Stampa articolo

DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Capitoli VIII° e IX°

CAPITOLO  VIII°  Gli Aragonesi

 Anche Belvedere andò incontro a distruzione in una fase di contesa dinastica che riguardò lo scontro tra Alfonso V D’Aragona, già re di Sicilia (1416), e Renato d’Angiò figlio della regina Giovanna e fratello di Luigi III, scomparso poco prima.

Nel periodo immediatamente successivo al suo insediamento in Sicilia Alfonso vi fece trasferire numerosi funzionari spagnoli che, avendo ricevuto facoltà decisionale, garantirono iniziative imprenditoriali e politiche.

Queste contribuirono a vivacizzare economia e commerci, consentendo, al contrario di quanto avveniva nel meridione peninsulare, alle grandi città siciliane una vivace ripresa che, incentivando l’urbanizzazione dalla campagna dove diminuiva il bisogno di mano d’opera per colture intensive, colmando il calo demografico, determinatosi con la peste del 1348. Alfonso era riuscito a legare a se l’interesse della aristocrazia aumentandone i privilegi, col risultato che alcune famiglie stabilirono una autorità, talvolta assoluta, sui loro territori. Egli basava il suo potere sulla nomina di funzionari che lo rappresentassero, introducendo alla maniera aragonese, una forma di patteggiamento che, oltre a regolare i rapporti tra corona e sudditi al fine di consentire a questi una maggiore possibilità di difesa, rendesse più agevole il controllo dei territori.

Non diversamente le cose andarono a Napoli dove, però, Alfonso si vide costretto a legittimare le usurpazioni baronali senza assicurarsi, in contropartita, la lealtà. In questo senso e per queste ragioni non tardò già in fase  di preparazione all’assalto di Napoli (1442) di punire la incoerenza filo-Angioina di Belvedere e dei Sanseverino (1439), appartenendo il Feudo alla Sicilia.

Ma la posta di Belvedere, baluardo della Calabria Citra, per Alfonso era tutt’altro che la sua distruzione. Il ricongiungimento di Napoli al Regno di Sicilia e di Spagna avrebbe significato l’inizio di un grande disegno.

Fu una cruenta guerra navale combattuta fra le flotte genovesi schierate, insieme al papato ed al duca di Milano con Renato in contrapposizione ad Alfonso, appoggiato dai maggiori feudatari del Regno. Dopo una prima vittoria genovese, il mutato atteggiamento di Filippo Maria Visconte duca di Milano consentì ad Alfonso di articolare su vari scenari la vittoria: Gaeta, Ponza, Procida, Salerno, Agropoli, Belvedere erano i presidi Angioini da sottomettere sul mare, mentre su  terraferma Aversa e Sulmona. Alfonso con l’ultimo assedio a Napoli si insediò nel febbraio del 1443. Il regno di Napoli, nel 1443 comprendeva tutto il meridione continentale che, dallo stretto di Messina si estendeva fino al Tronto, confine con i possedimenti del papato.

Pur avendo ricevuto la successione di Filippo Maria Sforza, Alfonso si tenne ai margini delle vicende italiane nelle contese tra gli Sforza e le città di Firenze e Venezia. Il suo interesse era rivolto a consolidare, attraverso un accordo con Firenze del 1450, la presenza aragonese sulle coste toscane per poter controllare il Tirreno al fine della realizzazione di un suo “progetto”.

Questo, rifacendosi ad una visione più prossima a quella dinamica dei sovrani normanni e svevi che guardavano all’Oriente e, differenziandosi dalla posizione statica dei suoi predecessori aragonesi, mirava alla creazione di un mercato unitario composto da domini occidentali (penisola iberica, Napoli, Sicilia e Sardegna) da inserire in un ampio contesto politico economico che coinvolgesse anche l’Impero Orientale, verso cui il Meridione rappresentava un trampolino.  Risultava pertanto strategicamente privilegiata la scelta di Napoli quale centro operativo internazionale di una comunità economica, alimentata dalla produzione agricola italiana (Puglia, Calabria, Sicilia) e da quella industriale, tessile e navale, aragonese da contrapporre ai concorrenti genovesi e fiorentini, favorendo al contempo l’attività dei banchieri catalani a Napoli e di quelli pisani in Sicilia.

Ed anche se la conquista di Bisanzio (1453) da parte dei Turchi veniva a dividere in due  blocchi contrapposti lo scacchiere mediterraneo, non fermava le mire di Alfonso che, pensando ad una crociata per la conquista, da occidente, dell’impero orientale, continuava ad ambire la unificazione delle potenze mediterranee.

Ma una pace (Pace Italica, Lodi) concordata tra Milano e Venezia e che coinvolgeva anche i Turchi e Firenze, indusse Alfonso a sottoscriverla (1455).

