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DAL TIRONE ALLO SCALONE-Capitolo XIV°- I Nostri Giorni

I Nostri Giorni

Così come nel 1948, toccò ad un giovane Sacerdote, Don Erminio Tocci, consacrare nella forma della Chiesa di Capo Tirone i primi processi identitari di un nascente Sobborgo o terminale ferroviario,  oggi é toccato a Don Silvio Rumbolo nel “simbolico” rilancio della stessa struttura ricostruita, affidare le “speranze” di una ripresa delle, necessarie, nuove “relazioni”: quelle sociali che insieme a quelle economiche, possono trovare il coronamento di nuove “funzioni”, per nuove “forme”.

Messaggio forte, come quello significativo e fecondo di Don Vincenzo Giunta nel Suo San Michele, che nella “forma” racchiude le “relazioni“ di composite esigenze di una vasta area di “cittadinanza”  turisticamente partecipata e che, sempre più, si riconosce nella Sua Parola, confortevole e universale.

Don Cono Araugio  non ha Chiesa da edificare, ma da riproporre! Lo fa magistralmente con un libro: Il Belloviderii, ripulendo le “incrostazioni” ed esaltando le Sue innegabili virtù!  Apre alla Città il Suo Museo! Racconta la Sua Storia con dignitoso distacco!

Si appassiona nel “rammarico”, segno del comune sentire col popolo, ai cui giovani, indica possibili sentieri. Traccia un unico percorso: quello dei “valori”!

Funzionale ma privo di “Funzioni” rimane il Centro Storico! Amputato di gran parte delle “relazioni” dei rapporti economico-sociali, svilito nelle “strutture” alle quali, gradatamente ma inesorabilmente sono state sottratte idoneità, tranne che per la Sede Comunale, la Clinica Cascini e l’Istituto Magistrale.

Dell’antico suo splendore di Centro Amministrativo e Borgo Commerciale, non resta alcunché! L’impianto generale è salvo! Ma nelle forme che lo compongono, Castello, Palazzi, Chiese, Piazze, Slarghi, Gradinate, Vicoli, Case, Negozi, risultate dalle relazioni dell’intera sua storia, non più annidano le funzioni per le quali, le stesse forme, sono state pensate.

Magicamente, ancora oggi, esse si ripropongono all’attenzione,  confortate da un loro benessere strutturale ed estetico:

patrimonio immobiliare disponibile, completamente  ristrutturato con pertinenze e servizi, lasciato disabitato dai  Proprietari che vivono altrove (come i Feudatari).

Anche la parte pubblica, così come le Chiese, risulta in eccellente stato di conservazione!

L’Asse Commerciale è ancora intatto: 34 piccoli negozi, uno dopo l’altro, per una superficie complessiva di 450mq, un terzo di un moderno supermercato, ma col valore aggiunto del fascino di una passeggiata nel Borgo Medioevale.

La Piazza con la fontana è ospitale, i vicoli ancora ruffiani, gli slarghi e le gradinate con gli affacci panoramici. Appena fuori, il fiume con le pratoline odorose, il Convento e La Rocca, la Montea che vigila: rosea all’alba di rugiada, violacea al tramonto della brezza.

Manca la “Voce”!

Non quella soporifera di falsi “Profeti”. Non quella di fondo che ancora la natura garantisce: il fischio del vento in Via Levante, il battere della pioggia sulle lamiere abbandonate, il fragore del mare in burrasca, del treno che si allontana, lo sciacquio del fiume dalle Scale, il gorgoglio in Piazza della fontana nella notte.

Ma quella fischiata all’alba da Giovanni, dallo spazzare della sua scopa di saggina, della moglie, del figlio Mario mai divenuto “operatore ecologico”. Dei negozi che aprono, degli ambulanti che strillano, degli inviti all’acquisto, del patteggiare il prezzo, dei disappunti di Graziella, del grido di Giannino, della tromba del “banditore” Daniele che non ne azzecca una, delle fragorose risate,       dei fischi e delle pernacchie, dei  “sorridenti rimproveri”, “dù pizzulu” alle noci, dei goals non assegnati. Di madri premurose per i rientri oltre l’ora, di serrande che si chiudono in promesse bisbigliate fra ragazzi innamorati, nel frastuono della Piazza, la voce della sera, di luci che si spengono in “sincere” buonanotte…….

Quando tutto tace, è un’altra Voce che si leva:

Non posso, non voglio, non ho la forza di restare impassibile, per secoli e secoli, muto testimone di un mondo che cambia. Anch’io voglio cambiare; voglio parlare, cantare, gridare.Voglio morire! Che qualcuno mi distrugga, Mi disintegri. Che non rimanga di me traccia alcuna, su questa ignobile terra! 

