SUD E RECOVERY PLAN

Decine di miliardi del Recovery plan in arrivo al Sud rischiano di dover essere restituite a Bruxelles. Ecco perché

Il 40 per cento dei 206 miliardi per opere “territorializzabili” del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) sono destinati al Sud. Il che fa poco più di 80 miliardi. E la domanda, ora, è se il nostro Mezzogiorno queste risorse sarà o meno in grado di impegnarle e spenderle nei tempi tassativi e temporalmente stringenti che l’Unione Europea ha fissato. Dall’esito dipende il destino del nostro Mezzogiorno, la possibilità di colmare il divario storico con la parte più ricca del Paese. Detta altrimenti, la sfida del Pnrr è la nuova questione meridionale, come abbiamo battezzato la nostra inchiesta. E la sfida – come raccontiamo in questo viaggio – si gioca intorno alla drammatica arretratezza e insufficienza di professionalità delle pubbliche amministrazioni del Sud, delle sue burocrazie a far fronte agli adempimenti che le procedure europee del Pnrr impongono quale condizione per impegnare i fondi del Recovery che, altrimenti, dovranno essere restituiti a Bruxelles.

Un banco di prova su cui avevano messo in guardia già i vertici di Svimez, prima ancora dell’insediamento del governo Draghi. “Il dibattito sulla quota del Pnrr da destinare al Sud vale pochissimo se non si affronta il nodo più profondo: la burocrazia. Che è mediamente impreparata per affrontare la sfida”, come fotografa lucidamente l’economista Luca Bianchi, direttore dell’Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno. E che, ad oggi, ha bisogno, da subito, di un’iniezione di almeno 5 mila nuove figure professionali.

L’incubo del flop, il caso Sicilia 

Gli 82 miliardi destinati come quota al Sud sembrano infatti un miraggio a guardarli dagli uffici desolati di tantissimi Municipi del Sud. Sono tante le voragini: per numero, profili e qualità dei dipendenti pubblici. Dai centri ormai spopolati alle complesse metropoli. Da Mezzojuso in Sicilia o Seminara in Calabria, fino a Lecce, Palermo o a Napoli. Piante organiche falcidiate dai tagli ma anche responsabilità locali nella scelta delle assunzioni. Palazzi ai quali l’ultimo taglio, targato Quota 100, sta assestando il colpo di grazia.

Un paesaggio di inadeguatezza e crepe che ora dà voce alla Grande paura del Meridione italiano: fallire l’irripetibile occasione di quel 40 per cento del Pnrr, miliardo più, miliardo meno, a seconda di come si distribuiscono le risorse, tra le 6 missioni di cui si compone il Piano. L’imbarazzante vicenda della bocciatura, in Sicilia, di 31 progetti su 31, tutti sull’irrigazione e tutti cassati nel merito dal Ministero dell’Agricoltura, ne è solo la prima rappresentazione. Né basta, a compensare lo smacco, l’approvazione seguita a breve distanza di 23 interventi per la Riqualificazione urbana e la riapertura della “pratica” dopo l’attivazione dei canali diplomatici.

Secondo l’assessore all’Economia di Palazzo dOrléans, Gaetano Armao, servirebbero ora “dai 300 ai 500 tecnici in Regione Sicilia”, mentre il presidente regionale dell’Anci, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando, stima addirittura un fabbisogno di 15mila dipendenti nei Comuni. “Negli enti locali – osserva Orlando – quota 100 ha facilitato l’uscita dal servizio. A Palermo avevamo 28 avvocati, adesso ne abbiamo 8. C’è un solo dirigente tecnico e per assumerne altri 11 abbiamo bandito un concorso che durerà altri quattro anni”.

