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	<title>L ORIZZONTE &#187; Le vostre Proposte</title>
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		<title>LA FORMA PARTITO</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jul 2024 12:20:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le vostre Proposte]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 id="more-0" style="text-align: justify;">In un giorno di luglio abbiamo organizzato un appuntamento per discutere di <em>politica</em> e di <em>forma partito</em>, temi antichi e attualissimi in un’epoca di grandi trasformazioni e di salti antropologici. Lo scopo è stato</h4> <a href="https://lorizzonte.net/?p=28998">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4 id="more-0" style="text-align: justify;">In un giorno di luglio abbiamo organizzato un appuntamento per discutere di <em>politica</em> e di <em>forma partito</em>, temi antichi e attualissimi in un’epoca di grandi trasformazioni e di salti antropologici. Lo scopo è stato quello di ridare senso a parole consumate nel corso degli anni, se non dei secoli, tentando di individuare alcuni strumenti concettuali che possano essere messi a disposizione di chi già pratica l’azione politica, o di chi decida di cominciare a impegnarsi per cambiare lo stato presente delle cose. Come punto di partenza, c’è stata una riflessione di Michele Mezza (vedi <a href="https://www.terzogiornale.it/2024/07/10/sulla-forma-partito-al-tempo-del-calcolo/">qui</a>).</h4>
<h4 id="more-1" style="text-align: justify;">Per il resoconto della discussione (svoltasi il 9 luglio nella sede romana della Fondazione per la critica sociale) abbiamo scelto una formula ibrida fra la trascrizione integrale degli interventi e il podcast audio. Per agevolare la lettura, proponiamo quindi una presentazione molto sintetica (tipo abstract) degli argomenti dei partecipanti, a cui alleghiamo gli audio degli interventi. Siamo fiduciosi che si possano trovare, in questo forum, spunti originali per avviare, eventualmente, un approfondimento o una ricerca.</h4>
<h4 id="more-2" style="text-align: justify;">Sono intervenuti nell’ordine: Michele Mezza, giornalista e docente, Rino Genovese, filosofo, direttore editoriale di “terzogiornale.it” e presidente della Fondazione per la critica sociale, Eugenio Marino, responsabile Esteri del Pd, Agostino Petrillo, sociologo, Mario Pezzella, filosofo, Antonio Floridia, politologo, Riccardo Agostini, componente della direzione regionale del Pd, ex segretario per il Lazio di Articolo uno.</h4>
<h4 id="more-3" style="text-align: justify;">Michele Mezza: il “partito semantico”</h4>
<h4 id="more-3" style="text-align: justify;">Ripartendo dalla critica della formula dell’<em>autonomia del politico, </em>Mezza ripercorre la crisi della concezione della politica della sinistra, che, da un certo momento in poi, è diventata impermeabile al cambiamento sociale. C’è stata una fuga nel politicismo: i partiti della sinistra hanno fatto l’opposto di quello che raccontava Antonio Pizzinato a proposito dei tempi in cui bastava un minimo mutamento dell’organizzazione del lavoro in fabbrica per cambiare il segretario della cellula del partito. Contemporaneamente, c’è stata la perdita della capacità di rappresentanza di un’idea alternativa di sviluppo del pianeta, e, mentre cominciava la grande stagione dell’individualismo, la sinistra che basava i suoi progetti sulla classe operaia, non si è resa conto che quella degli anni Settanta non era un’alba ma l’inizio del tramonto.</h4>
<h4 id="more-4" style="text-align: justify;">Una riflessione seria dovrebbe ripartire da due esperienze, trascurate e poi dimenticate: quella dei “Quaderni rossi” di Raniero Panzieri, e quella delle scelte industriali strategiche di Adriano Olivetti, che avevano posto l’Italia al vertice dell’innovazione tecnologica. Si sono invece preferite altre strade e altre formule – sostiene Mezza – ricordando, per esempio, l’idea del <em>partito della nazione </em>di cui Alfredo Reichlin è stato uno dei massimi interpreti. Un partito “indistinto e plebiscitario”, che aveva già perso grandi occasioni di rinnovamento e di rimescolamento dei ceti sociali, quelli che, in un passato non lontano, avevano dato vita a movimenti come Magistratura democratica, Medicina democratica, Psichiatria democratica.</h4>
<h4 id="more-5" style="text-align: justify;">Arrivando all’oggi, si deve capire che ciò che conta non è più la materialità della fabbrica, ma un sistema relazionale che attraversa l’intera società. Di qui l’idea di un partito semantico. “Un partito in grado di individuare i livelli di contraddizioni nel processo di rinegoziazione dei sistemi di calcolo. Un partito che rifiuti il determinismo matematico e rovesci il sistema algoritmico in un modello dipendente da una variabile indipendente”. L’algoritmo è una variabile psicologica prima ancora che matematica, per cui sarebbe necessario un partito che organizzi questi livelli di conflitto con nuovi soggetti negoziali; e questi nuovi soggetti devono essere in grado di confrontarsi e contrastare in maniera concreta e proficua l’avversario, che è oggi il proprietario dei sistemi e delle procedure di elaborazione della ricerca e del calcolo.</h4>
<h4 id="more-6" style="text-align: justify;">Intervento di Michele Mezza</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-1-Michele-Mezza.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-7" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-8" style="text-align: justify;">Rino Genovese: un “partito coalizione”</h4>
<h4 id="more-8" style="text-align: justify;">Secondo Genovese è giusto ripartire dalla critica della teoria dell’<em>autonomia del politico</em> e del compromesso storico, per riflettere sul declino veloce e apparentemente inesorabile di un’idea di partito. Una decadenza, quella italiana, che comunque è molto diversa da quel che è successo in altre parti d’Europa. Il nostro Paese si trova in una situazione particolare, dovuta alla circostanza che le forme di organizzazione sindacale e politica che erano state create nel corso del Novecento sono tramontate senza lasciare quasi traccia. Le radici del declino sono molto lontane, ed è giusto andarle a ripescare nella storia come ha fatto Mezza nel suo paper. “Ma nel suo intervento – ­ dice Genovese – ­ ci sono dei punti che convincono, altri con cui sono in disaccordo”. “Un punto su cui concordo è quello relativo alle geometrie variabili e al federalismo come caratteristiche fondanti di un partito nuovo. Convince anche l’espressione di “partito semantico”, che ha a che fare con la forte presenza della comunicazione e del linguaggio in tutte le forme della vita sociale. Non siamo in presenza soltanto di un cambiamento del modo di produzione, che pure è importante; dobbiamo confrontarci con qualcosa che riguarda la società nel suo complesso”.</h4>
<h4 id="more-9" style="text-align: justify;">Più problematico, invece, il rilancio del Marx dei <em>Grundrisse</em>,soprattutto laddove si teorizza che bisognerebbe concentrarsi sulle punte più avanzate dell’organizzazione della produzione. Molte delle idee di Marx sono ancora valide: per esempio, quella di considerare lo sviluppo tecnologico come il terreno di una possibile emancipazione. Ma non convince l’idea che ci sia un unico punto alto del conflitto su cui scommettere. L’idea cioè che sia necessario e sufficiente collegarsi a questo punto alto, che Marx individuava nella fabbrica. La realtà sociale, anche ai tempi di Marx, era già molto più articolata e – accanto ai punti alti dello sviluppo capitalistico – c’erano condizioni arretrate e forme di schiavismo vero e proprio. Questa compresenza c’è sempre stata all’interno dello sviluppo dei diversi modi di produzione. E si ripresenta oggi con una evidenza che non può non incidere sull’elaborazione di una nuova forma partito. Si deve dunque immaginare un partito che sia esso stesso il promotore di una coalizione sociale, non essendoci più un soggetto unico intorno a cui aggregare la conflittualità sociale. Un partito basato sull’orizzontalità al posto della verticalità, che riprenda, aggiornandolo, il modello consiliare: una formula che diventa essa stessa utopica, in quanto cerca di collegare, all’interno della coalizione sociale, le forme arretrate con quelle più avanzate che si esprimono nel modo di produzione.</h4>
