolari, la acquisizione di ricche esperienze.

Da qui, un Popolo capace di innalzare monumenti e cattedrali al cielo, di avviare un fiorente artigianato, l’uso di arti e mestieri, la medicina,la matematica, l’inclinazione alla musica ed alla poesia. Malgrado le assidue e continue vessazioni Patrizie e Feudali, un popolo dedito ad una opera diuturna di costruzione, avulso dalla partecipazione diretta ai grandi eventi epici ma, civilmente e responsabilmente, coinvolto dalle loro, ripetute e frequenti, tragiche conseguenze.

Un Popolo capace di grandi slanci di generosità, spesso non proporzionata alle possibilità, in un continuo contrasto tra facili entusiasmi e rassegnazione fatalistica.

Un popolo amante della “forma” e della pulizia,  riflesso, in parte negativo, superficiale e di facciata, da ricercarsi nell’ozio dell’opulenza Sibaritide, (splendide eleganti fanciulle,  con in capo il diadema ed il cane maltese in braccio, durante le ore solari), in parte nella contaminazione Araba (lo splendore dell’Emirato) e  nella ricercatezza  delle dinastie post  Rinascimentali.

Un popolo in cui anche la sua “sostanza” diviene “decoro”, dal radicamento della fantasia Araba in promiscuità e assimilazione di altre virtù di grandi civiltà, riaffioranti, ancora oggi, in  spiccati individualismi.

Belvedere fino agli albori del VII° secolo dC ha conservato integro il suo paesaggio di clima mite, sorgenti di fresche acque, con spiagge più ampie di quelle attuali, ma soprattutto con le caratteristiche orografiche “utili” ed adattabili agli interessi pratici, ma anche dello spirito, di diverse civiltà:

           – tali i dolci altipiani di  appena 50 mt sul livello del mare di Castromurro e S.Litterata ( che avrebbero potuto interessare i profughi Sibaritidi ancor prima della costruzione di importanti città greche sul Tirreno e quasi certamente i Romani) (reperti catalogati al Museo di R.C);

          – la zona  Monti, a sua volta, degradante nelle due cime alluvionali di  località Palazza e l’attuale Marina (investita da una nobile Castrum Romana, funzionale al più importante interesse di Roma, dopo il 329 a.C: la costruzione delle flotte navali, in vista delle spedizioni Cartaginesi. Il taglio dei boschi dell’entro terra, facilmente raggiungibili da Belvedere, e la raccolta dell’utilissima “pece”, indispensabile collante, avevano quale riferimento Capo Tirone con reimbarco dei tronchi e le orcis); da qui presumibilmente lo stesso nome di “Tirone” dato allo scoglio volendo significare “luogo di reclutamento di giovani leve” da utilizzare nella “Oppidum più che Castrum di presidio”.

Ti-ro-ne ST Coscritto, recluta dell’esercito romano, che dopo un anno di istruzione diventava soldato.

 

  (reperti -  Museo di Reggio Calabria);

               

                         

Ritrovamenti del 1956 durante i lavori di costruzione della Chiesa Madonna di Pompei a ridosso di Capo Tirone. Trattasi di 2 oinochóe e 1 lékythos aryballos ed una collana appartenuti a sepolcri precedentemente sconvolti d’epoca ellenistico-romana.

 

nota:

1. Prima guerra (264-241 a.C.)Roma e Cartagine ebbero inizialmente rapporti amichevoli: il primo trattato risalirebbe al 509 a.C. secondo Polibio, al 348, più probabilmente, secondo Diodoro; l’intesa sorse in funzione anti-etrusca e poi anti-greca in occasione della guerra di Pirro. Dopo la vittoria su Pirro, Roma venne a trovarsi quasi a contatto con il territorio cartaginese in Sicilia e i due imperialismi vennero a interferire: la spinta romana verso il sud non poteva arrestarsi allo Stretto di Messina.
La prima guerra punica ebbe inizio nel 264 a.C. quando i Mamertini, i mercenari campani che dal 289 tenevano Messina, chiesero l’appoggio di Roma per liberarsi del presidio cartaginese (al quale si erano precedentemente assoggettati per difendersi da Gerone di Siracusa) e i Romani intervennero inviando aiuti. Dopo parziali successi (presa di Agrigento, nel 262), i Romani, consapevoli che Cartagine doveva esser vinta sul mare (i Cartaginesi padroni del mare potevano continuamente inviare rinforzi di mercenari dell’Africa, che le loro grandi disponibilità economiche permettevano di raccogliere), seppero trasformarsi rapidamente in potenza navale. All’inizio del conflitto Roma non aveva esperienza di guerra navale, non una marina né una tecnologia paragonabili a quelle di Cartagine. Per compensare la mancanza di esperienza, equipaggiò le sue navi con uno speciale congegno d’abbordaggio, il corvo, che agganciava la nave nemica e permetteva alla fanteria, trasportata, di combattere secondo le tecniche sperimentate negli scontri a terra. La vittoria conseguita da Gaio Duilio a Mile (Milazzo) nel 260 dimostrò l’efficienza della nuova flotta.

