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DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Capitolo X°

CAPITOLO X° Il Castello Aragonese   Sistemi fortificatori nel Sud Aragonese:

All’indomani della conquista turca di Otranto, nel 1480, le difese aragonesi avevano mostrato tutta la loro debolezza, non solo nei confronti degli attacchi esterni degli Ottomani, ma anche nell’ottica di una politica territoriale che cautelasse i Sovrani napoletani anche nei confronti dei riottosi Baroni del Regno.

Riconquistato e pacificato il Salento, con non poca fatica, divenne dunque priorità principale degli Aragona quella di creare un nuovo assetto nelle difese delle due zone più esposte agli attacchi- la Penisola Salentina e la Penisola Calabrese- procedendo ad un vero e proprio programma di fortificazione non solo ossidiale dei singoli centri, ma, piuttosto, alla elaborazione di un più complesso progetto difensivo che si incentrava, in entrambi i casi, sulla creazione di nodi forti costieri (nel versante adriatico e in quello ionico della Puglia; in quello ionico e tirrenico della Calabria), in aggiunta alla creazione di una linea “per castra” alla chiusura superiore delle due penisole ( in modo che si creasse, in entrambi i casi, una eventuale strozzatura “a valle”, che isolasse le propaggini geografiche eventualmente conquistate. Nel Salento, poi, vista la natura più pianeggiante e la maggiore esposizione del versante adriatico una seconda linea difensiva interna supportava i centri costieri, sbarrando la strada che dal Capo conduceva a Lecce; cosa, invece, impossibile in Calabria, per la sostanziale      impercorribilità longitudinale dello Appennino Calabrese.

Di un tale programma, perfettamente pianificato a tavolino dagli strateghi della Corte napoletana, non si è avuto finora una visione d’insieme, riconnettendo, piuttosto, i cadenzati sopralluoghi dei Principi aragonesi (Alfonso, Duca di Calabria, ma anche Federico e i loro fratellastri ”bastardi” o nipoti, come Carlo e Cesare) a singoli episodi. In particolare, oltre alle linee costiere, sono rimaste tra loro storiograficamente isolate le rocche che dovevano servire come sistemi di connessioni trasversali, deputati a tagliare, in caso di conquista da Sud, i percorsi S-N: nel salento tale sistema vedeva una prima linea, connessa da antiche vie, correre da Brindisi a Taranto, passando per i castelli di Mesagne, Francavilla e Grottaglie; una seconda, più a nord, attraverso Carovigno, Ostuni, Ceglie Messapica, Martina Franca,   Massafra, Palagianello, Laterza, fino a  Matera (la piana di Metaponto, in buona parte malsana e impaludata, non consentiva approdi agevoli per gli attaccanti Ottomani, tanto che,usualmente, da Rocca Imperiale, centro estremo della Lucania tarantina verso la Calabria, era più agevole giungere a Taranto via mare, evitando le paludi costiere). La cintura fortificata sorgeva sulle alture che dominavano la Piana, da Montescaglioso a Bernauda, fino a Matera.

E’ interessante come, sia nel caso salentino sia in quello calabrese, i centri fortificati di “testata” delle varie linee difensive, vedessero l’adozione di peculiari presidi ossidionali, particolarmente aggiornati e articolati, che presupponevano la rilevanza strategica territoriale dei poli: così Brindisi, così Taranto, così Carovigno ed Ostuni, così Matera; così Rocca Imperiale,  Castrovillari e Belvedere.

         Belvedere fu feudo di diverse famiglie nobili:

il re Ferdinando I, nel 1487, a causa delle continue ostilità manifestate alla Corona, lo fece confiscare ai Sanseverino, inserendolo nel Demanio Regio e provvedendo direttamente alle opere di ristrutturazione del Castello.

E di qualche anno dopo (1489) era, significativamente, il viaggio di Alfonso Duca di Calabria che, accompagnato da Antonio Marchesi da Settignano, giungeva a Belvedere. Il Castello venne nell’occasione ristrutturato a spese dei cittadini, come ricorda l’iscrizione (datata 1490) apposta sull’accesso, che sottolinea le cattive condizioni in cui versava il fortilizio in quel tempo e la necessità di contrastare le nuove tecniche d’assalto e le innovazioni nel campo delle armi.

Tale iscrizione risulta però mutila, poiché Ottaviano Carafa, principe di Belvedere dal 1633, per paura di perdere la proprietà del castello, fece scalpellare le parole che accennavano al rinnovamento avvenuto a spese del popolo ( in modo che il Comune non potesse rivendicarlo, iniziando così un contenzioso).

1) M.Pellicano Castagna, “Le ultime intestazioni feudali in Calabria,Chiaravalle Centrale 1978.p.204.       