<h4 id="more-10" style="text-align: justify;">Intervento di Rino genovese</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-2-Genovese.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-11" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-12" style="text-align: justify;">Eugenio Marino: ci vuole una base sociale</h4>
<h4 id="more-12" style="text-align: justify;">Che dire oggi della forma partito? Secondo Marino, prima di tutto è chiaro che serve un partito <em>strutturato</em>, un partito che si collochi nel solco della tradizione dei grandi partiti, che soprattutto a sinistra sono nati anche dall’idea di Marx. Nella tradizione della sinistra, c’è sempre stata la scelta di puntare su un punto forte della produzione. Nell’Ottocento poteva essere la fabbrica. Oggi, come dice Michele Mezza, potrebbe essere l’algoritmo. Da questo punto di vista, secondo Marino, è convincente la formula del partito semanticoe delle nuove forme della conflittualità sociale. “Continuo però a pensare – ­chiarisce Marino –­ che il partito debba avere un universo preciso di riferimento, una sua base sociale, e questa non non può che essere, oggi come allora, la rappresentanza degli oppressi, la rappresentanza degli ultimi, la rappresentanza di chi è la società. Per quanto questa società cambi rapidamente, ci saranno sempre quelli che hanno meno possibilità, meno capacità, meno intelligenza, meno formazione, e quelli che lavorano con le mani, che in ogni società, per quanto avanzata tecnologicamente, continuano a esserci, che siano i rider o gli operai di una fabbrica sempre più piccola, che siano i muratori o gli imbianchini…”. Il partito deve essere in grado di rappresentare le masse anche in maniera trasversale. Una impostazione, quella proposta da Marino, che implica un ripensamento dei processi decisionali e della partecipazione, perché non basta affidarsi solo a un click o all’adesione attraverso una tessera per sviluppare la democrazia.</h4>
<h4 id="more-13" style="text-align: justify;">E ciò implica anche un ripensamento intorno al grande tema della formazione. Le questioni poste in questo forum, e in generale quelle che caratterizzano la nostra epoca, necessitano di una formazione e di un apprendimento continuo. Alla metafora del <em>partito giraffa</em>, cara a Palmiro Togliatti (cioè i dirigenti che sanno leggere il mondo), si deve oggi affiancare la capacità del partito di coinvolgere tutti coloro che sono esclusi o che non hanno gli stessi strumenti degli intellettuali.</h4>
<h4 id="more-14" style="text-align: justify;">Intervento di Eugenio Marino</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/Audio-Marino-audio-3.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-15" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-16" style="text-align: justify;">Agostino Petrillo: un partito che si autoproduce?</h4>
<h4 id="more-16" style="text-align: justify;">Per ragionare sulla nuova forma partito, secondo Petrillo, è necessario prima di tutto mettersi d’accordo sul concetto di partito. Su questo punto la polemica è annosa, perché anche nell’ambito della scienza politica non c’è affatto uniformità di pensiero. Nel paper di Mezza è riassunta, in estrema sintesi, l’intera vicenda storica dei partiti occidentali. Rispetto alla proposta di un partito semantico,Petrillo mette in guarda su possibili fraintendimenti ed equivoci, dovuti al significato della parola “semantico”. L’equivoco potrebbe nascere da una interpretazione restrittiva, il partito della comunicazione, che ricorda le esperienze recenti del Movimento 5 Stelle, un movimento che ha provato a diventare il partito di un’intelligenza tecnico-scientifica minoritaria. Un esperimento che, come abbiamo visto, è fallito.</h4>
<h4 id="more-17" style="text-align: justify;">Bisogna fare anche grande attenzione ai rischi che si possono correre riproducendo modelli già superati dalla storia, come si è visto con i modelli di “partito notabilato”, o con i partiti costruiti solo come macchine elettorali. Risulta indispensabile prendere in esame i meccanismi di riproduzione delle élite (tema classico della politologia, già da Michels), e nello stesso tempo valutare il vero approdo di quella che è apparsa come l’utopia della liberazione attraverso Internet, che oggi deve fare i conti inevitabilmente con l’ideologia (e la pratica) della sorveglianza e del dispotismo.</h4>
<h4 id="more-18" style="text-align: justify;">Accanto a tutto questo, per avvicinarsi a un concetto nuovo di partito, è necessario riflettere sugli errori del passato, che hanno avuto come snodo centrale il rapporto tra partiti e movimenti, una questione che è rimasta irrisolta in tutta la tradizione della sinistra e del movimento operaio. I partiti possono nascere in vari modi, ma uno riguarda sicuramente il loro rapporto con i movimenti sociali. Uno dei possibili punti deboli della proposta di un partito semantico<em>, </em>riguarda proprio il rapporto tra questo e i movimenti. Secondo quello che propone Mezza potrebbe evidenziarsi un partito che si <em>autoproduce</em><em>, </em>una sorta di partito “spettrale”. Per questo è necessario andare a fondo sulla questione delle radici sociali del partito, in una società, come sostiene del resto anche Mezza, in perenne trasformazione. Una riflessione che si può chiosare, intanto, con una vecchia battuta di Lukács: “Un partito è quella cosa che diviene”.</h4>
<h4 id="more-19" style="text-align: justify;">Intervento di Agostino Petrillo</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-4-Agostino-Petrillo.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-20" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-21" style="text-align: justify;">Mario Pezzella: il partito sarà “ecosocialista”</h4>
<h4 id="more-21" style="text-align: justify;">Prima di tutto, secondo Pezzella, c’è la necessità di avviare una ricognizione sul concetto di socialismo, che è stato trascinato nella sconfitta dall’esito tragico del socialismo realizzato, del comunismo sovietico e, nello stesso tempo, dalla specifica storia, in Italia, del Partito socialista. Eppure dopo l’89 il socialismo avrebbe potuto essere ancora interrogato per riaprire un discorso diverso, in particolare nel rapporto complesso tra individui e istituzioni.</h4>
<h4 id="more-22" style="text-align: justify;">Il secondo punto considerato da Pezzella è stato quello relativo a una sorta di “ibridazione”, proposta da Rino Genovese, in alternativa alla soluzione del soggetto unico su cui puntare per il cambiamento. Il discorso di Mezza, però, non va letto come una separazione netta tra le punte più avanzate del progresso tecnologico e le parti più arretrate della produzione e della società. Una separazione in fondo astratta, perché l’innovazione e le tecnologie innervano tutta la società, e non riguardano solo fasce ristrette di tecnici e ingegneri, come si vede dall’uso delle stesse nuove tecnologie in settori considerati arretrati, come quello dei rider. Oggi anche quelli che una volta erano considerati i “dannati della terra” usano il cellulare e, potenzialmente, potrebbero essere coinvolti in processi di rivolta.</h4>
<h4 id="more-23" style="text-align: justify;">Il terzo elemento è la questione ecologica. Anche su questo terreno stanno saltando i vecchi paradigmi e un partito nuovo non può non tenerne conto. Sono stati fatti studi molto seri, soprattutto in Francia, che dimostrano che anche se non facciamo niente per l’ambiente, ma semplicemente procediamo così come stiamo facendo, rischiamo di andare incontro a una catastrofe nel giro di dieci o vent’anni. Sdoganando finalmente il termine socialista, un partito nuovo non potrà che essere <em>ecosocialista</em>, perché in gioco ormai c’è la sopravvivenza dell’umanità.</h4>
<h4 id="more-24" style="text-align: justify;">Intervento di Mario Pezzella</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-5-Mario-Pezzella.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-25" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-26" style="text-align: justify;">Antonio Floridia: i partiti non sono sostituibili con i movimenti</h4>
