Nell’Elenco delle Fondazioni esistenti in Calabria sul Dictionarium Archivii Cavensis (318) viene ribadita l’appartenenza a Cava dell’Ecclesia Sancti Nicolai apud oppidum Mercurii.
L’antico monastero greco per circostanze che non è possibile ricostruire, data l’esiguità della documentazione superstite, risulterebbe confluito tra le dipendenze dell’Abbazia Cavense prima del 1100, dal momento che nella bolla di PasqualeII se ne conferma il possesso alla Trinità, indicandone l’ubicazione con l’espres-sione apud oppidum Mercurii.
Nel 1967, André Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, pubblicò 4 atti o documenti greci provenienti dagli archivi della nobile famiglia Aldobrandini, non pubblicati nel 1958 dal Pratesi (…).
“Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1‘, e nel suo ‘Avant-Propos’ (premessa), a p. 1, scriveva che:
“La cartella di archivio che ho commentato qui fa parte del fondo Aldobrandini ancora conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. Lat., n° 13489), che Alessandro Pratesi ha pubblicato documenti latini (1). La presenza di documenti greci in questo fondo è stato segnalato da Franco Bartoloni Silvio Giuseppe Mercati e Ciro Giannelli, che ha avuto inizio durante il lavoro preliminare di trascrizione, in grado di completare il termine, spesso sorpreso scrivendo e lingua notai, che non sono preoccupati per qualsiasi libro a matita. La loro intenzione era di pubblicare insieme tutti i documenti greci del fondo Aldobrandini, in numero di 55; non riuscirono nemmeno a completare le trascrizioni: il pio giacimento confidato da Padre Alphonse Raes, Prefetto della Biblioteca Papale, con la missione di portare a termine la pubblicazione, conteneva un profilo così diverso nei suoi articoli. I principi dell’edizione degli Atti greci bizantini della pratica come lo sentono oggi gli specialisti, che ho dovuto rinunciare a usarlo, deplorando così tanti vani sforzi dei nostri due rimpianti amici, ai quali voglio tornare ecco un omaggio affettuoso. È per onorare la loro memoria, che ho insistito sul montaggio, secondo il metodo più volte esposto e già testato (2), come il primo opuscolo del mio ‘Corpus degli Atti greci dell’Italia meridionale e della Sicilia’, il più antico archivio greco della collezione Aldobrandini, e uno dei più importanti per la storia del catepanato bizantino d’Italia, quello di Saint-Nicolas de Donnoso, fedele al principio della ricostituzione dell’antico essere in grado di soddisfare gli storici della civiltà bizantina.”
Nel 1967, Andrè Guillou (…), nel suo ‘Saint-Nicolas de Donnoso (1031-1060/1061), Corpus des actes grecs d’Italie du Sud et de Sicile 1′, nella sua nota (3), postillava che: “Les fonds Aldobrandini comprend cinq autres fonds grecs: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elias, S. Maria della Sambucina et S. Angelo de Frigilo; voir A. Guillou, art., cit., dans Byzantion, 36, 1966, p. 308-310 (Inventaire signaletique).”,
che tradotto è: “La collezione Aldobrandini comprende altre cinque collezioni greche: S. Maria di Camigliano, S. Maria della Matina, S. Elia, S. Maria della Sambucina e S. Angelo de Frigilo; vedi A. Guillou, art., cit., in Byzantion, 36, 1966, p.308-310 (inventario dei segnali).”.
Il Guillou (…), p. 4, proseguendo il suo racconto scriveva che: “I quattro documenti greci conservati rilanciano sotto i nostri occhi la coesione dei domini del monastero fino al 1060-1061, data dell’ultimo atto (1). Questi sono gli archivi latini di Santa Maria della Matina (nord est di S. Marco Argentano) che dobbiamo interrogarci per conoscere il resto della storia. I documenti più antichi di questa raccolta riguardano Arnolfo, arcivescovo di Cosenza, Odone, vescovo di Rapolla, e Lorenzo, vescovo di Malvito, alla presenza del duca di Calabria e della Sicilia, e il conte di Puglia, Roberto (il Guiscardo), e la sua donna Sichelgaita, così come l’abate Adelardo, che costruì il monastero di Matina, dedicò la chiesa alla Vergine, e annoverò la proprietà che concede il convento dai principi normanni, e tra questi: “In valle quae Mercuri nuncupatur abbatiam Sancti Petri quae dicitur Marcanito, et ecclesiam Sancti Eliae et Sancti Zachariae cum omnibus pertinentiis earum, cum vineis, terris et silvis,( et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu), abbatiam Sancti Nicolai de abbate Clemente cum vineis, terris et silvis et omnibus sibi pertinentibus, et ecclesiam Sancte Venere cum casale in quo est ipsa ecclesia, cum vineis et terris et silvis (2).
