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DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE. Capitolo VI°

CAPITOLO VI°   Gli Svevi  e FedericoII.

Con Costanza scompare, nel 1198, l’ultima discendente della dinastia normanna dei D’Altavilla. Figlia postuma di Ruggero II, costretta per ragioni dinastiche e politiche, aveva sposato, nel 1186 a Milano, Enrico, figlio ventenne dell’Imperatore Federico Barbarossa, della casata Hohenstaufen di Svevia. Con l’unione tra il regno meridionale d’Italia, con poteri anche in Africa, e l’immenso impero germanico che comprendeva gran parte dell’Europa (dalla Polonia e Danimarca fino alla Borgogna) ed il settentrione d’Italia, veniva a formarsi un potere immenso, pur se difficile da gestire in quanto disomogeneo e geograficamente non compatto. Da questo matrimonio dopo otto anni nasceva Federico e Costanza divenuta regina in prima persona, per la improvvisa morte del marito, trovando difficoltà a gestire una situazione in mancanza di una forte autorità, affida il figlio adolescente alla tutela del Papa Innocenzo III°.  Federico viene incoronato a soli quattro anni, con fastoso rito bizantino, nel Duomo di Palermo, re di Sicilia con l’approvazione del Papa. Rimasto solo, dopo la morte della madre, fin da bambino, deve assistere ad un groviglio di complotti, lotte ed intrighi che si erano scatenati nelle varie componenti, normanna e tedesca, sia al loro interno che in contrapposizione tra loro. Nel 1208, a quattordici anni di età, Federico si pone l’obiettivo di recuperare beni e diritti sottrattigli durante la sua fanciullezza e da quel momento non farà altro che contrapporsi con le potenze periferiche e centrali del suo tempo. Il Papa, suo tutore e reggente, finora poco interessato a lui, gli combina un oculato matrimonio con Costanza di Aragona la quale, oltre a portargli in dote un contingente di cinquecento cavalieri per attuare i suoi progetti, vivacizza lo splendore della corte di Palermo. Federico con la crescita rivela le peculiari caratteristiche delle due ascendenze, quali l’alterigia  e la durezza tipiche dei tedeschi e lo spirito audace ed avventuroso dei normanni. Dall’ambiente in cui cresce acquisisce l’intraprendenza italiana, la scaltrezza greca e la sensualità delle donne arabe, assuefacendosi alla tolleranza, osservando la pacifica convivenza di cattolici ed ortodossi con ebrei e musulmani.

Ebbe inoltre il vantaggio di trovarsi in un ambiente stimolante e culturalmente eclettico, affiancato da maestri capaci di avviarlo non solo alla conoscenza di varie lingue (greco, latino, arabo, oltre all’italiano e tedesco) ma anche al piacere dell’apprendimento delle scienze e della filosofia.  

Subito un tentativo di sopraffazione, in quanto ancora debole ed indifeso, da parte di Ottone IV, a sua volta deciso a conquistare il meridione d’Italia, ma che, inopinatamente, dopo aver preso la Puglia e la Calabria prima dell’attacco finale, ritorna in Germania perché preoccupato dalla ribellione dei sostenitori degli Svevi, Federico, ottenuto il sostegno di numerosi feudatari nel 1212  riesce a farsi incoronare re di Germania e, con l’appoggio del clero tedesco,  Imperatore col nome di Federico II° nella Carolingia Aquisgrana. Qui, davanti al sarcofago di Carlomagno, per compiacere il Papato, solennemente annuncia il proposito di voler conquistare i territori della Terrasanta, caduti in mano musulmana.  

Una promessa questa che non immediatamente mantenuta segnò l’inizio di un aspro conflitto fra l’Imperatore ed il Papato, ingenerando sospetti nei prelati con Onorio III prima e Gregorio IX poi. Federico in effetti era tutto proteso all’equilibrio interno fra Meridione e Settentrione Italiano.  

Concesse ai potenti principi tedeschi nuove franchigie, rinunciò alla prerogativa regia di confiscare la loro eredità e di introdurre i dazi. La Germania era infatti caratterizzata da un mosaico di signorie con ampie prerogative in fatto di amministrazione della giustizia e  imposizione di dazi e fiscalità.

 Alcuni principi tedeschi, laici o ecclesiastici, possedevano il diritto di eleggere l’Imperatore ed erano padroni assoluti delle loro terre, salvo un legame di vassallaggio con il signore più potente. Per la qualcosa Federico non tentò mai di instaurare in Germania il centralismo amministrativo ed il potere assoluto che imporrà invece ai baroni del meridione d’Italia, più di quanto potrà fare nel settentrione dove l’autonomia delle città comunali non era inferiore a quella dei principi tedeschi. In Sicilia riuscì a sedare i contrasti emersi ed, ordinato l’arresto di alcuni baroni, impose agli altri la restituzione dei beni e dei privilegi illegalmente ottenuti negli ultimi trenta anni.

Passò quindi ad estendere il dominio su quella zona interna nota come “marca dei Saraceni” governata, al di fuori di ogni controllo, dal capo musulmano Morabit, e, per ritorsione dell’appoggio fornito agli   usurpatori del diritto regio, fece spietatamente deportare a Lucera, in Puglia, consistenti nuclei della popolazione musulmana dedita alla  pastorizia, in conflitto con quella locale, dedita all’agricoltura.