Alfonso ricevette, per il patrocinio delle arti, da Spagnoli e napoletani il soprannome di “magnanimo”, sebbene questo titolo fosse meno giustificato in Sicilia dove, pur se fece nascere a Catania la prima università, il suo tempo appare interessante, solo se rapportato al vuoto dei due secoli precedenti. La Sicilia come la Calabria, infatti poco contribuirono al Rinascimento e gli uomini migliori furono costretti ad emigrare. Le fonti di reddito erano le medesime del tempo normanno. Egli promosse una razionale centralizzazione delle strutture relative al complesso dei domini, istituendo a Napoli sia la Cancelleria generale, mantenendo nei vari regni uffici periferici per l’ordinaria amministrazione, sia l’Ufficio per la Conservazione del Patrimonio e del Demanio Regio, attribuendo a funzionari spagnoli gli incarichi più significativi. Avviò una riforma fiscale ispirata alla razionalizzazione del prelievo ed alla individuazione dei soggetti fiscali che comportò un aumento delle entrate. Moriva (1458) senza poter completare il suo “progetto”. Progetto che dettò i primi principi ispiratori per la ristrutturazione di Belvedere con la sua Rocca, per un ampio sistema difensivo che attrasse l’arguta intelligente attenzione di Frate Francesco da Paola, il quale, passando da Napoli, in occasione del suo trionfale ingresso nella città partenopea, per raggiungere la Francia dove morì, nel prevedere lo sfondamento ad opera dei Turchi su Otranto (1480), segnalò la esigenza di un rafforzamento dell’Alto Tirreno alla Corte di  Ferrante (Ferdinando I D’Aragona).

E’ questa l’ultima attenzione dell’interesse giocato da Belvedere su circuito nazionale e continentale. Le vicende storiche successive, quelle sul piano economico sociale, della crescita e dello sviluppo,  perfino durante il Rinascimento, la presenza francese ed il Risorgimento, la vedranno, nel contesto più generale della Calabria e del Meridione, relegata ad un ruolo marginale improntato ad un bieco “baronaggio” del permanente sistema feudale.

A tutti questi grandi mali non si sarebbe giunti, se quelle terre infelici non fossero state dominate dal più egoistico baronaggio di un   sistema feudale che impiantatosi assai tardi con la conquista normanna, si sviluppò rigogliosamente in tutto il regno e in Sicilia, tanto sotto gli Svevi quanto al tempo degli Angioini, dando vita ad una  casta nobile, in parte anche di origine tedesca o francese, la quale occupò enormi estensioni di territorio, e, arricchitasi, cercò con tutti i mezzi di rendersi indipendente dal sovrano, mantenendo il regno in uno stato di quasi continua anarchia. La grande potenza della classe feudale impedì che si affermasse nel Mezzogiorno quella borghesia cittadina, che in Lombardia e in Toscana aveva preso la direzione della cosa pubblica(Città Municipali).

Col perdurare dell’ordinamento feudale si aggravarono presto anche le condizioni economiche del regno. La servitù della gleba, le corvées, i balzelli gravarono la popolazione campagnola, impoverendola fino all’esasperazione: i soprusi e le violenze dei feudatari provocarono la fuga dei contadini verso i centri abitati; la scarsa sicurezza fece disertare i campi, che, abbandonati dai coltivatori, si trasformarono in terre da pascolo, prive di case, infestate dalla malaria e più tardi dal brigantaggio. La nobiltà impoverita per la diminuzione dei redditi agricoli, non poté più retribuire la mano d’opera necessaria alla coltivazione, e così il problema del latifondo, incolto e malarico, si levò fino a minaccia di tutta la vita economica del Mezzogiorno.

Il precario equilibrio su cui si reggeva l’intero edificio, fra forze baronali e corona, fu compromesso in un processo di lunga durata, in cui una parte non trascurabile fu giocata da funesti effetti finanziari delle guerre sempre più onerose con i Musulmani, (affacciatisi prepotentemente nuovamente nel Mediterraneo con scorrerie), e quelle sull’amministrazione della stessa rete castellare.

Al termine dell’evoluzione, la periferia ha preso il sopravvento. Il rapporto fra città e castello, a lungo favorevole a quest’ultimo, si è rovesciato.

Gran parte delle città con l’urbanesimo perdono l’esigenza dell’arroccamento feudale in ragione dei nuovi meccanismi di  controllo e di scambio commerciale. I feudi sono assegnati non solo per meriti militari ma per servizi offerti al regno.

