MURI E VOCI DEL PASSATO

Di Salvatore Fabiano

Il palazzo è incartato da tempo come un pacco regalo dimenticato ed esposto alle intemperie: recintato con tubi di ferro ai quali sono appese delle reti di plastica verde e nera; un abbrutimento del paesaggio in un punto cruciale del borgo marinaro. Un obbrobrio durato troppo tempo! Da tanti anni all’interno di quelle mura è assente la vita. L’ultimo respiro di Tilde appartiene al passato, i tanti gatti che le tenevano compagnia non ci sono più. Anche il cagnolino, che viveva in perfetta armonia con i gatti e  seguiva Tilde ovunque , è sparito dopo il funerale della padrona. Dicono che sia stato visto alcune volte sostare davanti al cimitero.

     In quell’involucro, sporcato e strappato dal tempo e dall’abbandono, sono custoditi i ricordi di molti ragazzi, di impiegati, di professori, di genitori. Il palazzo ha ospitato la scuola media e, per un certo periodo, anche il ginnasio. Nelle sue stanze si sono formate generazioni di adolescenti : quante paure, quante amicizie, quanta voglia di sapere e di capire, quanti giochi, quante arrabbiature, quante delusioni, quanta gioia di vivere e di crescere. Le sue oscure scale sono state testimoni silenti dei primi innamoramenti, degli scambi di ingenui baci tra i ragazzi più precoci, dei volti arrossati per il timore di essere scoperti dai bidelli che, con rigido senso del dovere, avrebbero potuto riferire al preside.

     Trattengo il respiro quando mi accorgo che i lembi svolazzanti dell’involucro cominciano a cadere ed i tubi ad essere smontati ed adagiati sul piazzale transennato: iniziano i lavori. Un segno tangibile della nostra vita sta per essere mutato. Forse cancellato in modo definitivo  da non lasciare neanche il solco, visibile controluce, come accade  ad una matita sul foglio da disegno anche quando cerchi di cancellarlo con la gomma. In quel momento decido di raccontare quel che vedo, quel che odo, quel che provo. Lo faccio mescolando, volutamente e senza disciplina, il tempo presente al tempo passato perché così mi pare giusto, perché tutto così è mischiato nella mia mente.

     Gli spettatori, sempre in numero maggiore, chiedono vicendevolmente notizie che nessuno è in grado di fornire all’altro, si moltiplicano i  “secondo me” che, col passare delle ore e dei giorni, diventano “ho sentito dire” e quindi “persone bene informate dicono” fino a raggiungere certezze diverse tra loro. Chi si dice sicuro che sarà abbattuto, chi invece asserisce che sarà solo ammodernato. Nessun aiuto arriva dal tabellone gigantesco e colorato messo in bella vista, né dalle immancabili asserzioni polemiche tra assessori e privati cittadini pubblicate sui mezzi di informazione.

      Il vecchio stabile sarà ancora là per qualche giorno e chiunque vi abbia speso un pezzo della sua vita lo guarda  assorto, in commosso silenzio,  cercando di captare qualche segnale del proprio passato.

    Chiudo gli occhi e non presto ascolto al mio amico che me ne vuol parlare.  Sto rivedendo la folla dei  ragazzi che attende il suono della campanella, cerco di riconoscere quel compagno di scuola in pantaloni corti, sorretti da bretelle della stessa stoffa, mentre esce dal negozio del giovane Carmelo Zito o dell’anziano Luigi Riente con la colazione incartata nel gesto di riporla nella cartella. E poi il rincorrersi frenetico dei maschi, il placido bisbigliare delle femmine che, non dovendo attendere il suono della campana, si sono già portate in classe ed a turno si affacciano alle finestre per essere spettatrici dei giochi altrui.

     La piazza ora è recintata, i moderni sedili spostati, le grosse piante, che dominano e proteggono con la loro ombra il marciapiedi, sono accuratamente rimosse per essere poste a dimora in attesa, forse, di farvi un giorno trionfale ritorno. Ci voglio credere e giuro a me stesso che quel giorno ci sarò! La mia mente pronuncia spontaneo un addio che, con grande e sofferto sforzo, trasformo in un  beneaugurante ciao.