A Lucera Federico stabilirà una delle sue corti e dalla popolazione saracena arruolerà il nucleo più efficace e fedele del suo esercito professionale. In quel periodo l’esercito dei cristiani in Terrasanta, era in difficoltà, pressato nelle sue roccaforti, assediato e sconfitto dopo l’insuccesso della V crociata (1217-1221) bandita da Onorio III e conclusasi con la caduta di Damietta, sul delta del Nilo. Da più parti si sollecitava una riscossa cristiana e, su sollecitazione di OnorioIII, Federico, malgrado l’impegno volto a districare le difficoltà sorte negli affari di  Sicilia, mette a punto i piani di una campagna in oriente.

Ma Papa Onorio III muore prima della partenza della crociata. Gli succede Gregorio IX che insofferente della politica dei tentennamenti, intendendo riprendere il disegno del suo predecessore Gregorio VII, volto a stabilire l’assoluta superiorità del Papato rispetto all’Imperatore, mostra subito un atteggiamento fermo e risoluto, irritato dalla constatazione che, nel governo della Sicilia, Federico non teneva in alcun conto la sovranità della Chiesa. Da qui, dopo il fallito tentativo di avviare una crociata a causa di una pestilenza scoppiata fra le truppe, il pretesto di una scomunica.      

Federico II mantiene finalmente la promessa fatta ad Aquisgrana ed avvia da Brindisi la VI Crociata, senza guerreggiare, ma con patti  con il sultano d’Egitto Al-Kamil recuperò una disastrata Gerusalemme, Nazaret, Betlemme, cingendosi il capo con la quarta corona con il titolo di Re di Gerusalemme, e, per giunta sollevando ulteriori elementi di difficoltà negli intricati rapporti con il Patriarcato di Gerusalemme. Il ritorno sulla scena meridionale di Federico induce il clero ed i feudatari tedeschi a premere per una conciliazione fra i due massimi poteri della cristianità, il Papa e l’Imperatore. Da qui il trattato di San Germano nel castello di Anagni ed inoltre nel 1230, necessitando la situazione in Sicilia  di un intervento volto a rinsaldare l’autorità regia, Federico convoca, per la promulgazione di un importante corpo di leggi, le assise di Melfi(1231). Federico nel corso delle varie assise tenute a Capua, Messina, Melfi, Siracusa, San Germano, cui partecipavano i più importanti ecclesiastici e baroni, ha emanato numerose leggi volte a restaurare un suo modello di ordine regio, disciplinando il sistema feudale in maniera da sottometterlo totalmenteall’autorità regia, ampliando il grado di subalternità dell’aristocrazia baronale e prelatizia. Con ciò segnando la singolarità del meridione d’Italia rispetto all’Europa occidentale.  Nelle leggi si ritrova il meglio delle disposizioni Normanne e Sveve in cui domina il senso dell’assolutismo sovrano fondato sulle norme del diritto giustinianeo. La sua sensibilità verso gli aspetti culturali lo aveva indotto a regalare a studenti e professori dell’Università di Bologna alcuni tesori della sua biblioteca e a riordinare la scuola medica di Salerno con l’istituzione di nuove discipline. Avendo l’ambizione di formare direttamente funzionari, dirigenti e giudici da utilizzare nel suo regno, in contrapposizione all’ateneo di Bologna finito sotto il controllo papale, istituì l’Università di Napoli di cui Pier delle Vigne ful’estensore del Diploma di fondazione. Fu previsto l’insegnamento di diverse discipline organizzate in tre diversi corsi, tenuti dai più dotti maestri del tempo e pagati dal sovrano.

Alla frequenza dei corsi erano accolti giovani stranieri (tra questi vi fu Tommaso D’Aquino) che ricevevano facilitazioni per il soggiorno. L’Università di Napoli, fu la prima a carattere pubblico e divenne il faro di una cultura non condizionata da dogmi. La corte, oltre Palermo, sostava nei palazzi di Melfi, Foggia e Lucera e rappresentava la proiezione visibile della magnificenza del sovrano.

Le corti non erano solo esibizione dell’effimero. Esse erano centri culturali e scientifici dotati di biblioteca plurilingue ed aperte alla possibilità di nuove acquisizioni. L’imperatore, desideroso di conoscere e ricevere risposte ai suoi enigmi, nel rispetto della fede di ciascuno e secondo la tradizione normanna, si circondava di sapienti musulmani, maestri cristiani ed ebrei portatori delle più avanzate teorie del tempo. Le loro occasioni di incontro erano frequenti, serrati e vivaci. Tra loro spiccano l’astrologo Guido Monatti, il matematico Leonardo Fibonacci e Miche Scoto, sotto il cui impulso si affermò, accanto a quella classica, la nuova cultura scientifica.

La cultura greca coinvolse prevalentemente il mondo delle professioni, mentre quella latina, favorita dalla penetrazione nella Chiesa, l’amministrazione.

Federico è artefice di una fitta produzione edilizia mirante a restaurare molti castelli saraceni e normanni ed a costruirne nuovi per affermare il suo controllo su tutto il territorio meridionale.