<h4 id="more-26" style="text-align: justify;">Preliminare alla costruzione di una nuova idea di partito, per Floridia, è l’analisi storica della crisi dei partiti che vengono dalla tradizione socialista e del movimento operaio. Sulla genesi dei partiti, dice Florida, risultano tuttora validi gli studi di Rokkan, che individuava quattro grandi “fratture” sociali. In particolare i partiti socialisti nacquero dalla frattura tra capitale e lavoro. Non sono però le fratture a determinare il partito, ma l’azione del gruppo dirigente che riesce a politicizzare i conflitti.</h4>
<h4 id="more-27" style="text-align: justify;">Invitando a rifuggire da qualsiasi determinismo sociologico o storico, (anche perché lo schema dei partiti che si sono estinti non è riproducibile), Floridia si chiede quale funzione possano svolgere oggi i gruppi dirigenti politici perché – alla luce di quello che abbiamo visto negli anni –­ i partiti non risultano sostituibili con i movimenti sociali. Il nodo che non si può eludere, infatti, è quello del rapporto con il potere e le istituzioni. Solo i partiti possono affrontare la questione. Quindi oggi, ammesso che sia giusta una visione della società segnata solo da frammentazione e individualizzazione, questo esige un surplus nella costruzione di un’alternativa. Un partito come soggetto politico collettivo in grado di unificare e ricomporre segmenti sociali,che, altrimenti, resterebbero separati e perfino incompatibili tra loro. Chi può farlo questo lavoro di ricomposizione se non un partito? E, da questo punto di vista, non si tratta di individuare quella parte della società che deve essere rappresentata dal partito, ma pensare che sia il partito stesso a costruire una società, a costruire il suo “popolo”, come ha scritto di recente Etienne Balibar sul “manifesto”<em>.</em></h4>
<h4 id="more-28" style="text-align: justify;">Oggi non possiamo utilizzare i vecchi schemi che determinavano le funzioni dei partiti, ma qualcosa rimane valido. Un partito deve tenere insieme tre livelli: anzitutto, una filosofia pubblica, cioè una visione generale della società del futuro; il secondo è quello delle grandi aree programmatiche, che riguardano le scelte in tema di lavoro, formazione, eccetera; il terzo livello è quello delle policy. Per fare un esempio di come queste cose oggi manchino, si può fare riferimento al Pd, che, essendo un partito “post-ideologico”, ha pensato che ci si potesse basare solo sui programmi, sulle policy. Ma così non può funzionare.</h4>
<h4 id="more-29" style="text-align: justify;">Per arrivare alle proposte di Mezza, è molto importante la parte che riguarda lo sviluppo della democrazia deliberativa interna. Si tratta di far nascere un partito che sappia costruire un discorso pubblico articolato, diffuso, unico modo per attirare militanti che devono essere coinvolti secondo le nuove forme della comunicazione. Infine, anche se i modelli passati sono irriproducibili, sarebbe comunque utile andare a studiare le esperienze concrete dei partiti laburisti e socialisti nel mondo.</h4>
<h4 id="more-30" style="text-align: justify;">Intervento di Antonio Floridia</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-6-Antonio-Florida.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-31" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-32" style="text-align: justify;">Riccardo Agostini: non nascerà un partito nuovo senza un’idea alternativa di sviluppo</h4>
<h4 id="more-32" style="text-align: justify;">Probabilmente si dovrebbe partire dalla domanda “a che cosa servono i partiti?”, anche alla luce di quello che è successo negli anni. Vista la provenienza storica dei fondatori dell’Europa (per lo più dalla tradizione socialdemocratica), e visto poi l’approdo alla cultura neoliberista, il primo punto ragionamento proposto da Agostini riguarda l’origine della crisi attuale, da considerare un effetto della crisi dei valori post-89. La caduta del Muro avrebbe cioè prodotto, sia sui partiti comunisti occidentali sia su quelli socialdemocratici e socialisti, un arretramento rispetto alla loro funzione storica, tanto nei loro Paesi quanto nella costruzione della nuova Europa. Il partito viene sempre più spesso relegato alla semplice gestione dell’esistente a livello nazionale. Anche il Pd non è un partito ma un contenitore, che ha l’unico obiettivo di essere garante delle istituzioni democratiche esistenti. La sua marca è stata quella di tentare di mitigare le politiche neoliberiste degli ultimi venticinque anni.</h4>
<h4 id="more-33" style="text-align: justify;">È tramontato il “partito dei funzionari”, cioè quello della formazione e del lavoro sul territorio. C’è stato anche un passaggio dal lavoro politico nel sindacato, o nel movimento delle cooperative e nelle associazioni, al partito. Si è arrivati al “partito del notabilato”, basato su gruppi di dirigenti che esercitano prevalentemente la loro funzione dentro le istituzioni, a livello nazionale e locale. All’interno di questo modello la selezione avviene sulla base dell’affidabilità al capo-componente di turno, o al segretario di turno. I dirigenti, secondo Agostini (che ha proposto una breve ricostruzione della storia del Pd, nato al Lingotto per iniziativa di Walter Veltroni), non rappresenterebbero più la linea politica del partito, come all’epoca dei funzionari, ma la gestione di un pezzo di lavoro. Il modello lanciato da Veltroni ha permesso a un’organizzazione, prevalentemente elettorale, di governare nella logica della gestione dell’esistente. Non è neppure un caso che sia stato poi Enrico Letta a cancellare definitivamente il finanziamento pubblico ai partiti.</h4>
<h4 id="more-34" style="text-align: justify;">In una fase come quella attuale, caratterizzata da varie crisi che si sovrappongono (finanziaria, ambientale, ecc.), è fondamentale riaprire la discussione sul partito. Ma perché ci si iscrive a un partito? La risposta sta nella proposta di un <em>programma fondamentale</em><em>. </em>Il partito deve essere portatore di un’idea di società. Il problema principale, quindi, è quello di mettere in campo un’idea di <em>modello di sviluppo</em>, basata su una critica radicale al modello capitalistico dominante. Si deve prendere atto che, negli ultimi vent’anni, c’è stata una vera controrivoluzione. Per questo oggi è essenziale, per un partito di sinistra, rimettere al centro della sua azione un programma fondamentale, tenendo conto di un dato ormai evidente: la dimensione nazionale del dibattito e della costruzione delle politiche non è più sufficiente. Oggi il vero terreno è l’Europa. Un partito nuovo di sinistra non potrà che essere la sezione nazionale del Partito socialista europeo. Perciò sarebbe fondamentale proporre una legge sui partiti.</h4>
<h4 id="more-35" style="text-align: justify;">Intervento di Riccardo Agostini</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-7-Riccardo-Agostini.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-36" style="text-align: justify;"></h4>
<h4 id="more-37" style="text-align: justify;">Replica di Michele Mezza</h4>
<h4 id="more-37" style="text-align: justify;">Quelle di Mezza non sono state delle vere e proprie conclusioni di un dibattito che va considerato come un primo piccolo passo. Stiamo cercando di trovare dei compagni di strada per riaprire un discorso – ha detto Mezza – che ha preferito utilizzare il tempo a disposizione per chiarire alcuni equivoci.</h4>
<h4 id="more-38" style="text-align: justify;">Primo. Partito semantico non significa semplicemente comunicazione. Oggi tutta la nostra esistenza è solo algoritmo. “Fuori dall’algoritmo è solo paccottiglia”, secondo Mezza. Anche tutte le parole usate durante il forum, in fondo, non sono davvero nostre: le abbiamo mutuate da vocabolari digitali, motori di ricerca, sistemi semantici che hanno dei proprietari. Per questo, se non contendiamo la titolarità delle parole e dei vocabolari, la partita non si riapre. Anche chi sbarca a Lampedusa si orienta nel mondo con un telefonino.</h4>
<h4 id="more-39" style="text-align: justify;">Secondo. A proposito della necessità di trovare un’alternativa allo stato di cose presente, come suggerisce Riccardo Agostini: è ovvio che l’alternativa consiste nella proprietà dei sistemi di calcolo, che hanno in mano la sensazione di benessere di cinque miliardi di persone, mentre noi siamo ancora rinchiusi nel salottino europeo. Per l’Europa, però, “la ricreazione è finita”.</h4>