È proprio questo il nodo. Palermo, che con 670mila abitanti è la quinta città più popolosa d’Italia, costringe l’unico dirigente tecnico in servizio, il 47enne Dario Di Gangi, a turni massacranti: “Il 13 ottobre – racconta l’interessato – un’ampia zona della città si è allagata. Io avevo finito alle 19,30: alle 20 mi hanno chiamato e sono dovuto tornare in ufficio per avviare le operazioni di protezione civile. Ho lavorato fino alle 4 e l’indomani dalle 8 alle 20. Poi, di sera, sono arrivate le istruzioni per il Green pass, che diventava obbligatorio dal giorno dopo: così mi sono dovuto rimettere a lavorare per definire le regole. Il problema è che così il rischio di errore è enorme”. Soprattutto adesso, appunto con il Pnrr: “Con il Recovery plan – sbuffa Di Gangi – sarà difficilissimo. Abbiamo un parco progetti enorme, ma se ci si dedica a quello bisogna tralasciare altro. Ogni volta che mi concentro su qualcosa per qualche ora, quando torno in ufficio trovo centinaia di mail, disposizioni, proposte di delibera”.

Sicilia

Fallita la prima occasione, la Sicilia si è rifatta con la seconda. Al pronti-via del Piano nazionale di ripresa e resilienza l’isola è finita sulla ribalta della cronaca nazionale per la bocciatura di 31 progetti su 31 per l’irrigazione in agricoltura: a compensare quello smacco, però, è arrivato pochi giorni dopo il via libera a 23 interventi per la Riqualificazione urbana, in più consistente dei quali – un cantiere da poco meno di 100 milioni per il recupero della parte sud-orientale di Messina – è addirittura finito in cima alla graduatoria delle opere considerate prioritarie dal ministero delle Infrastrutture.

Nel dibattito politico siciliano, però, pesa ancora la défaillance sulle opere per l’irrigazione. I consorzi di bonifica siciliani avevano presentato 61 progetti: 29, però, sono stati incasellati nel canale di finanziamento sbagliato, uno aveva un errore formale e gli altri 31 sono stati bocciati nel merito dal ministero dell’Agricoltura.

Così, pochi giorni fa la Regione, che sulle prime aveva attaccato il ministro Stefano Patuanelli contestando i criteri, ha avviato i canali diplomatici: alla fine l’assessore regionale all’Agricoltura Toni Scilla ha ottenuto la riapertura dell’istruttoria su una parte degli interventi. “Otto progetti – ha detto dopo il vertice con Patuanelli – possono essere recuperati. In questo modo otterremo 120 milioni”.

Il via libera definitivo, però, deve ancora arrivare: nel frattempo di certo ci sono solo i circa 400 milioni per la Riqualificazione urbana, un capitolo che comprende opere in tutte le principali città dell’isola.

Sos assunzioni   

“Abbiamo una macchina comunale disastrata”, ha scosso la testa Gaetano Manfredi, il primo giorno in cui è entrato al Comune di Napoli. Il neo-sindaco della capitale del sud sapeva di trovare conferma ai suoi più amari timori. E ora spiega a Repubblica: “Dirigenti ridotto all’osso, una percentuale di laureati bassa rispetto al centro e nord Italia. Ma soprattutto: abbiamo bisogno di tecnici e professionisti esperti di progettazione e rendicontazione. E senza queste risorse rischiamo di partire con gravi svantaggi e seri rischi verso l’occasione del Pnrr”.

Lo staff di Manfredi aveva già compiuto una approfondita ricerca, durante la campagna elettorale, scoprendo gli stessi vuoti che ora spingono centinaia di amministratori in tutto il Mezzogiorno ad accorati appelli. Dopo la costruzione della governance e le semplificazioni amministrative, il “Decreto Reclutamento della Pa” si poneva come il terzo pilastro per l’attuazione del Piano. Ma la realtà restituisce le proporzioni reali degli investimenti: se 500 unità di personale non dirigenziale, elevabili a 800, sono assorbite dal livello centrale per governance e rendicontazione finanziaria, e circa 350 sono destinate al digitale, la parte del leone la fanno i quasi 22mila nuovi assunti per la giustizia. E gli enti locali? Esaurite da mesi le speranze di risolvere i nodi con il concorsone dei 2800 dipendenti (ne sono stati reclutati poco più di 800, in tutta Italia: e i professionisti più preparati quasi sempre hanno detto no a un contratto a tempo, nel pubblico), il governo, con Brunetta e Carfagna, cerca di correre ai ripari con iniezioni temporanee di tecnici e funzionari.