     Sono quasi le nove del mattino quando, passando in macchina, noto il lungo braccio meccanico di un grande escavatore che sta per entrare in azione. Due ruspe sono parcheggiate nei pressi e sembrano dire: dopo toccherà a noi. E’ l’inizio, è la fine. Combattuto tra il vecchio ed il nuovo mi affretto a trovare un posto per la mia automobile in modo da poter assistere ai primi colpi inferti dal mostro d’acciaio. Mi farà male, ma non resisto. Anche un funerale di una persona cara è doloroso, ti fa vacillare, ma tu vi partecipi ugualmente. Si odono solo i tonfi delle tegole e delle travi in legno che cadono all’interno. Segue il fragore squillante dei laterizi e delle mattonelle in cemento. Ricordo i disegni che esse formavano:  il colore  bianco che si intersecava col grigio ed il nero. Un insieme di geometrie che attiravano la mia attenzione e, talvolta, mi distraevano durante le lezioni. Su di esse tracciavo fantasiosi percorsi che mi portavano chissà dove. Sebbene con identiche geometrie, la stanza del preside era l’unica con colori diversi: rosso, rosa e nero.

Un rimbombo sordo ed ecco apparire la polvere della muratura demolita che, dopo aver fatto capolino per un attimo come fosse un fuoco di artificio, ricade e sparisce per andare a trovare ricetto depositandosi intorno. I tonfi si susseguono e non vorrei ascoltarli. Resto immobile però. Non riesco a trovare il coraggio di andarmene. Voglio restare per illudermi di sentire le voci dei miei compagni, dei miei professori, le ferme reprimende del preside Filippo Martorelli, le imprecazioni di Giovanni Cariello, simpatico e paterno  bidello  dall’accento campano, ma fuscaldese di adozione, che diventava spesso la vittima dei nostri scherzi. Quel che cerco è forse rimasto custodito in qualche crepa del fabbricato, in uno degli angoli nascosti e oscuri.

      Ogni giorno la folla dei curiosi sembra darsi appuntamento sui marciapiedi vicini, vuole vedere, vuol commentare, vuole chiedere a chi può saperne  di più. Qualcuno che, non cresciuto sul posto o che non ha frequentato quella scuola, mi domanda particolari sulle date e sull’ubicazione delle classi, chiede i nomi dei professori e degli impiegati. Rispondo a monosillabi, quando è possibile, o mi fingo distratto e disinteressato. Faccio qualche cenno ad attendere con la mano invitando al silenzio. Un gesto poco signorile ma lo compio perchè, ad ogni costo, intendo fissare le fasi della sparizione del vecchio colosso, senza perdermi nessuna sequenza.

      Il mostro colpisce ancora con la sua graffiante bocca a tenaglia, sembra voler divorare ogni muro e tutto ciò che incontra. All’improvviso il gigante diventa buono: prende in braccio un lungo architrave e lo adagia come si fa con un bambino addormentato. Infrange un tramezzo con  colpetti laterali che sembrano carezze ed ecco apparire dai varchi gli interni delle aule, qualche vecchia suppellettile, le putrelle di ferro arrugginite, gli intonaci scrostati, gli infissi marci adagiati sui  fianchi. Dei vetri lavorati che componevano la parte centrale delle porte interne rimane solo qualche scheggia appuntita. E’ il momento in cui comincia a far capolino nella mia mente la ragione ed il convincimento che, anche volendo, un recupero ed una messa in sicurezza, come una moderna ed orribile espressione linguistica recita, sarebbero  stati di difficile attuazione. No, dico a me stesso, è troppo decrepito! No, dico a me stesso, si poteva salvare! E resto con il dubbio, con l’atroce dilemma tra progresso e conservazione, tra sentimento e rassegnazione.