Che la Corona avesse richiesto agli abitanti di Belvedere di provvedere alle nuove opere di aggiornamento ossidionale risulta, però, inequivocabilmente attestato da una supplica al Re dell’8 novembre 1492, con la quale il Municipio lamentava l’esosità della tassazione di ogni famiglia:   per le fabbriche deli castelle tarì tre per foco”, oltre alle corvèes obbligatorie, “et anco andano ad cavare li fossiad  comandamento de dicto castello senza pagamento se digne Vostra Majesta actento loro povertà farli gratia et axempti de dicto pagamento secondo meglio parera et piacerà ad Vostra Majesta”. La risposta del Re fu che”Regia Majestas cito providebit opportune et taliter quod providebitur petizioni eorundem”.(3)

3) F.Trinchera, Codice aragonese ossia lettere regie, Napoli, 1874 pp. 318-322

Nel giro di pochi anni le opere vennero comunque completate. Sopra l’accesso è stato collocato lo stemma aragonese affiancato da due putti, che secondo Roberto Pane, sarebbe da ricondurre alla Bottega di Giuliano da Maiano:

“La composizione di due putti, fiancheggianti uno stemma che si può vedere sulla Porta è presente in alcuni castelli aragonesi in Calabria: quello di Cstrovillari, di Belvedere Marittimo e di Corigliano Calabro, tutti portono inciso il nome di re Ferrante e la data 1490. La qualità delle sculture non lascia dubbio che si tratti di pezzi provenienti da Firenze, o eseguiti a Napoli da qualche scultore dall’ambiente di Giuliano”(4)

4) R.Pane, Il Rinascimento nell’Italia meridionale ,VolumeII, Milano1977,  p.15,28,29.

Su quella datazione al 1490, in verità, non tutta la Storiografia si  mostra concorde: Giuseppe de Petrellis, erudito cosentino del XIX secolo, notava che “ nell’anno 1496 il Re Ferdinando fè rinnovare e magnificare il castello a spese dei cittadini, dove fè sopra la porta mettere l’arme sue con dichiarazione di tutto questo, e situando in detto castello venticinque soldati di presidio”, come luogo di assembramento delle reali milizie.

Risulta evidente però come, derivando la sua citazione dall’epigrafe posta al di sopra del portale, Petrellis abbia confuso il 1490 con il 1496. Il Castello di Belvedere si presentava,alla fine degli anni Ottanta del Quattrocento, in pieno abbandono; un destino,questo, ciclico nelle  vicende della fabbrica, che ha sempre alternato periodi di grandi fioritura, ai quali corrispondeva una grande importanza strategica, a  momenti, come odierno del resto, di abbandono e rovina.

Con l’approntamento di un pianificato sistema di difesa territoriale, la fortezza riassunse, alla fine del Quattrocento, quell’importanza strategica  che aveva prima della dismissione Angioina, sulla scia del montante pericolo turco, che giungeva dalla Tunisia e che doveva venire sbarrato via terra risalendo verso Napoli, mentre dalla costa non doveva trovare approdi sicuri.

A sud di Scalea, il nevralgico imbarco, posto ai piedi del promontorio di Belvedere, permetteva alle truppe, e ai viandanti, di superare, via mare, l’ostacolo naturale dell’impaludamento della piana alluvionale costituita dai fiumi Noce e Lao (che presso Scalea segnava allora il confine con la Lucania o Campania Inferiore).

Una vantaggiosa situazione orografica, quella di Belvedere, che era stata riconosciuta fin dagli antichi coloni greci.

occorre all’affacciata del mare l’antico castello di Blanda oggi chiamato Belvedere, fabricato da gl’Ausoni, posseduto da gl’Enotri, e dopo la guerra Troiana fatto sotto il dominio delli Focesi…… collocato da Plinio tra la città Temesa e il fiume Lao…. Da Pomponio Mela nel vicino del quale discorre il fiume Soleo… Da questo castello v’è fama essere  stato nativo cittadino San Daniele Martire, monaco de nostro ordine de Minori” (5)

5) Girolamo Marafioti, Croniche et Antichità di Calabria, Padova, 1601, p.277.

 

 

 

Dunque, un centro nevralgico, che allo interno del sistema difensivo trasversale aragonese, mostrava però anche una ulteriore qualità strategica, perché presidiava una delle poche vie interne di crinale che dal Tirreno giungeva, attraverso Castrovillari, alla Piana di Sibari sullo Jonio (lungo l’asse, cioè, in cui la Calabria mostra geograficamente, nella sua parte più settentrionale, il maggior avvicinamento tra i due mari). Le fonti quattrocentesche testimoniano chiaramente una tale importanza del Castello, per i Reali napoletani.

Il 4 Gennaio del 1489, Alfonso, Duca di Calabria, partiva dalla capitale alla volta delle città calabresi, per effettuare sopralluoghi alle fortezze ed alle rocche di quella che si mostrava come la seconda zona più vulnerabile del Regno, dopo la Puglia. Il Duca, nella occasione, con sé “portava maestro Antonio fiorentino, homo subtile circa de fare forteze e roche”(6), e cioè Antonio Marchesi delle Cave da Settignano, che con il padre Giorgio aveva già fatto parte di quelle maestranze”maianesche” attive in Romagna per il Riario-Sforza e i Manfredi (7).

Le località calabresi toccate dal sopralluogo divengono dunque, attraverso il racconto del cronachista Leostello, estremamente interessanti, anche perché segnate da aggiornamenti ossidionali aragonesi, ancora oggi in gran parte leggibili.

