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DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Conclusioni.

Conclusioni

Non dunque per Belvedere uno sterile etnocentrismo ma una convinta necessaria apertura al distretto per una politica di    restituzione dell’unitarietà, di una immagine aggregata che manca ai nostri splendidi Centri, incastonati in una natura caratterizzata da un denso manto boschivo, di forti e dolci acclività, ricca di acqua, mai lontana dal mare. Una natura al contempo, aspra, forte e dolce, dotata di una sua storia, valorizzata o deturpata, esaltata o mortificata ma mai pienamente assoggettata.

La “messa in rete” di questi fattori costituirà l’armatura del nostro contesto che non ci richiede di essere quotidianamente presenti ma “insistenti” sul territorio, capaci di agire con la ricca strumentazione di supporto, oggi a nostra disposizione.

Il nostro attuale “precetto”, non quello del “pericolo” Turco derivato dal mare della Storia, si racchiude in un gesto di “coraggio”, di una inclinazione affettuosa dell’animo verso la Città e verso tutte le persone.

Il Tempo non ci aiuta!

Nuovi filosofi ammoniscono che le nostre origini sono importanti, ma non devono essere una gabbia. Bisogna abbandonare quella mancanza ansiogena derivata dall’improvviso venir meno delle tradizionali identità etniche e vivere la spettacolare opportunità del presente, essere sempre gli indipendenti autori di noi stessi. 

Il luogo in cui siamo nati e la cultura nella quale siamo cresciuti, perdono di peso di fronte al mondo connesso e globale che ci fornisce materiali ed informazioni da ogni tempo e spazio e spalanca la possibilità di relazioni a tutto campo. Scegliere da sé, fare sintesi personali, non soltanto è possibile ma costituisce un grande salto  avanti evolutivo.

“ L’aneddoto dei moralisti: “una mela non cade mai lontana dall’albero che l’ha prodotta” , Loro dicono, ci paragona agli alberi! Ma noi umani non abbiamo radici che ci legano al terreno, ma piedi e gambe per muoverci, per saltare, per spaziare.

Le nostre origini, non si tratta certo di dimenticarcele: però non devono essere una gabbia. Sono la nostra culla- ci siamo affezionati, ne portiamo con noi l’imprinting- ma guai se ci chiudono la vista dell’orizzonte e se diventano la destinazione finale.Ecco perché quelle culture, quei modelli di pensiero, che enfatizzano il nostro legame con le identità originarie non aiutano proprio per niente a familiarizzare con la natura di un mondo sempre più orientato verso forme di identità espanse. Ma è in questo senso che sta irresistibilmente andando la corrente: ognuno di noi fa ormai la sua playlist di cose nuove ed antiche, di vecchie identità e nuove opportunità connettive, e quello che è davvero importante non è se queste cose sono nuove o antiche, ma è il metabolismo stesso della playlist, che segna il tramonto delle identità generaliste e l’avvento di un mondo di identità espanse”.

Ma ancora, Loro stessi aggiungono: “ Pensare che tutti quanti possano saltare con entusiasmo sull’opportunità di costruirsi da sé la propria identità soggettiva sarebbe ovviamente illusorio: i conflitti etnici, i fondamentalismi religiosi e –su un piano meno drammatico- tutti  gli arroccamenti ideologici e culturali dimostrano fin troppo ampiamente che tanti umani vedono con disagio se non con ostilità questa improvvisa dissoluzione delle identità storiche. D’altra parte nessun grande mutamento nella storia umana è mai avvenuto riscuotendo immediata unanimità fra tipologie umane assai diverse”.

       Non c’è scorciatoia per il futuro!

C’è di fronte a noi la paziente opera di tessitura di una trama di affetti, di solidi sentimenti di antiche nuove passioni. Al di fuori di questa presa di coscienza collettiva, nella cattolicità della nostracittadina, della responsabilità comune di una risposta etica alla crisi che stiamo attraversando, la partecipazione non potrebbe che risolversi in una fuga verso il privato, verso un intimismo che già in precedenti epoche si è ribaltato in disimpegno e che oggi si evidenzia nelle chiusure ermetiche di autoreferenze!   

         “Nessuno è l’obiettivo di se stesso!”

Solo chi appartiene a qualcuno si appartiene e desidera che qualcuno gli appartenga. Chi non appartiene a una famiglia, a una città, a una patria non si appartiene e non riesce ad accogliere, perché non sa cosa dare. Può solo prendere e pretendere e, se non ci riesce, recrimina o fugge.

         Il Tempo non ci aiuta!

La sua evoluzione è scandita da aritmie sempre più scordanti e confuse: il metro della misura è sempre meno la vita umana!

Quando finisce un’epoca, finisce anche una morale, si verifica una rivoluzione che smantella la vecchia architettura per costruirne un’altra affinché la vita possa proseguire alimentata e incanalata da nuovi limiti, da nuove correnti, da nuove sorgenti. Quando si smonta un’architettura morale senza costruirne un’altra il fiume della vita cessa di scorrere diventando imputridita palude.