” Il contenuto dell’incipit al documento, tradotto dal latino è il seguente:
“Nella valle il Mercurio chiamato l’Abbazia di San Pietro, che si chiama Marcanito e chiesa di S. Elia e S. Zaccaria con tutti i suoi villaggi, vigneti, terre e boschi, e la chiesa di San Nicola de Digna, vigneti, terre e foreste e porto marino, ed un’Abbazia S. abate Nicola Clemente di vigneti e boschi e tutti i paesi appartenenti alla chiesa di Santa Venere dove è venuto alla chiesa con vigneto e la terra e le foreste (2).
Nota: Il nome di San Nicola de Digna attribuito a questo monastero non trova riscontri alcuno sia in Località dell’Area del Mercurion sia in estensione anche sul versante Lucano. Presumibilmente, anzi quasi certamente, trattasi di una lettura errata, del termine corretto di (San Nicola di Myra) effettuata da Guillou del Documento in Latino di riferimento, predisposto, per Roberto il Guiscardo e la Moglie, in Atto di cui sopra, dall’Abate Adelardo, già titolare di Santa Maria della Matina e presente alla Cerimonia. Inoltre in descrizione San Nicola De Digna (Myra) viene annoverato appena prima dell’Abazia di San Nicola dell’Abate Clemente.
” Il Guillou (…), a p. 4, nella sua nota (2), postillava che: “(2) A. Pratesi, op. cit., p. 5. Je note que L.-R. Menager, dans ‘Rivista di storia della chiesa in Italia’. 13, 1959, p. 57-61, veut que cette notice soit authentique.”, che tradotto significa: “A. Pratesi, op. cit., p. 5. Prendo atto che L.-R. Menager, in “Rivista di storia della chiesa in Italia”. 13, 1959, p. 57-61, vuole che questo documento sia autentico.”
Orazio Campagna (…), nel 1982, nel suo ‘La “Regione Mercuriense” nella storia delle comunità costiere da Bonifati a Palinuro’, a p. 93, scriveva in proposito che:
“Da “Carte Latine di abbazie calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini” (71), ecc… – abbiamo notizie di due importanti monasteri, quello di S. Pietro “que dicitur Marcanito”, e di S. Nicola o dell’abate Clemente (Moulétzes).”
Riguardo la localizzazione di questo antichissimo monastero (anch’esso citato nella “dedicazione” del 1065, di Roberto il Guiscardo), Oreste Campagna (…), a p. 96, continuando il suo racconto, scriveva in proposito che: “Il Monastero di S. Nicola, o dell’abate Clemente, fu edificato in contrada “Donnasita”, ai piedi di Serra Bonangelo, in posizione amena e ferace, con una fonte perenne nei pressi. Attualmente la contrada è abitata da poche famiglie, che vivono di agricoltura e di pastorizia.”. Il Campagna, a p. 97, continuando il suo racconto sul monastero di S. Nicola, o dell’Abate Clemente (…), scriveva che: “Il monastero fu fondato dall’Abate Clemente, in favore del quale vennero stipulati gli atti di compra-vendita del 1031 e del 1036; venne emessa ingiunzione dallo stratego di Lucania (78) nel 1042 per una controversia fra eredi, e stipulato un atto di donazione pro-anima nel 1060-1061 (79).”. Il Campagna (…), a p. 97, nella sua nota (78), postillava che: “Ευσταθιος Σκεπειδης, στρατηγος Αουκανιας, in A. Guillou, Saint-Nicolas de Donnoso, op. cit.”. Il Campagna, nella sua nota (79), postillava che: “(79) A. Guillou, Saint-Nicolas, etc., cit.; A. Pratesi, Carte latine, etc., cit.”
