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DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Capitolo V°

CAPITOLO V°  Ruggero II e gli Arabi

 

La ricostruzione dettagliata dei fatti porta a concludere che il successo definitivo dei Normanni diverrà possibile solo nel momento in cui furono realizzati due presupposti: da un lato, la definizione di una precisa identità urbana; dall’altro, la compiuta affermazione di un organismo statale dalle forti capacità di centralizzazione, il Castello!

Con Ruggero II e i suoi successori, l’oscillazione nella dialettica città-castello si arrestò, a tutto vantaggio del Castello e solo allora poté iniziare un autentico processo di integrazione fra fortezza e città, come pure l’amministrazione specializzata. In questo interstizio economico-sociale ebbero gran gioco anche gli Arabi spesso a difesa dei più deboli.

Finita la conquista Ruggero fece seguire una grande tolleranza per i Musulmani. Molti di loro furono arruolati come soldati in reparti speciali nel suo esercito.

La Sicilia ritorna cristiana, ma se furono lunghi i tempi della conquista, furono ancora più lunghi quelli della scomparsa della cultura musulmana: arti, lettere, poesia, il faro di questa civiltà da Palermo si irradiò anche lungo le nostre coste.

Non si contano gli influssi islamici nell’architettura, nella pittura, nella ceramica, nella decorazione per non parlare dei numerosi arabismi presenti nella nostra lingua (libeccio, scirocco, darsena, tariffa, fondaco, gabello, elisir, sofà, zenit, ecc). Quando questa cultura dopo il mille si incontrò con quella normanna nacque la più alta civiltà del medioevo europeo, da cui più tardi derivò quella del Rinascimento.

Anche nell’agricoltura gli Arabi portarono innovazioni: le irrigazioni, colture del cotone, della canna da zucchero, del riso, dell’arancio, coltura della seta, industrie tessili, ceramiche.

Lo sviluppo urbano oltre lo splendore di Palermo e Cordova in Spagna influenza Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta, tutte nell’orbita di Palermo e della Sicilia musulmana.

        

Ruggero II° il Normanno                    Palermo Chiesa della Martorana                Mantello di Ruggero II° d’Altavilla
    Palazzo Reale Napoli                                         Incoronazione
 
 
 
               
              Palazzo Reale Normanno Ruggero II°  Palermo                                Tarì  moneta Araba adottata a Palermo

 

La moneta del califfato era il tarì che aveva corso in tutta l’Italia meridionale ed era imitato altrove. Quando la conquista normanna riunisce questo territorio musulmano ai territori cristiani di occidente, gli scambi si fanno più intensi.

Intorno alla metà del sec. XI le sorti della plurisecolare dominazione bizantina sul mezzogiorno peninsulare erano ormai segnate a favore dei Normanni, che dappertutto si apprestavano a scalzarla per sostituirla con la propria.

 

        

 

Eppure non subiva intralci l’ordinaria amministrazione di alcune metropolie, i cui competenti uffici seguitavano ad osservare le norme del diritto civile e canonico bizantino e perciò a tenere in ordine e aggiornato l’inventario dei beni a vario titolo ad esse appartenenti nel territorio di immediata giurisdizione diocesana o di preminenza metropolitica.

Nel cosidetto brebion, o inventario, della metropolia di Reggio si conserva un repertorio generale delle singole particelle relative a quei beni. Ogni particella riporta la trascrizione autentica dei dati catastali ugualmente registrati, in copia conforme, nei brebia parziali e locali in possesso delle singole istituzioni interessate. Dal brebion della metropolia reggina ci è pervenuto un esemplare oltre a qualche estratto, quest’ultimo desunto verosimilmente dal brebion locale e parziale di quel monastero di Stilo.

