DANIELE (bozza)

DANIELE

 (Bozza)Oggi 4 Ottobre ricorre l’Ottocentesimo anniversario della morte di San Francesco d’Assisi, avvenutanel1226.

Per Belvedere, Città natale di Daniele Fasanella e per le altre Cittadine fra le quali Castrovillari e Donnici natali degli altri suoi compagni Frati Minori Calabresi (Samuele, Angelo, Domno (o Domulo) da Montalcino, Leone, Nicola da Sassoferrato e Ugolino ), si apre la settimana più importante della loro Storia, sotto il profilo squisitamente religioso.
Un evento Storico-Spirituale che unisce, non solo per ironia della sorte, la morte di San Francesco, fondatore dell’Ordine, con quella dei sette Frati Minori Calabresi, avvenuta appena una settimana dopo nell’anno successivo, e precisamente il 10 Ottobre del 1227, in Ceuta (Attuale Enclave spagnola in Marocco). Evento che accomuna Belvedere, la Calabria, alla stessa Ceuta perché il Martirio dei Frati, il cui corifeo é San Daniele da Belvedere, Patrono di entrambe le Cittadine, viene festeggiato il 13 di Ottobre in quanto (il 10, giorno della morte, cade infatti nell’ottava destinata dall’Ordine alle celebrazioni di s. Francesco).
Non solo per ironia della sorte si diceva, ma per quell’ardore di Missione che albergava in Francesco e i Nostri sette Martiri:
Il Martirio dei Frati Minori Calabresi è conseguenza di quell’ardore di amore divino predicato da Francesco, che fu, nello stesso Ordine da lui fondato, proprio uno dei primi a tentare le spedizione in terra Africana per predicarne e divulgarne il Vangelo:

“ Fervente di amore divino, il beatissimo padre Francesco desiderava sempre mettere mano ad alte imprese e, camminando con cuore dilatato per via dei precetti di Dio, toccare il culmine della perfezione.
Così cinque anni dopo la sua conversione, bramando ardentemente il martirio, volle passare per mare in Siria a predicar la fede cristiana e la penitenza ai Saraceni e agli altri infedeli. Si imbarcò su una nave per recarsi in quei luoghi, ma a causa dei venti contrari si ritrovò con gli altri naviganti in Schiavonia. Vedendosi allora deluso in questo desiderio, trascorso poco tempo, pregò alcuni marinai diretti ad Ancona di portarlo con loro, dato che quell’anno quasi nessuna nave riuscì a raggiungere la Siria.”

Così racconta Tommaso Celano nella Vita Prima del Beato Francesco scritta su mandato del Papa Gregorio IX e per la canonizzazione del Poverello d’Assisi, avvenuta poco dopo la morte. Ed egli così prosegue il racconto di quel pellegrinaggio, intrapreso con intenti missionari verso il 1212:

“ Così non avendo molto tempo dopo si mette in viaggio per il Marocco per predicare il Vangelo di Cristo al Mirammolino e ai suoi correligionari. Tanto era grande infatti il desiderio che lo spingeva, che talvolta lasciava indietro il suo compagno di viaggio per affrettarsi, ebbro in spirito, a realizzare il suo proposito. Ma il buon Dio, che solo per la sua bontà volle ricordarsi di me e di molti altri, quando già aveva raggiunto la Spagna gli resistette in faccia e, perché non procedesse oltre, gli rivolse contro una malattia, richiamandolo dalla strada intrapresa.”

A Francesco d’Assisi, quindi non fu dato di predicare il Vangelo, in terra iberica o africana, al cospetto del Miramamolino, identificabile col Principe dei credenti, amir al-mu’ minin, che allora era il sultano Muhammad al-Nasir della dinastia degli Almohadi.
Come ricorda Dante Alighieri nel Paradiso (XI, 100), “la sete del martirio” spingeva il Poverello di Assisi a questi viaggi missionari, esplicitamente previsti nelle sue Regole. Ed egli stesso indicava itinerari e mete ai suoi discepoli con vocazione evangelizzatrice in partibus infidelium: itinerari e mete che potevano favorire anche il conseguimento del martirio, culmine della perfezione e santità.” Ed è in questo contesto Storico-Spirituale che si inquadra il Martirio di Daniele Fasanella e dei suoi Compagni.

La Missione dei Martiri di Ceuta non resta isolata nel contesto più generale di molte altre Missioni, intraprese dai Francescani, che si svilupparono non solo in Terra Africana e Medio Orientale ma anche in Europa Iberica.

Lo scopo di questo lavoro si prefigge di inquadrare storicamente, quanto più spiritualmente possibile, la figura di Daniele Fasanella all’indottrinamento di Francesco. E quale occasione migliore offre la celebrazione della Festività del Santo, che ricade ad una settimana di quella dei Frati Calabresi, per intraprendere una meditazione su quegli eventi e sul loro storico significato.
Le vicende politiche di questi anni sono caratterizzate dall’opera di Papa Innocenzo III che ripropone la Chiesa di Roma quale centro di determinazioni socio-politiche con la decisione contrastata di confermare ad Ottone IV il Regno di Germania ed al Piccolo Federico II° quello di Sicilia, facilitando la nascita del Grande Regno Germanico destinato al suo Piccolo protetto, sebbene egli stesso sospettoso del pericolo derivante alla Chiesa dalla unificazione di un unico grande Impero.
Mentre il piccolo Federico II, nel duomo di Palermo, all’età di quattro anni, nella primavera del 1198 cinge la corona del regno di Sicilia, l’opera di due frati fece rifiorire un forte sentimento religioso: Domenico di Guzman in Spagna, con i suoi viaggi nel 1206 in Francia e le prediche fra gli eretici, e Francesco di Assisi, con il suo esempio.
Francesco, figlio di un Pietro Bernardone, mercante di Assisi, nasce intorno al 1182. A seguito di una grave infermità e una prigionia sofferta a Perugia tra il 1202-03 é colto da una crisi interiore, indossa un umile saio ed abbandona gli affetti della famiglia e gli agi della vita. Viene beffeggiato e chiamato pazzo, ma di li a qualche tempo torme di uomini pii daranno ascolto alla sua portentosa eloquenza; e i discepoli da lui conquistati vestiti di abiti e brandelli, seguiranno il suo esempio, in quella che lui fonderà come prima comunità in una cappella(la Porziuncola) presso Assisi. E’ questo anche uno degli stranissimi avvenimenti del medio evo, tale da indurre ogni intelletto severo a meditare i quesiti che toccano più gravemente i destini della società umana. Le parole di Cristo, ripetute dalla bocca di un apostolo mendico: “Getta via quel che possiedi, e seguimi”, tornano a risuonare per le vie e per le piazze, in mezzo agli entusiasti della povertà, i quali ne interpretano alla lettera la dottrina.
Un inesplicabile ardore per cui gli uomini s’invaghiscono di quella fratellanza mistica, il cui ornamento stava nell’abito da accattone, la cui massima dottrina era non possedere alcuna cosa e il cui modo di trarre la vita derivava dalle elemosine volontarie. Francesco avendo indole ardente di affetti, inspirata, seducente, attrae a sè gli uomini con la prepotenza dell’esempio. In quel profeta fervido, tutto cuore, si riflette un raggio del genio divino, che in altre età forse avrebbe fatto di lui il fondatore di una religione; ai suoi giorni invece egli non potè essere che uno dei Santi della Chiesa, già saldamente disciplinata; un’imitazione vivente e leggendaria di Cristo, di cui i suoi discepoli pretendevano aver visto in lui impresse le fattezze e le stimmate.

Tuttavia quei discepoli operosi di un Santo non riuscirono a riformare la società umana; in conseguenza di ciò non poterono fare altro che costituire un ordine di frati erranti, senza supporre l’influenza che il nuovo istituto avrebbe esercitato sulla società; e costrinsero il loro Santo, che non era un filosofo, né un teorico, ma un semplice figliuolo di Dio, a diventare legislatore.