 Re, principi, duchi e potenti signori hanno avuto paura di me, hanno tremato, davanti al mio potere,sotto le mie mura! Ora sono la personificazione della debolezza che giace inerme, ingombrante, non desiderata, a malincuore tollerata! E’ angosciante l’abbandono in cui giaccio! Io sono disperato! Maledetto il giorno e l’ora in cui fui progettato! Maledetto il sudore versato da chi mi ha costruito! Maledetta la mia pietra e maledetta l’edera, le piante, i fiori e i rovi che in me sono cresciuti. Maledetto chi mi ha chiuso in perenne prigionia! Liberatemi! Togliete i cancelli che mi tengon prigioniero. Numi del tempo, divinità infernali, spiriti del male, forze della natura, associatevi e rompete le catene della mia schiavitù!”

Da “Il Castello”, dramma in otto atti. “Voce” dello spirito del Castello, pg. 84:

E’ la Voce del cuore, della sensibilità, della cultura!

E’ il profetico lamento, affatto soporifero, di Don Erminio!

Dopo il “Cecco Pisani”, “l’Emmanuele” e cento inni ancora, si spende per la “sua” Belvedere, in una “Invocazione” disperata.

Nel vivere la sua Missione, adombrato dalla Massoneria, da lui combattuta, spesso incompreso e superficialmente giudicato, preferisce comunicare col metodo che gli è più congeniale: la trasposizione dei personaggi nei suoi numerosi testi drammatici.

Fa parlare oggetti, spiriti e fantasmi, figure popolane calate nei panni di uomini storici, arricchiti dalla sua impareggiabile fantasia. Cerca attenzione sui concreti valori di una Città che stenta a trovare orientamenti, trafitta da un micidiale senso di “non appartenenza”  più che da specifico  rifiuto del contesto.

La gente vive il Belvedere, ma non lo ama!

Il Castello è l’emblema dell’abbandono!

Così Don Erminio magistralmente, in poche righe, fotografa la Nostra Storia ma anche il nostro drammatico momento, non solo quello di un Castello solitario e debole, ma dell’intero contesto che lo ospita: la dialettica Città–Castello si rifonda, nuovamente a distanza di secoli, in un unico interesse!

Senza l’originario rapporto di “Attacco e Difesa” imposto dal pericolo dei predatori, senza  le relazioni economico-sociali dei fertili contagi Bizantini, Greci, Longobardi, Normanni, Svevi, senza il significato strategico degli Angioini e degli Aragonesi, Belvedere dei nostri giorni sembra smarrire anche la sua connotazione geografica.

Depredato dal suo assetto amministrativo, recentemente anche di un valente tessuto industriale, assente quello artigianale, precario quello commerciale ed anche quello sanitario, sembra avvitarsi in una crisi      strutturale senza ritorno!

Le sue coordinate geografiche, in un Mondo Villaggio che viene quotidianamente blandito, dovrebbero perdere di significato, assorbiti e modificati da una rettifica di confini, sempre più grande ed incerta.

Già il programmato settore dei trasporti nazionali, con il sistema dell’Alta Velocità, lo discrimina insieme all’intera area dell’Alto Tirreno Cosentino:

gli investimenti non sono giustificati dai ricavi! Altrettanto il sistema stradale con i costi di manutenzione”!

Sono questi i linguaggi e gli “strumenti” moderni che attentano al nostro sviluppo e alla nostra sicurezza: non più le armi di offesa delle battaglie epiche, ma i mezzi di cui si serve la globalizzazione per abbandonare, al proprio destino, il superfluo rispetto a quanto ritenuto necessario!

Si profilano davanti a noi gli stessi interrogativi di un tempo, quelli delle origini, delle scelte imposte e volute da altri, tutta intera la nostra ragione storica, di essere e divenire!

Il Mediterraneo, il “Mare Bianco” di mezzo, torna ancora di attualità! Ma gli Arabi non sono quelli della “Campana Sona”! Non vengono per depredare ne per comprare: vogliono vivere! Forse lo faranno altrove. Abbiamo poco da offrire!?

Il nostro territorio è qualcosa di superfluo? Un residuale di inutile spazio tale da ritenersi di poterlo abbandonare? Oppure, ancora oggi, esso può assolvere un ruolo e un compito nella nuova fase storica del terzo millennio?

La sua ricca identità, i suoi variegati fattori identitari risultanti dalle infinite storie di relazioni, di influenze, di conoscenze, di saperi palpabili e visibili nelle sue opere, nella sua conformazione, nella sua     caratterizzazione di luoghi fisici e mentali, possono fornire un modello di riferimento?