Scelse di costruire nella zona pianeggiante della Capitanata, presso Foggia ed intorno a Melfi, per noi a Cosenza, spostando il centro di gravità del regno dalla Sicilia al continente.L’architettura militare sveva, succeduta rapidamente a quella normanna, si differenzia da questa innanzitutto  per l’impianto diverso, con torri quadrate ai vertici di uno schema quadrato, anch’esso tutto sommato concettualmente assai semplice, di chiara ispirazione al modello del Castellum romano.  Il modello svevo, si distingue per la pressoché totale indipendenza dai caratteri dei luoghi d’impianto,  ben diversamente da quanto avveniva per le opere longobarde e normanne precedenti.

In questi anni Capo Tirone ed il Passo dello Scalone e di conseguenza Belvedere, collocati al di fuori della traiettoria degli interessi in atto su scala continentale, hanno perso d’importanza. All’incastellamento della città che continua secondo lo schema normanno, anche nei rapporti economico sociali, si affianca il nuovo sistema di Recinzione Sveva, oggi del tutto scomparsa, ad eccezione di alcune porte e due Bastioni, perché assorbita negli edifici postumi.
Sebbene Belvedere non godesse del privilegio di Città Demaniale come Castrovillari, Amantea, Rossano, Bisignano e Cassano e non vi fosse instaurata una Contea come a Catanzaro, Policastro, Crotone, Aiello, Tropea, San Marco, apparteneva a quelle microoligarchie locali come quelle di Luzzi, Fiumefreddo, Amendolara, Brahalla e Saracena, talora esposte a rapida modificazione.
Ed é proprio seguendo le vicende di questi centri che si possono individuare scelte e comportamenti che si affermarono in qual tempo in Calabria, allorché tutto il sistema castellare fu ampiamente restaurato e sorsero per volontà regia anche alcuni nuovi centri abitati come Catona, Monteleone e Rocca Imperiale.
Come per Cosenza, città Demaniale e Capitale del Giustizierato di Val di Crati e Terra di Giordana, fu applicata nel 1220 la Direttiva Imperiale (Castra, munitiones et Turres) anche ad alcuni Borghi limitrofi e non ultime le due località marittime portuali di San Lucido e Belvedere.
E’ stata questa una stagione che registra un notevole sviluppo economico. Il potenziamento di Belvedere nasce su specifica volontà, considerata l’importanza strategica della Città sul versante Tirrenico, avamposto di difesa e controllo su Passo dello Scalone e di approdo per il commercio via mare. Con gli Svevi di Federico II° si accentua il Commercio Marittimo tra Amalfi- Capua e la Sicilia. 
Rifioriscono i commerci, grazie a trattati con Venezia e Genova e si susseguono numerose iniziative come la costruzione del molo di Salerno, il rilancio dell’università di Salerno e di Napoli.

E’ di questo periodo l’insediamento di comunità Ebraiche a Belvedere come in gran parte della Regione, espulsi successivamente dagli Aragonesi. Con gli Ebrei arriva il cedro! Quello di fatturazione e di importazione Libanese, darà risultati qualitativamente migliori nel clima mite della nostra terra. Si incrementano la produzione e l’esportazione.

L’attività edilizia sveva obbedisce ad una politica di grande prestigio e si attua secondo tre diverse categorie di interventi: demolizione, restauro e conservazione, prevalentemente di castelli.

L’opera di demolizione si articola, a sua volta, in due fasi:

una prima identificabile con  l’intento di Federico II di abbattere le fortificazioni costruite nel regno dalle “Universitates” (le comunità cittadine) e dai signori feudali circa quarant’anni prima, per riaffermare l’autorità dello Stato; ed una seconda, voluta da Manfredi, contro castelli e città dimostratesi antisveve (non era il caso dell’intera Calabria), al fine di difendere l’autorità centrale.

L’opera di restauro mira, invece, a rafforzare quasi tutti i castelli costruiti dai Normanni, specie nelle località ritenute strategicamente più importanti, secondo una dichiarata volontà di ristrutturazione  militare del Regno. Le fortezze mantenute in funzione vengono,    quindi, rafforzate ed arricchite di nuovi dispositivi difensivi, come mura più robuste  e di caditoie, merlature e torrette (le lambertesche) agli angoli delle cortine murarie o a difesa delle porte. Un programma molto intenso di consolidamenti, restauri e ristrutturazioni che comprende anche la costruzione di cappelle nelle domus ereditate dal periodo normanno.

E’ da ricercarsi nella caratterizzazione degli impianti, riconducibili agli stili dell’architettura classica ( ed in modo particolare all’assialità del “castrum”, inteso nel suo originale significato) voluto dagli Svevi, l’allargamento della Cinta Muraria, precedentemente realizzata dai Normanni, a Belvedere. Sulla base di precisi calcoli matematici e di geometrie lineari regolari, si effettuano gli interventi sulla stessa, con forte potenziamento difensivo sul versante meno acclive (Sud-Ovest), nella direzione del quale, più tardi, anche gli Aragonesi disporranno l’orientamento difensivo con le due torri principali del loro Castello. In entrambe le cortine murarie di cinta normanne, descritte, assistiamo all’ampliamento verso l’esterno delle stesse, con ricongiungimento su Porta di Mare, che diviene il nuovo riferimento della Nuova Castrum, mentre quella precedente Longobarda perde di significato.