                                      

                                                                                             La Cattolica di Stilo

Tale esemplare illustra lo stato dei beni verso la metà del sec.XI, documentando, innanzi tutto, la collocazione della maggior parte di essi della Calabria Ulteriore, da Reggio fino al limite superiore dell’attuale provincia di Catanzaro. Se pur esigue, circoscritte risultano le propaggini ubicate in Val di Crati e nelle terre della Calabria Citeriore prevalentemente latina per le sue tradizioni longobarde, avendola, i Bizantini, riconquistata e ricongiunta in gran parte alla provincia civile ecclesiastica di Calabria, solo dopo la fine del IX secolo.

Certamente non potevano essere indifferenti le ricche produzioni di gelsi dell’intera costa Citeriore Calabra da Amantea a Cirella di Diamante- Maierà. Dal medesimo brebion emerge, in particolare, la varietà delle risorse agricole censite e delle attività ad esse collegate: dalla cerealicoltura alla viticoltura, dalla gelsicoltura alla coltivazione degli alberi da frutta, dallo sfruttamento dei mulini a quello dei boschi e canneti.

Sono risorse ed attività che comportano rendite e canoni per la metropolia, oltre che per le istituzioni ecclesiastiche da essa dipendenti non di rado a titolo di prebenda per i dignitari del clero. I gelsi vi figurano come il principale cespite per l’insieme dei terreni e poderi recensiti.

                                                                                         Pianta di Gelso e Baco da Seta

L’ininterrotta affluenza di monaci e laici, singolarmente o a gruppi, dalla Sicilia verso la Calabria creava, malgrado la divisione politica imposta dalle dominazioni araba e bizantina, osmosi e solidarietà ben evidenti sotto il profilo dell’organizzazione ecclesiastica.

Ne conseguiva una trama di relazioni sociali, religiose e culturali, atta a potenziare il vantaggio della prossimità geografica e a favorire gli scambi economici e commerciali.

Si hanno notizie dell’importazione di derrate alimentari dalla Calabria in Sicilia, sicché non c’è motivo di revocare in dubbio un analogo movimento di merci, fra le quali la seta greggia.

Tanto più che il principale mercato siculo della seta si collocava proprio nel Val Demone, abitato da una popolazione prevalentemente greca ortodossa come quella della quasi prospiciente Calabria e frequentato da mercanti ebrei.

Vale la pena ricordare che l’area sicula maggiormente interessata alla sericoltura era quella orientale, da Siracusa al Val Demone, ove più duratura era stata la dominazione dei basileis e più tenace la solidarietà politica col loro impero, la quale anzi, proprio tra i sec.li X e XI, ispirava forme di accentuata resistenza all’arabizzazione.

E’, dunque, verosimile che parte della seta greggia di Calabria fosse smerciata all’interno dell’impero; ugualmente verosimile è, però, che il grosso finisse in Sicilia.

D’ altra parte, un ulteriore e forse più convincente indizio dello smercio del grosso della seta calabra nell’isola proviene dal già richiamato uso del tarì, la cui circolazione distingueva la Calabria meridionale dai rimanenti territori bizantini del Mezzogiorno.

Usata per gelsi e foglie, la moneta arabo-sicula doveva evidentemente esserlo anche per il loro prodotto finale, cioè la seta: si può, anzi, supporre che la sua adozione rispondesse quasi ad una esigenza di unificazione monetaria fra ambienti di produzione e mercati di esportazione.

Ne consegue che la gelsicoltura della Calabria bizantina traeva certamente incentivo dai traffici col mondo mediterraneo e islamico, mediati dalla Sicilia. La seta era la reale protagonista del brebion. Ricercata e pregiata mercanzia per traffici interni ed esteri, la seta concorreva, con altri prodotti, alla creazione di quella ricchezza, ambita dai sopraggiunti conquistatori normanni.

Il brebion ci consente, dunque, di retrodatare le fasi di avvio della gelsicoltura calabra all’epoca bizantina e alla vigilia della conquista     normanna. Ben note sono, del resto, le successive fasi di espansione e diffusione in tutta la regione. Qui, infatti, questa peculiarità di Bisanzio avrebbe avuto sviluppo nelle connesse attività sericole e, nello stesso tempo, sarebbe attecchita così tenacemente da determinarvi paesaggio agrario ed economia nei posteriori secoli medioevali e moderni.