Può ancora Belvedere connotarsi ben oltre le sue coordinate naturali di Capo Tirone e Passo dello Scalone in una strategia di riscatto da una      premialità storica venuta meno?  Può aspirare ad un ruolo importante, proporzionato alle sue “forme”, in una indispensabile “integrazione territoriale” vitale, per rispondere alle sfide dell’oggi?

Per intanto, incominciamo a realizzare mentalmente il primo principio derivabile proprio dalla nostra storia e dalla situazione attuale: al “conflitto”, più o meno reale, con i mondi esterni che abbiamo combattuto, si sostituisce l’idea di una competizione tra sistemi territoriali, chiamati a convivere e confrontarsi sul terreno dei “valori” che sono allo stesso tempo quelli dell’efficienza produttiva e quelli della qualità sociale.

In un mondo sempre più integrato e globalizzato, il passaggio dei vari segmenti territoriali dalla logica delle “passioni” alla logica degli “interessi” rappresenta anche un modello di competizione pacifica verso l’esterno, ma soprattutto una modalità di massima valorizzazione delle proprie risorse interne.

Siamo quindi obbligati a riconsiderare il nostro modello di Città con più amore, con più cuore, con più passione, sapendo, ormai  per esperienza, avendolo  verificato sulla nostra pelle più che altrove, che il ripercorrere il nostro viaggio di civiltà non è un ritorno al passato, un percorso antistorico e dunque inattuale.

C’è da rimettere a posto qualcosa e quel qualcosa spero si intuisca dalla montante emozione del racconto che per primo mi coinvolge quale cittadino-narratore, ma cittadino: non c’è bisogno di ripetere stancamente le cose, non c’è tempo di annoiarsi, ma entusiasmarsi!

I nostri “gioielli” sono sotto la luce del sole!

Bisogna liberare lo Spirito del Castello, renderlo attivo e partecipe del suo connaturale sistema di fortificazioni Aragonesi della Calabria, della Puglia e dell’intero percorso Ferdinandeo! Bisogna attrezzarlo e fargli un abito adeguato alla circostanza, per metterlo in rete!

Esiste un protocollo di intesa da me sottoscritto nel 2008 con i Sindaci di Castrovillari, Pizzo, Corigliano. L’intesa va estesa alla città di Napoli, Taranto, Otranto, Gallipoli, Brindisi. In queste ultime città le opere sono tutte di Francesco Di Giorgio Martini, come il Castello di Belvedere! Si tratta di entrare nel circuito delle manifestazioni culturali e musicali organizzate in questi manieri, dalle rispettive Regioni.

Il Castello da solo non basta!

Bisogna recuperare e riattrezzare lo Storico Asse Commerciale  del Centro secondo lo schema più volte annunciato di S.Valentino: filiere di confetti e dolciaria dei prodotti tipici tradizionali, cedro candito, fichi, mostaccioli, uva passa, noci, castagne e derivati, estratti e liquori. Filiera degli abiti di fidanzamento e da sposa. Filiera dei profumi. Filiera dei gioielli. Museo S.Valentino con atelier dell’abito da sposa attrezzato anche da sistema virtuale, sartoria storica e caffetteria.

Il tutto in un percorso recuperato con  botteghe restituite all’epoca aragonese con portali in pietra (di Fuscaldo) e aperture contenute, secondo i canoni aragonesi, in legno e borchiate.

Completano il sistema, la fabbrica artigianale di Confetti con sistema originale del 1780 aperta in visione al pubblico, una  Pinacoteca-Biblioteca in Palazzo de Novellis o Leo Giuseppe acquisito, il Museo dell’Arte Sacra nei locali della Chiesa delle Grazie (esistente) il Convento con S.Daniele e S.Valentino.

La valorizzazione del “marchio” S.Valentino, attorno al nucleo storico in permanenza, e non nell’occasione di una “fiera”, potrebbe    dunque rappresentare il definitivo elemento di consacrazione dei prodotti materiali e simbolici dell’intera area tirrenica, insieme anche a quella agroalimentare di noto ristoratori o gelatai di prestigio.

I diversi siti industriali dismessi possono essere gli ambiti di raccolta, produzione e confezione delle materie prime, provenienti da latifondi riassettati e finalizzati alle colture richieste, alcune delle quali già abbondantemente presenti.