Il Primo Salto viene quasi completamente assorbito per via di nuove costruzioni e il Castellum (Mastio), resta ancora invariato nella  posizione precedente, ma potenziato. Si amplia in direzione dell’attuale Torre, recuperando la proiezione degli attuali garages Rogati, inglobando, presumibilmente, nella Domus la Cappella Orientale dedicata alla Vergine Maria, che la tradizione popolare vuole esistesse a ridosso dell’attuale Castello (Belloviderii pag.62).

La Cortina Muraria si sposta, in direzione Nord: da Clinica Spinelli  su    Casa Scarcello e proseguimento, Siecola, Grossi, esterno Ferraro, esterno Chiisiella, Porta di Mare. Si incominciano ad abbandonare le Tre Colonne.

In direzione Sud: nell’area “dù “Parmint”, Palazzo Leo-Riccio, Franco-Jaconangelo, Mistorni, De Velutis, blocco De Pietro-Franco, Cascini, attuale espansione Clinica, Sabato- D’Alessandro, De Paula, Riccio, Porta di Mare.

Il Castrum Svevo di Belvedere, come in alcuni esempi siciliani dell’XI secolo-, designa un’area sempre meno munita, testimonianza del grado di civiltà raggiunta all’epoca dalla stessa, e si trasforma in sobborgo del fortilizio e della zona più alta e protetta dell’abitato, dai quali é ben controllato e, a sua volta, protetto.

Scompare così la Cortina Muraria della difesa normanna, intermedia, tra il Primo Salto e gli slarghi strategici interni immediatamente sottostanti. Sulla stessa, si articolano altre abitazioni in ampliamento della Città. Sono abitazioni a base quadrata o rettangolare, con materiale locale, con la tecnica di muratura “a sacco”, con dimensione varia dei conci e blocchi di calcare cavati secondo i relativi piani di sfaldatura.  A due piani, con solaio ligneo, e piano superiore adibito ad abitazione; il piano terra a servizi generali quali depositi di derrate, allevamenti del baco da seta, stoffe, botteghe ed attività artigianali (fabbri e maniscalchi).

Il “Castrum” voluto dagli Svevi su precisi calcoli geometrici   secondo le disposizioni delle Assise di Capua e di Melfi conferma la sua assialità. Si aprono le porte in funzione di filtro dell’utenza  ammessa all’interno dell’area protetta e di accesso protetto alla cinta urbana.       

Alla ormai entrata primordiale di Porta di Mare (A) si accompagna Porta degli Orti (B), non quella segnalata un po’ da tutti gli autori,     ma il così detto “Pirciu”, nella stessa direzione di affaccio verso il Cenobio di S.Maria delle Grazie, giacente al di sotto della Cortina    Muraria di Cinta, allo stesso livello altimetrico di Porta di Mare, e di dimensioni proporzionate a quelle Sveve: profondità per la doppia chiusura con doppio ordine di cateratte manovrabili da un locale protetto ricavato sopra l’ingresso.

Una seconda e più interessante porta simmetrica rispetto a Porta di Mare e al “Pirciu” resta, ancora evidente, in località Forno, nel raccordo degli edifici Campilongo – De Paola, in Via S Antonio (C). Giacente anch’essa sotto Cortina Muraria di ampliamento Svevo, con profondità idonea alla doppia chiusura e controllo dall’alto.

Questa Porta resta “intrigante” per la semplice considerazione che nasce appena al di sotto della Casa Fasanella e in parte la narrazione popolare che vuole San Daniele appartenete a famiglia di Esattori: non distante dalle grotte Basiliane, alle quali il Santo era legato e prossima al  Cenobio di San Nicola dove la figura di San  Daniele, quale sacerdote secolare della stessa, fu ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco. Si apre infine, La Porta sottostante S.Maria del Seggio, poi Porta della Piazza che ne sarà il naturale prolungamento solo nel 1600), tra Palazzo De Velutis ed il Tabacchi, con spessore per la doppia mandata ed in perfetto allineamento con la Cortina Muraria Perimetrale del Bastione difensivo, di seguito descritto. Questa Porta che è rivolta verso il pendio di facile scalata diviene il presidio commerciale della Città e sarà con gli Spagnoli avamposto del Dazio prima e successivamente, con opportuno prolungamento, sede del Parlamento.

Porta del Fosso (E), quella in alto sotto Casa Riccio- Mistorni (poi inglobata nell’intervento Aragonese) molto probabilmente trovava il corrispettivo simmetrico in un’altra Porta tra Scarcello e la Clinica Spinelli, in apertura e controllo con l’area di S.Lucia (F).

                                 

                                         

        Dal Belloviderii pag. 81 6.3.c

(Sono di questo periodo anche le due grosse torri o bastioni difensivi, che si aggiunsero alle mura per fortificarle. Sono ancora oggi facilmente identificabili, quella verso est dalla Via Settembre (1), oggi inglobato in una casa privata e quella verso Sud in Piazza Amellino (2), sul quale sarà impostato nel primo settecento il cimitero della Chiesa Madre”.