Chiamando i fratelli alla povertà come alla predicazione, Francesco d’Assisi aveva, come si è visto, introdotto nella sua opera un’intima contraddizione che doveva provocare gravi turbamenti, già emersi, vivente ancora il fondatore, quando il successo dell’opera superò le speranze stesse di S. Francesco. Lui non aveva mai pensato di fondare un Ordine, ma la sua confraternita lo stava diventando, e che per la sua estensione medesima sfuggiva al controllo del suo fondatore. E non si poteva permettere che divenisse nella cristianità fonte di disordine e fors’anche di eresie.

Quindi ci voleva, e gli fu imposto un minimo di organizzazione, e che a San Francesco mancava. Questa trasformazione inizia a partire dal 1217 quando il Capitolo suddivide l’Ordine in Province. Quando l’Ordine inserisce numerosi chierici e letterati provenienti dalle Università,cercando di dare all’Ordine un carattere clericale che non aveva di certo all’origine; reclamando i sacerdoti compiti di direzione ai quali paiono destinati.

E’ questo il caso di Daniele Fasanella, già Sacerdote Secolare in San Nicola Magno di Belvedere (Chiesa oggi demolita che conservava dietro l’altare l’affresco, ad essa contemporaneo, del Santo in abito secolare, e che all’epoca ricadeva sotto l’Egida di Cava dei Tirreni) appartenendo il medesimo Daniele alla Famiglia di Tancredi Fasanella Signore di Morano-Grisolia- Cirella.

Francesco all’inizio si ribella ma poi dirà ai suoi: “non voglio privilegi che non quello d’essere umilmente sottomesso a tutti…….Siate sottomessi a tutti i prelati affinché, se è possibile, non si susciti alcuna gelosia”. Resta fedele alla semplicità della predicazione come quella di tutta la vita dei Fratelli e conserva la sua diffidenza di “idiotus”, di ignorante (come si definisce egli stesso) verso l’istruzione.

Non é contento che abbiano costruito una casa a Bologna e non ammette che i Fratelli possiedano libri. Entrando nell’Ordine i letterati devono assumere l’umiltà e il metodo degli ignoranti; la povertà resta la nota essenziale dell’Ordine e l’istruzione è sempre sconsigliata.” Quelli che non conoscono le lettere, non si preoccupino di apprenderle”. Nel dire questo pone senza volerlo un problema arduo poiché ogni predicazione presuppone un minimo di cultura, dunque studi, ciò che mal s’accorda con l’obbligo della spoliazione totale e l’insicurezza materiale.

Quindi suscita la diffidenza della gerarchia, desiderosa di conservare il controllo della predicazione e allarmata dalla pretesa di insegnare direttamente ai fedeli. “ La Chiesa vietava la fondazione di nuove regole, per il motivo che ormai il numero degli ordini monastici era esageratamente salito; perciò a Francesco, ossia ai suoi seguaci, non fu cosa agevole potere fra quelli ottenere accoglienza.

Ciò non di meno il Santo trovò a Roma degli amici potenti, il ricco Cardinale Giovanni Colonna, il Cardinale Ugolino di Segni, uomo pronto ad appassionarsi e zelantissimo dei suoi protetti, che più tardi diventò papa Gregorio IX (Scomunicò Federico II, affidò l’Inquisizione ai Domenicani), ed inoltre l’illustre Matteo Orsini, padre del futuro papa, Niccolò III.

Innocenzo III, l’uomo dal grande intelletto pratico, non comprese l’importanza del sorgente Ordine dei Mendicanti: ci vedeva forse il pericolo di una dottrina che era decisamente ostile alla potestà temporale della Chiesa. Non c’è maggiore contrapposto di quello che si scorge tra Innocenzo III e Francesco, tra il sommo sacerdote, seduto sul trono con la maestà di signore universale, e la persona dell’umile accattone. Un Diogene vero del medio evo, che stava davanti al Papa come altro stava davanti al suo Alessandro; povero e malato sognatore, ma nel suo nulla, più grande di Innocenzo, profeta che lo ammoniva; specchio in cui pareva che Dio mostrasse l’effige del loro tempo, Innocenzo III e San Francesco sono per verità due profili meravigliosi.

Innocenzo III° approva solo “Oralmente” la richiesta di Francesco di costituzione dell’Ordine.

“I futuri SS. Domenico e Francesco chiesero ad Innocenzo III che confermasse i due ordini monastici, ma il grande Pontefice, pur non essendo alieno dal confermare le due istituzioni che rappresentavano una forte milizia e che, con la predicazione l’uno e con l’esempio l’altro, costituivano un mezzo potentissimo per combattere nel mondo cattolico l’eresia e difendere la Chiesa, non ne ebbe il tempo e fu il successore suo, Onorio III, che nel dicembre del 1216 confermò al primo l’Ordine dei Domenicani con il titolo di “Frati Predicatori”, sottoponendolo alla regola degli “Agostiniani”, e nel novembre del 1223 al secondo quello dei “Francescani” sotto il nome di “Frati Minori” e sotto la regola dei “Benedettini”.

Nota)

Pio XII, nel 1939, avallò il legame tra l’Assisiate e la patria proclamandolo patrono d’Italia. Ma ormai si era alla vigilia della Seconda guerra mondiale, al termine della quale restavano non solo delle macerie da riparare – emblematica divenne la ricostruzione dell’abbazia di Montecassino distrutta nel 1944 –, ma un’Europa da riconciliare.
San Francesco continuerà a essere oggetto d’attenzione non tanto quale patrono d’Italia ma quale simbolo di pace e riconciliazione; la giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace convocata da Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1986 sarà conferma e incentivo a tale immagine. La santità e la vicenda di san Francesco hanno assunto diversi spostamenti semantici negli oltre centocinquant’anni dell’Unità d’Italia: da simbolo di italianità a patrono nazionale, da richiamo alla pace ad apertura non solo europea ma persino globale, e anche per questo continua a essere un simbolo importante per l’Italia. Se da una parte il cardinale Merry del Val, inaugurando il centenario del 1926, concesse che l’Assisiate fosse non solo della Chiesa cattolica ma anche dell’Italia, dall’altra Pio XI, invertendo i termini, sancì che l’esaltare in san Francesco il suo amore della patria non ne riduceva la dimensione universale cattolica. L’assunzione da parte del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio del nome pontificio di Francesco, il 13 marzo 2013, al momento della elezione a vescovo di Roma è stata riconoscimento ed espressione del valore sovrannazionale – per non dire globalizzato – del santo d’Assisi. Senza troppe forzature si può ammettere che il percorso svolto dal Risorgimento in poi ha condotto san Francesco a divenire espressione di quella sintesi richiesta da papa Bergoglio nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il 7 gennaio 2019, ossia «prestare attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale». In questo modo «la globalizzazione può essere anche un’opportunità nel momento in cui essa è “poliedrica”, ovvero favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa».

 

Sebbene ancora in gran parte resta velata la origine del movimento francescano in Calabria, la sua diffusione in ambiti sociali, oltre che territoriali, in cui persistevano tenaci forme di vita religiosa ispirate alla tradizione bizantina e alla spiritualità del monachesimo greco ed orientale, trova riscontro. Non è un caso che S.Daniele è Sacerdote Secolare in San Nicola Magno e come tale nella stessa viene ritratto ancor prima di incontrare S.Francesco, e, non è un caso se i nomi dei suoi compagni sono evocativi di quelli di personaggi vissuti in Calabria Settentrionale in pieno X secolo, nel fervore di San Nilo da Rossano. Una rispondenza segnalata da molti scrittori di storia calabrese che molto presto individuarono nel terreno già dissodato dal monachesimo greco e nel clima spirituale profondamente permeato di gioachimismo ( la parola di Gioacchino da Fiore (1135-1202) le radici del successo del francescanesimo in Calabria, che significativamente è l’unico tra gli ordini mendicanti a diffondersi fin dalle sue origini in questa regione.