Retta da un Governatore per la giustizia e l’ordine pubblico Belvedere, insieme a poche altre città, va incontro sotto gli Aragonesi  ad una massiccia e significativa ristrutturazione della propria ossatura difensiva attraverso un Complesso Castellario autosufficiente, a tal punto, da rendere disponibile la  Cortina Muraria di Cinta della vecchia Castrum e consentire, su di essa, la costruzione di quasi tutte le abitazioni patrizie, con preponderanza sulla parte alta della città (Primo Salto Normanno-Svevo).

                         

CAPITOLO IX° Arabi Ottomani    

Il motivo di questa scelta è, per come vedremo legato ad una strategia difensiva territoriale su vasta scala che interesserà l’intero Meridione.

Nuovamente Belvedere si riconferma punto nevralgico del sistema geo-politico, nella regione Alto Tirrenica Cosentina ed ancora una volta per ragioni, su scala continentale, legate ai pericoli provenienti dal mare: gli Arabi dell’Oriente Ottomano. Il periodo più cruento delle attività barbaresche per le popolazioni italiane si ebbe in concomitanza con le guerre d’Italia del XIV° e XV° secolo, quando i musulmani maghrebini (barbareschi: termine dietro il quale si celavano arabi, berberi, turchi e rinnegati europei), alleati della Francia, indirizzarono le loro scorrerie verso le flotte e le coste del meridione d’Italia, all’epoca sotto il dominio dei Re di Spagna.

Proprio sotto Carlo V, incoronato a Bologna, il 24 febbraio 1530, da Papa Clemente VII imperatore del Sacro Romano Impero (Germanico) e re d’Italia, in seguito agli ennesimi assalti e devastazioni delle coste tirreniche da parte di pirati barbareschi di Algeri, viene ordinato alle università costiere di erigere a proprie spese torri  per difendersi  dagli attacchi dei pirati.

Nell’anno 1550 dal governo vicereale risultano erette 440 torri costiere la maggior parte delle quali in Calabria. Ancora oggi queste necessarie ed indispensabili reliquie strutturali costituiscono il segno tangibile degli eventi appena, sinteticamente descritti; in ben altro si evince la influenza arabo-musulmana:

La scalata dell’Impero turco inizia nel XIV secolo e prosegue, praticamente indisturbata, fino a gran parte del Cinquecento: Durante questo arco di tempo le navi turche infestano senza tregua le coste del Mar Nero e quelle del Mediterraneo, riducendo con la forza in  schiavitù una gran massa di popoli.

                   

                                 

L’Oriente Ottomano, ma in generale tutto l’Oriente, era estraneo alle così dette libertà giuridiche e personali che si diffondevano nell’Occidente moderno. In Oriente il potere politico non poteva dettare le regole, ma al massimo vigilare sulla loro corretta osservanza. Se in Occidente la tutela della giustizia era una continua negoziazione tra vari soggetti politici (Signori, sovrani, città, Chiesa) sui confini tra le diverse magistrature, sulle competenze, su chi avesse titolo a far valere la norma, in Oriente nulla di tutto ciò: un sistema nel quale contava esclusivamente la volontà del Sultano e nel quale la giustizia appariva un dono che Egli rendeva al popolo che ad essa doveva attenersi. Nessuna forma di pluralità dunque.

L’Impero Ottomano si orientò verso un sistema definito cesaropapista, basato su di un’orda di funzionari e di corpi militari scelti, formati fin dalla infanzia ai valori dell’esercito, delle armi o dell’amministrazione. La forza del sultano consisteva nel fondamento economico del dispotismo ottomano cioè la mancanza assoluta di proprietà privata, che lo rendeva un modello completamente differente dallo stato moderno europeo che in quegli anni si andava costituendo in Occidente.

Questo faceva sì che il territorio dell’Impero fosse costituito esclusivamente da terre private del Sultano, a sua completa disposizione e in parecchi casi da lui direttamente amministrate.

Per questo è poco corretto definire la società ottomana “feudale”, nel senso che nei domini imperiali non si creò mai una nobiltà terriera, ereditaria e dunque stabile.

Anche la pratica del timar- la concessione da parte del Sultano di un appezzamento di terreno- non rinnovò sostanzialmente il sistema. Le sue dimensioni, infatti, non erano calcolate con esattezza, non era ereditato e, soprattutto, il suo assegnatario non vi esercitava quei diritti che col passare del tempo in Europa finirono per costituire il nerbo della società feudale.

Si può semmai comparare il sistema agricolo imperiale ottomano a quello carolingio, pre-feudale.  Non si concede alle famiglie di mettere radici, al signore resta invece la possibilità di spostare l’erede sul vasto scacchiere dell’Impero, di accentuare così il rimescolio umano che è una delle sue grandi realtà.