 6) J.Leostello(1495 ca.), Effemeridi delle cose fatte per il Duca di Calabria (1484-1491) in Documenti per la storia, le arti e le industrie delle Province Napoletane, a cura di G.Filangeri, Napoli,1883.
7) Per un’utile sintesi: F.Quinterio, Giuliano da Maiano “grandissimo domestico”, Roma, 1996,  p. 370 n. 4.

Il 15 Gennaio il corteo era a Maratea e il 17 gennaio, via mare, a Scalea; il 18 gennaio il Duca giungeva “ in Belvedere…. Dove andò a vedere lo castello per provedere al necessario di quello”.

Continuato poi il tragitto, da Citraro a Lametia, da Cosenza a Scigliano; da Nicastro, Laconia, Pizzo (Calabro), Monte Leone, fino a Riggio (Reggio) e poi, per il  versante jonico della Calabria, a Irace , Roccella (Ionica), Stilo, Suverato, Squillace, Catanzaro e Belcento, Le Castella, Cotrona, Cirò, Corigliano (Calabro) , Castrovillari e Cassano, Il Duca, passato in Basilicata, il 3 aprile giungeva per mare in Terra d’Otranto, a Taranto. Tappe di grande importanza, in relazione agli aggiornamenti di Belvedere, quelle di Corigliano, Castrovillari, Cassano e Taranto.

Dal racconto di Leostello risulta infatti chiara, in una precisa scalarità gerarchica, l’attività di Alfonso e di Antonio Marchesi di “andare a lo castello” (sopralluogo), di “vedere lo castello” (ispezione più accurata” e di “provvedere a lo castello” (certo una dettagliata programmazione dei lavori da compiere), come nel caso di Belvedere; fortezza che assumeva, dunque, un rilievo significativo nel complessivo programma fortificatorio alfonsino.

L’epigrafe apposta sull’ingresso della rocca ci fornisce al proposito  interessantissime indicazioni, anche se la sua lettura risulta ancora oggi problematica, per le abrasioni e le scalpellature cui è andata soggetta. Il testo è stato dunque variamente letto in alcuni suoi passi  (anche se fortunatamente, non in quelli significativi), dopo la trascrizione di Vincenzo Nocito del 1947 (ma con errata integrazione delle lacune)  e di Biagio Cappelli del 1969 (ma non esente da imprecisioni, come  si può verificare dalla lettura diretta della lapide.

Recentemente Francesca Martorano ha proceduto ad una nuova interpretazione:

“FERDINAND[U]S REX DIVI ALPHONSI FILIUS DIVI/  FERD[INANDI] NEP[OS] ARAGONIUS ARCEM HANC  IN/FIRMAM CONTRA  NOVA OPPUGNATION[UM]/ GENERA  ET  TORMENTA  IGNEO  SPIRITU AUC[TA]  (ERASUM)  IN  FIDE CIVES/ EXPE (ERASUM) IN AMPLIOREM/  [FIR]MIOREMQUE FORMAM RESTITUIT/ A[NNO]  D[OMINI]  MCCCCLXXXX.

Traducendo lo  scritto come” re Ferdinando, figlio del defunto re Alfonso, nipote del defunto  re Ferdinando, restaurò questa fortezza cadente in dimensione più grande e munita contro le nuove forme di assedio ed i nuovi mezzi di offesa potenziati da armi da fuoco.AD.1490”. Va dunque sottolineata una serie di notazioni di estrema rilevanza. In primo luogo, il fatto che la fortezza si mostrasse cadente (IN/FIRMAM) prima degli interventi aragonesi e come, grazie ad essi, il castello fosse stato reso più grande e munito (AMPLIOREM / FIRIMIOREMQUE  FORMAM) proprio perché parte di un rinnovato sistema difensivo. Quello che interessa dal punto di vista costruttivo e  tipologico, è che non si trattò di soli lavori di ripristino di efficienza, ma che si vollero adottare, piuttosto, una serie di sistemi difensivi assai aggiornati.

Questa notazione merita puntuali riflessioni, perché osservando sia la forma planimetrica (FORMAM), costituita da un recinto rettangolare, sia le cortine, caratterizzate dai soli beccatelli, non sembra emergere alcuna sostanziale novità, che potesse contrastare sia le “NOVA OPPUGNATION[UM]/ GENERA”, sia le “ TORMENTA  IGNEO  SPIRITU”, cioè le distruzioni apportate dalle nuove armi da fuoco.

 “A Pizzo e a Belvedere al corpo rettangolare del castello sono aggiunti due soli torrioni….. I fossati sono poi quasi del tutto scomparsi sia  a Pizzo che a Belvedere per essere stati trasformati in tracciati viari.