E se, in effetti, il monachesimo greco in epoca normanna snaturò la sua originaria identità, accettando sempre più sostanze e prerogative feudali, le tradizioni ascetiche restarono una caratteristica peculiare della regione e furono rinvigorite dal nuovo Ordine Florense, originatosi da una costola del già severo Ordine Cistercense. Il monachesimo greco, all’inizio eremitico, era sorto e si era affermato all’insegna della povertà, che diventerà poi la sposa prediletta di S.Francesco. Le origini francescane hanno precisi punti di riferimento all’ascesi praticata da S.Nilo da Rossano e dalla moltitudine dei monaci greci della Eparchia monastica del Mercurion alla confluenza del mondo greco con quello latino, appunto nella estremità nord-occidentale della Calabria.

E’ innegabile che il substrato culturale della religiosità calabrese, col suo spirito di austerità e di povertà, abbia influito nell’affermazione del francescanesimo in maniera molto rapida sin dalle origini, se è vero come è vero, che esso raggiunse questa regione durante la sua prima fase di espansione, per mandato dello stesso fondatore e che mai altro Ordine di mendicanti in tutto il Medioevo raggiunse l’importanza e l’ampiezza dell’Ordine dei Minori.

Al di là della disputa sui documenti dei Sette Martiri restano inconfutabili alcune date e alcuni eventi: quella del 1217, anno della fondazione delle Province madri dell’Ordine Francescano e di cui la Calabria faceva parte; che la stessa ebbe un Ministro immediatamente e che dalla Diocesi di Faenza, villaggio S.Andrea si era portato Pietro Catin su mandato di Francesco di Assisi per ammettere nuovi candidati all’Ordine, quindi quale Primo Ministro Provinciale; che Daniele risulta presente di già ai raduni della Porziuncola di Assisi in fase di costituzione delle Provincie in cui venne suddiviso l’Ordine, che se non nel 1221 comunque in un Capitolo tenuto a Castrovillari (1225-26) S.Daniele fu “Minister Calabriae” e che nel 1227 avvenne la decapitazione in Ceuta.

E ancora, storicamente fondata è la data del 1220 dell’inizio di costruzione del Protoconvento di Castrovillari sempre ad opera del Beato Pietro Catin da S.Andrea.

Il dodicesimo dei settantuno canoni, approvati dal Concilio Lateranense IV (11-30 novembre 1215), stabiliva che per il futuro «nei singoli regni o province» ciascun ordine religioso avrebbe dovuto convocare ogni tre anni un «capitolo comune», da tenersi secondo l’uso dei Cistercensi.

A quella data le fraternita`, legate a Francesco d’Assisi, ancora non erano organizzate secondo una particolare divisione amministrativa ne´ esisteva una linea gerarchica; Francesco di fatto era l’unico confratello responsabile dell’ammissione dei nuovi membri e fino a quel momento la religio dei frati Minori si era diffusa nel Centro e nel Sud Italia solo grazie all’iniziativa personale del Santo e dei suoi Primi Compagni.

Spinti dalla volonta` di predicare il Vangelo «a tutte le nazioni» i Penitenti d’Assisi, sebbene ancora non avessero una Regola ma soltanto una forma vitae approvata a voce da Innocenzo III, ben presto si adeguarono alle disposizioni dettate dal Concilio, organizzandosi in province poste sotto una linea gerarchica costituita da ministri provinciali e da custodi, nominati direttamente da Francesco, dediti quest’ultimi in modo particolare al coordinamento dei predicatori, la cui azione sul territorio, per volontà del santo, doveva essere svolta in armonia con le esigenze dei vescovi.

Francesco scelse dunque alcuni capi, che avrebbe chiamato ministri, per guidare i suoi compagni al di fuori dell’Italia Centrale, assegnando a ciascuno di essi una determinata circoscrizione territoriale. Attenendoci alla testimonianza del De inceptione Ordinis Fratrum Minorum (1241), questo importante sforzo missionario avvenne «nell’undicesimo anno dall’inizio della religione», un riferimento cronologico che gli studiosi riconducono all’anno 1217, basandosi sul computo degli anni effettuato da Tommaso da Celano. Molto probabilmente fu in questa circostanza che Francesco dettò le norme per la convocazione dei futuri capitoli, norme e consuetudini che, confluendo nel De inceptione, sono state utilizzate dagli studiosi per assegnare a questo storico evento una datazione ancor piu` precisa. Francesco aveva infatti stabilito che tutti i frati avrebbero dovuto riunirsi in capitolo due volte all’anno nella chiesa di Santa Maria della Porziuncola e cioè a Pentecoste e in occasione della festa di san Michele Arcangelo, ma soltanto durante il capitolo di Pentecoste Francesco e i suoi successori avrebbero stabilito l’assegnazione dei frati alle diverse province.

Nel 1217 la Pentecoste cadeva il 14 maggio e la fraternitas di Francesco a quella data ancora non poteva contare su moltissimi confratelli. Il movimento era certamente cresciuto e aveva reclutato nuovi adepti soprattutto nel Centro e nel Sud Italia. Le informazioni di primissima mano forniteci dall’autore del De inceptione 1241 pur nella sostanza restando molto generiche: eletti i nuovi ministri, Francesco invio` gruppi di frati «in quasi tutte le parti del mondo», sono suffragate nel resoconto più` completo, con quanto scrive Giordano da Giano nella sua Cronaca (1262), sebbene i suoi riferimenti cronologici debbano necessariamente essere ritoccati. I gruppi destinati al di là delle Alpi furono mandati in Francia, Germania, Ungheria e Spagna, tuttavia queste prime spedizioni furono organizzate senza tener conto del problema della lingua, sicchè´ fallirono miseramente quelle dirette in Germania e in Ungheria dove i frati, scambiati per degli eretici o per degli invasati, furono malmenati e costretti a rientrare.

Facilitati dalla lingua, l’approccio dei suoi confratelli in Francia fu sicuramente meno traumatico rispetto a quello verificatosi in Germania e Ungheria. Anche in questo caso, tuttavia, i frati furono scambiati per degli eretici, ma con i vescovi del luogo, quanto meno, riuscirono a incontrarsi. La Cum dilecti filii , rilasciata da papa Onorio III l’11 giugno 1219 e`, infatti, una semplice lettera di presentazione, promulgata dopo il capitolo di Pentecoste di quell’anno, molto probabilmente, prima che Francesco partisse per l’Egitto. La lettera non faceva altro che ricordare ai vescovi di accogliere i seguaci di Francesco, appartenenti alla religio dei frati Minori; un documento che i frati portavano materialmente appresso. Evidentemente questa sorta di certificazione non convinse i prelati transalpini, sicchè´ l’anno successivo, il 29 maggio 1220, il papa fu costretto a intervenire, scrivendo ai vescovi francesi la Pro dilectis . Rispetto alla Cum dilecti filii, in questo secondo documento viene utilizzato per la prima volta il termine ordo in luogo del precedente richiamo alla religio dei frati Minori.

I ministri provinciali erano i capi delle province francescane, circoscrizioni territoriali create per organizzare e gestire la rapida espansione dell’Ordine. Venivano nominati direttamente da Francesco d’Assisi e avevano il compito di guidare i frati all’interno di una determinata area geografica. Il loro ruolo era quello di: Coordinare la vita e le attività dei frati nella provincia. Assegnare i frati ai diversi conventi e missioni. Convocare e presiedere i capitoli provinciali, in cui si prendevano decisioni importanti per la vita della provincia. Mantenere i rapporti con il ministro generale e con le autorità ecclesiastiche locali. Tra i primi Ministri nominati da Francesco la Calabria risulta essere in successione la terza dopo la Lombardia e la Marca d’Ancona.

Non di meno in questo ruolo figuravano i Custodi.

I custodi erano figure intermedie tra i ministri provinciali e i guardiani dei singoli conventi. Il loro compito principale era il coordinamento delle attività dei predicatori e la gestione delle cosiddette “custodie”, suddivisioni interne alle province.

I custodi: Coordinavano i frati predicatori, assicurando che la loro azione fosse in armonia con le esigenze dei vescovi locali. Promuovevano le iniziative pastorali e curavano le relazioni con le autorità ecclesiastiche. Erano responsabili della disciplina e della formazione spirituale dei frati all’interno della custodia. Esempio pratico: Francesco scrisse due lettere ai custodi, raccomandando loro di consegnare ai predicatori e ai vescovi le lettere sul mistero eucaristico e di mantenere la memoria delle raccomandazioni ricevute. Questo mostra come i custodi fossero strumenti fondamentali per la promozione delle iniziative spirituali e pastorali dell’Ordine.