<h4 id="more-40" style="text-align: justify;">Terzo. Perché la rete dovrebbe essere democratica, in assenza di un partito che lo chieda? Sarebbe terribile – dice Mezza – se una tecnologia fosse buona di per sé. La storia è lotta di classe, ma, come dice Buffet, l’hanno vinta “loro”. Lotta di classe oggi è organizzare conflitti che attraversino la capacità e la potenza di calcolo e, citando Giuseppe Di Vittorio, se non si vince nel punto più alto dello scontro, non si tutelano neanche i cafoni.</h4>
<h4 id="more-41" style="text-align: justify;">Quarto. Il punto è un partito che cambi le ragioni di scambio. Questo è il nodo: alterare i processi produttivi. Non è possibile pensare a una organizzazione politica al di fuori dei circoli di notabilato elettorale, senza armare questo livello di scontro.</h4>
<h4 id="more-42" style="text-align: justify;">Quinto. Essere in sintonia con il nuovo è fondamentale anche per il fatto che, tra una decina d’anni, ci saranno ragazzi che non ricorderanno nulla di quello che è stato. E ­­ questo potrebbe anche essere un fatto positivo, visto il bilancio che ci hanno lasciato i vecchi partiti. La vicenda di come erano i partiti una volta è chiusa per sempre. “Non ci serve più a niente quello che era” – sostiene Mezza.</h4>
<h4 id="more-43" style="text-align: justify;">Sesto. Allora il problema è: come parlerà la politica a una generazione che nasce in un circuito di relazioni determinate dalla potenza di calcolo e dalla pianificazione? Questa è la domanda intorno a cui ricostruire un’alternativa. Per questo il carattere di fondo del partito semantico si basa sulla <em>provvisorietà</em>, la <em>momentaneità</em>, l’<em>istantaneità</em> tra attenzione (non partecipazione) e decisione. Vuol dire rispondere a una modalità connaturata a questi processi.</h4>
<h4 id="more-44" style="text-align: justify;">Settimo. Il lavoro è ormai ben misera cosa nel processo di valorizzazione delle merci. “Dopodiché, avendo la potenza accumulata, avremo un processo di solidarietà per assicurare civiltà di vita a tutti – precisa Mezza­ –, ma non saranno quelli (i lavoratori) i titolari del processo, non saranno loro i becchini del capitalismo”.</h4>
<h4 id="more-45" style="text-align: justify;">Ottavo. Ci si è ormai spostati su un terreno psico-relazionale, in cui il conflitto è un processo linguistico. Ed è su questo terreno che deve stare un partito nuovo, un partito semantico, che produce le sue parole e non si limita a mutuarle. In uno scenario che – più che di masse diseredate a cui dare risposta – si compone di moltitudini di individui desideranti, che auspicano di essere diversi prima di tutto da quelli che hanno al loro fianco.</h4>
<h4 id="more-46" style="text-align: justify;">Replica di Michele Mezza</h4>
<figure style="text-align: justify;">
<h4><audio width="300" height="32" controls="controls" src="https://www.terzogiornale.it/wp-content/uploads/2024/07/AUDIO-8-Michele-Mezza-e-breve-replica-Petrillo.mp3"></audio></h4>
</figure>
<h4 id="more-47" style="text-align: justify;"></h4>
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		<title>COME RIUNIRE UN PAESE AVVELENATO</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Dec 2016 05:20:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Le vostre Proposte]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

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		<description><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">di Mario Calabresi</h5> 
<p style="text-align: justify;">La campagna elettorale è finita, domani finalmente si vota, lunedì - al di là del prevalere dei Sì o dei No - un risultato certo l'avremo: un Paese</p> <a href="https://lorizzonte.net/?p=17286">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">di Mario Calabresi</h5>
<p style="text-align: justify;">La campagna elettorale è finita, domani finalmente si vota, lunedì &#8211; al di là del prevalere dei Sì o dei No &#8211; un risultato certo l&#8217;avremo: un Paese diviso e malato e una sinistra in macerie. Non parlo del governo: è evidente che con l&#8217;approvazione della riforma Matteo Renzi resterà in sella mentre al contrario ci sarà la crisi di governo. Parlo della comunità che tradizionalmente si è riconosciuta nelle idee progressiste e che oggi è smarrita e dispersa.</p>
<p style="text-align: justify;">In Italia di campagne elettorali feroci ne abbiamo avute tante, di giorni del giudizio e divisioni nette anche: basti ricordare lo scontro del 1948, il referendum sul divorzio del 1974 o la polarizzazione della società negli Anni Settanta. Ma anche nelle condizioni più difficili e tragiche &#8211; pensiamo alla stagione del terrorismo, delle stragi, del conflitto ideologico frontale &#8211; c&#8217;erano punti fermi, coesione sociale e capacità di progettare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il clima e i toni, così come la violenza verbale del presente, sembrano più riconducibili alle lacerazioni del primo e del secondo dopoguerra. Nel primo caso, quasi un secolo fa, lo sbocco fu un regime autoritario, nel secondo invece la ricostruzione del Paese fu un successo. Fu un successo grazie alla saggezza dell&#8217;Assemblea costituente, al Piano Marshall e alla voglia di tornare a vivere.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi siamo in quello che potremmo definire un terzo dopoguerra: il conflitto è stato istituzionale, con la fine delle strutture dei partiti, ed economico con una crisi che ha distrutto il ceto medio, le aspettative e ha rotto il patto sociale che si basava sulla convinzione che i figli avrebbero avuto una vita migliore dei loro genitori. Questa è la cifra del nostro tempo e lo scontro forsennato sulla <a href="http://www.repubblica.it/argomenti/riforma_costituzionale">riforma costituzionale</a> non è che la spia di un malessere grave e diffuso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando guarderemo con la dovuta distanza a questo <a href="http://www.repubblica.it/speciali/politica/referendum-costituzionale2016/">referendum</a> e a questi mesi, ci renderemo conto che la materia del bicameralismo non poteva giustificare un clima da guerra civile senz&#8217;armi, che non si trattava di un tema di grande interesse popolare che tocca la vita dei cittadini come aborto, divorzio o nucleare, ma che è stato caricato di significati altri. Una resa dei conti di chi si sente scivolare verso il basso contro chi è considerato establishment, così come un duello all&#8217;ultimo sangue tra pezzi di classi dirigenti, tra rottamatori e rottamati, tra idee diverse di società. Una divisione che attraversa non solo un partito come il Pd ma comunità, amicizie e famiglie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che oggi provoca angoscia è lo sfarinamento del tessuto del Paese, la fatica di immaginare un futuro e la delegittimazione violenta di chiunque non sia o non la pensi come noi. È tale la canea che le persone più ragionanti, pacate e positive sono ormai tentate di chiudersi nel privato, di non impegnarsi in nulla che sia pubblico e sperare che passi la bufera. È tempo per gladiatori e si fatica ad immaginare schiarite all&#8217;orizzonte. Solo guardando con attenzione e pazienza al nostro territorio si scoprono tantissime persone coraggiose che si impegnano nel sociale, nella gestione della cosa pubblica o che rischiano per creare nuove attività e imprese, ma lo fanno rigorosamente sottovoce, quasi temendo che finire in un cono di luce e di attenzione porti polemiche e invidie.</p>
<p style="text-align: justify;">Per uscire da questo terzo dopoguerra abbiamo bisogno di una profonda opera di ricucitura della società, di una manutenzione straordinaria, altrimenti l&#8217;idea stessa di futuro sarà declinata in nome di un interesse personale e mai al plurale e ognuno si arrangerà come potrà, sperando solo di andare all&#8217;estero o di mandarci figli e nipoti.</p>
<p style="text-align: justify;">La retorica della resa dei conti, dei tavoli da rovesciare, dei palazzi da abbattere ha annebbiato le menti e conquistato le viscere. Una retorica che andrebbe respinta con fermezza, con razionalità e con cui non è possibile flirtare, anche perché è una bestia che non si fa addomesticare ma sbrana chi prova a giocarci.</p>
