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JOE BIDEN IL RITORNO DELLO STATO

«Gli americani non chiedono una rivoluzione, chiedono progresso». Era il 27 febbraio del 2020. La campagna per le primarie del partito democratico era appena cominciata. Ad esprimersi con queste parole era il candidato “centrista”, Joe Biden. Che sembrava voler sottolineare la natura moderata del proprio approccio. Marcando, al contempo, una distanza con il suo principale avversario, il senatore “socialista” del Vermont, Bernie Sanders.

Il piano di rilancio sul breve termine da 1.860 miliardi di dollari

Undici mesi dopo, Biden, uscito vittorioso dalle primarie, ha preso possesso dello studio ovale alla Casa Bianca. Sanders si è ritirato l’8 aprile, dopo che i due hanno trovato un accordo sul programma. Un’intesa che ha contribuito a spostare l’asticella verso una sorta di realismo progressista. E, contrariamente a quanto affermato poco più di un anno fa, Biden, quella “rivoluzione”, sembra aver deciso di avviarla. Una rivoluzione che si può riassumere in una semplice formula: il ritorno dello Stato.

Dopo aver presentato un piano di sostegno di breve termine all’economia da 1.860 miliardi di dollari, il 31 marzo il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un secondo, epocale programma d’investimenti da 2.300 miliardi. Al quale si affiancherà, in un secondo momento, un altro piano sociale, centrato su istruzione e salute, da mille miliardi. Uno sforzo economico gigantesco, che Biden punta a finanziare aumentando le tasse sulle imprese e, a termine, sui cittadini più ricchi.

Un cambiamento radicale nelle politiche su spesa pubblica, fiscalità e debito rispetto al suo predecessore, Donald Trump. Ma un’offensiva che neppure Barack Obama, in otto anni al vertice della nazione nordamericana, era riuscito a condurre.

L’America ereditata da Joe Biden

Biden ha ereditato un Paese dilaniato dalla pandemia. Il Covid-19 ha ucciso più di 550mila persone. Il Prodotto interno lordo nel 2020 è sceso del 3,5%: il dato peggiore dai tempi della Seconda Guerra mondiale. Dopo aver raggiunto un minimo storico a febbraio dello scorso anno, il tasso di disoccupazione è risalito al 14,7% ad aprile, per poi scendere continuamente, ma faticosamente.

Al contrario, l’industria sembra avere il vento in poppa, nonostante la crisi. L’attività manifatturiera nella regione di Philadelphia ha accelerato vertiginosamente a marzo, raggiungendo il massimo degli ultimi 50 anni, secondo la divisione locale della Federal Reserve.

Politicamente e socialmente, però, gli Stati Uniti hanno subito autentiche fratture interne negli anni di Donald Trump. Il blocco della frontiera meridionale, l’ignobile separazione delle famiglie di migranti, le proteste del movimento Black Lives Matter hanno acuito il disagio delle minoranze. L’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 ha quindi mostrato a che punto il miliardario americano abbia polarizzato l’opinione pubblica del suo Paese.

Il ritardo accumulato dagli Stati Uniti sulle infrastrutture

Non a caso, (ri)unire gli americani è stato il primo obiettivo dichiarato da Biden. Il piano da 1.860 miliardi di dollari è stato ideato per sostenere famiglie, imprese, lavoratori in difficoltà a causa della pandemia. Per far sentire loro la presenza dello Stato. Ma anche per ridare slancio alla campagna vaccinale: la speranza è di immunizzare 100 milioni di americani entro metà maggio. Il secondo programma è, invece, di più ampio respiro e punta ad ammodernare le infrastrutture del Paese. Nella prima economia americana, infatti, dagli anni Sessanta in poi la spesa pubblica per reti elettriche, ferrovie, mezzi di trasporto, acquedotti, dighe, sistemi fognari, scuole, porti, parchi e gestione dei rifiuti è costantemente calata. Si è passati dal 6,5% del Pil di 60 anni fa al 2,5% attuale. Al contempo, però, la popolazione è aumentata del 60%.