         – tali le colline e i  poggi di molte fertili contrade (idonei alla coltivazione ed alla ricerca dello spirito) un tempo presidi Brutii e soprattutto quello nevralgico ed imprendibile dello attuale Centro Storico. Il tutto salvaguardato da una catena montuosa di 1900 mt. in  appena 5 Km di distanza dal mare e ricco di acque.

nota:

I Brettii (357 – 202 a.C.)
Gli storici antichi (Strabone, Diodoro Siculo, Giustino) fanno riferimento alla comparsa in Calabria, intorno alla seconda metà del IV sec. a.C., del popolo italico dei Brettii (noti anche come Bruttii o Bruzi), che si andava espandendo nella terra degli Enotri ai danni delle colonie greche della costa. Pare che essi fossero dei servi-pastori dei Lucani da cui si separarono in seguito ad una ribellione e, dedicatisi dapprima al brigantaggio e alle scorrerie, successivamente si riunirono in una Confederazione che elesse come capitale (metròpolis) Cosenza (circa 356 a.C.). Nonostante vari tentativi di resistenza all’espansione romana in Italia meridionale, che li videro anche alleati dei Cartaginesi durante la seconda guerra punica (219-202 a.C.), non ebbero la capacità di opporsi alla conquista definitiva del Bruzio (fine del III sec. a.C.).
Le fonti fanno una descrizione talmente negativa dei Brettii che persino la lingua è definita “oscura” come la loro rinomata pece. Essi, in realtà, erano bilingui, parlavano sia il greco che l’osco, una lingua del ceppo italico. Gli insediamenti brettii erano posti in aree facilmente difendibili e ricche di risorse: città fortificate o villaggi a vista reciproca, posti in posizione dominante sulle vie di comunicazione che, indipendenti in tempo di pace, si riunivano sotto un comando comune per questioni di politica estera. Le case erano costruite in ciottoli di fiume uniti a secco, con alzato in mattoni crudi e tetto in tegole. Di molti di questi stanziamenti sono ancora visibili i resti delle fortificazioni in blocchi parallelepipedi di arenaria che, poiché simili all’architettura militare greca, fanno supporre l’impiego di maestranze provenienti dalle colonie. La vicinanza alle montagne, ai corsi d’acqua e alle pianure connota la loro economia come agricola e pastorale: era basata, infatti, sull’allevamento, la pastorizia, la produzione di lana e latticini e, soprattutto, sulla produzione della famosa pece ricavata dalle foreste. La cultura materiale dei Brettii si distingue poco da quella dei popoli coevi, di cui importavano o imitavano manufatti, come i vasi fabbricati nelle colonie greche dell’Italia meridionale (vasi italioti) o le armi e gli ornamenti. Sono specifici dei Brettii i cinturoni in bronzo, le corazze sbalzate, i diademi e i gioielli in bronzo o in metallo prezioso.

 

              

 

                 

Ritrovamenti avvenuti in località Pantana nel 1976 custoditi presso l’Ufficio Scavi di Sibari della Soprintendenza Archeologica della Calabria.

 

             

               

             

         

                                                Foto e reperti Museo Bettii ed Enotri di Cosenza.

 

Snodo, e non solo felice sosta, quale istmo con Passo dello Scalone (700 m.s.l.), raggiungibile in brevissimo tempo dagli altopiani dell’attuale Pantana o risalendo il fiume Soleo sino all’altezza dell’innesto Oracchio-Olivella, con proseguimento dalla dorsale nord del Sangineto per Sant’Agata d’Esaro-Valle Crati-Sibari- Metaponto, Belvedere, fin dagli albori risulta interessata dagli scambi commerciali di diverse popolazioni; non senza conseguenze quelli legati alla pastorizia Dauna che, durante la periodica transumanza sul Pollino, trovavano vantaggioso sbocco sul Tirreno. Da qui, presumibilmente, la particolare inflessione fonica di un dialetto  prossimo a quello Foggiano.

Capo Tirone, ricadendo nell’esatta progressiva chilometrica del Passo dello Scalone, costituisce il naturale attracco ed imbarco verso Nord per Agropoli, Amalfi, Salerno, Napoli e la Toscana; verso Sud per: Amantea, Pizzo, Messina e la Sicilia:

L’Approdo di Capo Tirone in una foto di fine 800
 1) L’Attracco  che fu ultimamente interessato da navigazione a vapore con i Borboni, per il periodo analizzato, è riservato ad imbarcazioni di modeste dimensioni, quali erano quelle precedenti  una Marineria moderna. Quale scogliera, naturalmente predisposta come quelle di Scalea e  Coreca di Amantea, insieme, costituivano gli unici approdi per centinaia di chilometri a Sud di Policastro.

                                                                                    mauro d’aprile

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