DAL TIRONE ALLO SCALONE ED OLTRE- Capitolo XI°
XI° Dal Feudalesimo All’Unità d’Italia
Belvedere, divenuta ormai città strategica, risentì notevolmente delle disposizioni della monarchia spagnola. I domini dell’Italia, oltre che per risorse finanziarie e militari, rivestivano un’importanza strategica: quelli lombardi nel controllo dei valichi alpini, quelli meridionali, nella lotta contro i Turchi. I regni di Napoli e Sicilia sono affidati a viceré che inizialmente si servirono, per l’amministrazione, di elementi locali. Con il tempo ogni funzione pubblica divenne monopolio di spagnoli con i visitador controllori dei viceré, il cui compito era quello di salvaguardare i privilegi reali, di riscuotere la maggior quantità possibile d’imposte, di mantenere tranquillo il paese ed, ove emergesse, di reprimere il banditismo.
Negli anni di riferimento narrati (1540) si registra un ulteriore inaridimento delle attività commerciali di Belvedere, come pure dell’intera Calabria, per via della espulsione degli Ebrei decretata dagli spagnoli nell’intrapresa di perseguire l’unità religiosa e razziale del Regno (limpieza de sangre- orgogliosa superiorità nei confronti degli ebrei e musulmani). Comunità presente sin dal periodo Svevo di Manfredi, gli Ebrei erano commercialmente molto attivi e dalla dominazione di Filippo Sangineto, a Belvedere, garantivano, avendolo tradotto in Calabria dal Libano, la commercializzazione del loro “sacro cedro”, migliorandone qualitativamente la produzione, agevolati dalle specifiche condizioni climatiche della nostra area.
E’, questa, la calata del sipario sull’ultimo atto di internazionalizzazione dei rapporti commerciali, e non solo, della nostra città! Belvedere, munita di un sontuoso Castello, ormai “simbolo”, privo di significato funzionale per le mutate vicende storiche, dovrà attendere la fine del 1800, dopo l’Unità politica d’Italia, per poter riprendere dimestichezza con le proprie capacità di intrapresa riscoprendo il retaggio delle attività mercantili, artigianali e dei mestieri che, un tempo, le erano appartenute.
Accanto ai viceré, che nominavano i Sindaci dei vari centri, sedevano, con funzioni giudiziarie, amministrative e fiscali i Parlamenti, in rappresentanza del clero, aristocrazia e cittadini.
Alcuni protocolli notarili documentano l’esistenza di un “Sedile” (Corum Magnum), come luogo di riunione del patriziato e di governo della città (il così detto Parlamento). Accanto ai nobili si andava intanto affacciando un altro ceto sociale detto degli “Onorati del Popolo”, composto da artigiani, mercanti e professionisti. Le riunioni si tenevano “ad sonum campanae magnae” nel Sedile di Porta della Piazza. Durante queste riunioni si discutevano problemi di interessegenerale e si eleggevano annualmente gli amministratori della città: due sindaci che venivano scelti tra i nobili; gli Eletti (una specie di giunta municipale) ed altri Pubblici Ufficiali (che in genere erano tutti equamente divisi tra i due ceti sociali). L’Archivio delle riunioni si conservava nella segreteria della vicina Chiesa Madre e tre chiavi dello stesso venivano consegnate al Sacerdote ed ai due Sindaci.
Fino al 1567 la preminenza dei nobili – evidentemente nell’elezione dei due sindaci della città appartenenti entrambi alla nobiltà- e la mancanza di regole certe che disciplinassero il numero delle cariche amministrative, con i criteri di assegnazione delle stesse tra nobili ed onorati, erano spesso causa di tensioni e contrapposizioni, quando non di scontri tra i due ceti.
Con le Capitolazioni si cercavano di definire i rapporti sociali tra Nobili ed Onorati e di regolamentare la vita amministrativa della città, ma la loro attuazione si scontrò con la difficoltà, per certi versi imprevedibile di trovare persone disposte a ricoprire gli incarichi riservati agli Onorati, compreso quello di Sindaco.