Dal Ministero della Pubblica amministrazione è già da mesi in corso il bando per la task-force di 1000 tecnici, da assumere con contratti di collaborazione. Che andranno soprattutto in soccorso dei piccoli comuni. Manfredi, da Napoli, ha già fatto sapere che invece di 20, gliene servirebbero “almeno 70-80″. Anche dal Ministero per il Sud è appena stato lanciato il bando per 2022 funzionari. Basteranno? “Noi pensiamo che occorrano nei Comuni del Sud almeno 5 mila assunzioni straordinarie di giovani tecnici qualificati soprattutto nell’area della rendicontazione, del digitale e della competenza legale – sottolinea Carlo Marino, sindaco appena riconfermato a Caserta e presidente di Anci Campania – Un numero che può bastare a patto che vada in porto il piano di 60 mila assunzioni fino al 2024 previsto dalla legge di Bilancio. Senza assunzioni nei Comuni la territorializzazione dei fondi Pnrr rischia di andare gambe all’aria. È impensabile che la Campania possa spendere 7,364 miliardi già assegnati senza un ruolo attivo degli enti locali. Al Governo diciamo: non basta far ripartire le imprese, devono ripartire anche i Comuni”.

Napoli, Campania Ad Aversa, comune dell’emergenza ambientale Terra dei fuochi, tra Napoli e Caserta, il sindaco Alfonso Golia sfoglia i suoi appunti dietro la scrivania: “Siamo al collasso. Un solo dipendente per tutta l’area Urbanistica: e avremo altri 40 pensionamenti tra 2021 e 2022. Rischiamo di non poter progettare nonostante i 2 milioni stanziati dalla Regione Campania per supportare i Comuni. Anche il famoso concorso dei 2800, al di là delle buone intenzioni di Brunetta, è stato una beffa”.  Golia mostra una mail: “Ho scritto all’Anci, lo avevo già fatto con l’ex ministra Dadone. Serve un intervento coraggioso e radicale. Altrimenti, dovremo decretare che la sussidiarietà sancita dalla Costituzione è solo una chimera”.

Campania

Oltre 140 milioni di euro. Per strade, scuole, parchi, e riqualificazioni che si attendevano da decenni in tutta la Campania. In alcune aree, opere promesse quarant’anni fa, subito dopo il terremoto del 1980, e mai arrivate. Sono 9 i primi progetti approvati in Campania per il Pnrr. Ma a questi fondi si aggiungerà l’opera-regina. L’investimento di 100 milioni che riguarderà un monumento simbolo, l’impianto di una settecentesca e vasta opera pubblica, il primo storico esempio di welfare. Si tratta del cosiddetto Real Albergo dei Poveri che sorge nel centro di Napoli, a qualche centinaio di metri dalla Stazione Centrale.

Il governo, dopo la presentazione dei progetti da parte del vicesindaco di Napoli Carmine Piscopo, e su impulso dei ministri Mara Carfagna e Dario Franceschini, ha inserito infatti Palazzo Fuga nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, con un finanziamento previsto di 100 milioni e una ricaduta stimata sull’occupazione di 200 posti di lavoro.

In particolare la Ministra per il Sud e la Coesione sociale ha promosso, lo scorso luglio, d’intesa con il titolare della Cultura, un’ampia consultazione pubblica, cui hanno partecipato società civile e mondo imprenditoriale, per riscrivere il destino della struttura che vive da troppo tempo in stato pressocché totale di abbandono. “Cento idee per l’Albergo dei Poveri”, era il titolo della call aperta a tanti operatori. Sono diventate più del doppio, quelle : suddivise tra progetti di sede museale – brilla anche l’idea di farne la futura sede della Biblioteca nazionale – ed altri di finalità più sociale o assistenziale, seppur non separata dalla sua spiccata vocazione culturale. Ristrutturazione prevista – assicura Carfagna – entro il 2026, dopo trent’anni di tentativi inefficaci.