Entrambi i ruoli erano fondamentali per garantire l’unità, la disciplina e l’efficacia dell’azione francescana sul territorio.

L’organizzazione in province e custodie permise ai francescani di adattarsi rapidamente alle esigenze del territorio e di rispondere alle richieste della Chiesa e della società. La struttura gerarchica, con ministri provinciali e custodi, fu una delle chiavi del successo dell’espansione francescana nel XIII secolo.

Questa struttura garantiva sia la coesione interna dell’Ordine sia la flessibilità necessaria per rispondere alle diverse realtà locali.

Detto questo, nel 1217 il territorio italiano fu suddiviso in cinque province:

in Centro Italia furono istituite la Tuscia e la Marca di Ancona, a Sud le province di Terra di Lavoro e di Apulia, mentre a Nord, per il restante territorio cisalpino-padano, venne istituita un’unica grande provincia denominata appunto Lombardia. Per molti anni, per lo meno fino alla fine degli anni venti del XIII secolo, queste circoscrizioni territoriali non ebbero dei confini ben precisi; la loro estensione dipendeva in qualche modo dagli spostamenti dei vari gruppi di frati, spostamenti che in questa prima fase di espansione erano in qualche modo collegati all’azione di apostolato condotta dai frati sul territorio e quindi a un’articolazione interna delle province, suddivise in custodie. Si pensi ad esempio al caso rappresentato dai frati della provincia di Terra di Lavoro: con questa denominazione i frati definivano una porzione di territorio coincidente a grandi linee con la regione augustea della Campania felix, sicche´ essi si spostavano lungo tutto il litorale Tirrenico a sud del Circeo, ma al contempo da quelle contrade si spingevano a Nord-Est, fino sul litorale Adriatico dell’odierno Abruzzo.

Stesso discorso va fatto nel caso della provincia di Apulia sul versante Adriatico, i cui frati si spingevano a Nord fino al fiume Sangro, oltre l’odierno Molise, mentre a Sud-Ovest fino al fiume Basento, in Lucania.

Lo stesso viene detto per i frati della provincia di Calabria, che furono anche presenti per la costituzione delle Provincie di Sicilia ma anche per gli spostamenti lungo tutto il litorale tirrenico da e per Belvedere e quello Adriatico da e per Schiavonea.

Nel Meridione d’Italia, visto il numero particolarmente elevato di province ecclesiastiche, fin dall’inizio fu usato un criterio diverso, collegato almeno in parte alla conformazione orografica del territorio. Dalle tre province madri di Terra Laboris, Apulia e Calabria ne furono scorporate altre tre: dalla prima la provincia Pennensis, corrispondente grosso modo all’odierno Abruzzo, dalla seconda la provincia di Sant’Angelo, coincidente con l’odierno Molise e con la Capitanata, dalla terza la Sicilia, visto che i primi insediamenti presenti ultra pharum furono fondati dai frati della Calabria, indicativamente sul finire degli anni trenta del XIII secolo100. Come ho fatto notare in precedenza, la provincia francescana di Penne veniva ora a coincidere con i territori delle corrispondenti diocesi suffraganee d’Abruzzo, pur rimanendo collegate alla Chiesa madre di Benevento. Nel caso della provincia di Sant’Angelo, il nucleo principale, quello ricadente nella Capitanata, in linea di massima veniva a coincidere con quello della Chiesa metropolitana di Siponto. Al contempo, pero` , i frati della provincia di Sant’Angelo si spostavano in quelle localita` che, pur rimanendo collegate alle province ecclesiastiche di Benevento, Capua e Conza, sul piano orografico ricadevano sul versante adriatico dell’Appennino Campano. Cito ad esempio i casi di Bojano, Isernia e Venafro e delle corrispondenti diocesi.

Lo scorporo dei frati siciliani dalla provincia di Calabria fu dettato in primo luogo da motivi pratici, visto che le province ecclesiastiche di Messina, Monreale e Palermo venivano ora a coincidere con la nascente provincia francescana di Sicilia.

Questa prima caratterizzazione di movimenti riguardante in modo precipuo i Predicatori, ha indotto in errore la menzione che della costituzione di Provincia Calabrese fu fatta tanto da Mariano autore tardo fiorentino quanto dallo storico Wadding, i quali attribuiscono a Daniele la provenienza dalla Tuscia, ma lo ritengono martire con i sei compagni a Ceuta, e indicandolo quale Primo ministro della Provincia, mentre, a differenza di quanto documentato dall’autore fiorentino, scorrrendo il piu` completo tra i cosiddetti Catalogi sanctorum (1385), risulta che questo primo incarico fu conferito a un certo frate Pietro, oriundo di Romagna, tumulato in seguito nel locus di Cosenza. Non è un caso se tra i documenti storici che accompagnano la vita di Daniele e il Martirio dei Frati suoi compagni risulta la Passio septemfratrumminorum (o Passio fiorentina, perché rinvenuta in un codice della Biblioteca Laurenziana) edita per la prima volta nel 1924 (Delorme), risalente certamente al sec. XIII. È assai importante perché costituisce la fonte diretta dell’epitome del De conformitate di Bartolomeo da Pisa, che fu utilizzata, insieme con la Chronica XXIV generalium, per la redazione delle letture inserite nel BreviariumRomanum del 1522, dopo il riconoscimento del culto per il Santo da parte di Leone X. Il testo del Breviarium è stato anche ripreso ed edito dai bollandisti negli Acta Sanctorum;

Oggi con l’avvenuta traduzione difficoltosa del 2015 dell’VIII° Fructus Libro I° del DE CONFORMITATE VITAE DI BARTOLOMEO DA PISA (Traduzione di Noel Muscat ofm Analecta Franciscana sive Chronica aliaque varia documenta ad Historiam Fratrum Minorum spectantia, edita a Patribus Collegii S. Bonaventurae, Ad Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam, Tomus IV, 1906, 165-364) si ha ulteriore precisazione di quanto sopra, ma soprattutto conferma e dei movimenti che Daniele, con la dimestichezza propria del mare, poteva compiere sino al Circeo e la Toscana e quindi la scontata presenza nei quasi mille delegati alla Porziuncola sin dal 1217, circostanza questa che lo portò ad indossare il saio direttamente da Francesco, confermando la tradizione agiografica, sia chiarendo la disputa (come vedremo) fra alcuni storici ultimi locali che si sono cimentati sull’argomento.

La vita di San Daniele, martire con sei compagni a Ceuta il 10 ottobre 1927, stando alle fonti, si suddivide in due distinti periodi contrassegnati dalla esistenza e non delle stesse. Tutti gli autori storici, che si sono interessati ad essa, concordano sulla certezza del martirio del Santo ed in parte sulla veridicità della Missione, quale Frate Minore, sin dal 1219, anno in cui prese il Saio dalle mani di San Francesco, Fondatore dell’Ordine. Mentre, gli stessi autori, manifestano assoluta incertezza circa le notizie sulla sua vita precedente: la nascita con l’attribuzione del cognome, l’anno ed il luogo dell’evento, la sua attività.