In effetti, trattasi di torri di fortificazione Sveve sulla Cortina Muraria in ampliamento di quella Normanna e che nella logica delle geometrie, troverebbero, sul versante Nord, simmetria in almeno altre due torri, inglobate successivamente nell’attuale casa Scarcello e Palazzo Ferraro, vista mare(5-6). Risulta difficile l’identificazione delle altre Torri (3-4) simmetriche ed a ridosso delle Porte di S.Maria del Seggio e dù Pirciu. La 3 è desumibile dal corpo avanzato in Piazza Amellino subito dopo il Bar Cipolla, attuale Box Cascini, un Tempo Casa Burza su tre livelli. La n° 4 a ridosso dù Pirciu è chiaramente assorbita fra le abitazioni Sabato-D’Alessandro. Come pure, non riportate, a ridosso di Porta dei Cenobi quella presumibile assorbita in casa De Paula e le due a ridosso di Porta di Mare su ambo i lati, pure  queste assorbite dalle ex proprietà De Velutis.
Le Torri non sono più piene nelle parti inferiori come nelle antiche ma vuote, per  sistemarvi piani a diversi livelli in corrispondenza delle feritoie (le fessure dalle quali i soldati rispondevano con le armi all’attacco esterno) e sopravanzavano in altezza le cortine stesse, delle quali non risulta pratico né economico aumentare oltre misura l’altezza e alle quali non è possibile fornire, in caso di pericolo, altro che pochi difensori. Quelle Sveve sono sporgenti dal piano di facciata, hanno pareti esterne verticali e pianta quadrata e devono, a loro volta, interrompere la continuità della cortina con porte ben robuste, scale fisse o mobili o, ancora, con piccoli ponti levatoi gettati su slarghi realizzati appositamente lungo un camminamento superiore o, infine, con tutti questi accorgimenti insieme.

             Bastione Svevo in Via XX Settembre: : 1) Con successiva sopraelevazione;  
 
 
                                       
                     3) A ridosso della Porta della Piazza            Esempio di Porta Sveva a doppia mandata
                      in allineamento con quella du Pirciu              riscontrabile in quelle di Belvedere
                                            
 
 
                                          
                                    Porta  di  Mare                                           Porta degli Orti (ù Pirciu)

 
 
                                     
                                Porta della Piazza                                 Porta dei Cenobi di S.Lucia  sotto
                                Parte interessata                                      Casa Fasanella S.Daniele) 
                                                                                                    
 
 
                                             
                          Porta del Fosso a ridosso                          Presunta posizione di Porta
                                      Bastione 1                                          a ridosso Bastione Scarcello
 
 
             Daniele  Fasanella     Cittadino e Santo Patrono di Belvedere     
 

E’ durante la fase della “Scomunica” di FedericoII da parte di Gregorio IX, nel contesto di diffidenza verso l’Impero da parte di religiosi cattolici e, dalla esigenza di ripristinare un ordine generale di rispetto della superiorità del Papato, che sulla scia di una grande figura, San Francesco di Assisi, Belvedere conquista il diritto di cronaca agiografica per via di un suo concittadino, martire con altri sei fratelli in Ceuta in Marocco, oggi Città Autonoma di Spagna.

Dalla Prefazione de “I Martiri di Ceuta” di Ippolito Fortino

 “ Fervente di amore divino, il beatissimo padre Francesco desiderava sempre mettere mano ad alte imprese e, camminando con cuore dilatato per via dei precetti di Dio, toccare il culmine della perfezione. Così cinque anni dopo la sua conversione, bramando ardentemente il martirio, volle passare per mare in Siria a predicar la fede cristiana e la penitenza ai Saraceni e agli altri infedeli. Si imbarcò su una nave per recarsi in quei luoghi, ma a causa dei venti contrari si ritrovò con gli altri naviganti in Schiavonia. Vedendosi allora deluso in questo desiderio, trascorso poco tempo, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona di portarlo con loro, dato che quell’anno quasi nessuna nave riuscì a raggiungere la Siria.Così racconta Tommaso Celano nella Vita Prima del Beato Francesco scritta su mandato del Papa Gregorio IX e per la canonizzazione del Poverello d’Assisi, avvenuta poco dopo la mEd egli così prosegue il racconto di quel pellegrinaggio, intrapreso con intenti missionari verso il 1212: “ Così non avendo molto tempo dopo si mette in viaggio per il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Mirammolino e ai suoi correligionari. Tanto era grande infatti il desiderio che lo spingeva, che talvolta lasciava indietro il suo compagno di viaggio per affrettarsi, ebbro in spirito, a realizzare il suo proposito. Ma il buon Dio, che solo per la sua bontà volle ricordarsi di me e di molti altri, quando già aveva raggiunto la Spagna gli resistette in faccia e, perché non procedesse oltre, gli rivolse contro una malattia, richiamandolo dalla strada intrapresa”

“A Francesco d’Assisi, quindi non fu dato di predicare il Vangelo, in terra iberica o africana, al cospetto del Miramamolino, identificabile col Principe dei credenti, amir al-mu’ minin, che allora era il sultano Muhammad al-Nasir della dinastia degli Almohadi. Come ricorda Dante Alighieri nel Paradiso (XI, 100), “la sete del martirio” spingeva il Poverello di Assisi a questi viaggi missionari, esplicitamente previsti nelle sue Regole. Ed egli stesso indicava itinerari e mete ai suoi      discepoli con vocazione evangelizzatrice in partibus infidelium: itinerari e mete che potevano favorire anche il conseguimento del martirio, culmine della perfezione e santità.