A Belvedere ne è superstite un breve tratto, con il contromuro e al centro il pilastro per l’appoggio del ponte levatoio… L’ingresso si conserva  a Belvedere…. Si trattava di porte con ponti sollevati da bolzoni mediante contrappesi, forma già utilizzata nel Medioevo

(9) MARTORANO, L’architettura militare…. Cit,p.359

Tutti gli autori, dunque, che fino ad oggi si sono occupati di Belvedere e della sua epigrafe hanno notato come essa si ponga in stretta relazione, per la presenza dei putti che inquadrano lo stemma oppure la scritta in sé, con quelle di Castrovillari, di Corigliano e di Pizzo; ma anche con quella di “analogo contenuto murata nel castello di Taranto” (10)

 “FERDINANDUS REX/ DIVI ALPHONSI FILIUS/ DIVI FERDINANDI NEPOS/ ARAGONIUS ARCEM HANC      VETUSTATE/ COLLABENTEM AD IMPETUS TORMENTORUM SUSTINENDOS/ QUAE NIMIO  FERUNTUR SPIRITUM/ IN AMPLIOREM /FIRMIOREM[QUE] FORMAM  RESTITUIT/ MILLESIMO  CCCCLXXXXII

 

                     

                                                         Epigrafe di Belvedere

 

L’epigrafe tarantina è murata nel torrione dell’Annunziata; essa si mostra simile, ma con sostanziali varianti, rispetto a quella di Belvedere, che rimane, dunque, la più esplicita nella celebrazione delle  nuove strutture architettoniche volte alla difesa nei confronti delle più innovative tecniche di attacco.

Per Biagio Cappelli, soprattutto, l’iscrizione del Castello di Belvedere è la più interessante e diffusa delle quattro riferendosi ai nuovi sistemi di assedio in relazione allo spirito di fuoco, cioè all’impiego della bombarda. Dunque una particolarità quella di Belvedere che non si può solo ricondurre ad un motivo celebrativo, ma che doveva trovare anche nel nuovo impianto, planimetrico e altimetrico, un proprio corrispettivo.

10) CAPPELLI, Il castello aragonese p.153; PANE, Il Rinascimento pp 15,28 e 29; L.SANTORO, Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, Milano 1982 pp.175-177; MARTORANO, L’architettura Militare p:370.  PANE,Il Rinascimento,cit p.223.

 

                                

                                                              Epigrafe di Castrovillari

 

Anche se, probabilmente, è proprio l’epigrafe di Castrovillari che mostra chiaramente il passo “AD CONTINENDOS IN FIDE CIVES” eroso a Belvedere, e, che ha suggerito di mettere in relazione l’aggiunta aragonese con la difesa dei soldati di stanza, soprattutto nei confronti della popolazione civile di Belvedere.

Se si pensa, però, che gli attaccanti che avessero preso il centro abitato risalendo per la strada maestra, operavano in posizione pianeggiante, rispetto all’altro lato certo privo di torrioni ma difeso naturalmente dal pendio (e quindi molto difficile da scalare), risulta evidente come i torrioni presidiassero, ovviamente, la parte più vulnerabile e, cioè, quella verso il nucleo urbano; non contro la popolazione in primis, ma contro attaccanti che operassero in situazione di vantaggio, (sebbene ovviamente, viste le ricorrenti guerre baronali, era bene non mostrarsi sguarniti anche verso gli abitanti stessi).

   

   Belvedere Castello Aragonese Vista prospettica

 

  Belvedere Castello Aragonese Planimetria  Catastale
 

Effettivamente, un’analisi planimetrica del manufatto ne mostra caratteri singolari e di estremo interesse. In primo luogo non si tratta di un semplice recinto rettangolare (come invece quelli di Castrovillari e di Corigliano, seppure quest’ultimo con rivellino antemurale), ma, piuttosto, di una moderna e aggiornata forma rombica.

Soprattutto, ciò che colpisce è la formazione di un articolato complesso fortificato, sebbene in parte attualmente sfigurato, costituito dallo inequivocabile rombo del castello, dal fossato (sui due lati pianeggianti), da una struttura avanzata connessa all’accesso (a presidiare il ponte levatoio), e soprattutto, di fronte ad esso, da un grande volume triangolare di una muraglia terrapienata, chiusa al vertice da una torre o da una mandorla, il cui andamento non risulta oggi perfettamente identificabile a causa delle trasformazioni.

     

Aereofoto dello stato attuale con  Rivellino           Posizione Terza Torre del Rivellino
assorbito in  costruzioni postume.                                                                                 
                                                                         

Dunque un vero e proprio rivellino, rimasto fino ad oggi inedificato se non nella sua testata avanzata e originariamente con cortine molto più alte, che sono state poi abbassate quando parte del fossato, frapposto al recinto castellare, è stato riempito perché il complesso aveva perduto la sua funzione difensiva.

La grande struttura triangolare a (V) non appare leggibile nell’attuale restituzione aerofotogrammetrica della città, che ha appiattito i rilievi murari, ma risulta evidente invece, nella planimetria catastale, soprattutto, da vedute primo novecentesche del castello.

L’articolatissima forma della fortificazione estesa ricorda molto da vicino quelle di Gallipoli, di Taranto e di Brindisi, centri nevralgici del complessivo sistema fortificatorio aragonese. Infatti, la forma planimetrica, che rendeva Belvedere una struttura particolarmente forte nella linea difensiva trasversale, che da Brindisi correva, attraverso Taranto e Castrovillari dall’Adriatico al tirreno, trovava non a caso   significativi paralleli nel Brindisino Forte a Mare (o Castello Rosso), con la sua triangolare e il massiccio corpo retrostante, oltre che nel castello di Taranto e in quello di Gallipoli, con i loro rivellini e le code”scorpionate” o “V”.