     Penso per un attimo di rassegnarmi arrendendomi al nuovo, che il mondo deve cambiare, che il progresso a volte richiede dei sacrifici, che alle esigenze moderne si può immolare……. e giunge un nuovo colpo di maglio a svegliare la mia mente da questi pensieri dubbiosi. Sono davanti al bar quando intravedo la stanza ove era allocata la presidenza. Odo la voce del capo d’istituto, professore di lettere, che ci rimprovera dopo un’assenza di massa , compresi noi della prima classe, per reclamare nientemeno che “la restituzione di Trieste all’ Italia”. Ci intima di presentarci all’indomani accompagnati dai genitori. Un tono di voce cupo ed uno sguardo che, tra le mura delle scuola, lo facevano apparire truce e burbero. Com’era diverso incontrandolo nella piazza del borgo antico!  Era all’epoca membro di minoranza del Consiglio Comunale, capolista eletto in una lista di sinistra, e noi ragazzi andavamo ad assistere alle sedute per sentirlo parlare ed apprezzarne quelle che ci apparivano grandi doti di eloquenza. Lo ammiravo anch’io quantunque   provenissi da una famiglia di idee e  collocazione politica differente.

Cade ancora un muro dell’ultimo piano ed un raro raggio di sole vi penetra per illuminare le vecchie stanze. Le pietre rotolano rovinosamente ed i calcinacci si sgretolano sui pavimenti dell’altro piano. Un lungo e robusto architrave in legno perfettamente squadrato cade di punta e sfonda parte del solaio sottostante. L’operatore stavolta si è sbagliato, non ha saputo adagiarlo. Attraversa il pavimento come  un cucchiaio in un budino. Mi viene in mente che le stanze lato mare non mi hanno mai ospitato come studente di quella scuola media  e, in tutta fretta, abbandono la postazione non riuscendo a captare alcuna voce, non discernendo alcun volto amico. La mia aula, tranne un breve intermezzo, era ubicata al primo piano all’angolo di sud-est, tra la piazza e la via Gafaro. Mi porto quindi sul piazzale della Torre di Mare  per essere più vicino a quel vano che mi ha ospitato e sopportato.

     Ancora un colpo bene assestato ed il piano superiore sparisce del tutto. Non prima di aver mostrato, adagiato su un piccolo lembo del pavimento della soffitta, un banco singolo in legno con il sedile semidistrutto. Lo fisso ed immagino che sia stato mio, voglio che sia stato mio, che abbia sopportato il mio esile corpo e le mie acrobazie per lunghi mesi. Vorrei leggere a distanza qualche iscrizione scolpita con il temperino, magari un viva Bartali o forza Juve, qualche iniziale scritta con la penna, ma sono troppo distante  ed accetto l’illusione che sia stato veramente mio.

     Non c’è più la stanza del preside, né quelle degli altri professori di lettere Vincenzo De Paula e Cesira Calvano, neanche quella della segretaria Antonietta Grosso, né quella del bidello Giovanni. Che tristezza!  Con la caduta dell’ultimo muro sento rotolare la ruvida e malconcia campanella che, per la nostra allegria, annunciava la fine delle lezioni, a volte lo scampato pericolo di una interrogazione in extremis. Era un vecchio campanaccio in disuso e senza  batacchio,  ereditato da chissà quale chiesa. All’apice c’era un buco nel quale Giovanni infilava l’indice della mano sinistra e poi, con un pestello di ferro bronzato impugnato con la destra, batteva dall’interno  colpi  frenetici e ritmati inferti a destra ed a sinistra. Ricordi, Pierolino, le volte  che siamo riusciti a nascondere il pestello costringendo Giovanni a servirsi di una pietra di mare raccattata davanti al portone ?

      Parte l’attacco al primo piano del vecchio edificio ed osservo quasi soddisfatto che il tecnico ordina al ruspista  di iniziare dalle pareti di nord-ovest. Una rapida riflessione e deduco che la mia stanza cadrà per  ultima. La mia fugace speranza, nei giorni a venire, si tramuta in realtà. Quando si scoprono, in un rapido susseguirsi di crolli,  le scale ed i corridoi le voci di dentro si fanno più nette, più familiari, dal tono più alto.