Non si sviluppò mai inoltre un vero e proprio apparato burocratico, come stava iniziando a costituirsi nell’Occidente europeo. In apparentecontrasto con questo sistema che in Occidente si definisce “dispotico”, i Sultani lasciano ampia autonomia politica alle comunità religiose cristiana ed ebrea in quanto lo scopo centrale dello Stato Ottomano sul piano interno era lo sfruttamento fiscale dei possedimenti territoriali dell’impero.

Tutta l’organizzazione dei rapporti tra Sultano e ceti ruotava intorno a questo obiettivo.

I Turchi perciò non pretesero conversioni di massa delle  popolazioni sottomesse, bastava riscuotere, indistintamente da musulmani e infedeli, censi, canoni e decime: la certezza del possesso ai censuari e la protezione dagli abusi dei proprietari ai contadini erano assicurate proprio per garantire la continuità del gettito fiscale.

La seconda grande differenza rispetto al modello occidentale era poi rappresentata dalla legge e dalla sua natura: laddove in Oriente essa coincideva con la volontà del Sovrano, in Occidente coincideva con un patrimonio ereditato dal passato, fatto di consuetudini risalenti ai secoli precedenti, da conservare e non alterare e al quale fare riferimento costantemente.

E’ per questi due sostanziali ingredienti di forte diversificazione, che il territorio dell’Alto Tirreno Cosentino, nonostante le numerose invasioni, conserva una genesi strutturale in linea con la cronologia storica delle influenze dominanti.

Tragicamente, contribuirono a cancellare un immenso patrimonio di storia e di cultura, molto di più, i numerosi terremoti del 1444,1606, del 1622 quello del 27 marzo 1638 e non ultimo quello del 5 febbraio 1783.

Dei musulmani rimasti, o discendenti da quelli che prima erano i dominatori, o schiavi catturati dai pirati”cristiani”, restano alcuni cognomi: Alì, Morabito, Modafferi, Alfarano; un’origine turca     potrebbero avere gli antenati della varie famiglie  Turco, Saraceno, Lomoro.

Infine alcune distinzioni di tratti somatici, la diffidenza verso i forestieri e l’atavica rassegnazione ad assoggettarsi al destino.

Dei rapporti e della denominazione testimoniano molte parole entrate nel nostro vocabolario: Zirru, giara, tafareda (contenitori); articoli commerciali erano fjannaca (collana) e juppuni (camicia femminile), magazeni e tamarru (venditore di datteri); tùmanu  (unità di misura agraria), màzara (pietra per schiacciare gli alimenti preparati nel salaturi), gebia (vasca di irrigazione), carruba(carruba), zàccanu (recinto per animali) sciàbica (rete da pesca) -mostrano l’influenza nelle tecniche agroalimentari; termini come Guàiara (ernia) e limbiccu (alambicco per produrre l’alcol) appartengono al campo medico-farmaceutico. Ed infine, turcju (turculus= piccolo turco) era il bambino morto senza battesimo, suraca (syriakè= siriana) erano i fagioli e sìricu (syrikos= siriano) il bozzolo del baco da seta.

 Fu quindi in questo contesto, per la rinnovata preoccupazione del “pericolo” proveniente da Capo Tirone che Ferdinando I° D’Aragona regnante a Napoli e meglio conosciuto come Don Ferrante (1458- 1494) figlio naturale di  Alfonso, quale duca di Calabria, ordinò alla città di concorrere alle spese per la ristrutturazione della ormai obsoleta Rocca Angioina. Ancora una volta il “Popolo” di Belvedere  nelle sue espressioni più genuine di maestri ed artigiani, di operai e manovalanze, sotto la guida dei migliori architetti del Regno e del Mezzogiorno dell’epoca, dopo aver acquisito  e consumato le ricche esperienze lavorative, relazionali e culturali di grandi civiltà, dà prova di compostezza civile per l’interesse comune.

Lo farà continuamente con le grandi opere di Cattedrali, Chiese, Conventi di cui magistralmente ci ha illustrato Don Cono Araugio con la sua opera del “Belloviderii”, ma anche con strutture di Uffici, Ospedali, Fabbriche  che, proprio in virtù di questa  compattezza strutturale del nuovo sistema difensivo progettato per le nuove armi di offesa, si sono potute realizzare negli “Slarghi Strategici” non più necessari  (Normanni) e sfruttando le geometrie della “Cortina Muraria di Cinta” (Normanna e Sveva), altrettanto, non più necessaria.

 Sintesi dell’Evoluzione Fisico-Strutturale del Centro Storico di Belvedere

   

                   

 

 Mauro D’Aprile

   

 

     

 

 

Questo elemento è postato in Le mie Proposte, LIBRI. Bookmark the permalink.

Lascia un Commento