Il Campagna, continuava a p. 97, scrivendo che: “Tuttavia anche i monasteri di “S. Nicola di Donnoso” e di S. Pietro, “que dicitur Marcanito” (80), nel 1065, avevano perduto la loro autonomia, difatti nella “notitia” di dedica risultano il possesso dell’abbazia di S. Maria della Matina, per concessione di Roberto e Sichelgaita. Alla funzione di “dedica” erano presenti l’arcivescovo di Cosenza Arnolfo (81), il vescovo di Rapolla Oddone e il vescovo di Malvito Lorenzo, oltre all’abate Adelardo, fondatore del nuovo complesso monastico della Matina (82). Il contributo di santità e di civiltà, che l’Eparchia monastica mercuriense aveva dato all’Occidente mediterraneo, era finito per sempre: i suoi monasteri distrutti dalla violenza del nuovo conquistatore; i più ligi al cesaro-papismo di Costantinopoli sacrificati al principio di supremazia universale della Curia romana (83).”
Il Campagna (…), nelle sue note (80-82), postillava che le notizie erano tratte dal Guillou (…) e dal Pratesi (…), mentre nella nota (81), postillava che: “(81) Acceso fautore della supremazia della chiesa romana sulla greca, nel 1063 aveva posseduto il sinodo di Bari, in qualità di Vicario pontificio.”. Il Campagna, nella sua nota (83), postillava che la notizia era tratta da: “(83) G. De Pouille , La geste de Robert Guiscard, Palermo, 1961; W. Holtzmann, Il papato, i Normanni e la chiesa greca, in “AC”, XIII (1963).
Il Guillou (…), nel suo capitolo “Actes de Saint-Nicolas de Donnoso” (Gli Atti di San Nicola de Donnoso), a p. 5, parlando del Monastero di Santa Maria della Matina e del monastero di San Nicola de Donnoso, sulla scorta del Pratesi (…), scriveva che:
“E’ sicuro che nel XII secolo gli archivi di San Nicola furono classificati nella collezione della Matina, poiché l’”archivista” Benedettino, che ha una menzione sul retro di un atto latino del suo deposito databile dal 1096-1121 (6), è lo stesso che incise sul retro l’atto n. 4 dell’atto greco “Carta de Sancto Nicolao de Donnoso” (1), permettendoci così di identificare il monastero. Gli archivi di San Nicola seguirono il destino di quelli di Matina.
Poi ricorda il destino di quelli della Matina. Nel 1410, l’abbazia, su ordine di Papa Gregorio XII, viene consegnata a Pietro di Venezia, ecc ..”. Sempre il Guillou (…), poi a p. 7, ci parla della regione del Mercurion, e sulla scorta del Cappelli, scriveva che: “Merkourion, un habitat di cui non conosco l’origine (3), ha dato il nome a un’area geografica chiamata “Vallee” o “territorio” di Merkourion (4), la cui vera estensione non può essere determinata a causa della mancanza di identificazione dei monasteri di S. Pietro-Marcanito, SS. Elias e Zacharias, S. Nicolas ‘de Digna’ e S. Venera enumerati nella regione (5).”.
Il Guillou (…), nella sua nota (3), postillava che: “citava la bibliografia sul Mercurion, come il St. Binon ecc..”, nella sua nota (4), postillava “(4) Pratesi, op. cit. p. 5 (31 marzo 1065?), 19 (luglio 1100)”, nella sua nota Nel 1410, l’abbazia, su ordine di papa Gregorio XII, fu consegnata a Pietro di Venezia, cardinale di Napoli, poi agli Aldobrandini, che cedettero al sedicesimo e al diciottesimo secolo due nunzi apostolici al Regno di Napoli e riportò a Roma i preziosi documenti, che furono recentemente confidati alla biblioteca papale (2).”