Le candidature, infatti, significavano la collocazione irreversibile dei nominati nel ceto popolare, precludendo loro in maniera definitiva la prospettiva di una futura iscrizione nel libro dei nobili, che costituiva la principale ambizione di molte famiglie e l’unica forma possibile di ulteriore promozione sociale. Così dopo qualche decennio, fu abolita, di fatto, la separazione dei due ceti, introdotta con la Capitolazione del 1567. E mentre In altre località tirreniche, come Tropea, Amantea, Scalea, i contrasti – tra chi pretendeva, in alcuni casi con la forza, di essere ascritto al ceto dei nobili e chi si opponeva a tale richiesta- sfociarono talvolta in episodi di violenza, tumulti, vere e proprie risse che comportarono una nuova Capitolazione, quella del 1624 che ripristinava la divisione, all’interno dello stesso Sedile, tra Nobili ed Onorati, a Belvedere si confermava un continuo perfetto equilibrio fra le parti. Belvedere anche nella lotta fra notabili ed aristocratici offre la sua rassegnazione!
Anche a Belvedere stanziava, come nelle città più importanti, un piccolo esercito bene armato ed una polizia che vigilava sulle popolazioni servendosi di spie ed informatori.
Con l’avvento di Carlo V ogni dominio conservò autonomia con i propri ordinamenti ed istituzioni. Si rafforzò così la logica con cui la monarchia spagnola governava i domini, quella del compromesso che consisteva in uno scambio politico col quale venivano riconosciuti alla classe dominante una serie di privilegi in cambio dell’impegno di fedeltà.
Soprattutto in Calabria il compromesso con la classe baronale assunse connotati caratteriali locali in quanto questa, più corrotta e sorda che altrove agli interessi pubblici, era rimasta padrona assoluta nel suo feudo, i cui abitanti si ritenevano più sudditi del barone che della Corona.
In questo periodo, con decorrenza 1622, in segno di gratitudine per il sostegno dato alla Corona in occasione delle rivolte popolari, la Città viene concessa da Filippo III° a Tiberio Carafa, principe di Bisignano. Questo quadro economico politico della città, con i Feudi dei Sanseverino e Carafa, viene ben trattato nel “Belloviderii”.
Per lo scopo che il presente testo si prefigge merita di essere sottolineato il ruolo che alcuni di questi feudatari hanno assunto per la crescita della Città offrendo alla stessa rinomata dignità al cospetto del Regno e provvedendo ad arricchirla di alcune significative opere d’arte di notevole fattura come il SS. Crocifisso e la Statua Lignea della Madonna delle Grazie, Patrona della Città.
In occasione della presentazione del testo sulla Chiesa del Crocifisso a Belvedere e dell’opera lignea dello stesso, dell’autore Franco Samà, studioso della Soprintendenza alle Belle Arti di Cosenza, ebbi a precisare: “non solo l’autore del testo ha finito per rassegnare l’opera del Nostro Crocifisso, alla Scuola di Giacomo Colombo, o della sua bottega, ma, a seguito dell’acquisizione di documenti e di una compiuta ricomposizione di questi, ha colmato un vuoto di conoscenze su di un capitolo rilevante della storia culturale Meridionale, essendo con certezza l’opera lignea gemella di quella stessa esistente in Foggia , pensata dal chierico secolare Pietro Frasa, destinata ad altra località della Capitanata, ma finita a Belvedere dietro una evidente pressione del Notabilato dell’epoca.

Tanta dignità dinastica espressa direttamente a Napoli dai rappresentanti del Feudo di Belvedere non impedì che anche la nostra Città come le altre andasse incontro al rafforzamento dell’aristocrazia feudale e del grande latifondo che non consentì l’adeguamento delle strutture agricole e causò, come in gran parte dei comuni, l’impoverimento della popolazione rurale, la cui produzione era, per intero, assorbita dal consumo familiare, poco avanzando per i mercati, (floridi, fino alla epoca di Alfonso), dove era sottoposta ad una rigorosa stagnazione dei prezzi.