Palazzo Fuga prende il nome dall’architetto Ferdinando Fuga, al quale nel 1749 re Carlo III di Borbone affidò la costruzione del “Real Albergo dei Poveri”, destinato ad accogliere ed educare gli indigenti. Nel ventesimo secolo, divenne anche sede di un degradato carcere minorile, che il popolo chiamava ‘o Serraglio.

È un Palazzo che si estende per 103.000 metri quadri: si tratta del più grande palazzo monumentale di Napoli, ma è anche uno degli edifici più grandi d’Europa. Ed un suo quasi “gemello”, il Reina Sofia, sorge a Madrid. La facciata è lunga 350 metri e dietro di essa si contano più di 430 stanze distribuite su quattro livelli, la più alta delle quali misura 8 metri (l’ex dormitorio).

L’intervento del Pnrr, come si legge nella scheda tecnica preparata dal ministero, “si pone l’obiettivo principale di innescare una generale riqualificazione e rigenerazione dello spazio urbano connesso, da piazza Carlo III e via Foria, realizzando una passeggiata con ampliamento delle zone pedonali, fino alla zona museale oltre piazza Cavour”. Con l’intento di restituire all’infrastruttura la sua dimensione storica e culturale, il progetto prevede un’articolazione funzionale incentrata sul patrimonio storico-artistico, su donne e occupazione, e anche su giovani e lavoro.

Il Sud contro il Sud     

L’altro possibile esito, oltre al fallimento, non sarebbe comunque auspicabile: assistere a distribuzioni squilibrate nell’ambito dello stesso Mezzogiorno. Tra Regioni più strutturate, come Campania e Puglia, che sanno come aderire alle misure disponibili, e altre più disastrate come Calabria e Lucania. La competizione interna è già un concreto scenario. La Puglia, per suoi meriti, fa già da “asso pigliatutto”  e batte tutte le altre regioni con l’ok a tutti i 21 progetti di rigenerazione urbana e di edilizia residenziale pubblica: aggiudicandosi 400 milioni di euro. Eppure, anche ad affacciarsi su Bari, il gap esiste ed è forte rispetto alle regioni del Nord. Ma svela anche impensabili contraddizioni.

Stando a un’elaborazione dell’Ifel (Istituto per la finanza e l’economia locale, fondazione dell’Anci), messa a punto a febbraio di quest’anno, la Puglia ha 14.795 dipendenti comunali, cioè un rapporto di 3,7 dipendenti comunali per mille abitanti, contro i 5,9 dell’Emilia, i 6,3 della Toscana, i 9 non solo della Valle d’Aosta, ma anche della Sicilia (proprio la regione che deve risalire la china, dopo quelle proposte mal fatte e cestinate).

A riprova del fatto che, in ogni caso, non si tratta solo di gap numerici, ma molto spesso qualitativi.  Il che non esclude che, in tante aree, siano i pochissimi e validi capi di singoli uffici a supplire alle mancate assunzioni che pesano da anni. Come ti confida allargando le braccia Lorenzo Balduccelli, primo cittadino di Massa Lubrense, 15mila abitanti della “terra delle sirene” in Campania: “Sul Pnrr non sappiamo letteralmente da dove cominciare. Vuole sapere chi porta avanti nel mio Comune le migliaia di pratiche e istanze di settori cruciali come l’Urbanistica, i Lavori Pubblici, il Condono, la Manutenzione e l’Ambiente? Tre laureati, basta”. In che senso? “Per tutti questi settori ho soltanto due ingegneri e un architetto.