    Le odo, le  distinguo, le attribuisco. Dapprima una grande confusione che annuncia la salita per le strette ed oscure scale, i ragazzi si spingono, i professori che invitano all’ordine, la bidella Vincenzina Toledo, addetta al primo piano, che lascia il suo sferruzzare dei lavori a maglia per osservare la nostra confusa entrata nelle classi. Deve continuamente urlare per invitarci ad un improbabile ed irraggiungibile silenzio. Le minacce di riferire al professore i nomi dei più chiassosi si concludono, appena tornata la calma, con un severo: ”Stavolta ti perdono, la prossima però…!” E rivedo la sua minacciosa mano protesa con l’indice ed il pollice congiunti a formare un cerchio.

      Lo strazio continua, si spalanca come fosse una scatola di cartone l’aula del corso B del professore Serafino Bilotta,  per tre anni parallelo alla mia classe. Mi giungono le vostre voci, cari amici del tempo che fu. Filippo, Agostino, Tonino, Raffaele, Bruno, Giovanna, Anna, Clorinda, Mario ed ancora Anna: i volti, le voci, le risate  anche di chi non c’è più. E non sono pochi!  Vorrei ancora sfidarvi nel vecchio campo a giocare una partita di calcio, magari con un finale a spintoni e pugni per un gol che non si vuol concedere all’altro. Vedrei volentieri il mio occhio nero per una testata, la mano ingessata di Francuccio ed il naso gonfio di Mario. L’aula a fianco, occupata spesso dalla classe della professoressa Maria Grazia Zicarelli, è stata già sventrata e comincio a tremare. Fra poco sarà la volta della stanza dei professori e poi di quella riservata alla bidella. Mi distraggo a parlare con un amico che non oso respingere. Anzi stavolta gradisco la sua vicinanza  come se mi volessi far proteggere o trovare complicità nei sentimenti. Il gabinetto delle ragazze, nel quale non sono mancate le spiate dal buco della serratura per poter individuare o solo immaginare il colore degli slip da scrivere furtivamente sulla lavagna; la stanzetta che allora custodiva le suppellettili vecchie e l’armadio con le scorte di gessetti interdetta a noi studenti, come fosse la soffitta di “Marcellino pane e vino”. Ah, Gigino, quella lavagna da noi rovinata con la cera per fare un dispetto al professore di disegno! Ricordi i bidelli che cercano di ripulirla armati di una spatola metallica riscaldata? E noi a goderci lo spettacolo….  L’avevamo fatta franca!

     Ora è rimasta in piedi da sola la mia di aula, quella sotto la cui finestra campeggiava la scritta “Scuola Media Statale e Ginnasio di Belvedere Marittimo”. Una rudimentale targa in legno con fondo bianco e scritta in nero.  Per qualche  anno il vecchio edificio  aveva ospitato un  corso distaccato del Ginnasio di Cetraro.

     Non resisto, vado via impotente ed amareggiato. Dico sottovoce a me stesso: vattene, non farti distruggere sotto gli occhi ciò che è stato tuo! Vado a passeggiare sul lungomare, mi fermo a Capo Tirone osservando il mare in tempesta con dei “surfisti” che scivolano sulle onde schiumose e veloci.

    Li osservo indifferente e distratto. Ritorno col pensiero a scuola ove devo incontrare i miei compagni: i fratelli  Filippo e Franco, Gigino, Francuccio, Eugenio, Gerardino, Pierolino, Ugo, Ciccio, ancora Franco il biondo, Carmine, Vincenzo. Li ricordo tutti e li ascolto mentre bisbigliano o si arrabbiano. E le ragazze: Adriana, Anna, Ottavia, Nellina, l’altra Anna, Grazia, Rita, Michelina, Franca. Toccherà proprio all’angolo occupato da quest’ultima l’estrema resistenza.. Tre di esse non sono più di questo mondo e tocca a me guardare per i loro occhi spenti per sempre.