Questa precaria situazione indusse le popolazioni agricole ad inurbarsi senza riuscire ad inserirsi nei canali produttivi, sottoponendosi per giunta ad una pressione fiscale che, per altro tralasciava i patrimoni. Le terre venivano amministrate attraverso “i Gabellotti” (così definiti perché pagavano la gabella al padrone che dava loro in affitto annuo il podere. Il metodo, il Gabellato, fu in uso fino negli anni 1950) che, spinti da avidità personale cercavano di sfruttare al massimo il podere, imponendo una agricoltura o pastorizia di rapina che portava al depauperamento dello stesso e riduceva allo stremo i contadini. I patrimoni lentamente scivolarono dalle tasche della nobiltà a quelle del ceto medio, rappresentato, oltre che dagli appaltatori di Gabelle, da strozzini, mercanti di pochi scrupoli e di avvocati che si arricchivano sfruttando la litigiosità della classe abbiente.
Belvedere, prima che si iniziasse la demolizione della cinta muraria realizzata sui picchi rocciosi Nord-Est-Sud, unita verso il mare con Porta di Mare e due bastioni su ambo i lati (incorporati ed utilizzati successivamente quale civile abitazione), costituì per secoli un complesso fortificato di notevole importanza e non meraviglia se, in momenti difficili, poté sostenere posizioni d’indipendenza fra Angioini ed Aragonesi. L’impostazione Sveva della Città ha contribuito a darle una impronta feudale quasi incontaminata, soprattutto negli aspetti economici, produttivi e sociali, per secoli.
Nel XVI° secolo, le Porte a doppia mandata in ferro vengono sostituite da Portoni in legno con chiusura dall’interno. Quella degli Orti e della Piazza, continuano ad assolvere le funzioni daziarie e la seconda, a seguito di prolungamento, diviene anche spazio per le riunioni del Parlamento. La vita dentro le mura, durante il giorno, come nei tempi andati, era assai operosa. All’alba la città apriva le sue porte consentendo agli operai di andare al lavoro nei casali, mentre cominciavano ad entrare gli ortolani, cioè coloro che coltivavano ortaggi nei campi intorno al paese e negli stessi casali. I casali erano in numero pressappoco identico a quello delle attuali contrade, mentre gli orti continuavano ad essere ricchi, a ridosso dell’Abazia di Sant’Antonio Abate, La Perrera, Il Fiume, Borgo Pepe, Porto Salvo.
Gli ortolani, portavano l’asino con le sporte pieni di prodotti della terra, che in parte consegnavano ai Gabellotti poi divenuti “Fattori” ed in parte cercavano di vendere o barattare (senza più l’aiuto del “Tarì”arabo). Gli animali venivano legati agli alberi negli slarghi o agli anelloni in ferro predisposti a tal fine dentro gli androni dei palazzi, dove fino a poco tempo fa erano ancora visibili. Molti asini venivano lasciati in Via Levante o in Borgo Pepe per la presenza di maniscalchi che provvedevano alla loro ferratura.
Dall’alba al tramonto, cioè fino a quando le porte restavano aperte, c’era un gran fermento di uomini, di animali, di commerci e di operose attività artigianali. Non mancavano osterie e cantine, dove era consuetudine mangiare stufato o stocco, non senza qualche bicchiere di vino. Al tramonto, dopo il rientro degli operai, le porte si chiudevano, si smorzava lentamente il traffico degli animali e le strade si spopolavano.
La vita dei nobili era completamente diversa!
Chi non aveva impegni di lavoro si alzava nel tardo pomeriggio e, dopo aver pranzato, si dedicava ad organizzare la serata di solito in riunioni salottiere, che si tenevano a rotazione tra le varie famiglie. Solo a tarda notte, alla luce delle lanterne ad olio, ciascuno tornava nei propri palazzi. Questo ritmo di vita si interrompeva durante l’estate, quando quasi tutte le famiglie nobili si trasferivano nei casali, dove avevano veri e propri villini rurali, per curare durante i raccolti agricoli personalmente i propri interessi.
Sono questi sicuramente gli anni più bui della nostra storia!
Belvedere non resta affatto lambita dal moto insurrezionale promosso da Tommaso Campanella, il quale partendo dalla convinzione che l’intera Calabria era priva di presidi diretti da spagnoli, era giunto il momento di liberarsi dalla “indiretta” oppressione, coinvolgendo alcuni congiurati e, contando sull’appoggio dei Turchi, presso cui aveva mandato degli emissari. Un piano, questo, sventato dallo Amministratore regio sul lido di Crotone.
