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DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Capitolo I°

Mauro D’aprile

BELVEDERE MARITTIMO

Storia di una Città

 

Bizantini e Longobardi.

Belvedere nell’arco temporale considerato a cavallo del VII° secolo dC, conferma la ricca offerta dei suoi elementi naturali.

Verso il suo territorio nasce l’interesse, quasi simultaneo, di due dominazioni, affacciatesi nel Meridione, con storia e caratteristiche diverse ma, entrambe, affascinate dallo stesso:   i Bizantini ed i Longobardi.

La loro “influenza” insieme a quella Normanna, Sveva, Angioina e Aragonese accompagnerà lo sviluppo della Città e segnerà  la sua connotazione.

Il 731 dC è l’anno della decisione attribuita all’Imperatore d’Oriente Leone III Isaurico, di aggregare le diocesi di Calabria e Sicilia al patriarcato di Costantinopoli    staccandole dal controllo della Chiesa di Roma (solo intorno al 1073, con i Normanni le diocesi ritorneranno sotto la guida del Papa di Roma). Questa decisione dovette dare certamente nuovi impulsi allo sviluppo del monachesimo di tradizione bizantina ed ai suoi frequenti spostamenti da Oriente ad Occidente.

Piccoli ma numerosi monasteri sorsero allora nelle aree più fortemente grecizzate dal punto di vista demografico: oltre la Sicilia Orientale, la Calabria Meridionale e la terra d’Otranto in Puglia, fu la nostra zona al confine con la Lucania ad esserne interessata.

In particolare sul confine calabro-lucano, tra le montagne del così detto Merkourion, erano sorte  tante unità eremitiche e piccoli monasteri, ben riparati grazie alle asperità naturali del territorio, da far assimilare questa zona ad altre zone monastiche dell’impero bizantino, come al monte Athos o il monte Olimpo in Bitinia.

Monte Áthos Rilievo (2033 m) col quale culmina la catena che traversa la penisola di Hàgion Oros (il più orientale dei tre prolungamenti della penisola Calcidica, nella Grecia settentr.). Intorno a esso la parte terminale della penisola, sebbene di sovranità greca, forma una repubblica monastica autonoma. Capoluogo Karyè. La presenza di monaci nella regione del M.Á. è attestata solo nell’842; la libera organizzazione di eremiti in laure (colonie di monaci) risale all’862 circa, per l’iniziativa di s. Eutimio di Tessalonica; il primo monastero (Grande laura) vi fu fatto costruire (963) da Atanasio l’Atonita, appoggiato dall’imperatore Niceforo Foca (per cui la Grande laura godette dei privilegi di una fondazione imperiale). Nel 970 Atanasio ottenne da Giovanni Zimisce imperatore d’Oriente l’approvazione della prima regola (o tipico); per essa la comunità monastica venne suddivisa in cenobiti e asceti privati, ed era governata dall’assemblea degli egoúmenoi (abati delle laure), sotto la direzione del primate e l’alta sovranità dell’imperatore. Un secondo tipico consacrò nel 1045 l’assoluto predominio, anche economico, dei monasteri sugli eremiti e sui monaci delle celle.

                     

                                                                            Monte A’thos-  Laure e Celle

Agiografi dei Santi che operarono in Calabria testimoniano sulla vita di comunità di monaci greci. Spinti dalle incalzanti incursioni saracene, gli autori di questi racconti erano monaci più o meno contemporanei degli stessi santi, anonimi discepoli, talvolta testimoni oculari degli eventi narrati.

Da “San Ciriaco di Buonvicino” di Don Erminio Tocci, pag 25:

In Calabria i Monaci erano presenti fin dal secolo quinto. Dal secolo VII in poi, sappiamo di Monaci Greci rifugiatisi in Calabria per sfuggire alle invasioni Arabe in Palestina , Siria , Egitto e  Asia Minore. Una seconda ondata migratoria che porta sulla costa Calabra numerosi monaci, si ebbe nel secolo VIII, da Costantinopoli e dall’Oriente.

La terza fase migratoria, dal secolo nono al secolo undicesimo, vide numerosi Monaci varcare lo stretto della Sicilia, divenuta Araba e costretta a stabilirsi a Reggio o nelle propaggini dell’Aspromonte.