A sette di loro, che la tradizione agiografica ritiene originari della Valle del Crati, toccò appunto la palma del martirio in terra d’Africa, a Ceuta. Il loro martirio cade il 10 Ottobre 1227, appena un anno dopo la morte del fondatore del loro Ordine.Si inscrive in un contesto cronologico e geografico che è quello della riconquista cristiana della Spagna e dei conseguenti tentativi di recuperare alla cristianità città e terre d’Africa, soggette alla dinastia degli Almohadi al pari  di gran parte dell’al-Andalus, del territorio iberico sotto la sovranità islamica. Erano tentativi che si avvalevano anche delle vie aperte dai traffici commerciali e dai mercanti”.

“I nostri perciò sono detti martiri di Ceuta, e loro corifeo è San Daniele, ministro della Provincia della Calabria dell’Ordine dei Frati Minori. A precederli erano stati i cinque protomartiri francescani, caduti a Marrakech, la capitale degli Almohadi, il 16 Gennaio 1220, quindi mentre era ancora vivo San Francesco d’AssisiPerciò i martiri di Ceuta sono stati talora confusi con i protomartiri, fra i quali è stato annoverato specialmente san Daniele. Comuni ai protomartiri di Marrakesh  ai loro emuli di Ceuta sono, d’altronde, il  teatro del martirio, il Maghreb al-Aqsà, e le ragioni e le circostanze di una testimonianza cristiana eroica fino allo spargimento del sangue. Il martirio tanto degli uni quanto degli altri costituisce, in ogni caso, l’esito di un approccio evangelizzatore agli ambienti islamici  disposti ad ascoltare volentieri tutti i predetti Frati minori quando predicano la fede di Cristo e la dottrina evangelica, ma  non accettano la confutazione della loro, pronti  per questo a trucidarli”.E’ innegabile che il substrato culturale della religiosità calabrese, col suo spirito di austerità e di povertà, abbia influito nell’affermazione del francescanesimo in maniera molto rapida sin dalle origini, se è vero come è vero, che esso raggiunse questa regione durante la sua prima fase di espansione, per mandato dello stesso fondatore e che mai altro Ordine di mendicanti in tutto il Medioevo raggiunse l’importanza e l’ampiezza dell’Ordine dei Minori.

Al di là della disputa sui documenti dei Sette Martiri restano  inconfutabili alcune date e alcuni eventi: quella del 1217, anno della fondazione delle Province madri dell’Ordine Francescano e di cui la Calabria faceva parte; che la stessa ebbe un Ministro immediatamente e che dalla Diocesi di Faenza, villaggio S.Andrea si era portato Pietro   Catin su mandato di Francesco di Assisi per ammettere nuovi candidati all’Ordine, quindi quale Primo Ministro Provinciale; storicamente fondata è la data del 1220 dell’inizio di costruzione del Protoconvento di Castrovillari sempre ad opera del Beato Pietro Catin da S.Andrea; che se non nel 1221 comunque in un Capitolo tenuto a Castrovillari (1224-25) S.Daniele fu “Minister Calabriae” e come tale diede vita alle più importanti comunità conventuali di Corigliano, Acri, Bisignano e che nel 1227 avvenne la decapitazione in Ceuta.

Sebbene ancora in gran parte resta velata la origine del movimento francescano in Calabria, la sua diffusione in ambiti sociali, oltre che territoriali, in cui persistevano tenaci forme di vita religiosa ispirate alla tradizione bizantina e alla spiritualità del monachesimo greco ed orientale, trova riscontro. Non è un caso che  S.Daniele è Sacerdote Secolare in San Nicola Magno e come tale nella stessa viene ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco, e, non è un caso se i  nomi dei suoi compagni sono evocativi di quelli di personaggi vissuti in Calabria Settentrionale in pieno X secolo, nel fervore di San Nilo da Rossano.Una rispondenza segnalata da molti scrittori di storia calabrese che molto presto individuarono nel terreno già dissodato dal monachesimo greco e nel clima spirituale profondamente permeato di gioachimismo ( la parola di Gioacchino da Fiore (1135-1202) le radici del successo del francescanesimo in Calabria, che significativamente è l’unico tra gli ordini mendicanti a diffondersi fin dalle sue origini in questa regione.E se, in effetti, il monachesimo greco in epoca normanna snaturò la sua originaria identità, accettando sempre più sostanze e prerogative feudali, le tradizioni ascetiche restarono una caratteristica peculiare della regione e furono rinvigorite dal nuovo Ordine Florense, originatosi da una costola del già severo Ordine Cistercense.

Il monachesimo greco, all’inizio eremitico, era sorto e si era affermato all’insegna della povertà, che diventerà poi la sposa prediletta di S.Francesco. Le origini francescane hanno precisi punti di riferimento all’ascesi praticata da S.Nilo da Rossano e dalla moltitudine dei monaci greci della Eparchia monastica del Mercurion alla confluenza del mondo greco con quello latino, appunto nella estremità nord-occidentale della  Calabria.