Strutture queste tutte estremamente aggiornate dal punto di vista planimetrico e che si intendeva potessero resistere ai nuovi sistemi di offesa.

Planimetrie schematiche di realizzazione difensive aragonesi in relazione con quella di Belvedere  Opere Salentine di FRANCESCO DI GIORGIO  MARTINI

                                                      1) Taranto Castello                     2) Brindisi Castello
                                                             con Rivellino                               con Rivellino

  

                                  

 Gallipoli  Castello con Rivellino                                                           Belvedere Castello con Rivellino su
         base catastale                                                                             base catastale assorbito nella parte terminale

 

Il carattere costruttivo delle cortine di Belvedere, invece, non risulta unico nel panorama dei castelli calabresi, perché come già notava Cappelli “i Castelli di Pizzo e di Belvedere  mostrano alcuni particolari assai vicini agli analoghi elementi della massiccia mole di Castrovillari: si avverte la grande affinità tra i due robusti masti cilindrici angolari delle fortezze di Belvedere e di Castrovillari, ambedue con base a scarpa, cingolo lapideo e coronamento severo ed elegante di beccatelli”.

Ma, in più rispetto agli altri esempi (almeno per quanto ne sappiamo oggi), quelle caratteristiche tecnologiche si connettevano a Belvedere a novità più estese, anche di carattere planimetrico e sistemico.

Dal punto di vista della costituzione delle muraglie, infatti, sia le “NOVA OPPUGNATION[UM] / GENERA”, sia le “TORMENTA  IGNEO SPIRITU” venivano arginate, in rapporto al rivellino, con quelle innovative cortine terrapienate, estremamente avanzate mentre nel recinto fortificato esse dovevano  risultare assorbite da dilatatissimi setti trasversali, presenti anche nel castello di Corigliano, e non a caso disposti nei lati opposti a quelli dell’abitato (perché comunque in prossimità delle abitazioni le artiglierie nemiche non sarebbero potute essere dislocate, se non con un raggio di gittata estremamente ridotto e, quindi a rischio per gli stessi attaccanti).

Insomma circuito rombico, rivellino a “V”, fossato, strutture terrapienate e cortine murarie resistenti, ed assorbenti ed elastiche, dovevano garantire maggiore sicurezza, costituendo un concentrato di quanto meglio la moderna tecnica ossidionale andava elaborando; proprio come recita l’iscrizione dello accesso.

Tutto ciò non risolve, ma anzi complica, una serie ulteriore di problemi. Prima di tutto quello cronologico, in riferimento al 1490. Biagio Cappelli seguito da Lucio Santoro, riteneva che(11)

11) “L’eguale datazione delle quattro epigrafi di Belvedere, Corigliano, Castrovillari e Pizzo non può far credere che questi quattro castelli aragonesi siano stati tutti portati a compimento nello stesso anno[1490].Penserei invece che le iscrizioni, di sapore umanistico, siano da considerare come epigrafi celebrative. E siano state collocate sulle fortezze non proprio in quell’anno, bensì poco prima del tramonto del dominio aragonese [verso il 1500]”.  

Da ultimo però il rinvenimento di un nuovo documento che registra la consegna da parte di ”mastro Antonio fiorentino” il 20 giugno 1490 a Reggio Calabria, di “dui peczi de cantuni dove inche so scorpiti le harme de la Maestà del S.R. con dui Angeli”  per il castello di Corigliano, ha fatto” accantonare l’ipotesi che aveva ascritto fino ad oggi la realizzazione delle [quattro]iscrizioni, quali epigrafe celebrative, ad un periodo successivo alla fine del dominio aragonese in Calabria, riportandole esattamente all’anno 1490, che era già chiaramente scolpito nelle lastre.

Per Biagio Cappelli poi:

“nelle lapidi la forma e la somiglianza le palesano come produzione di una stessa bottega di lapicidi… Si noti poi la grande affinità nei rilievi che le sovrastano… si tratta per tutti gli esempi di importanti e squisiti pezzi di scultura”.

E Roberto Pane, dopo Cappelli, non solo segnalava le relazioni dell’epigrafe di Belvedere con quelle apposte sui castelli di Castrovillari e di Corigliano[che] portano inciso il nome del [re] Ferrante e la data 1490 “la composizione di due putti, fiancheggianti uno stemma… e la qualità delle sculture non lascia dubbio che si tratti di pezzi provenienti da Firenze, o eseguiti a Napoli da qualche scultore dell’ambiente di Giuliano da Maiano…. Giuliano attendeva, anche stando a Firenze, sia ai disegni delle opere in corso, sia all’invio di parti scolpite… che meglio conveniva far eseguire a Firenze e spedire poi via mare a Napoli”. (12)

E così, anche l’invio coordinato da Antonio Marchesi per Corigliano, facendo scalo a Reggio, del 20 giugno 1490, rende:

definitiva conferma a quell’ascendenza toscana, intuita nella grazia del modellato e nella qualità della fattura delle quattro epigrafi figurate… ricondotte[dunque] alla plastica fiorentina della fine del Quattrocento”. (13)

12) PANE, Il Rinascimento… cit.,pp. 15,28 e 29.