Al periodo che va dalla seconda alla terza migrazione appartengono parecchie “Vite di Santi”, il valore delle quali è tanto più grande, in quanto, sono scritte da contemporanei; da uomini che hanno conosciuto gli eroi di questi racconti e sono vissuti accanto a loro. In breve tempo, questi monaci si moltiplicavano e vivevano nelle località più aspre e selvagge, e, il loro tenore di vita, veniva descritto con ingenuità e candore dai loro discepoli.

Questi eremiti venivano radunati periodicamente in una chiesetta, sotto la direzione del più umile e penitente fra di essi, chiamato “Egumeno” cioè, guida o condottiero. Essi formavano così la Laura.

Laura era un ampio complesso, comprendente, sia la vita comune, sia la vita solitaria a diversi livelli, con incontri domenicali per la celebrazione liturgica.

Egumeni e padri Spirituali davano più esempi che precetti, più esperienze che formule.

La vita Cenobitica era quella che si conduceva nel Cenobio o Monastero. Ogni Cenobio era autonomo.

In un libro chiamato Tjpikon, erano scritte le Regole del Monastero; l’atto di fondazione del Monastero stesso, l’elenco dei suoi beni, le regole liturgiche e la vita pratica che lo avrebbero dovuto regolare ogni giorno. L’Abate, eletto dai Monaci di ogni singolo Monastero, o designato dal predecessore, era il responsabile della casa.

L’espressione Monaci Basiliani è storicamente impropria.

San Basilio non ha mai fondato un Ordine Monastico.

Ordinariamente i nostri Monaci Calabro – Greci, erano laici. Erano invece Monaci Sacerdoti quelli scelti per la celebrazione dell’Eucarestia e per la Liturgia, a servizio dei fratelli. Lo stesso Egumeno era quasi sempre laico.

Secondo la più antica  tradizione Orientale, il Monaco era essenzialmente laico.

S.Antonio e gli altri Monaci non erano preti.

San Basilio era laico, ma dopo fu eletto Vescovo.

La vita Cenobitica, appariva nelle nostre contrade, fin dagli inizi, accanto alla vita eremitica, in grotte, numerose e anche di difficile accesso.

Ai primi tempi i monaci non avevano proprietà fondiarie, ma esercitavano la più rigorosa povertà. Al loro mantenimento provvedevano col loro lavoro. Le loro esigenze erano minime; qualche libro di Salmi, qualche icona; qualche pelle di pecora o di capra, oppure qualche rozzo indumento per coprirsi. I loro Monasteri erano volutamente distaccati disadorni. Essi vivevano effettivamente distaccati da ogni cosa. Si nutrivano di vegetali, di frutta, di pane, spesso da loro stessi confezionato e di pesce da loro stessi pescato.

La Calabria nel vortice di ricorrenti crisi, debilitata per l’insicurezza, impoverita per le continue spoliazioni e con la sua gente mobilitata in permanenza per una guerra di difesa, ha avuto questi Santi uomini che, con la Fede religiosa, hanno ridato al suo popolo l’entusiasmo per la vita e la speranza per il futuro.

I Monasteri, con la loro laboriosità e solidarietà, erano in grado di offrire a centinaia di persone un pane. Numerose altre persone si associavano ai Cenobi, sia come Monaci, sia come beneficiati. L’ospitalità dei Cenobi, infatti era ampia e obbligatoria, solo che, se prolungata, esigeva dal beneficato, una partecipazione ai lavori della Comunità, perché, la carità non fosse ozio. Così in molti luoghi, attorno ai Monasteri, si formavano paesi, villaggi e casali, che si popolavano rapidamente di contadini”. 

                                   

                                                     Monaco del Monte Athos in visita recentissima ad Orsomarso

 Dal  Belloviderii  

“Nel nostro comprensorio la presenza orientale si diffuse come in tutta l’area Mercuriense con laure, cenobi e monasteri e, soprattutto con la spiritualità molto personale legata alla ricerca interiore, e al rapporto armonioso tra Dio, il creato e l’uomo. Attorno a queste presenze spirituali lentamente si aggregava il borgo.