La sintesi che ne fa l’edizione aggiornata della Treccani ne é una prova eloquente:

“DANIELE, santo. – Nacque a Belvedere Marittimo (nella provincia di Cosenza) probabilmente nell’ultimo decennio del secolo XII. L’attribuzione del cognome Fasanella risulta molto tarda e insicura. Scarse e incerte sono le notizie sulla sua vita; solo il martirio subito da Daniele, insieme con sei confratelli francescani, a Ceuta in Marocco il 10 ott. 1227, è ricordato da più fonti con ricchezza di particolari.”

ed annoverando ed analizzando i diversi documenti storici riguardanti il Santo, aggiunge:

e) “lettera di un anonimo francescano calabrese”, redatta probabilmente nel secolo XVII. In essa si sostiene l’origine calabrese di tutti e sette i martiri, dei quali vengono forniti dati sui luoghi di nascita, le casate di appartenenza ed altri particolari. Per il resto dipende dal Breviarium. Sembra che esistessero varie copie manoscritte di tale lettera, edita oggi dal Nocito e dal Coco. Quest’ultima è l’unica fonte che fornisca notizie sulla vita di Daniele precedenti il suo viaggio in Marocco. Si tratta di una fonte di molto posteriore e di incerta attendibilità. A sua detta Daniele era già prete quando nel 1219 ebbe modo di ascoltare ad Agropoli s. Francesco appena rientrato dall’Oriente. Colpito dalla parola del santo, decise di entrare nel suo Ordine. Tornò in Calabria, ove il provinciale lo assegnò alla dimora di Corigliano. Intorno al 1224 fu inviato dal nuovo provinciale calabrese, Bernardino Pugliso, in Sila per fondare, insieme con altri due fratelli, il convento di S. Maria del Soccorso sul passo di Pian del Lago. Nel 1226 Daniele venne eletto provinciale di Calabria e durante il viaggio, che compì per visitare le dimore francescane della sua provincia, espresse il desiderio di partire per l’Oriente, ad imitazione di s. Francesco e dei francescani uccisi in missione a Marrākesh nel 1221. Nel 1227 Daniele lasciò la Calabria insieme con altri sei francescani, Samuele, Angelo, Domno (o Domulo o Donulo, la grafia è assai incerta) da Montalcino, Leone, Nicola da Sassoferrato e Ugolino. Dopo aver ottenuto il necessario permesso da frate Elia, allora a capo dell’Ordine, presero il mare da un porto della Toscana.”

Tale evento viene oggi ulteriormente arricchito dall’opera suggestiva di Ippolito Fortino, I martiri di Ceuta : alle origini del francescanesimo in Calabria / Ippolito Fortino ; prefazione di Filippo Burgarella con la quale l’autore, Storico Cosentino appartenente al Movimento dei Giovani laici Francescani, pur condividendo gran parte dei rilievi sollevati alla veridicità delle fonti storiche che riguardano i Martiri di Ceuta, parte dalla autenticità di una unica preziosissima fonte rappresentata dalla Lettera di Daniele dal Carcere a nome dei Fratelli, ed approda a delle conclusioni riassumibili nella presentazione che dell’opera fa il Prof. Filippo Bulgarella:

”Studio sorretto da una originale interpretazione della vicenda agiografica convincentemente illustrata in relazione ai martiri e ai testi che li riguardano. Ne risulta, per i sette frati francescani, l’identità storica di discepoli, per così dire, audaci del Poverello d’Assisi, perché compenetrati da un intransigente vocazione missionaria e da una radicale mistica del martirio”.

Il testo risulta il più prezioso dal punto di vista storico-spirituale: inquadra nel giusto aspetto vocativo la missione di Daniele e Compagni; una Missione contestuale a molte altre intraprese da altri frati francescani in diverse aree geografiche e non solo magrebine, e sull’esempio dello stesso San Francesco, al quale ragioni di salute impedirono di portare a compimento una missione da Egli Stesso intrapresa, precedentemente, in terra Africana.

Ma anche lo studio del Fortino poco narra della vita antecedente di Daniele se non l’intrapresa missionaria, dall’acquisizione del Saio direttamente da San Francesco ed il martirio di Ceuta. Anzi mentre conferma con convincimento la Cittadinanza Belvederese di San Daniele, dall’altro sostiene:

“Non è il caso di dare troppo credito al cognome Fasanella, attribuito ormai per consuetudine a San Daniele: esso , appartenente ad una casata della nobiltà feudale del Regno di Sicilia, pur essendo attestato in Calabria per il XIII° sec., non è presente nelle fonti e nelle cronache primitive sul martire Calabrese ed è ormai riconosciuto come una imposizione della tradizione locale belvederese.”

Tocca a noi locali belvederesi comporre le fila di questa matassa, non fosse altro che per espiare le pesanti colpe che incombono sulle responsabilità di un mancato serio approccio storico sulla vita del nostro Santo Concittadino e del più significativo processo religioso che ci coinvolge in senso lato. E’ nel “paradosso spirituale della vicenda” che risiede la più grande mortificazione per noi e la Nostra Storia: Ceuta con la morte dà la vita a Daniele, mentre a noi compete il suo oblio!?

Ma non sarà certamente nella insensata volontà di una cieca rivendicazione, sulla base di una orgogliosa sfida, che in questo scritto affermeremo alcune cose, bensì sull’attenta e responsabile meticolosa analisi di alcuni elementi aggiuntivi, oggi rinvenibili, della più che ricca documentazione esistente e citata.

Nel Gennaio 2007 per l’impegno dell’Amministrazione Comunale di Castrovillari viene dato alle stampe il testo integrale di quella “Lettera di un anonimo francescano calabrese” di cui fa menzione la Treccani nei termini già conosciuti.

La lettera a differenza del peso che ne dà la Treccani viene ripresa anche dal Fortino alla pag.28 del suo lavoro, attribuendole un ruolo decisivo per dirimere la controversa ipotesi di alcuni altri autori che indicherebbero proprio in San Daniele il primo Ministro di Calabria sin dalla sua fondazione e non il Beato Pietro Catin: “ Si tratta della Lettera di un anonimo frate calabrese, di cui ci occuperemo nel prossimo capitolo, il quale per altro nega esplicitamente che (San Daniele)in quel tempo ricoprisse la carica di Provinciale. E questo non solo ci rassicura della verità del Provincialato del Beato Pietro, ma anche dell’esattezza della tradizione che concorda pienamente con la storia.”

Ed ancora il Fortino per quanto attiene la veridicità di una lettera scritta dal Beato Pietro Catin da Reggio Calabria nel 1216 alle autorità di Seminara per chiedere un luogo in cui far dimorare un gruppo di Frati, (questione che metterebbe in discussione la “primogenitura” dei conventi calabresi fra Castrovillari e la stessa Reggio), si auspica che la soluzione della questione, ancora aperta, possa avvenire attraverso uno studio critico del “manoscritto inedito dell’anonimo frate calabrese” che riporta il resto della Lettera di cui sopra.

Quanto auspicato dal Fortino nel suo testo già citato al secondo capitolo si è di fatto verificato. Con decorrenza Gennaio 2007,” La lettera di un anonimo francescano calabrese” porta il nome dell’Autore che è F.Girolamo de Rubeis ed è pubblicata nella sua interezza con il titolo di “Vita del Beato Pietro e cronaca dei Minori Conventuali in Calabria” De Rubeis, Girolamo. In un unico volume si presenta suddiviso in Due Tomi. Curato da Gianluigi Trombetti nella Prefazione chiarisce che il Rubeis era oriundo dell’Aquila e che un membro della famiglia Pellegrini, di nome Matteo, di Castrovillari, reggente nel 1725 dello studio del Convento Aquilano, gli diede l’opportunità di venire in Calabria dove alcuni suoi avi nell’ambito dell’Ordine avevano raggiunto alte cariche. Da qui l’idea di scrivere un manoscritto, che ancor prima di essere pubblicato è stato a disposizione di diversi autori di Storia Conventuale fra i quali per attinenza all’argomento spicca Padre Francesco Russo, uno dei massimi storici della Chiesa in Calabria.

Noi non sappiamo se, successivamente, anche lo stesso Ippolito Fortino vi abbia trovato quegli elementi per chiarire la “veridicità” di quella lettera del Beato Pietro Catin che avrebbe scritto da Reggio Calabria nel 1216 al Convento di Seminara per alloggiare dei frati, sebbene già opportunamente abbia segnalato la incongruenza delle date, essendo il Beato giunto in Calabria il 1217 e quindi successivamente alla data attribuita alla Lettera de quo.

Ma nei paragrafi del Rubeis non più (ex Frate anonimo Calabrese) Noi a Belvedere abbiamo riscontrato una conferma di quanto nella Nostra Città si è sempre saputo circa il rapporto di San Daniele con la Chiesa Normanna di San Nicola, quale Sacerdote Secolare.