<p style="text-align: justify;">Se a sinistra non si mette mano a tutto questo, il rischio è di consegnare l&#8217;Italia alla sfida tra due populismi, uno più propriamente di destra &#8211; con la scommessa di Matteo Salvini di conquistare l&#8217;intero campo conservatore grazie alle primarie &#8211; e uno post ideologico rappresentato dal movimento di Beppe Grillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Due populismi isterici e nessuna sinistra, nessun campo progressista. Il rischio è quello della perdita dell&#8217;idea stessa di una comunità nazionale, di un&#8217;appartenenza comune come antidoto alle paure e agli egoismi del nostro tempo. Se questi populismi aumentano il loro consenso, è perché intercettano stanchezza e paura, perché leggono meglio il malessere sociale, perché promettono di dare soddisfazione alla rabbia e sfogo alla frustrazione. Questo, come ci <a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/11/20/news/la_sottile_linea_rossa-152423389/?ref=search">ha raccontato nella sua lunga inchiesta sulla crisi della sinistra Ezio Mauro</a>, mentre il Pd appare lontano, senza parole d&#8217;ordine e senza risposte.</p>
<p style="text-align: justify;">Renzi ha lavorato alla modernizzazione e all&#8217;innovazione del Paese, questa maggioranza di governo ha avuto a cuore i diritti sociali e l&#8217;accoglienza, ma c&#8217;è troppa assenza dai problemi dei giovani e una difficoltà a contenere il disagio e a comprenderlo. Un premier che amava viaggiare in treno ma che oggi sta troppo poco tra la gente comune, a cui si oppone una sinistra che appare concentrata sulla lotta nel Palazzo più che nelle strade e caratterizza la sua identità per contrapposizione e non per proposta. Appare difficile, quasi impossibile, eliminare i veleni, digerire questa stagione, ma è doveroso provarci.</p>
<p style="text-align: justify;">La strada esiste e parte dalla capacità di accettare il risultato senza aprire rese dei conti, cercando di costruire invece di credere che ci sia ancora qualcosa da abbattere.</p>
<p style="text-align: justify;">Se vincesse il Sì, sarebbe un tragico errore leggerlo come un via libera alla pulizia nel partito: si ignorerebbe che una parte importante di quel Sì è stato dato solo per senso di responsabilità, con una montagna di distinguo e di dubbi.</p>
<p style="text-align: justify;">D&#8217;altra parte se prevarrà il No si sappia che se lo intesterà tutto Grillo, pronto a lanciare la sua sfida finale al Pd, e non ci si illuda che possa essere un momento catartico di rifondazione di una nuova sinistra ideale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci vorrà invece senso di responsabilità, amore per la propria storia e per il proprio Paese. Ci vuole comprensione, e bisogna ripartire dall&#8217;ascolto della società, sintonizzarsi con l&#8217;angoscia dei genitori e la paura dei figli per un lavoro che sembra scomparso, per un welfare che perde i pezzi, per un orizzonte che non si vede.</p>
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		<title>LA DEMOCRAZIA</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Oct 2016 19:29:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>
		<category><![CDATA[Le vostre Proposte]]></category>
		<category><![CDATA[POLITICA]]></category>

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		<description><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">di Eugenio scalfari</h5> 
<p style="text-align: justify;">SONO stato molto contento come vecchio fondatore di questo giornale che il nostro direttore Mario Calabresi abbia deciso di <a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/10/04/news/referendum_se_il_confronto_chiude_il_ring-149056685/">aprire un dibattito </a>sulle varie tesi che riguardano il referendum</p> <a href="https://lorizzonte.net/?p=17142">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;">di Eugenio scalfari</h5>
<p style="text-align: justify;">SONO stato molto contento come vecchio fondatore di questo giornale che il nostro direttore Mario Calabresi abbia deciso di <a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/10/04/news/referendum_se_il_confronto_chiude_il_ring-149056685/">aprire un dibattito </a>sulle varie tesi che riguardano il referendum costituzionale che sarà votato dai cittadini il 4 dicembre prossimo e la vigente legge elettorale che molti (e io tra questi) considerano malfatta o addirittura pessima.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito sulle nostre pagine è avvenuto anche perché Repubblica ha ricevuto una quantità di lettere e di messaggi via web su quei medesimi argomenti, esprimendo variamente il loro atteggiamento sul voto Sì o il voto No o l’astensione attiva (come l’ha definita Fabrizio Barca in un suo memorandum in circolazione nelle sezioni del partito democratico).</p>
<p style="text-align: justify;">Sono infine molto grato a <a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/09/30/news/referendum_renzi_zagrebelsky-148854339/">Gustavo Zagrebelsky</a> che ha dato il via a questa discussione nel suo incontro televisivo di qualche giorno fa con <a href="http://www.repubblica.it/hermes/inbox/2016/10/02/news/zagrebelsky_e_un_amico_ma_il_match_con_renzi_l_ha_perduto-148925680/">Matteo Renzi.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Desidero subito chiarire un punto: io non sono contrario al referendum per ciò che contiene e che in sostanza consiste nell’abolizione del bicameralismo perfetto. Esso esiste già in quasi tutti i Paesi democratici dell’Occidente, rappresenta un elemento a favore della stabilità governativa che non significa necessariamente autoritarismo: può significarlo però se la legge elettorale è fatta in modo da conferirgli questa fisionomia. Ragion per cui mi sembra onesto dichiarare fin d’ora quale sarà il mio voto al referendum.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il governo cambierà prima del 4 dicembre alcuni punti sostanziali della legge elettorale o quanto meno presenterà alla Camera e al Senato una legge elettorale adeguata che sarà poi approvata dopo il referendum, voterò Sì; se invece questo non avverrà o se eventuali modifiche a quella legge saranno di pura facciata, allora voterò No.</p>
<p style="text-align: justify;">Coloro che non vedono (o fanno finta di non vedere) la connessione che esiste tra un Parlamento monocamerale e l’attuale legge elettorale sono in malafede o capiscono ben poco di politica ed oppongono il renzismo all’antirenzismo, cioè la simpatia o l’antipatia verso l’attuale presidente del Consiglio in quanto uomo. Evidentemente questo è un modo sbagliato di pensare. Ricordo a chi non lo sapesse o lo avesse dimenticato che Napoleone Bonaparte difese da capitano d’artiglieria dell’esercito francese (lui era stato fino ad allora di nazionalità corsa) il Direttorio termidoriano eletto dalla Convenzione dopo la caduta di Robespierre che aveva provocato la reazione di piazza dei giacobini. Questo avvenne nel 1795. Pochi anni dopo il 18 brumaio Napoleone decise di sciogliere il Direttorio, lo sostituì con il Consolato composto da tre Consoli due dei quali non contavano nulla e il terzo che era lui aveva tutti i poteri. Di fatto era l’inizio dell’impero che fu dopo un paio d’anni definito come tale.</p>
<p style="text-align: justify;">Come vedete e già sapete gli umori cambiano secondo le circostanze sicché votare pro o contro deve riguardare soltanto il merito e non il nome di chi lo propone.</p>
<p style="text-align: justify;">***</p>
<p style="text-align: justify;">Fatte queste premesse debbo ora affrontare le questioni dell’oligarchia e della democrazia, che hanno diviso Zagrebelsky e me. Crazia è un termine greco che significa potere. Oli significa pochi, demos significa molti, cioè in politica popolo sovrano. Il potere a pochi o il potere a molti. Così dicono i vocabolari, così pensa la maggior parte della gente e così ha sostenuto Zagrebelsky nel suo dibattito con Renzi prima e con me due giorni dopo.</p>