      Rivivo il primo giorno di scuola con Giuseppe Rogati, il professore di lettere che con affetto ci guiderà per tre anni. Ne sento la voce imponente : “Cantami, o diva, del pelide Achille  l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzitempo all’orco generose travolse alme d’ eroi, e di cani e di augelli orrido pasto lor salme abbandonò”.  Dall’altra parte del mio udito giunge : “Musa, quell’uom di multiforme ingegno dimmi, che molto errò, poi ch’ebbe  a terra gittate d’Ilion le sacre torri; che città vide molte e delle genti l’indol conobbe”.    

Noi tutti ad ascoltare, caro professore, in un surreale silenzio il tuo leggere solenne che ci coinvolge, ci fa scoprire la poesia epica, ci introduce in un mondo sconosciuto, ci induce a parteggiare chi per i greci e chi per i troiani. Ti vedo commosso e farci commuovere per la morte di Ettore; per il dolore e la dignità di Priamo che si reca da Achille per farsi restituire il corpo, vinto ed orrendamente dilaniato, del grande figlio. Ti rivedo allegro e gaudente, agitare le braccia protese al cielo per l’incontro finale tra Ulisse e Penelope.

     E le pagine di storia recitate con tanto patos. Ricordo quando dicevi di Garibaldi e del re Vittorio a Teano. La tua voce cambiava a seconda del personaggio che facevi esprimere. Poi, preso dalla passione e passeggiando nell’aula angusta, ti sbagliasti urlando Maettà al posto di Maestà…ed io risi dal primo banco. Due passi, uno sguardo severo e con le dita della tua mano destra mi facesti omaggio di un pizzico forte, ma proprio forte fino a farmi urlare ed arrossire tra le risate divertite dei miei compagni. Me lo sento ancora sulla guancia quel dolore intenso.

    Ti ascolto mentre ci spieghi “rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa” o la perifrastica attiva e passiva. Il tuo arrabbiarsi di fronte a chi non riesce a discernere tra “Cartago delenda est” e “Caesar rediturus erat Romam”. Un’ossessione tremenda ! A  quel tempo e per le origini umili di quasi tutti, era già arduo pronunciare la parola perifrastica, immaginiamoci il comprendere la differenza tra l’attiva e la passiva. La maggior parte di noi proveniva da famiglie di artigiani o contadini. Avevo sentito parlare di taglio e di cucito, visto circolare aghi e ferro da stiro a carbone, il gessetto più familiare era quello piatto da sartoria. Altro che perifrastiche.

Qualcuno con grande spirito disquisiva, con ovvia e generale condivisione,  sul fatto che sarebbe stato meglio non distruggere Cartagine, con Giulio Cesare in Gallia a godersi la vita. Avrebbe vissuto ancora a lungo e noi non avremmo corso il rischio di un brutto voto in latino.

     Alla fine quasi tutti imparammo le perifrastiche, ma , caro professore,  siamo riusciti tutti a ritagliarci uno spazio nella vita senza certe distinzioni  provenienti dalla cultura classica, molti percorrendo strade diverse. Qualcuno ricorda ancora un “avidus lupus et timidus agnus in ripam parvi rivi advenerunt” oppure che “Gallia  est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam, qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur”. Tutti brani che ci imponevi di mandare a memoria. Io li ricordo ancora, altri li hanno rimossi, forse per inconscia protesta verso quella lingua morta che non si riusciva a capire perché proprio noi, ragazzi di un piccolo paese di Calabria, avremmo dovuto farla resuscitare. E come digerire  il fatto che Giacomo Leopardi, da te recitato con il solito enfatico trasporto, potesse impunemente scrivere “il zappatore”, errore che a noi sarebbe costato una doppia sottolineatura con la matita rossa e blu al tema d’italiano? Ah, pensavamo, perché quella licenza poetica non deve essere anche nostra? Forse un giorno ce la concederanno insieme alla patente di guida….  L’allegria con la quale ci interrogavi in geografia quando eri di buonumore, ed accadeva spesso. A quelli meno studiosi tendevi dei tranelli per incitarli ad un maggiore impegno.