Resta mio personalissimo convincimento che, nel rapportarci all’epoca degli avvenimenti, fatto salvo le sterili e ormai devianti enfatizzazioni perpetuate in epoche successive da parte di famiglie ed agiografi locali, soprattutto Belvederesi, proprio nelle caratterizzazioni storiche del passaggio Normanno-Svevo, della nostra Città, è da ricercarsi la presenza di una figura come Daniele.

I diversi fattori, considerati da taluni autori, sul significato di queste missioni francescane in terra africana, quale soprattutto, stando ai documenti papali, il lavoro rivolto alla cura spirituale dei cristiani viventi in quelle terre per necessità di lavoro, il commercio, o perché ridotti in schiavitù e nei confronti dei musulmani, una semplice testimonianza, richiedevano una dimestichezza relazionale specifica con questo mondo. Daniele, cresciuto in una fiorente area di scambi e commerci quale Belvedere, con le coesistenze etniche stabilite dai Musulmani e Normanni, felicemente confermate da Federico II, nei garantiti movimenti via mare allora frequenti con la Toscana, la Spagna ed i paesi musulmani, scopre una naturale disponibilità. Già incline alla vocazione,  quale Sacerdote Secolare in S.Nicola Magno, contestualmente  sposava, come S.Francesco, la sostanza della povertà di quel monachesimo greco, all’inizio eremitico nei diversi cenobi o laure presenti a Belvedere, in luoghi non distanti dallo stesso S.Nicola, reimpostato dagli stessi Normanni e conservato dagli Svevi.

Per come si è visto, l’attenta analisi dell’evoluzione strutturale della Città, comporta lo smantellamento di alcune credenze sorte sul tentativo, da parte di Famiglie Patrizie nelle diverse epoche, di accreditarsi la presenza del Santo in taluni luoghi di propria appartenenza ma conferma, sorprendentemente, tali altri possibili fatti legati allo Stesso, scaturiti proprio dalle leggende popolari.

a) La iniziale vita eremitica di Daniele è da ricollocare a ridosso delle spelonche già basiliane di S.Lucia;

 b) La famiglia di appartenenza resta incerta.

La presenza di un ceppo Fasanella, di antichissima esistenza, secondo alcuni, se  ricollegata ad una abitazione, a Belvedere, risalirebbe appena al XVI° secolo. Resta il fatto comunque che la stessa Famiglia ha inteso riproporre l’appartenenza al Santo esponendo quale Stemma sul Portale e Blasone di Famiglia quello della Confraternita dei Cappuccini. 

 

In coerenza risulta attendibile la considerazione di una reimpostazione della stessa Casa del Santo voluta dai Fasanella su precedente struttura non a caso in prossimità di una Porta Sveva (parte finale del capitolo) avvalorando la tesi popolare di un coinvolgimento della famiglia del  Santo nel controllo di attività agricole produttive (Vino, Olio, Frumento). Ricchi esattori dediti al prelevamento del fisco per conto dell’Universitas le cui entrate andavano sprecate in gesta imperiali che non sono negli interessi della popolazione e fra l’altro contro la saggezza precedente Normanna. Da qui il probabile moto di ribellione del Santo che abbraccia anche nell’esempio S.Francesco.

 c) Un embargo per la Toscana e, quindi Ceuta, non dal naturale,  troppo esposto, porto  ufficiale di Capo Tirone, ma da scogliera successiva via Nord,  da allora  detta  Scogli Horemus.

               

                 Punto di contatto tra la Porta dei Cenobi
                     di S.Lucia e la Casa Fasanella
 
 

 Nota:

Oggi San Daniele, Patrono di Ceuta, ed i sette Martiri sono venerati in una stupenda città autonoma di 78.000 abitanti sotto presidio regio Spagnolo, in terra marocchina, a ridosso dello Stretto di Gibilterra.

Chi scrive ha avuto modo, nelle vesti di Sindaco di Belvedere, di essere ricevuto dal Governatore di Ceuta e dalla Confradìa de San Daniel in ricambio di una loro visita a Belvedere nel 2005. Gli unici ed ultimi contatti epistolari fra la Confradia e la città di Belvedere risalgono al 1951 per opera del Prof. Jaconangelo Umberto e squisitamente ripresi nella pubblicazione di don Alejandro Sevilla Segovia, Canciller del Obispado de Ceuta nonché Doctoral de la Catedral: “Raices Historico-Religiosas de la Ciudad de Ceuta”.

       

        Il Testo di Don Alejandro                           la Statua del Santo Patrono
                                                                                   nella Cattedrale di Ceuta

Un testo scritto prima della venuta dello stesso Sacerdote in occasione della visita del 2005, comparato ai documenti ufficiali sul Santo ed i Sette Martiri, in cui traspaiono ancora intatti i ferventi desideri religiosi di voler identificare, a distanza di Secoli, il reliquario dei martiri, anche dei protomartiri di Marrakesh, proprio in Ceuta, nel cimitero cristiano dei presidi genovesi, spagnoli e marsigliesi di Alfondegha. Sebbene è quasi certo che, immediatamente dopo, per un   intervento di un infante Portoghese, nel 1251, le stesse possono aver seguito le rotte del Portogallo o della Spagna (per questo, la devozione nella grande città di Braga ed in molti paesi degli stessi).

