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QE di Draghi

ROMA - “Troppo tardi” hanno subito detto scettici e oppositori, in buona parte tedeschi: “I tassi d’interesse sono già bassi”. “Meglio tardi che mai” hanno ribattuto quelli che il quantitative easing lo reclamano da anni, soprattutto anglosassoni: “L’economia europea ha bisogno di una sferzata, anche psicologica”. Ma il Qe non è solo parole: sono 1.140 miliardi di euro già sicuri, che potrebbero essere molti di più, perché Draghi ha detto che ci si fermerà solo con l’inflazione in vista del 2%. La caduta dell’Europa in deflazione ha reso possibile una svolta storica, rivoluzionaria, che proietta la Bce su un terreno finora proibito.

Roba esplosiva. Quantitative easing significa allentamento quantitativo della politica monetaria, realizzato non riducendo i tassi d’interesse, che sono già a zero, ma aumentando la quantità di moneta in circolazione. Tradotto in parole semplici, si capisce subito che è roba esplosiva, che calpesta convinzioni coltivate, soprattutto in Germania, per decenni. Il Qe lanciato ieri significa, infatti, stampare moneta per comprare titoli e debiti di Paesi straindebitati. E’ l’equivalente della tosatura di oro e argento dalle monete nelle monarchie di una volta o della stampa di carta moneta in tempi più recenti. Ora la moneta è elettronica, un bonifico via Internet, ma il risultato è lo stesso. La teoria dice che farà ripartire i prezzi e l’inflazione. Il paradosso è che potrebbe non riuscirci.

Il primo anello.
Con la moneta appena creata, Bce e banche centrali nazionali rastrelleranno sul mercato secondario  -  cioè presso banche, fondi pensione, assicurazioni, fondi di investimento  -  titoli, soprattutto di Stato, perché questo è il titolo più comune in Europa. Inizia qui la catena di effetti positivi che si aspetta Draghi. Il primo è l’irrobustimento delle finanze pubbliche dei Paesi più deboli che vedranno ridursi gli interessi sui loro titoli, grazie alla nuova domanda, e svanire le paure di attacchi speculativi, dato che c’è la Bce con la sua potenza di fuoco in campo. Ma il rastrellamento di titoli pubblici spinge anche i fondi e le assicurazioni che li hanno venduti a comprare altri titoli, azioni o obbligazioni, facendo salire anche quei prezzi e generando così un profumo di “effetto ricchezza”.

La lezione americana. Non finisce qui: il rialzo dei prezzi di titoli pubblici e privati messo in moto dal Qe rende quei titoli meno appetibili sul mercato internazionale. Gli investitori preferiranno impiegare i loro soldi altrove. Dunque, venderanno euro per comprare altre valute. L’euro si deprezzerà, ma un euro meno caro favorisce le esportazioni. Il risultato combinato dell’”effetto ricchezza” e dell’export più vivace è uno stimolo che dovrebbe rianimare l’economia, fermare la caduta dei prezzi e riavviare un po’ d’inflazione. Questo dice la teoria. Non è detto che funzioni. Fra il Qe all’europea e quello americano c’è una differenza importante, che riguarda i meccanismi del credito. Negli Usa, le aziende si finanziano per il 20% attraverso le banche e per l’80% sul mercato, emettendo azioni e obbligazioni. La Fed poteva alimentare l’attività delle industrie comprando direttamente i loro titoli. In Europa, la proporzione è rovesciata. Le aziende si finanziano per l’80% attraverso le banche e solo per il 20% direttamente sul mercato. Il risultato è che un rilancio degli investimenti e dell’attività deve passare attraverso le scelte delle banche, tuttora restie ad allargare le maglie del credito. Il Qe può naufragare qui, di fronte alla riluttanza delle banche.

Vantaggi per le banche. Tuttavia, lo stesso Qe fornisce agli istituti di credito condizioni eccezionalmente favorevoli. Comprando in massa titoli di Stato, Draghi smobilita portafogli di dubbia solidità nei forzieri delle banche, per esempio italiane. Allo stesso tempo, facendo salire le quotazioni in generale di tutti i titoli, il Qe fa salire anche il valore delle riserve e delle garanzie collaterali, aumentando la quota di risorse che le banche possono liberamente prestare. Molti pensano che il Qe sarebbe stato assai più efficace uno o due anni fa, quando i tassi d’interesse erano più alti e l’offensiva della Bce, oltre agli effetti sul mercato dei titoli descritti prima, avrebbe anche ridotto il costo del denaro. Oggi, i tassi sono vicini allo zero, anche se margini di riduzione, nei tassi effettivamente praticati a imprese e famiglie, vi sono ancora. Tuttavia, quello che è vicino allo zero è il tasso nominale. Aggiungetevi il calo generalizzato dei prezzi e un prestito con un tasso nominale dell’1%, se c’è una deflazione dell’1 per cento ha un costo reale del 2%. Se il Qe fa salire i prezzi, tutto si rovescia. Un prestito con un interesse dell’1% e un’inflazione dell’1% ha costo reale zero.

Costi quel che costi. Tutta questa catena di effetti era stata in larga misura anticipata dagli operatori, come si vede dagli spread e dalle quotazioni dell’euro, già scese ai minimi da molti anni. Non deludendo le attese, Draghi ha evitato pericolose ritorsioni dei mercati. Da marzo in poi, quando il Qe sarà operativo, diventeranno decisive le nuove aspettative degli operatori, modellate dalle scelte compiute ieri. Due sono centrali. L’entità degli interventi, per almeno 1140 miliardi che è superiore alle attese, ma, soprattutto, non ha un tetto. Perché, ha detto Draghi, il Qe continuerà fino a che l’inflazione europea non sarà tornata sulla traiettoria del 2%. E’ il passaggio più importante, che l’Fmi aveva chiesto esplicitamente alla Bce: un avviso esplicito ai mercati e un impegno netto, senza condizioni e scadenze, a dire che sul Qe non si torna indietro fino a che non si sarà raggiunto l’obiettivo. Una riedizione aggiornata di quel “costi quel che costi” che, due anni fa, salvò l’euro.

bce

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