13) MUSSARI, La fortificazione e la città… cit.,p.420 e per il documento coriglianese p.447,n.103.

Il discorso sembra restare, in verità, un po’ più complesso, anche a      partire dalla realtà delle forniture coriglianesi. In primo luogo perché se i rilievi di Corigliano, come anche di Castrovillari, sono stati davvero scolpiti (a meno di smentite) su lastre di marmo, lo stesso non può dirsi per quelli di Belvedere, realizzati in materiale calcareo locale (forse Paola che, inserita nel feudo di Fuscaldo, era parte del Demanio Regio dal 1461.  (13)

13) E. BRUNO, Scalpellini di Calabria:I cantieri e le scuole, Fuscaldo Marina(cs), 1995,p.70,n.1       

Oltretutto, anche il ductus scultoreo dei putti di Belvedere, al contrario di quelli di Castrovillari, si mostra assai goffo ed elementare, soprattutto nel trattamento dei corpi: si potrebbe trattare di un rifacimento posteriore, ma sembra difficile, a meno che la celebrazione della committenza regia quattrocentesca non servisse ai feudatari, come i Carafa dopo il 1633, per poter ribadire il proprio possesso della città ( e quindi siano stati “copiati” i rilievi scolpiti di Castrovillari; ma la loro apposizione estemporanea sarebbe comunque stata notata alla cittadinanza).

Più probabile invece che non tutti i rilievi siano giunti da Napoli (o da Firenze), ma che alcuni siano stati realizzati in loco, con materiale locale: indiziate potrebbero essere le maestranze Roglianesi, così attive nei contemporanei cantieri cosentini e fin nel castello di Crotone. Se anche di capacità esecutive non eccelse, i lapicidi calabresi erano comunque ingrado di copiare-pur a modo loro- i rilievi regi, sulla base di una prassi certo più economica, e che celebrativamente non toglieva nulla all’efficacia del programma. Ciò potrebbe anche spiegare la difficoltà, a parte le abrasioni e le mutilazioni, di interpretare appieno la epigrafe di Belvedere, che fu sicuramente dettata da un capace umanista della corte napoletana, ma venne forse scolpita anch’essa in cantiere, certo con meno difficoltà rispetto alla realizzazione dei rilievi figurati, ma con abbreviazioni non sempre chiare.

Il principale indiziato per l’aulico dettato dell’epigrafe resta, ovviamente, Giovanni Pontano, che aveva già accompagnato in Calabria il Re Ferdinando in occasione della Prima Congiura dei Baroni (1459-1462), ma che nel 1489 non si era portato con Alfonso,     al cui seguito era solo nelle missioni ufficiali, nella visita dei castelli calabresi.(14)

 14) E.PERCOPO,Vita di Giovanni Pantano, Napoli 1938,p.53.

Quell’assenza non risulta comunque vincolante, visto che i testi delle epigrafi celebrative risultavano sicuramente sotto controllo regio, e soprattutto lo era questa di Belvedere con i suoi spiccati significati di novità.

Biagio Cappelli, comunque, anche per le altre quattro dei castelli calabresi, riteneva che fossero, dal punto di vista epigrafo“ esemplate contemporaneamente e in serie, sia, per lo stesso spirito insito nei testi, che denunzia un unico autore, sia per la forma e la somiglianza dei caratteri, che le palesano come produzione di una stessa bottega di lapicidi”

Che nel caso di Belvedere, solo la lapide sia giunta da Napoli? O che, invece, tutte le epigrafi siano state prodotte in loco (il documento  di Corigliano parla non a caso del trasporto delle sole ”harme de la Maestà del S.R. con dui angeli”) sulla base di un dettato elaborato da Pontano? Non lo sappiamo, ma la vicenda ci mostra uno scenario, per la scultura monumentale di committenza regia, restato fino ad ora praticamente insondato (ma all’interno di un articolato panorama che vedeva, non a caso, giungere altri prodotti maianeschi, pur per via baronale questa volta, lungo le coste della Calabria.(15) E sempre tra il 1490 e 1491.

15) F.Caglioti, La scultura del Quattrocento e dei primi del Cinquecento in Storia della Calabria, vol.III, cit.pp.979-1042.

Ultimo, ma non certo secondario, il problema della paternità dell’aggiornamento difensivo di Belvedere, dal punto di vista architettonico e ossidionale. Una paternità che, una tradizione ormai più che trentennale, ha cercato di riconnettere a Francesco di Giorgio Martini.