Abbiamo tutte intere le esperienze di pasticcieri, preparatori e confezionisti di uva secca, fichi, castagne, noci, liquori, moscati, distillati in genere, cedro, agrumi gelati ed ancora di sarti, cucitura e taglio, di orefici ed incastonatori. Mancano i profumi?  Impareremo   come produrli!

                                        

                        

                                

Schemi ed Elaborati Progettuali: Il Progetto pensato ed elaborato dal sottoscritto nelle funzioni di Sindaco è stato presentato alla Regione Calabria per essere inserito tra i Progetti Strategici dell’Assessorato all’Ambiente, secondo le Linee dei Fondi Strutturali Europei. Ma può essere perseguito anche con una attenta economia privata. 

                                             

                  

Bisogna rendere funzionali alla causa le dotazioni infrastrutturali, senza violenza del contesto con il Parcheggio per Autobus in località Monti ed il conseguente servizio navetta da e per il Centro Storico, in cui il potenziato affaccio delle Scale e la realizzazione di idonea area in Via degli Angeli, andranno a costituire le soste di appoggio,   liberando Piazza Amellino.

Stiamo ragionando su una superficie espositiva di appena 450 mq. esattamente un terzo di un moderno supermercato! Ragioni di spazio, movimentato e logistiche impongono prodotti miniaturizzati!

Il loro valore aggiunto si lega all’esclusiva qualità dei prodotti ed al contesto che li ospita di impareggiabile bellezza!

Solo la costante temporaneità delle presenze può incoraggiare i proprietari degli immobili di civile abitazione ad operare nella direzione di recuperare gli stessi con uso di casa-albergo: l’orizzonte di un bene che va sempre più deturpandosi, costituendo comunque un costo, dovrebbe comportare la revisione del valore di vendita al ribasso o di cessioni agevolate, per uso convenzionale. Al momento la pretesa dei costi di mercato, rende il percorso improponibile e scoraggiante.

         E’ questo uno dei modi come far vivere il Centro Storico!

Una offerta singolare e non comune! Un risultato possibile da raggiungere, nella riproposizione dei linguaggi e delle tradizioni artigianali, rese altamente qualitative, in un contesto ad esse complementare e connaturale. I percorsi, i vicoli, le gradinate, gli slarghi e gli affacci panoramici, ripresi ed integrati, completerebbero il progetto. 

Un progetto già proposto dallo scrivente nella sede idonea di un libero confronto civico. Forse, nell’occasione, non mi sono spiegato a sufficienza, o forse, sbagliando, ho preteso di legarlo ad una mia promozione civica di rappresentanza. Ma resto ancora convinto che, da un osservatorio di primo livello il compito di avviarne l’attuazione, resta facilitato!

Oggi lo ripropongo legandolo alla fine del racconto della Nostra Storia, nel tentativo di far capire che esso non è altro che la risultante di una diligente raccolta di dati circa i nostri saperi e le nostre attitudini. Dati organizzati, filtrati attraverso la percezione di una strategia possibile: nell’ammasso della globalizzazione che divora i prodotti commerciali rendendoli sempre più omogenei e non originali, i prodotti tipici e di  nicchia acquistano esclusività ed originalità! Contengono il così detto “valore aggiunto”!

Si tratta di emulare le nostre generazioni precedenti, quelli della seta  del Brebion, di Bisanzio, dei Normanni, delle stoffe pregiate ed, ancora più recentemente, degli stagnini, dei fabbro ferrai, degli intarsiatori, degli scalpellini di pietra, dei decoratori, degli stilisti. Il commercio dovrebbe esserci familiare! Non quello adattato, inventato, occasionale, ma quello di competenza!

Non si tratta di “rivendita”, ma di intermediazione e valorizzazione di produzioni locali, altamente qualitative, derivati da una occupazione!      

Per far questo abbiamo bisogno dell’intero contesto: dalle contrade alla Marina! Occorre che quest’ultima sia funzionalmente ristrutturata con il parcheggio sul Gafaro, il proseguimento della strada sullo stesso, quale unica trasversale, oggi possibile! A meno che, il ravvedersi su certe chiusure all’interesse pubblico, mai strettamente connesso a quello proprio come in questo caso, potrà consentire sbancamenti e demolizioni, per realizzare nuove strade e migliorare quelle esistenti. Ci sono amministrativamente le condizioni per cui tutto questo è possibile: attraverso il meccanismo della compensazione o perequazione!

Porto Turistico da Potenziare

      Valorizzazione Area Porto- Collegamento Lungomare con Calabaia-Sangineto Lido

Piano di recupero Urbano Località Monti- Centro Servizi- Parcheggio Pulmann di Linea e Turistici Con servizio Navetta Centro Storico e Marina

Si tratta di convincersi che il vivere nel brutto e nel non funzionale, depaupera l’economia di tutti: negozi e case perdono valore commerciale, gli investimenti in beni immobiliari non sono ricompensati ed ammortizzati!        