La gelsicoltura era ormai ben avviata, quando i Normanni sostituirono i Bizantini nel dominio sull’Italia meridionale e gli Arabi in quello sulla Sicilia. Tuttavia la produzione serica di qualità rimaneva appannaggio delle manifatture bizantine, per lo più costantinopolitane, sia pubbliche sia private. Proseguiva una tradizione che identificava le sete più ricercate con le bizantine: chiese e monasteri conservavano tali stoffe e vesti, utilizzandole non di rado per addobbi e usi liturgici.

Pertanto la provenienza orientale e bizantina è certa per i purpurei panni e i teli intessuti di elettro o argento, coi quali il principe Arechi II (759-787) di Benevento fece adornare le reliquie di S. Mercurio; i drappi in lino e con lavorazione in oro che avvolgevano le reliquie di S.Eliano traslate a Benevento da Costantinopoli e ancora quelli della basilica costantiniana del Laterano e de sylphori, lavorata in vesti e intessuta di gemme ed oro dell’abbazia benedettina di Montecasino requisito nell’843 dal principe longobardo di Salerno Siconolfo per utilizzarlo nella guerra contro i Saraceni.

Merita perciò attenzione che Roberto d’Altavilla (il Guiscardo), nell’intento di mettere mani sulla ricchezza dei Greci di Calabria, abbia cominciato la propria avventura con la requisizione di beni, fra i quali i das precious di un ricchissimo signore di Bisignano e di verosimile fattura bizantina. Né sorprende che altrettanto abbia fatto il fratello, Ruggero il Granconte, il quale a Scalea intercettò e sequestrò a scopo di riscatto il carico di taluni mercanti amalfitani, mediatori per professione di gran parte del traffico commerciale fra Bisanzio e l’Italia.

Una volta divenuto duca e signore di terre già bizantine, il Guiscardo si fece, a sua volta, benefattore di istituzioni ecclesiastiche e monastiche, largheggiando in donazioni anche di nomismi e pallia o blattia, le sete bizantine.  Il fatto è che la dinastia degli Altavilla, ormai forte della legittimazione politica acquisita, si avviava in un più o       meno consapevole tentativo di emulazione dei basileis, di appropriazione delle loro prerogative e del loro modello di Stato e di governo. I signori normanni e specialmente il Guiscardo erano indotti  alla mimesi della superiore corte bizantina.

Il mezzogiorno d’Italia era pronto ad accogliere una corte e una regalità non abusive, a fare evolvere sul modello bizantino le istituzioni sorte dalla conquista dei nuovi dominatori. Toccò al re di Sicilia Ruggero II d’Altavilla (1130-1154), figlio ed erede di Ruggero il Granconte, di portare a compimento l’operazione e di promuovere i Normanni da eredi dei sudditi Bizantini ad emulatori della realtà politica dell’Impero d’Oriente.

Tuttavia, per come si è detto, a lui il modello di corte giungeva attraverso la mediazione, non solo di Bisanzio, ma anche del mondo musulmano. Corti raffinate, quelle islamiche, non meno della bizantina e ugualmente aduse allo sfarzo e all’ostentazione delle sete più fini.

Ancorché divenuta normanna, la Sicilia rimaneva congiunta al mondo musulmano, grazie ai vincoli di solidarietà culturale e religiosa ancora tenaci e grazie alla partecipazione alla comune civiltà mediterranea.

E da esso si irradiava anche un modello di manifattura statale sostanzialmente analogo al bizantino, con funzionari califfali incaricati dalle varie e sparse aziende tessili e seriche. I loro prodotti erano costosi e raffinati e per questo ricercati da mercanti dei più svariati paesi.