Una miscela esplosiva. Il cui risultato è riassunto nella “fotografia” delle infrastrutture americane fornita dall’American Society of Civil Engineers. Nel suo ultimo rapporto, l’associazione degli ingegneri statunitensi ha attribuito un voto alle diverse infrastrutture, da un massimo di “A” (ottimo stato) ad un minimo di “F” (inutilizzabile). In media, il giudizio è “C-”. Di qui la decisione di una cura aggressiva. Che costerà il 10% del Pil americano, su 8 anni.

La battaglia contro i paradisi fiscali e le tasse sulle imprese

621 miliardi di dollari andranno alle infrastrutture economiche di base; 650 a progetti ecologici e digitali. 580 alla ri-localizzazione di catene di valore strategiche (dai semiconduttori alla farmacologia). E 400 miliardi andranno alla sanità. Per compensare le spese, le tasse sui ricavi delle imprese passeranno dal 21 al 28%. E un tasso minimo del 15% sarà imposto per lottare contro l’ottimizzazione fiscale.

Tra le spese aumentate da Biden, benché leggermente, ci sono però anche quelle militari. Il budget previsto per il Pentagono è di 715 miliardi di dollari. Una cifra che supera i 105,4 miliardi attribuiti per l’anno fiscale 2021. Ma che risultano in calo di 69 miliardi rispetto a quanto prospettato, per il 2022, da Trump.

Per l’aumento delle imposte sui ricchi occorrerà aspettare (anzi, in realtà per ora è stato mantenuto il taglio voluto da Trump). Ma per quanto riguarda le multinazionali con fatturato superiore al mezzo miliardo di dollari, se prima l’aliquota minima era del 12,5% sugli scambi con le filiali presenti all’estero, ora essa passerà al 21%. E sarà applicata non sulla media ma, separatamente, per ciascuna giurisdizione. Un punto sul quale si attende con curiosità la reazione dell’Unione europea, al cui interno esistono numerose nazioni – dall’Irlanda al Lussemburgo – particolarmente “tenere” con le grandi aziende.

Una «rivoluzione tranquilla», l’ha già battezzata qualcuno. Tanto da aver scomodato paragoni con il presidente più progressista e keynesiano della storia americana, Franklin Delano Roosevelt. Passato alla storia per il New Deal che consentì agli Stati Uniti di uscire dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Ma che avviò anche il più grande piano di riforme sociali della storia americana (grazie anche alla sua ministra del lavoro, la geniale Frances Perkins).

Con Joe Biden diremo addio all’epoca liberista?

Gli Stati Uniti oggi chiedono nuove e più stringenti regole per la globalizzazione. Da un lato, con l’affermazione di un protezionismo che non dovrebbe presentare i contorni trumpiani fatti di dazi e guerre commerciali. Ma che con il rafforzamento del Buy American Act punta comunque e favorire i prodotti statunitensi. In secondo luogo, Washington chiede una diversa governance globale, a partire dal piano internazionale di tassazione dei colossi di internet.

Ma Joe Biden è stato anche accostato a Lindon Johnson e al suo progetto di Grande Società. Ciò che sembra delinearsi è, dunque, la volontà di rimettere lo Stato al centro della vita economica del Paese. Dopo i 40 anni avviati dall’ultra-liberismo di Ronald Reagan e della britannica Margaret Thatcher, Biden potrebbe incarnare il ritorno di uno Stato interventista. Garante di regole. Portatore di innovazione, investimenti, riforme sociali (dalla crescita del salario minimo al rafforzamento del potere dei sindacati). Capace di assumersi la responsabilità di un forte indebitamento, volano di ripresa e prosperità. Il tutto – forse è la volta buona – innestato nei canali di una transizione ecologica imposta dalla scienza e dal buon senso (il rientro immediato nell’Accordo di Parigi – dopo la rocambolesca, clamorosa e macchiettistica uscita voluta nel 2017 da Trump – ha rappresentato il primo passo).

Se vincerà la sua scommessa, «Sleepy Joe» («Joe l’addormentato», come l’aveva sbeffeggiato il suo predecessore in campagna elettorale) potrebbe segnare la fine di una lunga era liberista. E forse l’ala sinistra del suo partito – Sanders, ma anche la giovane e carismatica Alexandria Ocasio-Cortez – potrà dire di avergli dato una mano.

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