<p style="text-align: justify;">Al contrario io penso che la democrazia, di fatto, sia guidata da pochi e quindi, di fatto, altro non sia che un’oligarchia.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sola alternativa esiste ed è la cosiddetta democrazia diretta che funziona attraverso il referendum. In quella sede infatti il popolo si esprime direttamente, ognuno approva o boccia con un voto di due monosillabi, il Sì e il No, il suo parere su un quesito. I singoli cittadini quando raggiungono il numero previsto dalla legge, possono presentare quesiti sotto forma di domanda e sottoporli al voto.</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente quel Paese è uno Stato che ha una sua Costituzione la quale, preparata dai partiti o da un gruppo dei saggi, viene sempre approvata per via referendaria.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto ciò premesso riguardo alla democrazia diretta, va detto che dirigere un Paese soltanto con i referendum è tecnicamente impossibile in Stati la cui popolazione ammonti a milioni di abitanti e convive con miriadi di Stati diversi con i quali esistono complessi rapporti di amicizia o di conflitto, scambi economici o sociali, pace o guerra. Pensare e supporre che tutta questa vita pubblica possa essere governata attraverso i referendum è pura follia e non si può parlare neppure in astratto di questa ipotesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il dibattito dunque è un altro e le posizioni sono già state presentate: io sostengo che la vera democrazia non può che essere oligarchica, molti invece e Zagrebelsky per primo sostengono che quei due temi sono opposti e che non possiamo da veri uomini liberi che preferire i molti ai pochi. Quindi: partiti dove tutti i militanti determinano la linea, il Parlamento (bicamerale o monocamerale che sia) è la fonte delle leggi. Chi rafforza il Parlamento, eletto dalla totalità dei cittadini aventi diritto o comunque dagli elettori che usano il loro diritto di voto, rafforza la democrazia, cioè il governo dei molti.</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è dunque il dissenso che personalmente giudico soltanto formale e non sostanziale poiché non tiene conto della realtà. Naturalmente questa mia affermazione va dimostrata.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli elettori il giorno del voto hanno davanti a loro la lista dei candidati dei vari partiti. Qualche nome lo conoscono perché sono rappresentanti di quei partiti, ma la maggior parte di quei nomi è sconosciuta. Se comunque hanno scelto il partito per cui votano condividendone il programma o addirittura l’ideologia, votano quel partito e anche il nome di uno dei candidati. Ma chi ha scelto quei candidati?</p>
<p style="text-align: justify;">Dipende dalla dimensione dei singoli partiti. Se sono di molto piccole dimensioni la scelta viene fatta dai leader e dai suoi consiglieri. Così avvenne quando Fini e poco dopo Casini decisero di abbandonare Berlusconi e così avvenne allo stesso Berlusconi che non ha mai avuto un partito. Forza Italia non fu mai un partito ma un gruppo di funzionari della società di pubblicità dello stesso Berlusconi. Così avvenne anche per Vendola e per i radicali di Pannella. Ma se il partito è di ampie dimensioni, come la Dc, il Partito socialista e quello comunista, la scelta avveniva nel Comitato centrale. Il Congresso, una volta terminato, si scioglieva dopo avere appunto eletto il Comitato centrale. Era questo il solo organo governante di quel partito, che eleggeva la direzione che a sua volta eleggeva il segretario.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho già fatto un elenco di nomi che guidarono quei partiti e quindi non mi ripeterò. Ricordo soltanto che mettendo insieme il Comitato centrale, i sindaci delle maggiori città ed i loro più stretti collaboratori, si trattava al massimo di un migliaio di persone. Il ponte di comando era quello, che decideva la linea del partito, i candidati e i capilista nelle elezioni amministrative e in quelle politiche.</p>
<p style="text-align: justify;">Un migliaio di persone cioè indicavano i loro rappresentanti in Parlamento il quale rappresentava e tuttora rappresenta i milioni di cittadini che li hanno votati. Non è un’oligarchia di pochissimi che determinano la partecipazione di moltissimi i quali nel loro insieme rappresentano la sovranità del popolo e quindi il Demos che chiamano democrazia?</p>
<p style="text-align: justify;">È sempre stato così, nella civiltà antica, medievale, moderna. L’alternativa è la dittatura.</p>
<p style="text-align: justify;">Oligarchia democratica o dittatura: questa è stata, è e sarà il sistema politico dell’Occidente. Nelle altre parti del mondo la dittatura è la normalità con rare eccezioni di Paesi a struttura federale come l’India e l’Indonesia.</p>
<p style="text-align: justify;">Per quanto mi riguarda non ho altro da aggiungere a quanto qui ho scritto. Se Zagrebelsky vorrà prendere atto o contestare queste mie conclusioni siamo ben lieti di leggerlo.</p>
<address style="text-align: justify;">di Nadia Urbinati</address>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;OLIGARCHIA è la sola forma di democrazia, altre non ce ne sono, salvo la cosiddetta democrazia diretta, quella che si esprime attraverso il referendum &#8221; . <a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/10/02/news/zagrebelsky_renzi_scalfari-148925679/">Eugenio Scalfari, che scriveva queste parole </a>nell&#8217;editoriale di domenica scorsa, ci stimola con la sua lapidaria catalogazione a chiederci se questa riproposizione di Robert Michels sia utile a capire ( e soprattutto a gestire) la forma di governo nella quale viviamo, il governo rappresentativo. Un governo che agli elitisti antidemocratici del primo Novecento sembrava null&#8217;altro che un&#8217;astuta riedizione dell&#8217;oligarchia appunto, con le masse illuse che bastasse votare per vivere in democrazia. Parlare di democrazia rappresentativa all&#8217;interno di questo universo concettuale, attivato proprio quando l&#8217;odiata democrazia si presentava sulla scena europea, ha poco senso. Meno ancora ne ha pensare di rubricare il governo rappresentativo come democratico. Nello schema duale proposto da Scalfari &#8211; decidere direttamente oppure essere governati da un&#8217;oligarchia &#8211; è difficile far posto al governo rappresentativo. Difficile, anche, vedere lo scivolamento del governo rappresentativo verso una concentrazione oligarchica del potere.</p>
<p style="text-align: justify;">Però la democrazia rappresentativa non è un ossimoro. Ha un&#8217;identità e una tradizione sua specifica, con un pantheon di studiosi ( certamente diversi tra loro) di tutto rispetto, a partire da Montesquieu e Condorcet, dai Federalisti americani a J. S. Mill, autori a Scalfari familiari. Circa vent&#8217;anni fa Bernard Manin ha sistematizzato queste idee e proposto il governo dei moderni come un &#8221; governo misto&#8221;, che tiene insieme forma oligarchica e forma democratica. L&#8217;oligarchia non è democrazia. E quando ha un fondamento nel consenso elettorale libero e ciclico può combinarsi con la democrazia ( per questo, Madison rifiutava il termine oligarchia e parlava di &#8221; aristocrazia natuale&#8221;, per distinguerla da quella cetuale che non discende dalla selezione elettorale).</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;elemento democratico non sta solo nel voto ( eguale nel peso e individuale) ma nel voto che prende corpo all&#8217;interno di una società plurale, fatta di un reticolo di opinioni, liberamente formate, comunicate, associate, discusse e cambiate. È il libero e plurale dibattito che dà alla selezione elettorale ( di natura aristocratica, secondo gli antichi e i moderni) un carattere democratico. Quindi la democrazia elettorale e discorsiva limita l&#8217;oligarchia, non è oligarchia. Perché è importante tenere insieme i pochi e i molti, o se si preferisce la distinzione di chi compete ( poiché per competere occorre mostrare un&#8217;identità distinguibile) con la dimensione dell&#8217;eguaglianza democratica? Tra le tante ragioni che si potrebbero addurre, una soprattutto merita attenzione: per impedire la solidificazione del potere dei selezionati; ovvero per scongiurare la formazione di una classe separata, oligarchica. La temporalità del potere ( la sua brevità di esercizio) che l&#8217;elezione immette nel sistema e la subordinazione dell&#8217;eletto ( o del candidato) all&#8217;opinione di ordinari cittadini: questo fa della democrazia rappresentativa non un ossimoro e non una malcelata oligarchia, ma un governo unico nel suo genere, che contesta l&#8217;idenficazione della democrazia con il voto diretto. E fa comprende perché nelle democrazie moderne la lotta, perenne, è sulle regole che presiedono alla formazione del consenso, all&#8217;organizzazione elettorale, e infine alla limitazione del tempo in cui il potere è esercitato. Nella tensione mai risolta fra diffusione e concentrazione del potere ( democrazia e oligarchia) sta la dinamica della democrazia rappresentativa.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/09/30/news/referendum_renzi_zagrebelsky-148854339/">Gustavo Zagrebelsky</a></p>