Ed è già molto difficile assicurare l’ordinario: ci riusciamo grazie allo spirito di sacrificio di alcuni”. Trecento chilometri più a sud, al Comune di Bari attualmente lavorano 1.800 dipendenti nell’amministrazione, ma la pianta organica ne prevede circa 2.800. E a confermare l’allarme nelle ultime ore è anche il sindaco di Lecce, Carlo Salvemini: “Abbiamo 373 dipendenti, rispetto ai 722 della soglia minima: 350 unità in meno. Queste sperequazioni ostacolano il percorso dei territori”. Sono le prove generali di Sud contro sud? “Il pericolo, conferma il direttore generale dell’associazione dei primi cittadini in Sicilia, Mario Emanuele Alvano – è che proprio Puglia e Campania, più attrezzate di noi in termini di organico, ci facciano concorrenza, visto che è previsto un vincolo del 40 per cento per il Mezzogiorno, ma non una quota per singola regione”. Il colmo. Quella pioggia di miliardi concepita dall’Europa proprio come risposta al divario più grave dell’Italia, ne aggiungerebbe un altro alla lista.

Puglia

Ammontano a circa 5 miliardi di euro i fondi che la Puglia si sarebbe assicurata dal Pnrr. Questo almeno in via teorica e prima che tutti i bandi vengano realizzati. Di questi 5 miliardi per esempio, secondo stime Ance 3,9 sono destinati all’edilizia. Si tratta di fondi già territorializzati. Ma al momento non ci sono progetti esecutivi direttamente legati a questi finanziamenti.

Dove ci sono già progetti pronti per trasformarsi in cantieri è sul fronte della rigenerazione urbana. In questo caso la Puglia ha fatto il pieno. Su un totale di 2,8 miliardi di euro messi a disposizione dal ministero delle Infrastrutture attraverso un bando, la Puglia ne riceverà 400 milioni. Si tratta della regione che ha il più alto numero di progetti approvati (21). Fra questi anche il cosiddetto “nodo verde”, progetto firmato dall’archistar Massimiliano Fuksas da 100 milioni di euro per coprire con un parco 2,2 chilometri di fasci di binari che dividono la città di Bari in due.

Male invece la prestazione pugliese nel bando per il potenziamento delle infrastrutture idriche messo a punto dal ministero dell’Agricoltura: sui 149 progetti nazionali ammessi al finanziamento, solo uno è pugliese e vale 2,1 milioni di euro, pari allo 0,1 per cento dei fondi destinati al Sud (va detto che i fondi totali a disposizione ammontavano a oltre 1,6 miliardi di euro). Il bando però non è ancora chiuso e c’è ancora la possibilità di accogliere nuovi progetti pugliesi.

In teoria la regione è destinataria di altri fondi provenienti dal Pnrr. Nei giorni scorsi infatti l’assessorato regionale al Lavoro ha annunciato che in Puglia arriveranno 69 milioni di euro nell’ambito del Programma nazionale per la garanzia di occupabilità dei lavoratori. Ma alla cifra totale di 5 miliardi per il momento destinati alla Puglia si arriva se si aggiungono anche i 631 milioni di euro che passano dalla misura 6 del Pnrr. Soldi che serviranno per ammodernare vecchi ospedali, realizzarne di nuovi e soprattutto potenziare l’assistenza territoriale.

Nel complesso solo la Regione Puglia ha presentato nei mesi scorsi una griglia di 167 progetti del valore totale di 17,9 miliardi di euro da finanziare con il Pnrr. Non si tratta di progetti già inseriti nel Piano, ma di proposte che a dovranno via via trovare posto nei vari bandi che verranno messi a punto.

Lo “straniero” arrivato dal Veneto 

Eppure, c’è un punto geografico preciso in cui sembrano guardarsi negli occhi, per beffa del caso, o virtuosa coincidenza, il Nord più smart e il Mezzogiorno più arretrato. È Seminara, in dote lo splendido scorcio di Cala Janculla sulla costa Viola, 2500 abitanti in provincia di Reggio Calabria: dove il sindaco, insediatosi solo dieci giorni fa, è Giovanni Piccolo, 31 anni, laurea in Legge, due master e soprattutto un incarico da funzionario in Veneto, nel settore “Fondi europei e rendicontazione”.