Il Rubeis al Paragrafo 1 del testo in esame (manoscritto inedito dell’anonimo frate calabrese) comprensivo tra il fol.181 e il fol.190 da notizie su San Daniele, sulla scorta di Atti personalmente da lui medesimo consultati il 24 Luglio 1755 presso la Diocesi di San Marco. Riferisce di una apposita indagine patrocinata dal vescovo di San Marco, competente per Diocesi, e di una visita dello stesso a Belvedere, il 22 Novembre 1680, per delegare D. Giulio di Calabria, decano e suo Vicario Generale, per la disamina di diverse persone ed attingere notizie sulla nascita del Santo, la Famiglia, il luogo di nascita, ed attività.

Dopo le prove testimoniali, più orali che riportate in atti, di numerosi cittadini Belvederesi, circa il cognome del Santo ed il luogo di nascita, al fol.184 di pag.162, l’autore restituisce una attestazione, molto importante, riferibile alla data del suo scritto:

“L’antichità tenebrosa ci nasconde la cognizione delle gesta di questo inclito eroe nelle fresche ore della sua vita. Soltanto per mezzo dell’accennata Religione sono venuto nella notizia, che fu decorato nel secolo coll’eccelso carattere di sacerdote. In conferma di ciò fu anticamente dipinto da Prete nella sagrestia della parrocchia di San Nicola Magno in Belvedere. Il detto ritratto, che esprime San Daniele con le divise di Prete, anche oggigiorno si vede nell’anzidetta Sagrestia.”

Siamo con il Rubies al 1755. La conferma di questa notizia viene riproposta dal Nocito nel 1927, autonomamente ancora due secoli dopo il Rubies, in occasione della pubblicazione del proprio testo “ Memorie-Studi e Notizie” su Belvedere. Una testimonianza questa del Nocito facilitata dal fatto che, lo stesso, vivendo a Belvedere, poteva osservare, contestualmente al suo scritto, l’antichissimo affresco di San Daniele in Abito Secolare.

Se si considera oggi, che la Chiesa di San Nicola Magno, sorta su di un Cenobio Basiliano, così come la vicina San Giacomo, reimpostata dai Normanni e ristrutturata nel 1646, è stata, alla fine degli anni 40 del secolo scorso, parzialmente demolita per consentire una più comoda e spedita viabilità ad abitazioni private e, di recente, per la parte restante (luogo conosciuto e frequentato da chi scrive e dalla gran parte della sua generazione) anche assorbita in una Nuova Struttura a destinazione Asilo Infantile (oggi dismesso), si comprende come l’ignavia dei rappresentanti del Clero e di una classe dirigente, completamente ignorante, abbia proibito alla Cittadinanza ed agli studiosi la continuità della visione dell’immagine del Santo, vera Icona della sua Storia, quale unico documento (Carta di Identità) di reale validità storica dell’esistenza di San Daniele a Belvedere.

A nulla è valso lo stoico sforzo di Don Erminio Tocci, sin dalla sua prima venuta a Marina di Belvedere nel 1948, con le sue innumerevoli lettere alla Diocesi e agli Organi Amministrativi di protesta per l’abbattimento della Chiesa. Una battaglia persa contro una sottile linea di interessi scambievoli e reciproci e , non tanto nascosti, all’interno di una Massoneria dominante anche il Clero dell’epoca.

Tutto il resto è il rimbalzante tamburo di una Tradizione di leggende e racconti, di scarso valore agiografico ma svisceratamente popolare, con il vezzo, tutto appartenente alle Famiglie di possidenti terrieri locali, di enfatizzarsi una possibilità di vicinanza col Santo, e questo, col dichiarato proposito di promuovere la qualità di alcune proprie produzioni, fra le quali spiccano la bontà del vino e dell’olio.

Il risultato della indagine del Vescovo di San Marco del 22 Novembre 1680 riconferma la tradizione con il rimando del Cognome Fasanella attribuito al Santo ed il luogo di nascita in un luogo, per come si vede anche oggi, più o meno adattato al fabbisogno.

Ma è proprio partendo da questi evidenti punti di debolezza storica della vicenda, e per come essi nei secoli sono stati rimbalzati, che val la pena di intesserne un possibile tessuto tra loro, tale da tentarne una pur minima giustificazione, piuttosto che lasciarli additati solo negativamente e di poco conto (infondati o di scarso peso).

Il “Ritratto” di Daniele nella Sagrestia di San Nicola Magno, non il ritratto in se stesso, ma il fatto che il Santo Francescano prima di indossare il Saio svolgesse il ruolo di Sacerdote Secolare, non è di poco conto; e a nulla serve obiettare che oggi esso non è più visibile, per l’incuria del Clero Locale e gli intelletuali dell’epoca del misfatto, in quanto è certo che lo stesso giace nella polvere frantumata e dispersa del calcinaccio della Chiesa, contestuale alla sua esistenza.

Ci rapportiamo agli anni antecedenti al 1219, nel pieno trapasso delle consegne fra la Belvedere Normanna e quella Sveva, con l’allargamento della cinta muraria perimetrale al precedente Sistema della Motta Normanna, che si distingueva con la posizione del Mastio al punto più alto della collina, degradante in due diversi scoscesi altipiani di abitazioni, recintati, difesi e controllati facilmente dall’alto, secondo lo schema di Ruggero il Normanno.

La nuova cinta muraria Sveva, caratterizzava quasi per intero l’attuale perimetro del Borgo con una robusta recinzione di mura perimetrali che collegano bastioni di avvistamento, difesa e controllo delle Porte di accesso ( le porte sono a doppia mandata con grate in ferro).

In entrambi i sistemi si conservano le uniche precedenti due Chiese all’interno della Città: San Giacomo e San Nicola Magno.

Di fatturazione orientale ricadono per molti anni dopo la dominazione Longobarda nell’interesse dei Normanni con la Diocesi di Malvito prima, poi di San Marco con l’Abazia della Matina successivamente Cistercense.

Con l’avvento dei Cistercensi, l’antica e frammentata mappa della diocesi di Malvito venne definitivamente sostituita da un moderno network economico-monastico standardizzato:

1.I fiumi e i campi interni della Valle del Crati/Esaro rispondevano alla produttività tecnologica dell’Abbazia della Matina cistercense.

2.Le rotte commerciali marittime sul Tirreno venivano coordinate attraverso gli scali costieri in simbiosi con le grandi abbazie, fra le quali determinante per lo scopo che si prefigge lo studio, quella di Cava dei Tirreni.

I Cistercensi della Sambucina e della Matina, fedeli al loro principio di autosufficienza alimentare, avevano bisogno di sbocchi sul mare per il commercio del grano e, soprattutto, per approvvigionarsi del sale (fondamentale per la conservazione dei cibi e dei formaggi prodotti nell’interno).

Nel corso del 1200, i Cistercensi ottennero dai grandi monasteri benedettini e dai signori feudali locali una fitta rete di concessioni d’uso, terreni costieri e diritti di attracco nei porti tirrenici. Crearono così delle grangie (fattorie-succursali dipendenti dalla Matina) sulla costa, che fungevano da magazzini per lo stoccaggio delle merci destinate al commercio marittimo.

Questo assetto duecentesco consolidò la ricchezza della regione sotto nuove insegne monastiche, mentre Malvito — ormai privata sia dei mulini interni che dei porti marittimi — rimase solo un ricordo feudale, definitivamente assorbita dalla diocesi di San Marco Argentano.

A BELVEDERE Le due chiese vengono reimpostate dai Normanni, e sorte su precedenti spelonche e Cenobi Basiliani di cui la Collina è ricchissima, incontrano il rispetto anche degli Svevi. Ed é in San Nicola Magno, (sino al secolo XIX° prima Congrea della Città), che San Daniele diviene Sacerdote Secolare, ancor prima di incontrare San Francesco e ritirare dalle mani del Fondatore dell’Ordine il Saio Francescano. Siamo quindi, nel rispetto cronologico degli eventi, in un periodo a cavallo degli anni 1210-1217 (anno di arrivo di Pietro Catin a Castrovillari con conseguente inizio di Costruzione del Protoconvento del 1220).