<p style="text-align: justify;">L’OLIGARCHIA è la sola forma di democrazia, ha sostenuto Eugenio Scalfari nei suoi due ultimi editoriali su questo giornale. Ha precisato che le democrazie, di fatto, sono sempre guidate da pochi e quindi altro non sono che oligarchie. Non ci sarebbero alternative: la democrazia diretta può valere solo per questioni circoscritte in momenti particolari, ma per governare è totalmente inadatta. O meglio: un’alternativa ci sarebbe, ed è la dittatura. Quindi — questa la conclusione che traggo io, credo non arbitrariamente, dalle proposizioni che precedono — la questione non è democrazia o oligarchia, ma oligarchia o dittatura. Poiché, però, la dittatura è anch’essa un’oligarchia, anzi ne è evidentemente la forma estrema, si dovrebbe concludere che la differenza rispetto alla democrazia non è di sostanza.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti i governi sono sempre e solo oligarchie più o meno ristrette e inamovibili; cambia solo la forma, democratica o dittatoriale. Nell’ultima frase del secondo editoriale, Scalfari m’invita cortesemente a riflettere sulle sue tesi, cosa da farsi comunque perché la questione posta è interessante e sommamente importante. Se fosse come detto sopra, dovremmo concludere che l’articolo 1 della Costituzione (“L’Italia è una repubblica democratica”; “la sovranità appartiene al popolo”) è frutto di un abbaglio, che i Costituenti non sapevano quel che volevano, che hanno scritto una cosa per un’altra. Ed ecco le riflessioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Se avessimo a che fare con una questione solo numerica, Scalfari avrebbe ragione. Se distinguiamo le forme di governo a seconda del numero dei governanti (tanti, pochi, uno: democrazia, oligarchia, monarchia) è chiaro che, in fatto, la prima e la terza sono solo ipotesi astratte. Troviamo sempre e solo oligarchie del più vario tipo, più o meno ampie, strutturate, gerarchizzate e centralizzate, talora in conflitto tra loro, ma sempre e solo oligarchie. Non c’è bisogno di chissà quali citazioni o ragionamenti. Basta la storia a mostrare che la democrazia come pieno autogoverno dei popoli non è mai esistita se non in alcuni suoi “momenti di gloria”, ad esempio l’inizio degli eventi rivoluzionari della Francia di fine ‘700, finiti nella dittatura del terrore, o i due mesi della Comune parigina nel 1871, finita in un bagno di sangue. Dappertutto vediamo all’opera quella che è stata definita la “legge ferrea dell’oligarchia”: i grandi numeri della democrazia, una volta conquistata l’uguaglianza, se non vengono spenti brutalmente, evolvono rapidamente verso i piccoli numeri delle cerchie ristrette del potere, cioè verso gruppi dirigenti specializzati, burocratizzati e separati. Ogni governo realmente democratico non è che una fugace meteora. In quanto autogoverno dei molti, fatalmente si spegne molto presto.</p>
<p style="text-align: justify;">Tuttavia, la questione non è solo quantitativa. Anzi, non riguarda principalmente il numero, ma il chi e il come governa. Gli Antichi, con la brutale chiarezza che noi, nei nostri sofisticati discorsi, abbiamo perduto, dicevano semplicemente che l’oligarchia è un regime dei ricchi, contrapposto alla democrazia, il regime dei poveri: i ricchi, cioè i privilegiati, i potenti, coloro che stanno al vertice della scala sociale contro il popolo minuto.</p>
<p style="text-align: justify;">In questa visione, i numeri perdono d’importanza: è solo una circostanza normale, ma non essenziale, che “la gente” sia più numerosa dei “signori”, ma i concetti non cambierebbero (dice Aristotele) se accadesse il contrario, se cioè i ricchi fossero più numerosi dei poveri. Si può parlare di oligarchia in modo neutro: governo dei pochi. Ma, per lo più, fin dall’antichità, alla parola è collegato un giudizio negativo: gli oligarchi non solo sono pochi, ma sono anche coloro che usano il potere che hanno acquisito per i propri fini egoistici, dimenticandosi dei molti. L’oligarchia è quindi una forma di governo da sempre considerata cattiva; così cattiva che deve celarsi agli occhi dei più e nascondersi nel segreto. Questa è una sua caratteristica tipica: la dissimulazione. Anzi, questa esigenza è massima per le oligarchie che proliferano a partire dalla democrazia. Gli oligarchi devono occultare le proprie azioni e gli interessi particolari che li muovono. Non solo. Devono esibire una realtà diversa, fittizia, artefatta, costruita con discorsi propagandistici, blandizie, regalie e spettacoli. Devono promuovere quelle politiche che, oggi, chiamiamo populiste. Occorre convincere i molti che i pochi non operano alle loro spalle, ma per il loro bene. Così, l’oligarchia è il regime della menzogna, della simulazione. Se è così, se cioè non ne facciamo solo una questione di numeri ma anche di attributi dei governanti e di opacità nell’esercizio del potere, l’oligarchia, anche secondo il sentire comune, non solo è diversa dalla democrazia, ma le è radicalmente nemica. Aveva, dunque, ragione Norberto Bobbio quando denunciava tra le contraddizioni della democrazia il “persistere delle oligarchie”.</p>
<p style="text-align: justify;">Se ci guardiamo attorno, potremmo dire: non solo persistere, ma rafforzarsi, estendersi “globalizzandosi” e velarsi in reti di relazioni d’interesse politico-finanziario, non prive di connessioni malavitose protette dal segreto, sempre più complicate e sempre meno decifrabili. Se, per un momento, potessimo sollevare il velo e guardare la nuda realtà, quale spettacolo ci toccherebbe di vedere?</p>
<p style="text-align: justify;">Annodiamo i fili: abbiamo visto che la democrazia dei grandi numeri genera inevitabilmente oligarchie e che le oligarchie sono nemiche della democrazia. Dovremmo dire allora, realisticamente, che la democrazia è il regime dell’ipocrisia e del mimetismo, un regime che produce e nutre il suo nemico: il condannato che collabora all’esecuzione della sua condanna. Poveri e ingenui i democratici che in buona fede credono nelle idee che professano!<br />
C’è del vero in questa visione disincantata della democrazia come regime della disponibilità nei confronti di chi vuole approfittarne per i propri scopi. La storia insegna. Ma non ci si deve fermare qui. Una legge generale dei discorsi politici è questa: il significato di tutte le loro parole (libertà, giustizia, uguaglianza, ecc.) è ambiguo e duplice, dipende dal punto di vista. Per coloro che stanno in cima alla piramide sociale, le parole della politica significano legittimazione dell’establishment; per coloro che stanno in fondo, significa il contrario, cioè possibilità di controllo, contestazione e partecipazione. Anche per “democrazia” è così. Dal punto di vista degli esclusi dal governo, la democrazia non è una meta raggiunta, un assetto politico consolidato, una situazione statica. La democrazia è conflitto. Quando il conflitto cessa di esistere, quello è il momento delle oligarchie. In sintesi, la democrazia è lotta per la democrazia e non sono certo coloro che stanno nella cerchia dei privilegiati quelli che la conducono. Essi, anzi, sono gli antagonisti di quanti della democrazia hanno bisogno, cioè gli antagonisti degli esclusi che reclamano il diritto di essere ammessi a partecipare alle decisioni politiche, il diritto di contare almeno qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Le costituzioni democratiche sono quelle aperte a questo genere di conflitto, quelle che lo prevedono come humus della vita civile e lo regolano, riconoscendo diritti e apprestando procedimenti utili per indirizzarlo verso esiti costruttivi e per evitare quelli distruttivi. In questo senso deve interpretarsi la democrazia dell’articolo 1 della Costituzione, in connessione con molti altri, a incominciare dall’articolo 3, là dove parla di riforme finalizzate alla libertà, all’uguaglianza e alla giustizia sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste riflessioni, a commento delle convinzioni manifestate da Eugenio Scalfari, sono state occasionate da una discussione sulla riforma costituzionale che, probabilmente, sarà presto sottoposta a referendum popolare. Hanno a che vedere con i contenuti di questa riforma? Hanno a che vedere, e molto da vicino.</p>