Le coste Calabresi anche dopo la storica battaglia di Lepanto 1571 che vide impegnato il nostro Cecco Pisani, continuano ad essere prese di mira dai Turchi che in questa fase capovolgono il rapporto del “compromesso” degli antichi Saraceni e si dedicano maggiormente a scorrerie piratesche con saccheggi ed anche uccisioni.
La Calabria diviene teatro ancora di rappresaglie, la paura incombe sull’intera Regione. In questi anni si annoverano le incursioni di Paola e Nicotera. Di questa ultima, ci pervengono documentati rapporti: “ L’incursione Turchesca su Nicotera nel 1638- Atti del III° Congresso Storico Calabrese- Fausto Fiorentino Editore- Napoli 1964.
“ Da Giovan Tomaso Blanch la relazione per il Viceré:
Domenica 20 del presente all’uscita della diana 16 galere de inimici otto de Alcieri, et otto de Diserta in due luoghi di questa marina de Nicotera hanno sbarcato la soldatesca a giudizio de gli esaminati di numero de 1600 turchi in circa prima con li caicchi in un ridosso chiamato Molina vecchi et dopo con le Galeri nel scavo ordinario di detta città non essendo stati scoverti quelli caicchi salirno per due strade nella città con fare catena d’essi da quattro miglia di costiera strada tenendo con essi persone del paesi e questi per uscire innanzi alle genti che fuggessero dalla città e pigliassero il cammino di Monteleone dove han fatto la maggiore presa, l’altra strada per più breve et entrorno dentro la città, quelli che disbarcorno del scavo ordinario vennero per la strada dritta che si vieni dalla marina alla città ancorché fossero stati scoverti dalli cavallai et tirateli archibugiate che fu l’avviso che ni ebbe la città sapendo loro che quelli che andarono con li caicchi avevano avuto tempo bastante di caminar senza essere scoverti proseguirno il loro camino et vennero con questo a poner la entrorno dalli tre porti sbaligiorno la città di quello poco teneano essendo luogo povero et quasi fallito brugiorno venti nove case della città et li magazeni della marina presero cento ventiquattro animi come testificano li Sindaci et deputati con lor fede incluse in esse otto che ni ammazzarono di questi ni sventrarono sei vecchi prima che s’imbarcassero et quattro altri ni bruciarono nella marina di Brancaleone che in tutto la preda che si hanno portato, e, di cento e sei animi la maggior parte donne et figlioli avendo anco occiso alcuni animali”
Belvedere nella Calabria Citra, forte della sua potente Rocca, non conoscerà altre incursioni dal mare, ma vivrà nel parossismo di un nuovo feudalesimo a cui non tenta di ribellarsi.
E non resterà, Belvedere, ancora dopo, lambita dai moti insurrezionali congiunti del 1647 di Napoli, Palermo, Messina, Bari, Brindisi, Randazzo, Lecce, Taranto e Cosenza.
Dal Belloviderii pg.170 -11.2.e
“ I Nobili e gli Ordini Religiosi erano quelli che possedevano quasi nella totalità la proprietà terriera e certamente quelli più vasti e più fertili. E’ sempre bene ricordare che i feudatari ordinariamente non abitavano nel feudo, ma nella capitale, lasciando ai propri “agenti” di fiducia, ai quali impartivano istruzioni meticolose, la gestione dei feudi. Erano spesso sostenuti da una forza militare al servizio della famiglia, che praticamente rendeva impossibile ogni rivendicazione di diritti sia per l’Università sia per la Autorità Ecclesiastica, che spesso era assoggettata alla prevaricazione dei nobili e dei servi.”
La situazione politico-sociale della città, che praticamente viveva solo della produzione del settore primario, rimane statica ancora per lungo tempo.
Per una prima modificazione dei rapporti specifici agrari, tra possedimenti e la conduzione dei fondi, bisogna attendere l’avvento della Repubblica, con i patti agrari del 1973 sugli affittuari e la mezzadria .