Occorre collegare il Lungomare con Calabaia e quindi Sangineto e Cittadella e promuovere la prima passeggiata ciclabile per un bacino turistico interscambiabile con attività ginniche anche durante l’inverno mite.

Occorre potenziare il porto che ha sostituito Capo Tirone con le nuove dotazioni di barche da diporto nella connessione con il Golfo di Policastro!

Occorre rimuovere l’impatto ambientale delle strutture cementizie di capo Tirone: l’Acquario da me proposto è uno degli accorgimenti ed, inoltre, una esclusiva attrattiva dell’intera Calabria!

Valorizzazione Lungomare 1) Parcheggio sul Gafaro   2) Sistemazione Piazza

Valorizzazione Capo Tirone Inserimento Acquario in Legno Pregiato e Vasche in cristallo-Percorso pedonale all’interno dell’Acquario

Occorre una Piazza che sia il simbolo della municipalità insieme al corredo urbano di connotazione pubblica!

Occorrono uomini, idee, abnegazioni, slanci, connivenze sincere!

La nostra missione è forse proprio questa!

Non vi è risposta alla crisi di integrazione fra mondo vitale e società comunitaria, se non torna a circolare nella nostra vita associata una più ricca linfa di valori etici e religiosi! E’ quanto i nostri genitori hanno positivamente già espresso costruendo il loro Paesaggio nelle “forme” ancora valide. I valori storico-artistici e quelli ambientali non possono che essere considerati come intrinsecamente integrati e connessi. 

Vi è un continuum “natura-cultura” che fa in questo senso del nostro un territorio speciale!

Oltre Lo Scalone e oltre Capo Tirone c’è un ruolo da assolvere, un compito da intraprendere: la nostra storia può essere un fiore all’occhiello, una connotazione in più dei caratteri identitari di una intera area. Belvedere rivela una cronologia forse più organica e consequenziale delle diverse vicende che si sono susseguite nell’Alto Tirreno Cosentino, un distretto, già di per sé, protostorico ed archeologico interessantissimo.

C’è, dentro questo rinnovato impegno, una ragionevole convenienza! Negli ultimi tempi, i territori densi di accumuli identitari, soprattutto laddove istituzioni e società locali hanno continuato a coltivarli e rinverdirli, sono stati quelli che hanno conosciuto sviluppo più marcato, malgrado le turbolenze della globalizzazione delle relazioni produttive e dei mercati.

Sarebbe da sciocchi ritenere che le generazioni precedenti non nascondessero gelosie, disappunti, distingui!

Ma questa immensa trama di amore che ha unito “tradizioni” ad esperienze religiose, che  ha espresso dal suo seno le opere di “civiltà comunitaria”, infinite schiere di maestri artigiani e creativi lavoranti, comunità fatta di slanci generosi, commovente attaccamento al proprio “precario” lavoro, non può distruggersi nell’oblio di un pressapochismo inconcludente e senza futuro.

Non si può avere la “pretesa” di trascinare nel proprio tramonto quello di una generazione di “costruttori” di civiltà!

Ciò che abbiamo, appartiene a loro!

Non lasciamolo in eredità ai nostri figli ulteriormente deturpato e quindi inutile!

Solo se si lega l’idea del bene ambientale e quello culturale alla loro capacità di parlarci di un contesto, di essere portatori di messaggi forti di natura socio-identitaria, otterremo un potenziale tesoro di qualità inestimabile.     

La specificità della nostra zona sta nella interazione tra risorse socio-culturali e sistema produttivo, che fa del “distretto” il suo punto di forza e il cui esito di percorso è la riproduzione di piccole imprese, saldamente radicate nel territorio ma altrettanto inserite in circuiti di mercato internazionale.

La “positività” del contesto gioca un ruolo fondamentale per il riconoscimento e la commercializzazione delle produzioni:

Area di Qualità!

Questo marchio agevola la intrapresa finalizzata delle singole comunità di un distretto.

Ciò che si tratta di valorizzare non è solo più la singola perla naturalistica, paesistica, o storico-artistica che sia, ma l’insieme di un territorio: natura e storia, come agenti e protagonisti di un equilibrio dinamico, in grado di esercitare attrazione sui visitatori esterni, ma ancor più e ancor prima di conferire ai tirrenici un senso più forte, positivo e profondo della loro stessa identità.

                                                    Mauro D’Aprile

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