<h5 style="text-align: justify;">di Eugenio Scalfari</h5>
<p style="text-align: justify;">SONO alquanto deluso dalle <a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/10/12/news/zagrebelsky_risponde_a_scalfari_oggi_su_repubblica-149584896/?ref=HRER2-1">risposte che Gustavo Zagrebelsky</a> ha dato ai miei duplici interventi sul rapporto tra oligarchia, democrazia e dittatura o tirannide che dir si voglia. Si tratta al tempo stesso di sostanza e di parole che la esprimono. Nel dibattito che c&#8217;è tra noi le parole talvolta coincidono, la sostanza no. Che l&#8217;oligarchia sia il governo dei pochi lo diciamo tutti e due. Che faccia un governo per i ricchi lo dice solo Gustavo e che i ricchi facciano i loro propri interessi a danno dei molti, anche questo lo dice soltanto lui, non io.</p>
<p style="text-align: justify;">Che l&#8217;oligarchia abbia in mente una sua visione del bene comune è inevitabile. Lo diceva persino Giuseppe Mazzini che infatti quando fondò la Giovane Italia aveva in mente l&#8217;educazione dei giovani e li preparava ad essere gruppi d&#8217;assalto per sollevare le plebi contadine. In quegli assalti morivano quasi tutti; quello che si immolò con altri trecento fu Pisacane: &#8220;Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti&#8221;. Quella era l&#8217;oligarchia mazziniana: aveva in mente la nazione italiana e la Repubblica invece della monarchia.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto tre secoli prima lo stesso Machiavelli dedicò il Principe a Lorenzo de&#8217; Medici affinché prendesse la guida per risollevare le plebi e farne un popolo. Un altro esempio porta il nome di Mirabeau che agli Stati generali di Francia riuscì a trasformare il Terzo Stato in un&#8217;assemblea costituente che rendesse il potere assoluto del re soggetto alla Costituzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Zagrebelsky è più giovane di me e forse non sa che l&#8217;oligarchia del partito comunista abitava in case molto povere; addirittura le lampadine appese al soffitto non avevano neppure una traccia di paralume, erano appese ad un filo e pendevano in quel modo. Io entrai in molte di quelle case e le ricordo bene: quella di Pajetta, quella di Longo, ed anche quella di Pietro Nenni che era il segretario del partito socialista, ed anche quella di Sandro Pertini. Potere ma con una visione del bene comune molto precisa, in parte ideologica ma soprattutto politica.</p>
<p style="text-align: justify;">Identificare i pochi con i ricchi che ottengono il comando per favorire i propri interessi è un evidente errore. Talvolta può accadere, ai tempi d&#8217;oggi sono molti i potenti ricchi arruolati dai partiti e spesso anche membri del Parlamento e del governo. È il cosiddetto malaffare. La loro presenza in Parlamento &#8211; che Gustavo vede come il vero organo di rappresentanza della democrazia e il suo pilastro &#8211; è una prova che è un pilastro assai traballante, tanto più quando qualcuno di questi potenti e ricchi che fa la politica nel proprio interesse viene indagato dalla magistratura. La commissione delle immunità in questi casi concede l&#8217;immunità a tutti ed in più votando all&#8217;unanimità. Naturalmente negli ultimi anni il livello del malaffare è aumentato dovunque: è aumentato il livello del benessere ma con esso purtroppo anche quello del malaffare ma il fatto che il Parlamento sia secondo Gustavo il luogo principale dove deve risiedere la democrazia dimostra semmai che sono aumentati insieme al livello delle comodità della vita anche i ricchi e il declino etico. Io infatti non sostengo che l&#8217;oligarchia è per definizione il governo dei migliori; sostengo che è il governo dei pochi ma è la sola forma d&#8217;un governo democratico.</p>
<p style="text-align: justify;">Zagrebelsky pensa che i pochi sono i ricchi e i potenti. Ricchi non necessariamente, potenti certamente e su questo è tutto. Le alternative sono la democrazia referendaria della quale ho già scritto l&#8217;impossibilità di governare; oppure la dittatura. Gustavo è d&#8217;accordo sul primo tema ma non sul secondo: la dittatura secondo lui è la forma estrema dell&#8217;oligarchia, con il passare degli eventi sia del passato remoto sia di quello prossimo. Ma questa asserzione sulla base della storia non è affatto vera.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Impero romano cominciò con Cesare Ottaviano, poi seguito dal termine Augusto, ma era ancora una struttura, quella da lui costruita, che lasciava un certo spazio al Senato. Il vero imperatore fu Tiberio. Lui comandava e il suo comando veniva eseguito. I tribuni diventarono cariche militari, i prefetti governavano le regioni che componevano l&#8217;Impero ma non erano altro che amministratori e Pilato ne è un esempio. Adriano, della famiglia Antoniniana, fu un altro imperatore che comandava da solo e senza alcun consigliere. Traiano è ancora di più un capo assoluto. L&#8217;Impero durò quasi cinquecento anni e consiglieri non ne ebbe mai. Si potrebbe dire che il giovane Nerone ebbe Seneca (solo Seneca) come educatore e la madre, assai autoritaria anche lei; talmente autoritaria che alla fine Nerone se ne stancò e la fece uccidere. Per cinquecento anni la struttura imperiale non fece nessun cambiamento salvo uno: la divisione tra Oriente e Occidente.</p>
<p style="text-align: justify;">In tempi più ravvicinati le monarchie erano chiamate assolute. Il cosiddetto Re Sole, non a caso, sosteneva che lo Stato era lui. Al massimo fu in qualche modo orientato dalle sue amanti. E poi gli Asburgo d&#8217;Austria e di Spagna, i duchi di Borgogna, i Re di Spagna, di Francia, di Inghilterra, di Scozia, di Svezia. Gli zar di Russia. Napoleone. Dove sta in questi esempi l&#8217;oligarchia? Quelle dittature erano oligarchiche? Assolutamente no. Napoleone ascoltava solo Talleyrand in politica estera e basta.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma voglio aggiungere un caso che può sembrare particolare e infatti lo è ma è estremamente significativo: quello del Papa cattolico e dei vescovi. Non so quale sia il numero dei vescovi, certamente molte migliaia, compreso il Papa che è vescovo di Roma. Ma se paragoniamo le migliaia di vescovi alle centinaia di milioni di fedeli siamo di fronte in questo caso ad una oligarchia religiosa. Tanto più se aggiungiamo ai vescovi i cardinali che ammontano a un centinaio o poco più. Il Papa con cardinali e vescovi, nunzi apostolici e sacerdoti addetti a specifici compiti e dicasteri rappresentano un caso tipico di oligarchia. Un&#8217;oligarchia che si riunisce molto spesso nei Sinodi dove i pareri, sia pure nel quadro d&#8217;una religione che crede nel Dio assoluto trascendente, sono molto diversi e suscitano spesso controversie molto aspre. Il compito del Papa è proprio quello di cercare e trovare una mediazione che almeno per un periodo sia condivisa da tutti. In sostanza la Chiesa cattolica è sinodale. Potremmo anche chiamare i comitati centrali dei partiti con la parola Sinodo: significano in due diversi casi lo stesso fenomeno oligarchico.</p>
<p style="text-align: justify;"><em id="__mceDel"><br />
Ora mi fermo e non parlerò più di questo tema. Viviamo tempi dove la politica è molto agitata e merita molta più attenzione che definire con le parole e con il pensiero se si chiami oligarchia la sola forma di democrazia che conosciamo.</em></p>
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