Questa presenza spirituale, nonostante il lungo e alcune volte violento processo di latinizzazione, resta ancora oggi, a distanza di secoli fortemente radicata nella toponomastica di Belvedere: SS. Annunziata, Santo Stefano, Santo Janni, San Giacomo il Maggiore, S.Nicola Magno, S.Basilio, S.Liberata, S.Andrea, Sant’Elia, Santa Lucia con le sue grotte, S.Antonio Abate, Paradiso. Come anche nelle tradizioni religiose Belvederesi.

Questi luoghi sono per lo più collinari, ed evidenziano il fatto che ormai il litorale era stato abbandonato. Ciò che più di ogni altro obbligò ad abbandonare definitivamente le coste e a stabilizzarsi nell’entroterra o sulle alture fortificate, ridefinendo in questo modo la geografia dei luoghi abitati, furono le frequenti incursioni Saracene sulle coste e persino nell’entroterra della Calabria, specialmente dopo la conquista araba della Sicilia iniziata nel’827”. 

                           

                                   Esempio di insediamento rupestre Basiliano prossimo a quello di Belvedere
 
 

L’intero Mezzogiorno era all’epoca sotto il controllo più o meno diretto dell’Impero Romano d’Oriente che forniva, specialmente a Napoli e nelle zone costiere, la cultura ed i modelli di vita individuale e collettiva.  Le condizioni del popolamento erano molto varie: pianure e coste erano più densamente presidiate da gruppi umani, mentre quasi spopolate erano certe aree interne, perché boscose o aride o più difficilmente accessibili.

 

                                              Centro Storico di Belvedere con in evidenza in giallo la parte bassa
                                                  dell’Area Rupestre interessata dall’insediamento Bizantino.
 

E’ questo quanto accade sul pendio del Belvedere al di sotto di Porta di Mare, in estensione tra S.Antonio Abate, Madonna delle Grazie, Tre Colonne, S.Lucia. La parte più importante di queste testimonianze, le Spelonche Basiliane più significative, nel 1958 sono state murate per un necessario intervento di consolidamento, comunque validissimo e determinante per l’intero Centro Storico; di esse rimangono ancora visibili poche unità.

                               

                                    Centro Storico di Belvedere in basso a sinistra Chiesa di S.Lucia  con la parte della
                                        parete consolidata nel 1958 dove erano presenti le spelonche in successione.
                                
 
                        Spelonche Basiliane- Esempio di successione lineare come nell’area di S.Lucia di Belvedere visibile                                               sino al 1958, prima dell’intervento di consolidamento della parete.
 
 
 
 
 
                        
 
                                  Alcune delle poche presenze rimaste a Belvedere in Area Tre Colonne.
 

Quel che di concreto rimane ancora di questa presenza nell’attuale Centro Storico sono le due chiese di San Giacomo Maggiore e San Nicola Magno a dimostrazione dell’interesse offerto dal poggio alla costruzione di Cenobi e Monasteri da cui si desume facilmente che anche le sedi di Sant’Antonio Abate e della Madonna delle Grazie, prima ancora che questa fosse interessata da un Convento Agostiniano, riguardassero comunità cenobitiche.

                            

                                 

                                

                    Antiche Celle Basiliane del Cenobio della Madonna delle Grazie, ristrutturate dai Frati Agostiniani a                                  ridosso del Chiostro e sulle quali è stato costruito successivamente il Monastero.

San Nicola, (tragicamente dismesso per ignavia dello stesso clero, ed oggi parzialmente demolito ed incorporato nell’Asilo Infantile del Sacro Cuore) nella morfologia di alcuni resti murari limitrofi lascia intuirsi quale Cenobio ed insieme a San Giacomo, nelle prossimità, avrà un ruolo importante per essere stato reimpostato durante gli insediamenti Normanno-Svevi, legando fra l’altro ai propri luoghi la giovane vita del proprio Sacerdote Secolare Daniele Fasanella, ancor prima dell’incontro di questi con Francesco d’Assisi, e la partenza in terra d’Africa nell’ubbidienza del proprio sacrificio.

                                                                                       mauro d’aprile

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