A 1200 chilometri di distanza, appunto, negli uffici guidati da Zaia. Piccolo ha deciso di tornare nel suo paese d’origine. E ha scoperto, ad esempio, che “sui 25 compagni di classe che eravamo alle medie, 20 sono emigrati”. Cogliere la chance del Pnrr, da queste parti, significa partire per la luna. O quasi. “La legge non mi chiede di scegliere e quindi continuerò a lavorare per la presidenza della Regione Veneto, in gran parte in smart working grazie a una profonda formazione che abbiamo seguito. E intanto proverò a risollevare le sorti del mio comune. Le carenze? Incredibili. Non ho neanche un segretario comunale, dirigenti quasi zero. Poi sono entrato nell’ufficio Bilancio: ho scoperto che ho un solo dipendente di categoria A, cioè con la terza media, raccapricciante. La colpa, tuttavia, è anche della politica locale, e dei Comuni che non si sono mai posti il problema della formazione. Ma non possiamo perderci d’animo. E ho appena chiesto aiuto alla task-force messa a disposizione dal Ministero della Pa: almeno un funzionario a tempo, proprio per i progetti sui fondi del Recovery”.

Non va meglio a Palmi, dove il primo cittadino Giuseppe Ranucci, scuote la testa: “Eravamo 350 dipendenti fino a una decina di anni fa, ora siamo a 70. C’è una totale inadeguatezza anche in termini di qualità. Nel settore Ambiente e Urbanistica abbiamo solo 3 persone, con due funzionari e un amministrativo, per centinaia di pratiche sulle più svariate attività. Aspettiamo questi investimenti come la terra promessa. Ma è come se non avessimo gambe per correre”. Come non comprendere lo scetticismo. “Il Pnrr prevede poli di interventi sulla Sanità di prossimità, di cui abbiamo un bisogno profondo, aggiunge Ranucci. Eppure da oltre 14 anni, qui nella Piana di Gioia Tauro, aspettiamo l’ospedale: costo 150 milioni, per il quale ci sono voluti 13 pareri e non c’è stata neanche la prima pietra”. Accade nella Regione che paga 300 milioni l’anno per l’emigrazione sanitaria dei suoi abitanti.

Calabria

Rispetto ai desiderata sono poca cosa, ma almeno sulla carta la Calabria è riuscita a costruire dei progetti che con i fondi del Pnrr sono finanziabili. Nulla di scontato, se è vero che la prima bozza di linee guida della programmazione europea presentata nel marzo scorso dalla Regione era stata scopiazzata dai piani di Friuli-Venezia Giulia e Lombardia.

Questa volta però sembra che la Calabria sia riuscita a fare le cose a modo. Sul fronte della gestione delle risorse idriche, vengono finanziati 20 interventi per circa 260 milioni, poco più della metà dei 36 interventi per 440 milioni richiesti e destinati non solo a riparare reti colabrodo, ma anche a realizzarle dove di fatto non esistono. Nella patria del “rustico non finito”, tipico stile architettonico fatto di facciate non intonacate e pilastri al vento, sette degli interventi finanziati hanno a che fare con la rigenerazione urbana.

Come si sia arrivati a definirli neanche l’opposizione che fino a qualche settimana fa sedeva in Consiglio regionale sa dirlo. Alle elezioni del 3 e 4 ottobre scorso ci si è arrivati prima del tempo per l’improvvisa morte della governatrice eletta, ma causa Covid per un anno l’attività della Regione si è limitata agli atti indifferibili e urgenti. La progettazione per il Pnrr evidentemente non rientrava fra quelle che per la Giunta meritasse discussione in Consiglio.