   Dicevi con un ingannevole suggerimento:“Il Trasimeno è un mo…”    e l’interrogato di rimando: “Un monte!”.

Tutti a ridere e tu che lo rimproveravi con uno sguardo traverso da farlo arrossire immediatamente.

     Quando ci incontriamo  parliamo ancora di te, di voi tutti, con sentimenti di affetto e gratitudine. Ed anche in questi giorni nella mia mente affiorano ricordi piacevoli, ricorrono discorsi positivi su un tempo che non rivivremo più.

       Il mostro meccanico si  è forse fermato, non mi perviene alcun rumore. Guardo l’orologio che segna il mezzogiorno.  Io combatto  con i miei dubbi: è la sosta per il pranzo degli operai ? E’ la fine del lavoro di demolizione? L’escavatore si è inceppato?  Mi giro e dal mio punto d’osservazione non comprendo se la mia aula è stata abbattuta. Mi avvio verso la piazza per riprendere la mia automobile. Continuo a sentire antiche voci, a rituffarmi nella mia adolescenza, nell’atmosfera degli anni di studio.

     Ognuna delle classi viene identificata attraverso i professori  di lettere perché,  per la consistenza del loro insegnamento, erano presenti in  classe tutti i giorni per più ore. Ma ecco riemergere dai meandri della memoria anche la bonomia della professoressa di matematica, Maria Colosimo, con la quale era difficile non studiare con serietà.

Serena, cordiale ed anche severa. La rivedo disegnare alla lavagna, nel  primo giorno di scuola, le parentesi tonde, quadre e graffe che ci introducevano alla risoluzione delle espressioni aritmetiche, preludio dell’algebra. Una grafica sconvolgente per quanti di noi non avevano fratelli maggiori o genitori colti. Sento ancora la sua voce squillante che ripete la storiella mnemonica “Il volume della sfera vuoi sapere qual è? Quattro terzi pi greco erre tre!”  Obiettivo raggiunto, cara prof, perché non l’ho dimenticato dopo oltre mezzo secolo. La rivedo girare austera tra  i banchi nei giorni del compito in classe. Uno sguardo traverso a chi vorrebbe copiare dal vicino, un aiuto a chi è in difficoltà, un segno col dito sul foglio di chi sta commettendo un errore. Infine una finta distrazione, seduta dietro la cattedra, quando l’ora è finita e vuol concedere una proroga ai ritardatari.

         Il professore Gaetano Lentini, insegnante di disegno, che ci spiega come tracciare le parallele e le perpendicolari sul foglio con l’ausilio delle sole squadrette. Le proiezioni ortogonali, un’anfora di terracotta, un libro ed un limone posati sulla cattedra e da riprodurre dal vero. Poi si arrabbia con quelli come me che non riescono a disegnare a mano libera una farfalla con l’ala destra uguale alla sinistra o una figura umana con giuste proporzioni. Ancora oggi gli obietto che quell’arte non la possedevo né allora né ora, ma egli non accetta le confessioni sui miei limiti artistici ed asserisce che non usavo lo stesso impegno che per il disegno geometrico ove riuscivo benissimo. E la professoressa di francese, la cosentina Elena Nudo, di cui tutti ci innamorammo, che ci fa scoprire l’esistenza di una nuova lingua. Ascolto, mentre passeggia, la sua dolce e poetica pronuncia, con la ricercata erre moscia, che declama i versi della poesia “Ton amour est ma foi, ton amour est ma vie” oppure quando pretende che tra noi ci si debba rivolgere in francese. Odo ancora il suo bonjour mentre entra in classe. Si, cara prof, avevi ragione!

Ma non credo che fosse il  caso di arrabbiarsi in  un mondo in cui era già difficile parlarsi in italiano.