Quando si rifiuta di ricordare il passato non si può costruire il futuro, si vive schiacciati da un eterno presente come gli animali che vivono fuori del tempo.

A questa sorte dobbiamo ribellarci, questo pericolo dobbiamo scongiurare!

        E’ lo spirito di tutti che deve risorgere!

L’amore che tutto sovrasta è quello verso la vita e il solo peccato pensabile è quello contro la vita, la sua dignità, la sua libertà. Non solo una vita idealizzata, vissuta in pienezza, come un ponte lanciato verso il cielo, ma anche una vita storicamente determinata dagli istinti che si misurano, si combattono, si trascendono, si trasfigurano, diventando passioni e sentimenti analizzati dalla lente della ragione, cioè del pensiero che pensa se stesso e che si vede vivere con qualche appiglio di bene.

Questo pensiero è capace di inventarsi e di raccontarsi molti mondi, è una fabbrica di illusioni che ci aiutano durante il viaggio, di speranze che alimentano la nostra energia vitale, di architetture morali       indispensabili a tutelare nel contesto la nostra socievolezza.

Qui dunque più che altrove le “forme” dell’insediamento umano si sono modellate, tra mare, collina e montagna facendo della natura stessa il proprio presidio.

Qui dunque più che altrove occorre elaborare e connettere i vari segmenti di questa identità.

Qui più che altrove occorre un forte investimento di noi stessi materiale e simbolico, spendere la nostra esistenza, la nostra intelligenza, i nostri saperi delle antiche esperienze.

Qui dunque più che altrove, malgrado le mortificazioni e a costo di una solitudine, impegnarsi per la costruzione di convinzioni collettive condivise, di identificazione in valori ed oggetti comuni, di  identici universi culturali.

 ” Attraversare il mondo libero, portando la mia patria con me, vedere nuovi popoli, vivere la terra, salutare quei viandanti che si perdono per sempre laggiù, in lontananza, alla fine del sentiero….”         

                                                                           ( Miguel Unamuno)

Anche la recente ultima impostazione federale dello Stato e delle sue Istituzioni tende a ridefinire amministrativamente i nostri contorni. Saranno certamente razionalizzati e articolati su diversi territori  servizi generali e mandamentali: si dice, per migliorarli e renderli economici.

Finanche i confini comunali potranno subire rettifiche e nuove demarcazioni geografiche! 

Nel gioco della dilatazione spasmodica delle geometrie spaziali dell’attuale fase storica potrebbe quasi certamente avvenire in ognuno di noi uno “spaesamento” spazio-temporale della nostra realtà sociale e di vita quotidiana.

Vivremo forse, quali “migranti” nella nostra stessa Città, con la sofferenza atavica, già dolorosa, dei nostri “emigrati”.

I giovani abitano in Belvedere Marittimo, spesso però con l’atteggiamento di chi subisce lo stare in un luogo della dimenticanza del passato, del presente e alcune volte dimentichi anche di se stessi. Si perde il senso del particolare e conseguentemente si vive nell’incapacità di costruirvi il proprio futuro”. ( Don Cono Araugio) 

 

Ed è così che, ancora una volta, passato e futuro si stringono e ci costringono a “rinascere”, a vivere Nuove reciproche relazioni, rese facili e feconde, come nel passato, nel nostro “contesto” fra uomini e donne, con la forza dei legami, in una rinnovata fiducia interna, una “coesione” costruita sviluppando peculiari modi di socialità, di cultura e di scambio.

Tutti, “Insieme” scopriremo che le nostre ricchezze, i nostri giacimenti, le generalità della nostra civiltà, non sono da sbandierare contro qualcuno, ma compatibili con uno spirito universalistico, di vocazioni specifiche, con cui partecipare, in modo cooperativo, alla costruzione di un sistema più generale di relazioni e di scambi,o, se qualcuno preferisce, all’avvento di un mondo di  “identità espanse”.

Così, ancora una volta, capiremo che il Nostro Passato non è una mancanza ansiogena, ma meravigliosamente una “spettacolare opportunità” proiettata nel futuro, uno strumento di navigazione per i  sentieri del Mondo.

E, sarà così che, ancora una volta, gli antichi stretti legami con il nostro “contesto” implicheranno una confortevole riduzione dell’incertezza e dello smarrimento derivati dalla perdita dell’ordine precedente e, solo allora, consolideremo una fiducia nelle aspettative positive, oltre i nostri orizzonti!

Ci capiterà probabilmente, ancora una volta, in una tarda sera in Piazza, ascoltare il gorgoglio della fontana, l’antica confortevole carezza del vento di levante, i passi della lunga notte ……

 

          Non saremo soli….

          Infinite vite rivivranno….

          Infinite “voci” racconteranno ancora

          i tanti percorsi della loro -Nostra Storia….. 

          Quella di un tragitto,

          di una Nuova Luce che

          soppianterà le stelle….

          oltre il Tirone,

          oltre il Passo dello Scalone.

                                                          Mauro D’Aprile   

 

 

 

 

 

 

                        

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