A Braga (Portogallo) nel Breviario della Santa Chiesa si è inoltre proceduto a:

Leon X concedio à la Orden de San Francisco, en el ano 1516, que celebrase à estos santos martires fiesta solenne de doble mayor. Fr.Juanetin Nino advirtio que en el Breviario de la santa iglesia de Braga anda errada el numero de los anos en que los santos martires padecieron, y que donde dice en la era de 1221 debe decir 1227 anos. Anche a Braga si conferma: “ Desués de degollados, no content os con esto los moros, les despedazaron las cabezas y los cuerpos y los arrastraron por la ciudad con grande algazara, como en venganza de su Profeta. Tùvose  por cosa de milagro que pudieran salvarse algunas de sus reliquias, las cuales fueron honrosamente sepultadas en el barrio de los genoveses, pisanos y marselleses, obrando nuestro Senor por intercession de sus siervos grandes maravi.

La memoria de estas reliquias se perdiò con el tiempo, quedando sòlo viva la de su martirio, que pasò à la letra, como hemos dicho, el dìa 10 de Octubre, aunque el Martirologio Romano hace memoria tal dìa come hoy”. De la traslacion que da estas reliquias se supone hecha en Espana por un infante de Portugal dice el mismo historiador que no queda memoria cierta en los libros de la Orden”.

Ma è anche la conferma della possibilità che parte delle reliquie, consegnate a marinai genovesi e pisani, siano giunte sino a Belvedere. I mercanti cristiani occidentali recuperarono i miseri resti e li seppellirono nei sobborghi di Ceuta. In seguito le ossa furono trasferite in Spagna, ed oggi sono venerate nelle città di Spagna, del Portogallo e dell’Italia, vantando, ognuna di essa, qualche reliquia. Oggi, l’anelito di Ceuta e l’attaccamento al Santo, venerato nella sua Cattedrale, ci mortifica! :

 Yo tengo por sin duda que oi Ceuta conserva este precioso tesoro; i q’los autores, i breviaros referidos se equivocaron con los cinco Martires de la misma orden, q’por Ceuta truxo a Hespana el infante de Purtugal Don Pedro. Tubieron ocasion para enganarse, pues ambos martirios suciederon un ano tras otro, i ambos tuvieron tanta correspondencia con Ceuta como visto.”

                        La Cattadrale di Ceuta                Palazzo del Governo                                             

                              Delegazione di Ceuta  a Belvedere Convento S.Daniele
                              Delegazione di Belvedere a Ceuta Palazzo del Trono

                   

                                                             Immagini di Ceuta                             

    

     

             San Daniele a BUENOS AIRES (Argentina)

 San Daniele, per volere dell’AssociazioneBelvederese in Buenos Aires (Argentina) che rappresenta circa duemilacinquecento emigrati, viene festeggiato la prima Domenica di Novembre per consentire alla delegazione Italiana di raggiungere Buenos Aires dopo i festeggiamenti in Belvedere del 13 Ottobre.

L’Associazione nasce in Buenos Aires (provincia di San Martin per iniziativa di un Comitato di concittadini residenti in Argentina il cui Atto Fondativo è firmato dai Signori:

Bandito José, attualmente Presidente, Ricetti Vicente, Impieri José, Lancellotta Pasquale, Giuseppe Di Mario, Biondo Livio, Scoglio Aldo, De Luca Ciriaco, Eugenio Sangregorio, Francesco Scannavino, Territo Ciriaco, Pantano Francisco, Casella Eugenio, De Luca Salvador, DeLuca José, Lancellotta Antonio, Piccolillo Franco, Martorello Ciriaco, Martorello Mario, Grosso Angelo Rosario, Adorneto Vicente, Grosso Luis, Donato Juan, Biondi Ciriaco, Laise Francisco, Lancellotta  Ana Maria, Impieri Carlos.

L’Associazione, anche col contributo generosamente offerto da cittadini di Belvedere di cui in particolare  si sono distinte le strutture sanitarie di Tricarico-Rosano e Cascini con specifica dedizione di Lillino Daprile, acquista con Atto Notarile un terreno su cui progetta e realizza la Chiesa, sulla falsariga del Convento dei Cappuccini di Belvedere, ed una Struttura Sociale Polivalente “Giardino materno infantile Bilingue”, quale luogo di convergenza della Comunità Italiana e Centro di Aggregazione con Assistenza di bambini Locali. Lo spirito dell’iniziativa è fortemente  sentito dalle Autorità Argentine che trovano nel Presidente Ivoskus la volontà di stringere un sodalizio gemellato fra le Città di San Martin e Belvedere.

La Visita del 2004 riferita alle immagini, ha consentito la stesura del primo Atto Ufficiale del Protocollo d’Intesa cui si è dato seguito con l’attribuzione di una Sede di Rappresentanza dell’Associazione Belvederese in Argentina in Palazzo Nastri nel nostro Comune.

     Rappresentanti Legali dell’Associazione a Belvedere restano:

     Lillino D’Aprile e Cappellani Antonio.

Assistente Spirituale delle manifestazioni religiose resta designato Padre Francesco Scannavano, già Padre Provinciale,  che dal 1987, subito dopo la sua parentesi Missionaria nella Repubblica  Centroafricana, e sino alla sua scomparsa (2006) ha seguito la delegazione cittadina di Belvedere, officiando i riti religiosi dei festeggiamenti.

    

                                                                          Mauro D’Aprile

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