     Ancora il vecchio insegnante di musica, l’anziano Di Leo di Praia a Mare, che ci faceva cantare per prassi una sua composizione dedicata alla “Madonna della Grotta della bella Praia a Mare”. A volte  l’Inno di Mameli  e  la Leggenda del Piave con il nostro solito finale dispettoso del “non passa lo straniero – pom pom“. La cacciata dall‘aula del presunto responsabile del verso scorretto giungeva inesorabile : Pom-pom lo vai a fare a casa tua! – soleva dire con  decisione, accompagnandosi col gesto della mano protesa ad indicare la porta. L’accusato della stonatura ovviamente negava ed il professore che, di rimando e con tono liquidatorio, diceva: “Paga il giusto per il peccatore!”

Che ridere quando portava il diapason per farci capire la purezza del suono. Il professore emetteva il suono e noi tutti in coro ad intonare il la  con diversa  intensità. L’aula diventava una bolgia!

      Gli insegnanti di Educazione Fisica  variati negli anni, Calabrese, Lentini,  Minniti; ed infine il reverendo Don Erminio Tocci che, dopo i preliminari di preghiera e recita a rotazione dei Dieci Comandamenti, ci correggeva gli esercizi  di latino in modo da farci ben figurare nelle ore successive. Spesso ci scappava anche la barzelletta spinta, ma rigorosamente… di contenuto religioso, soleva precisare !

     Ritorno in piazza e mi accorgo che il cubo della mia aula è ancora eretto. Mi ha atteso. Guardo il cielo plumbeo e spero che cominci a piovere forte in modo che possa rimanere in piedi ancora un giorno. Soprattutto spero che io non sia presente nel momento della caduta. Sparisco, comincia a piovere a dirotto, il cielo mi ha fatto il regalo.  Il giorno dopo però ripasso molto tardi e l’evento si è consumato. Resta solo il piano terra che non mi appartiene. Ha ospitato un  cinematografo, detto cinema Argentina, nel quale sono entrato poche volte. Il mio cinema era quello ubicato nel borgo medioevale, chiamato Bomboniera. C’è stato anche un opificio per la produzione di olio, un bar, un negozio di mobili ed un supermercato. Attività fredde, posti che non si prestano ad essere amorevolmente ricordati.

      Mentre osservo ancora  un poco triste, ma rilassato, si avvicinano due miei coetanei con i quali si discute tra il passato ed il futuro del sito urbano.

     - Quanta cultura  vi è passata!-  commento con  un sorriso.

     – E quanti soldi ….  – mi risponde uno dei due sghignazzando.

     – E quante donne…  – incalza il terzo con sarcasmo e mimando una volgarità.

    Meglio cambiare discorso, meglio richiudere gli occhi e prestare le orecchie alle voci del passato, ma  il proposito non si realizza più.

Il palazzo è sparito per sempre ed il  suo funerale lo celebra l’andirivieni di enormi camion diretti alla discarica. Nei pressi della mia attuale abitazione hanno scaricato, negli stessi giorni, alcuni metri cubi di detriti edilizi per la formazione di un fondo stradale. Ne ignoro la provenienza, ma mi  illudo che siano parte del colosso demolito. Lo sentirò vicino, sarà ancora mio.

     Mi sovviene a questo punto ”La quercia caduta” del Pascoli “Dov’era l’ombra, or sé la quercia spande morta, né più coi turbini tenzona”  ed io che ora mi sento come  “ la capinera che cerca il nido che non troverà”.  Ma forse non c’entra per niente perché il mio nido ora è un altro e lo ritroverò.

     Quando inizia l’ultimo sventramento mi accorgo che il mio sogno è finito, che devo svegliarmi e guardare avanti. Devo e voglio sperare che il futuro sia più bello. Chissà!  Resta comunque la “bellezza malinconica” di un tuffo nel passato, rivissuto tra tonfi e rimbombi, tra sogno e realtà ! Ed ora tutto tace anche nella mia mente!