Come è noto, il 1025 segna la nascita del patrimonio monastico cavense, per volontà del principe di Salerno Guaimario III e di suo figlio Guaimario IV.

L’esperienza cavense si apre con il tentativo principesco di inserirla nel solco della tutela e del dominio della gens longobarda di Salerno, eppure gli eventi che segnano successivamente la vita dell’abbazia mostrano che i principi non ebbero alcun carattere condizionante sulla fortuna toccata a Cava, giocando di contro un ruolo fondamentale nel sottrarre l’abbazia allo statuto di chiesa privata.

Nel momento in cui la gens longobarda di Salerno raggiunge l’apice del proprio prestigio politico ed economico, all’Abbazia interessa assicurarsi, la dilatazione degli ambiti territoriali e fecondi orizzonti economici, culturali e spirituali dando vita, tra il 1070 e il 1180, ad un’intensa attività patrimoniale. Chiese, monasteri e possedimenti vari entrano nella proprietà monastica e consegnano la Trinità di Cava al rango di signoria fondiaria, a capo della quale siede l’abate, entrato definitivamente nella società del potere. Egli offre protezione e tutela agli uomini che abitano le sue terre, è un dominus a tutti gli effetti, capace di conciliare le esigenze dell’anima con quelle della sicurezza della propria persona e dei propri beni. Il patrimonio acquisito proviene, nella maggior parte dei casi, da donazioni di principi longobardi, prima, di duchi e conti normanni, dopo, scaturite dall’esigenza di rimediare ad una vita peccaminosa e allo smarrimento che il mistero della morte provoca o determinate dalla necessità di garantire la regolare officiatura nelle chiese rurali e di ottemperare al principio riformatore che i laici non dispongano delle res ecclesiae. Non mancano, inoltre, carte di concessione di vescovi e arcivescovi, come di privati cittadini laici ed ecclesiastici, e privilegi illustri di sovrani e pontefici.

Il rapido sviluppo che la Trinità conosce fra XI e l’ inizio del XIII° secolo cammina su vari binari, da un lato, il vuoto di potere che segna il passaggio dal dominio longobardo all’età normanna, dall’altro, le spinte innovative che provengono dall’ascesa di poteri territoriali, sostanzialmente autonomi, legati all’universo politico locale all’interno del quale si muovono le acquisizioni cavensi, senza dimenticare la qualità e il rigore della disciplina praticata nel monastero e il favore della chiesa di Roma. Questo mescolarsi di elementi tradizionali e spinte nuove segna la fase di crescita più intensa di Cava, fino a farne un centro di potere capace di acquisire un peso considerevole nel panorama politico meridionale.

L’esame della ricchissima mole documentaria nella quale si conserva la memoria di priorati, chiese e prepositure appartenuti, alcuni fino ad un passato recentissimo, alla grande abbazia della SS. Trinità, rivela l’attività fervente che caratterizza la santa societas dei monaci e i loro abati. Differenze profonde segnano i vari ambiti territoriali che rientrano sotto il controllo della signoria monastica cavense, rendendo necessaria l’elaborazione di strutture di gestione differenti.

Le peculiarità insediative, sociali, economiche e culturali del territorio da amministrare rappresentano fattori di cui tener conto, insieme alla compattezza della base fondiaria che Cava ha incamerato. Dalle terre cilentane, animate dalla presenza di piccole comunità monastiche e nutrite consorterie di amalfitani, dove l’abbazia guadagna da subito i grandi blocchi di proprietà principesche, ai contesti fortificati di Sicignano, Atena, Marsico, Chiaromonte, fino alle aree profondamente grecizzate di Cersosimo, Càlvera, Sant’Arcangelo, la tipologia di controllo messa in campo da Cava mostra con chiarezza la volontà di innestarsi nel tessuto locale.

Ai monaci della Trinità non sfugge il valore politico-economico espresso da questi snodi territoriali e la rete dei priorati sembra articolarsi proprio lungo canali di comunicazione strategici, attraverso i quali l’abbazia si apre a proficue relazioni commerciali e culturali, ricompattando ambiti micro-territoriali altrimenti destinati all’abbandono definitivo. In questa operazione di tessitura di una variegata rete di dipendenze Cava individua, per ogni ambito considerato, almeno un contesto destinato a divenire nucleo di riferimento per tutte le altre obbedienze presenti in quell’area. È il caso di Castellabate nel Cilento, il castrum edificato nel 1123 dall’abate Costabile, dove il magister castri abatis si configura come una sorta di ‘alto funzionario’ dei possedimenti cavensi in terra cilentana, quando ad agire non è l’abate di Cava in persona. Ugualmente importanti si presentano il priorato di San Pietro di Polla, all’imbocco del Vallum Diani, il cui priore, con il giudice e il baiulo, risulta responsabile dell’amministrazione della giustizia; il monastero di San Pietro di Tramutola, al quale spetta un grado piuttosto elevato di esenzione dalla giurisdizione episcopale, e il monastero greco di Santa Maria di Cersosimo, centro di mediazione tra Cava e un circuito particolare di chiese e monasteri, sorto nel cuore di un territorio dove più intensi furono i movimenti migratori di greci provenienti dalla Sicilia e dalla Calabria, non lontano dalla linea di confine che separava la Campania da quella del Merkurion. La rilevanza della posizione ricoperta dalle terre di Tramutola, attraverso le quali passa uno degli snodi viari più importanti del Mezzogiorno, che ad ovest, lungo il corso del Tanagro, apre la penetrazione nei territori della Calabria tirrenica e ad est, seguendo le anse fluviali dell’Agri, consente di raggiungere la Puglia ionica, non poteva rimanere estranea a Cava.

Per la Calabria dai documenti sino ad oggi rinvenuti la chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Rende entra nel patrimonio della SS. Trinità prima dell’estate del 1100, dal momento che la menzione più antica della cappella si legge nel privilegio pontificio di Pasquale II, che conferma all’abbazia cavense, tra gli altri, una serie di fondazioni religiose disseminate lungo la dorsale appenninica che da Scalea raggiunge Rossano e Rende.

Del rapporto con le Abbazie Salernitane fra le quali spicca Cava, abbiamo già visto in precedenza la posizione che in questo contesto riguarda gli scali marittimi del Nord Tirreno. Tra questi per Belvedere si segnalano gli antichi cenobi di San Nicola magno e San Giacomo oltre l’Abadia di San Antonio Abate e il monasterium di San Nicola ù Palumbaru, passato gli ultimi due sotto la giurisdizione di San Sostene molto tempo dopo solo nel 1426. Le bolle papali riportano all’inizio dell’elenco dei beni cavensi presenti sul territorio calabrese la dicitura monasterium, aggiungendo di seguito solo le diverse località in cui le dipendenze sorgono, ciascuna con le sue intitolazioni. Questo lascerebbe supporre che, almeno in origine, la dipendenza di San Nicola sia da annoverare tra i tanti piccoli cenobi italo-greci presenti in Calabria fin dagli inizi del X secolo.

Nella società meridionale del Mezzogiorno medievale alla SS. Trinità di Cava spetta, dunque, un ruolo multiforme, che pone problemi di carattere istituzionale e organizzativo, problemi di ordine più strettamente religioso e problemi di carattere politico-sociale, legati a trasformazioni di portata più ampia, per le quali la documentazione qui fornita si spera possa essere una massa copiosa di dati, notizie, elementi, capaci di suscitare nuove linee di ricerca.”

E’ questo il substrato politico-sociale e di cultura che segna il tempo della religiosità di Daniele Fasanella quale Sacerdote Secolare in Belvedere. Ma è anche lo stesso “tempo materiale” che sul versante quotidiano, laico-civile, lo vede rapportarsi con gli altri in una posizione, dalla sua indole, ritenuta scomoda. Una famiglia presumibilmente agiata, che se dal parentato comunque relegata nella periferia della Signoria, non poteva che essere intromessa nell’area dei servizi in rappresentanza del feudatario. E questo, secondo lo schema di giurisdizione amministrativa concepita dai Normanni, ed inizialmente confermata anche da Federico II° di Svevia, di controllo e di esattori, non diversamente trattandosi di incarichi limitati da svolgersi in un solo loco periferico.