Sebbene le sete preziose appartenessero all’Officina regia di Palermo, all’OPERATUM IN REGIO ERGASTERIO, nuova traduzione del regio Hizanat at- tiraz (opificio guardaroba arabo), soprattutto quelle della Examita più spesse a sei fili o dei  diarhodon abbaglianti come il fuoco o i verdolini diapistus, venivano importati ed immagazzinati anche quelle appartenenti alle amita, dimita e triamita, stoffe seriche più economiche perché rispettivamente a uno, due o tre fili. L’ Ergasterio, attiguo, anzi complementare con lo stesso   palazzo Reale, permette di cogliere i progressi di una attività divenuta anche tessile e raffinata nel corso del XII secolo, malgrado un inizio ruggeriano che pare limitato all’arte del ricamo e al perfezionamento sartoriale di stoffe preesistenti e tessute altrove.     

Permette, con quell’elenco di stoffe, colori e preziose tessiture, di cogliere l’ascendenza bizantina di una sericoltura che, nel Mezzogiorno d’Italia, aveva preso avvio dalla gelsicoltura illustrata dal   brebion della metropolia di Reggio Calabria.

                                      Trecce e Fili di Seta                               Lavorazione e Prodotto

Il contesto di Belvedere non sfugge a questo stupendo contagio Bizantino – Normanno – Arabo.

Un secolo di tranquillità in un quasi perfetto equilibrio avvalorato da reciproche convenienze legate alla fiorente produzione del baco e della gelsicoltura! Gli approdi di Salerno, Amalfi, Agropoli, Belvedere ed Amantea hanno costituito il nerbo di questo equilibrio ed hanno tracciato la via per più importanti scambi commerciali sino agli albori dei nostri giorni: il secolo scorso XIX°.

Tipico quello del Sale: (I Normanni, durante la loro permanenza impararono a lavorare gli insaccati di maiale salandoli col salgemma che ricavavano dalla miniera naturale di Lungro. Ilsalgemma era trasportato a dorso di mulo usando diversi sentieri di montagna che si chiamavano “salarie”. Quella del Passo dello Scalone divenne un’autostrada del tempo andato, lungo la quale sono transitati tonnellate di salgemma che, dalla Salina di Lungro, rifornivano i porti della costa per poi essere distribuite in tutta Italia).

Superata Mileto e tutta la costa reggina, fatto salve le paludi di S.Eufemia- Lametia e quella del Lao nell’attuale Valle, i terrazzamenti tra Amantea e Buonvicino – Maierà restano i più ricchi e fertili sentieri della gelsicoltura della Calabria Alto Tirrenica. Oggi si direbbe una economia di prodotti di base sulla quale incominciano a determinarsi garanzie e perfezionamenti mercantili, ma anche, controllo e fisco.  Con il rafforzamento della “Rocca” che diviene “Castrobello” si aumenta il potere difensivo della città, ma proporzionatamente cresce la feudalità della giurisdizione sulla popolazione chiamata a corrispondere fisco ed erari oltre che disponibile all’arruolamento  militare in armi e cavalli.

I prodotti e le materie prime vengono tradotte all’interno delle mura, pesi, tare e misure sono i parametri di valutazione della “ricompensa”. Il sistema risponde alla logica di mercato, garantito dall’atteggiamento Arabo, tutto proteso alla difesa dei più deboli ai quali, i musulmani garantiscono protezione col tarì al di fuori del controllo fiscale. Per certi versi è un utile compromesso che conduce con sé l’apprendistato di arti e mestieri nuovi, la matematica, la scienza, la medicina e non ultimo la contaminazione razziale.

Attività Serica in Calabria nel XIX° Secolo- A Belvedere l’attività si è protratta  sino agli anni 40.

“Un equilibrio che produrrà i suoi frutti anche durante le prime vicende storico-politiche immediatamente successive, sebbene gli Svevi apportassero nuovi perfezionamenti al sistema difensivo  castellario e gli Angioini, con la costruzione del primo vero Castello, rovesciandone, non volutamente, la dialettica, ne  determinassero un nuovo assetto, a tutto vantaggio della città”.

                                                                        Mauro D’Aprile

 

 

 

 

 

 

 

 

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