Sotto questo aspetto credo sia interamente da riscrivere la blasonata pretesa di molte famiglie, celebrate in modo sproporzionato ed enfatico, nello stesso “Belloviderii”, ai rappresentanti delle quali viene chiesto:
“ di chiedere il giusto delle tasse, di far lavorare i renitenti, di gestire il monopolio delle colture, di esercitare il privilegio del Foro e cioè la giurisdizione mista, di esercitare la franchigia daziaria, di procedere al reclutamento forzato della mano d’opera con remunerazione arbitraria”.
Le vicende politiche, su scala continentale Europea, registrano l’avvento della Rivoluzione Francese del 1799 e la conseguente instaurazione della Repubblica Partenopea. Questa, dopo essersi dotata di uno Statuto, aveva costituito, con il contributo dell’inviato del Direttorio francese, commissario Abrial, i medesimi tre poteri di cui era dotata la Francia: potere legislativo, composto da 25 cittadini, potere esecutivo (Direttorio) di cinque, ministero di quattro membri.
Ma gli ideali alla base della rivoluzione francese non erano trasportabili: diverso il popolo ed i sentimenti che erano stati acquisiti nei secoli precedenti. Diversa la situazione di un re francese che era stato giustiziato ed i suoi sostenitori scomparsi o fuggiti rispetto a quella di Napoli in cui il re Ferdinando IV regnava tuttora nella vicina Sicilia, ed i suoi sostenitori, baronia e clero, impauriti di quanto era successo in Francia, erano sparsi ed attivi ovunque.
Anche i tempi di passaggio tra due opposti regimi, da assolutistico a repubblicano, erano stati diversi. A Napoli era avvenuto in pochi giorni, mentre in Francia il concetto di eguaglianza che proviene dal livello di civiltà acquisito e dalla ragione era maturato con diversi passaggi nel corso di tre anni.
Mentre i patrioti si impegnavano a difendere la libertà e l’indipendenza della Repubblica il popolo rimaneva disilluso rispetto alle iniziali attese ed, avendo inoltre notato la tracotanza della presenza francese che non rispettava la sua sensibilità, cominciò ad alimentare spontaneamente, nelle varie regioni, un movimento di guerriglia composto da sostenitori del re (realisti) che i francesi definirono brigantaggio (uguale definizione data dai Savoia al movimento di opposizione manifestatosi dopo l’unificazione d’Italia).
Le vicende che riguardano direttamente la nostra città, in questo periodo, sono raccolte mirabilmente nel Cap. 17 e 18 del “Belloviderii” e pertanto, per i fini che si propone questa pubblicazione, di arricchimento, ritengo del tutto ripetitivo qualunque altro commento. Resta ugualmente encomiabile il lavoro di Don Cono Araugio nella meticolosa raccolta delle opere d’arte che riguardano la Chiesadi Belvedere e soprattutto la, particolare e forbita, descrizione delle stesse strutture e della loro storia.
Credo vada formulato un riconoscimento unanime, nella Sua direzione, per il “coraggioso senso di apertura”, di pensiero e parola, su atti e documenti che, diversamente, il Popolo di Belvedere avrebbe per sempre ignorato. “Uno spaccato nelle viscere della nostra storia”, che ripropone l’attualità delle scelte dei nostri antenati, delle loro passioni, delle loro aspirazioni, e le cui intense relazioni hanno comportato felici riscontri nel risultato della Città, nelle splendide architetture che l’hanno completata ed oggi la distinguono.







Coronato dalla ricchezza delle sue Chiese, Belvedere giunge a completamento con l’apertura di Piazza Amellino, fuori le Porte, le strade di accesso, i raccordi interni, le gradinate, il rispetto degli slarghi con attività artigianali e di scambio commerciale, gli affacci panoramici. Il tutto è in terra battuta! I lastricati acciottolati completeranno il decoro dal 1930 in poi, oggi in gran parte sostituiti da altri rivestimenti.
Belvedere pur non avendo trasudato il Municipalismo integra in modo equilibrato il rapporto fra la città Pubblica e quella Privata, rispettando, in parte, il precedente Inventario Demaniale di Alfonso D’Aragona, a tutto vantaggio di una funzionalità commerciale ed amministrativa.