Infatti, pur senza considerare il portato delle reali novità difensive della fabbrica di Belvedere, Biagio Cappelli aveva avanzato, nel 1969, la possibilità di un coinvolgimento martiniano nella fabbrica di Castrovillari, ma non senza evidenziare le difficoltà comuni, del resto, anche a Belvedere. Nonostante le evidenze architettoniche:

“[a Castrovillari “ e a Belvedere] il mastio, la base a scarpa, il cingolo lapideo e il coronamento severo ed elegante dei beccatelli. Tutti questi elementi di vario genere si ritrovano nelle fabbriche innalzate o progettate specialmente nelle Marche da Francesco di Giorgio e in altri dipendenti dalla sua maniera… tale periodo di tempo[1490-1497 delle sue presenze a Napoli] non corrisponde però con la data di inizio dei lavori per il Castello di Castrovillari… ma non pare che la costruzione fosse del tutto compiuta nel 1490, ma ad ogni modo non credo si trovasse ad un punto tale che Francesco di Giorgio, in qualcuna delle sue soste napoletane, potesse ancora intervenire per eventuali, importanti modifiche; al più avrebbe potuto dare qualche ultimo suggerimento… Con maggiore probabilità il Maestro avrebbe potuto dare idee per la minor mole dei lavori, per il riadattamento degli altri castelli…. Di Belvedere e di Corigliano… ma non è improbabile [che anche il progetto di Castrovillari, precedente al 1487] derivasse direttamente da Francesco di Giorgio”.

Roberto Pane, invece, almeno attraverso la individuazione della matrice maianesca nei rilievi delle epigrafi, apriva la pista da “Maiano”, quasi supponendo, seppur per li rami, che il Fiorentino potesse esser stato coinvolto, nell’aggiornamento dei castelli calabresi, direttamente o indirettamente attraverso Antonio Marchesi, l’anno dopo la visita del Duca di Calabria e del Marchesi stesso (1489), e quindi, durante il suo soggiorno napoletano fino al momento della sua morte (1490). Ma poi il Critico preferiva non percorrere quell’ipotesi maianesca fino in fondo, riferendo piuttosto a Benedetto da Maiano, la fornitura di una serie di rilievi, realizzati a Firenze, già prima della sua venuta a Napoli forse nel 1492  o nel 1497.

E’ toccato, così, a Mirella Mafrici nel 1983 ribadire la possibile paternità martiniana dell’intervento di Belvedere, semplificando le problematiche cronologiche ed evidenziando, piuttosto, i caratteri architettonici già sottolineati da Cappelli: “[quegli stessi caratteri architettonici presenti a Belvedere] si trovano nelle fabbriche innalzate o progettate nelle  Marche da <Francesco di Giorgio>  non è improbabile che l’architetto senese, chiamato varie volte a Napoli, abbia potuto dare qualche suggerimento per il riadattamento della rocca di Belvedere”.(16)

16) M.MAFRICI,Castelli e fortificazioni in Itinerari per la Calabria, Roma, 1983,p.354

Anche Francesca Martorano, da ultimo, rianalizza il problema del possibile coinvolgimento di Francesco di Giorgio, ma scontrandosi, ancora una volta, con il problema cronologici:

“la collocazione delle fonti permette di precisare che nei primi anni ottanta si lavorava già a Reggio e Crotone, mentre dopo il 1485, risolta la Seconda Congiura dei Baroni, si erano aperti i cantieri di Pizzo, Castrovillari, Belvedere, Corigliano e Rocca Imperiale, fortificazioni tutte legate ai Sanseverino e a famiglie feudali che si erano ribellate alla Corona”;“la dimestichezza tra Francesco di Giorgio e il Duca di Calabria risaliva addirittura…al 1479… o 1480…E’ possibile quindi che, già nei primi anni Ottanta, Alfonso di Calabria abbia discusso con l’architetto senese di fortificazioni e delle forme più opportune da adottare nel realizzarle”.

E’ evidente che la questione, nella sua interezza, dovrà venir riaffrontata in chiave territoriale, interessando le fonti relative non solo a tutti i castelli calabresi, ma vedendo il sistema fortificatorio nella sua complessità strutturale, fatta di linee difensive costiere (adriatica da Leuca a Vasto, salentina mediana da Leuca a Lecce, jonica orientale, jonica occidentale, tirrenica), di linee trasversali di prima e di seconda battuta, di gerarchie tra poli, nodi, presidi fortificati, recinti, porti e torri. Solo la ricostruzione di un tale complesso mosaico potrà dare conto delle reali dinamiche coordinate dalla Corte napoletana, che aveva al suo servizio i migliori tecnici allora sulla piazza e poteva svolgere una politica di concerto propria di un Regno, e non di uno Stato regionale o sub-regionale-unica in Italia.   

E una possibile soluzione viene individuata ricordando che:

Certo è che, in riferimento al castello di Belvedere, dal punto di vista cronologico, vi sono pochi, ma significativi, dati certi, oltre all’epigrafe del 1490. Sicuro è che, nel 1489, Antonio Marchesi accompagnava il Duca di Calabria nel suo viaggio attraverso le fortezze calabresi ( la data del suo arrivo a Napoli dal Nord non è sicura, ma non si può riferire allo stesso 1489,né, tantomeno, al 1494). E’ poi probabile che si tratti davvero di lui,(17), che lo stesso Marchesi rivestisse in quegli anni una sorta di ruolo di soprastante ai castelli calabresi, coordinando il passaggio, nel giugno del 1490, da Reggio dei materiali epigrafici per Corigliano;

L’11 febbraio 1491 provvedendo ad un pagamento a Mastro Carlo Cannali impegnato nella costruzione e negli scavi del castello di  Crotone ,(18), ma fin dal 1490 assunto nel ruolo di Capomastro “in le fabriche di li castella de la provincia di Calabria”(19), (che fosse stato allora attivo anche a  Belvedere?); nel 1494, ancora, Antonio Marchesi era chiamato a sostituire Baccio Pontelli a Reggio. Di quello stesso 1494 erano poi una serie di Istruzioni per il castello di Belvedere, che forse possono aiutare a circostanziare la cronologica più bassa della costruzione.