Adesso comunque i soldi ci sono. Ma toccherà spenderli. E sul punto la Calabria non vanta gran curriculum. Di recente, l’Ue ha congelato l’erogazione di fondi per progetti già attuati per marchiani errori nella rendicontazione.

 

I progetti della svolta 

È  in gioco il futuro di intere comunità. Il cui destino – cioè la qualità di strade, scuole, trasporti, sanità e sviluppo, dipende da questa occasione di svolta. Che contempla opportunità importanti. Basta citare solo alcuni dei bandi, a misura di Mezzogiorno, che potrebbero cambiare il volto di molte aree depresse. Si parte dai 700 milioni di euro per asili nido e scuole materne (solo una fetta dei complessivi 2,7 miliardi che andranno al Mezzogiorno su questa sola voce) per andare ai 630 milioni per la realizzazione delle Zes (le Zone economiche speciali), con connettività tra strade e porti, per i quali ultimi sono previsti in tutto 1 miliardo e 200 milioni. Si va dai 300 milioni per le 72 aree interne, a rischio spopolamento, ai 350 milioni per i cosiddetti Eco-sistemi dell’Innovazione, sul modello dell’Academy Apple di San Giovanni a Teduccio, realtà modello sorta alla periferia est di Napoli. O ancora: dai 300 milioni per il riutilizzo dei beni confiscati alla mafia, un fronte su cui lo Stato ha perso in questi anni troppe occasioni, ai 220 milioni per il contrasto alle povertà educative.

Molte speranze, appese a esili fili. Oppure umiliate da criteri che danneggiano il Sud. Come quello che, sul bando deli asili nido, prevedeva la clausola del co-finanziamento anziché il principio che chi ne era totalmente sprovvisto, o quasi, dovesse avere più punteggio o venir prima di chi poteva contare su più strutture. Un elemento che ha finito per privilegiare le regioni più ricche di servizi socio-educativi. A danno di intere aree del Meridione. Sebbene dagli uffici tecnici del Ministero guidato dalla Carfagna si faccia notare che su quel bando di 700 milioni per gli asili (dedicati ai bimbi dai 3 mesi ai 3 anni) “è stato assegnato ai Comuni del Mezzogiorno anche più del 40 per cento dei fondi. Segno che, in questo caso, la gran parte degli enti locali si era preparata e aveva pianificato le sue richieste”. Resta un dato. “Per la prima volta nella storia del Mezzogiorno repubblicano”, sottolinea ancora Bianchi di Svimez, “ci sono tanti soldi e toppa paura di perderli. Adesso occorre risolvere per tempo. Io vedo una sola strada: provare a organizzare dei Centri di competenze territoriali, grazie alle Università. Da coprire, come in analoghi casi, con le quote del Pnrr destinate all’assistenza tecnica. Altrimenti non se ne esce. Basti dire che se nel Nord Italia la quota di personale laureato negli enti locali arriva alla media del 25 per cento, al Sud scende fino al 10 per cento. Come avviene a Palermo. E questo non può non avere conseguenze”.

Da un palazzo affacciato sul verde e la costa di Pollica, in Cilento, il primo cittadino Pisani non fa che raccogliere disagi e preoccupazione di tanti suoi colleghi. “Tante e diverse piattaforme digitali con cui interagire per i progetti Pnrr, troppe. E sono 12 o 14 i pareri per ogni processo. Il personale è rimasto troppo indietro”, riflette quel sindaco-commercialista subentrato al coraggioso Vassallo, uno che alla rinascita del suo pezzo di Sud ha sacrificato la vita. “Se non corriamo ai ripari subito, aggiunge Pisani, saremo costretti tra qualche anno a raccontarci della grande opportunità persa, alla scomparsa dei grandi valori culturali, storici, ambientali conservati dai piccoli comuni che ancora presidiano le aree di margine. La sfida ci si pone di fronte come il gigante Golia (burocrazia e modernità) davanti al piccolo Davide. Credo che stavolta il coraggio, il sacrificio e l’abnegazione non saranno sufficienti”.