Quanto concepito nel 1159 da Guglielmo il Malo gli incarichi regionali dei Maestri Camerari, i Maestri Contestabili e i Maestri Giustizieri (dipendenti dal Re) che attraverso la “dohana de secretis”, amministravano il fisco, si traduceva in periferia nell’opera dei “Baiuoli” et “Adsessores” eletti o proposti “cum litteris testimonialibus hominum loci ipsius” dalle Università. Le elezioni venivano poi approvate dai Camerari e quindi dal Sovrano.

In sintesi per i Fasanella del Feudo Cirella-Grisolia-Morano un controllo della “sottocontestabulia” affidata ad un Fasanella nella ricca e commerciale Belvedere. Nei primi tempi essi esigevano anche i diritti di piazza, di mercato, sulle vendite al minuto (plateatico), il dazio su pesi e misure, il diritto di scannaggio (ius coltelli), i diritti di entrata delle merci attraverso le porte cittadine (portatico) e la tassa sul pascolo (fida) degli animali che i forestieri conducevano nel territorio. Provvedevano anche a far raccogliere canoni in natura (terratico) dovuto per i terreni demaniali coltivati (onera universalia per portiones assegnate).

Tra le altre tasse riscosse è notizia della “viarum”, “pontium”, murorum”. Dai proventi della “Baglia”, dedotti i compensi per il “Baglio”, i Giudici ed il canone da da versare al Feudatario concedente, si ricavavano le somme necessarie per le manutenzioni delle mura, delle vie, degli approdi (Porti), nel pubblico interesse delle Città e dei Casali. Il gettito stimato della nostra Città si aggira su 38 ducati). Ai tempi di Federico II°, ma per noi dopo il 1227, anno della morte del Santo, nel 1238, l’Ufficio Baiuolare decade a favore della sola “Università” ed i Baiuoli finiranno per diventare i guardiani del territorio comune.

Proprio nelle caratterizzazioni strutturali e morfologiche del passaggio Normanno-Svevo, della nostra Città, è da ricercarsi la presenza di una figura come Daniele, con la propria Famiglia con un “ruolo” da svolgere, in ambito appropriato.

La famiglia e quindi il luogo di nascita del Santo da un ceppo Fasanella, di antichissima esistenza, se ricollegata ad una abitazione, a Belvedere, risalirebbe al XVI° secolo. Ma la possibile reimpostazione della stessa potrebbe essere avvenuta su precedente struttura di proprietà, e a conferma di tanto i Fasanella del XVI° sec., (fra l’altro del Ramo Fasanella-Morano e quindi eredi di Tancredi), presenti a Belvedere, hanno posto sul portone di ingresso lo Stemma Francescano significando la stretta relazione della struttura di Famiglia col Santo. Inoltre la Casa nasce in sopraelevazione di una Porta Sveva (Porta dei Cenobi) avvalorando il ruolo “amministrativo” della Famiglia di Daniele per come appena sopra esaminato.

Le citazioni fatte sul ramo Fasanella di Morano riconducono alla estensione dei loro possedimenti anche nei secoli successivi per via dei matrimoni ed apparentamenti contratti dagli eredi diretti del ramo ed interesseranno anche il ramo postumo dei Fasanella, successivo a Daniele e del XV° secolo:
I Fasanella li troviamo ancora con Nicola I, uno dei tre figli di Tancredi II, che nel 1312 sposa Marta Papasidero, e da cui discende il ramo dei Fasanella di Castrovillari; da Apollonio II, altro figlio di Tancredi II, discende il ramo dei Morano di Catanzaro. Tra i figli di Giovanni, nipote di Nicola I, abbiamo Luigia (o Luisa) Fasanella, Signora di Morano, che sposa Roberto D’Alagni nel 1399 e che viene citata in un privilegio pergamenaceo , (diploma attestante la concessione di un privilegio, pontificio, imperiale, regio; Privilegio Paolino nel diritto canonico; privilegium da privus, che sta da sé, singolo, e Lex, legis, legge, propriamente disposizione che riguarda una singola persona), e che aveva una cappella importante nella chiesa di San Pietro, dove alla fine del XVI secolo per la somma di 25 carlini, fu autorizzata la spesa per un piccolo fonte per l’acqua benedetta. Con il suddetto privilegio di Ladislao d’Angiò-Durazzo del 10 luglio 1399 venivano concessi al duca di Amalfi Venceslao Sanseverino “tutti i beni feudali appartenenti a Catarinella de Stefanucci, del quondam Matteo, Signore della baronia di Malvito (Stefanucci e Sanseverino di Bisignano-Belvedere fino al 1605) , e a Luisa (Loysia) de Fasanella << nobilis mulier >>, signora della baronia di Morano, e in caso di morte di Catarinella e Luisa  per obitum dictarum Catherinelle et Loysie), i beni sarebbero passati alla Regia Corte.

Ruolo avvalorato anche dalla tesi popolare di un coinvolgimento della famiglia del Santo nel controllo di attività agricole produttive (Vino, Olio, Frumento). Ricchi esattori dediti al prelevamento del fisco per conto dell’Universitas le cui entrate andavano sprecate in gesta imperiali che non sono negli interessi della popolazione e fra l’altro contro la saggezza precedente Normanna. Da qui il probabile moto di ribellione del Santo, fulminato da Francesco già alla Porziuncola di Assisi (meta raggiunta da Daniele dal litorale del Circeo raggiunto via mare e che fece confondere anche il Celano che lo annoverava della Tuscia) e lo abbraccia anche nell’esempio, abbandonando l’agiatezza con l’intrapresa del suo peregrinare eremitico.

Già incline alla vocazione, quale Sacerdote Secolare, contestualmente sposava, come S.Francesco, la sostanza della povertà di quel monachesimo greco, all’inizio eremitico nei diversi cenobi o laure presenti a Belvedere, in luoghi non distanti dallo stesso S.Nicola, reimpostato dagli stessi Normanni e conservato dagli Svevi. La scelta di vita eremitica di Daniele è da ricollocare alle spelonche basiliane di S.Lucia e della rupe Belvederese, con l’ipotesi, confermata dalla leggenda, che la “spelonca” di quella che erroneamente viene definita la “Casa Natale” del Santo, risulta essere il ”giaciglio” preferito del giovane Daniele. E questo imporrebbe la esigenza di rivedere la diversa indicazione che viene data attualmente al Sito, fra l’altro inidoneo alla conformazione di abitazione.

Anche I diversi fattori, considerati da taluni autori, sul significato di queste missioni francescane in terra africana, quale soprattutto, stando ai documenti papali, il lavoro rivolto alla cura spirituale dei cristiani viventi in quelle terre per necessità di lavoro, il commercio, o perché ridotti in schiavitù e nei confronti dei musulmani, una semplice testimonianza, richiedevano una dimestichezza relazionale specifica con questo mondo. Daniele, cresciuto in una fiorente area di scambi e commerci quale Belvedere, con le coesistenze etniche stabilite dai Musulmani e Normanni, felicemente confermate da Federico II, nei garantiti movimenti via mare allora frequenti con la Toscana, la Spagna ed i paesi musulmani, scopre una naturale disponibilità.

E da questi importanti elementi di fondo, che si imprimono nella spiritualità di Daniele Fasanella, é che scaturisce, in un breve lasso di tempo, la sua fervente attività, dopo aver ricevuto il Saio da Francesco: la collaborazione con Pietro Catin quale Primo Ministro Provinciale su mandato di Francesco; la sua partecipazione alla costruzione dei Conventi di Corigliano, di Gerace e Santa Maria del Soccorso a Lago; la sua elezione a Minister Calabriae avvenuta in un Capitolo tenuto a Castrovillari tra il 1225-26. Un embargo per la Toscana e, quindi Ceuta, non dal naturale, troppo esposto, porto ufficiale di Capo Tirone, ma da scogliera successiva via Nord, da allora detta Scogli Oremus; Il Martirio con la decapitazione avvenuta il 10 Ottobre 1927 con i sei compagni a Ceuta.