Il Guillou, a p. 5, nella sua nota (1), postillava che: “(1) Vedi p. 52 et 53.”e poi nella sua nota (2), postillava che: “(2) Vedi Fr. Bartoloni, Le antiche carte dell’abbazia della Sambucina, dans ‘Atti del I Congresso storico Calabrese (Cosenza, 1954), Rome, 1957, Appendice, p. 561-567; A. Pratesi, op. cit., p. VII et suiv.; A. Guillou, Les archives grecques de S. Maria della Mattina, dans, ‘Byzantion’, 36, 1966, p. 305.”.
etc., cit.”. Oreste Campagna (…), a p. 150, parlando della “Regione mercuriense” e di Majerà, scriveva in proposito che: “Sappiamo dalla Historia di S. Saba che nell’area dell’Eparchia mercuriense vi era il monastero di S. Pietro, detto dei “Marcani”, dove il Santo operò un miracolo ridando la parola e l’udito ad un monaco colpito da un fulmine (131). Lo stesso monastero viene ricordato nella “Dedica” di S. Maria della Matina e nel relativo “Diploma” di Roberto il Guiscardo del 1065, entrambi “falsificazioni” di un originale perduto. Dalle pergamene risulta che l’abbazia era ubicata “in valle que Mercurii nuncupatur” (132). Prima che l’abbazia di S. Pietro divenisse filiazione carbonense (133), doveva essere dei “Marcani”. I ruderi, andati distrutti da qualche anno, evidenziano le caratteristiche della struttura muraria romana. Del vasto complesso monastico, ora, rimane la sola chiesetta dedicata all’Apostolo (134). Il monastero disponeva di un vasto territorio, delimitato dai confini delle Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino, riportati nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle (135). Il 28 agosto del 1587, con S. Giovanni a Piro, veniva messo da papa Sisto V alle dipendenze della Cappella del Santo Presepe, presso S. Maria Maggiore, in Roma (136).”
Risulta del tutto evidente che allo Storico Oreste Campagna, nativo di Maierà, interessato prevalentemente nella ricostruzione a mettere in luce l’importanza del Monastero di S. Nicola, o dell’abate Clemente, edificato in contrada “Donnasita”, ai piedi di Serra Bonangelo, poco importasse l’approfondimento per individuare quella “(et ecclesiam Sancti Nicolai de Digna cum vineis, terris et silvis et marino portu), ugualmente donazione, di Roberto il Guiscardo e la Moglie, all’Abazia di Cava dei Tirreni.
In verità in egual misura tutti gli studiosi che si sono cimentati sull’argomento non hanno mostrato curiosità alcuna sulla Donazione di questa Chiesa di San Nicola, datata quindi in atto notarile dell’anno 1065, interessati ai propri Monasteri Locali della Valle del Mercure, ed anzi con tentativo di estendere la stessa area ben oltre i Confini Circonscritti Calabro-Lucani.
San Nicola Magno di Belvedere, il cui territorio ricadeva tutto intero sotto la disponibilità del Monastero di San Pietro dei Marcani e i cui confini si estendevano tra le Terre di Majerà, di Cirella, di Belvedere, e di Buonvicino per come riportato nella platea del 1545-1546 da Sebastiano della Valle, all’interno del contesto geografico di riferimento, va a identificarsi come l’unica realtà dotata di Porto Naturale e per ben XI secoli fu la Prima Congrega della Città.
Costruita dai Bizantini insieme a San Giacomo e reimpostata dai Normanni (per come abbiamo scritto) godeva già all’epoca di Roberto il Guiscardo di un Patrimonio ricchissimo dotato da un Porto naturale di (Capo Tirone- utilizzato dai Greci e impostato dai Romani) e di ben 36 Contrade ripopolate e coltivate dai Monaci Basiliani, che conservano ancora oggi i propri toponimi come anche le tradizioni religiose: SS. Annunziata, Santo Stefano, Santo Janni, San Giacomo il Maggiore, S.Nicola Magno, S.Basilio, S.Liberata, S.Andrea, Sant’Elia, Santa Lucia con le sue grotte, S.Antonio Abate, Paradiso. S.Elia, Sant’Andrea.
Per tale importanza e per le ricchezze in essa conservate risulta essere quell’ Ecclesia Sancti Nicolai de Digna (San Nicola Magno) e differisce da tutti gli altri luoghi di Monasteri e Chiese citate da alcuni autori proprio per la integrazione Amministrativa e Geografica di Belvedere avvenuta prima con i Longobardi di San Sosti e Malvito e poi con quella Normanna di San Marco con Roberto il Guiscardo.