Il 1 luglio, infatti, Carlo d’Aragona, nipote del Re e Luogotenente Generale della Calabria, ordinava al Tesoriere di pagare tutto quanto necessario per la difesa della rocca; il 17 ottobre 1494, ancora, Cesare D’Aragona, figlio naturale del Re e Luogotenente Generale della Calabria, ordinava a Battista de Vena, Tesoriere, di consegnare cento ducati al precettore di denari della fabbrica del castello.

 Dunque le opere dovevano essersi svolte all’incirca tra il 1489 e il 1494; il che permette di ipotizzare, nel giro di pochissimi anni, l’avvicendamento progettuale di Giuliano da Maiano (per la parte del castello e la sua planimetria rombica) che aveva rapporti per la “muraglia” di Napoli con Alfonso di Calabria fin dal 1484/85; e, dopo il 1491, di Francesco di Giorgio Martini, per il Rivellino avanzato triangolare, come nelle altre opere salentine a lui attribuite (da Taranto a Gallipoli.

Il tutto sotto l’accorta regia realizzativa di Antonio Marchesi che era perfettamente in grado di mantenere la continuità progettuale e realizzativa tra le due”stagioni”. Marchesi, infatti, ricopriva quel ruolo di ingegnere/Direttore dei Lavori che, acutamente, il Cronachista anonimo del “Racconto” napoletano, indicava essersi realizzato anche in occasione della fondazione delle mura napoletane (1484) in rapporto ad un” architetto soprastante” che doveva essere sicuramente il Da Maiano. Un ruolo che Marchesi avrebbe continuato a svolgere in seguito collaborando con Francesco di Giorgio, e anche all’indomani della sua ultima visita a Napoli (nel 1497) realizzandone le opere più impegnati

17) Il problema dell’identificazione di Antonio Marchesi da Settignano, anche in riferimento al viaggio del 1489 e per tutte le attestazioni successive, in verità,  non è certo cosa da poco, perché al servizio del Duca di Calabria pare Esistesse un altro”Antonio Fiorentino”, detto “della Cava” in quanto cresciuto a Cava dei Tirreni  presso Salerno e invece identificato, nella letteratura napoletana, addirittura con Antonio da Sangallo. L’interrogativo è se i tre”Antonio” debbano essere in verità ricondotti almeno a due (Antonio Marchesi e Antonio da Sangallo), come sinceramente, parrebbe logico per quanto riguarda gli incarichi più aulici del Settignanese, poi divenuto addirittura  “l’architetto regio”. L’interrogativo, che non può essere comunque eluso, è giustamente impostato in QUINTERIO, Giuliano da Maiano. Cit.,p.370,n4.
18) In Archivio di Stato di Napoli, Dipendenze della Sommaria, I serie, castello di Corigliano, Fonti Aragonesi, VULTAGGIO, Napoli, 1990, vol XIII, doc.n. 29

19) Entrambe le Istruzioni sono riportate in J MAZZOLENI, Gli apprestamenti difensivi dei Castelli di Calabria Ultra alla fine del Regno aragonese (1494-1495),  Archivio Storico per le Province Napoletane, XXX, 1944-1946, pp. 134 e 138.

 

                         

Ingresso principale con a centro il Pilastro per l’appoggio del Ponte levatoio  in cui veniva sollevata la Porta da bolzoni mediante contrappesi. Il Fossato, oggi del tutto sostituito dalla strada di accesso, separava il terrapieno del triangolare Rivellino (giardino de Benedictis- meglio evidenziato in foto aerea-) Sulla porta di accesso è visibile la composizione dei due putti fiancheggianti lo Stemma con sotto la apposta “Epigrafe”

 

                                       

                                                     Particolare dei Beccatelli di Di Giorgio Martini

 

Sistema Difensivo Aragonese In Calabria Il mastio, la base a scarpa, il cingolo lapideo e il coronamento severo ed elegante dei beccatelli…. Tutti questi elementi di vario genere… si ritrovano nelle fabbriche militari innalzate o progettate specialmente nelle Marche da Francesco Di Giorgio Martini.   

                               

                                    

                                 

                                                             

 Sistema Difensivo Aragonese Salentino

E’ interessante come, sia nel caso salentino sia in quello calabrese, i centri fortificati di “testata” delle varie linee difensive, vedessero  l’adozione di peculiari presidi ossidionali, particolarmente aggiornati e articolati, che presupponevano la rilevanza strategica territoriale dei poli: così Brindisi, così Taranto, così Carovigno ed Ostuni, così Matera; così Rocca Imperiale,  Castrovillari e Belvedere.

  

 

Mauro D’Aprile

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