Con l’estinzione dell’ultimo feudatario, Carlo Carafa, nel 1832 le proprietà feudali del Principe vengono vendute a nuovi soggetti, proprietari e galantuomini, stabilizzatisi nella città, quale patriziato terriero. La città si ingrandisce a discapito del Demanio! I continui atti di compravendita, comportano anche la modificazione morfologica della stessa: l’area del “Rivellino” di Francesco Di Giorgio Martini, a seguito dei diversi passaggi di proprietà del Castello, viene interessata dalla costruzione di questi nuovi insediamenti “feudali” sino al suo totale assorbimento.
Così come, del tutto assorbite, restano le antiche “Mura Sveve” oramai soppiantate dalle fondamenta delle case dei nuovi Patrizi terrieri, non a caso, quasi tutte sorte sulla linea di queste.
In parte si salvano le Porte quale diritto di passaggio pubblico, rimanendo comunque, ancora oggi, di difficile identificazione per essere state soffocate ed oppresse dai successivi innalzamenti.
All’interno del vecchio Castrum, mirabilmente illeso nella sua peculiarità di “Borgo Medioevale”, si articolano nuove funzioni, nuovi compiti, nuovi ruoli sociali: la “forma” si adegua!
In questo contesto, con la crescita della popolazione, si diversificano le occupazioni! Nei palazzi del patriziato terriero vengono realizzati ed ospitati ai piani terra, o magazzini fondachi, i primi impianti di frantoi e palmenti, oltre le mangiatoie ed i cavalli e inoltre Depositi per raccolta di granoturco e mais, tosatura, conservazione e lavorazione della lana, telai di tessitura.
Al primo piano nobile sorge l’abitazione, con servizi igienici a svuotamento a mano con prestazione di portantine, sino ai luoghi convenuti di invaso di maggiore portata idrica, che sono anche i punti di lavatoio pubblico (Acquaro-Molinelle).
Un altro piano superiore destinato a cucina-soffitta con ambienti per la stagionatura dei formaggi e conservazione di scorte e provviste. La struttura abitativa viene così adeguata all’esercizio di una nuova funzione, alterando in molti casi il “Gradone Nobiliare” di accesso e sbilanciando il prospetto per via degli innalzamenti a seguito delle continue compravendite di porzioni di edifici fra notabili di una prima borghesia commerciale ed amministrativa.
Un controllo diretto, rigido, della capacità di produzione del contado che, durante la domenica e le festività, viene chiamato ad una “liturgia referenziale”. Il rapporto di produzione rimane un sistema misto, tra baratto e mezzadria!

Dal “Belloviderii” pg. 370, 21.1 (Si stabilizza la proprietà Feudale).
“ Nella trasmissione dell’eredità attraverso l’impostazione delle relazioni matrimoniali, Belvedere ha mantenuto lo stile feudale almeno fino agli inizi del Novecento. Il matrimonio doveva essere rigorosamente tra pari di censo, e doveva mantenere la proprietà di famiglia. La gran parte del patrimonio di famiglia era assegnata al primogenito, mentre per gli altri figli maschi o si creava una cappella devozionale con beneficio orientandoli alla carriera ecclesiastica, oppure si assegnavano loro parti marginali del patrimonio stesso”.
Così Belvedere, ancora per lungo tempo!
Senza avvertire le grandi scosse della politica nazionale, i grandi rivolgimenti di pensiero ed aspirazioni: quelli dei moti Carbonari del 1821, della fondazione della Giovane Italia del 1830, dei moti del 31, delle Cinque Giornate di Milano del 48 e poi la Prima Guerra di Indipendenza, della Repubblica di Roma del 49, l’Insurrezione di Venezia, la sconfitta di Novara, l’alleanza con la Francia del 59, la spedizione Garibaldina del 60 e infine la proclamazione dello Stato Unitario nel Marzo del 61, si ritrova nel Regno Unito Piemontese con le prospettive di un doppio vantaggio ancora legato alla cantieristica navale dei Borboni in via di forte sviluppo, ed alla programmazione infrastrutturale del nuovo Regno Unitario.
“Quando all’indomani dell’unificazione si fece il primo censimento del Regno d’Italia, si registrò nell’ex territorio borbonico un numero complessivo di occupati dell’industria pari a un milione e 189mila. Sommando gli operai di Lombardia, Piemonte e Liguria, non si arrivava che a 810mila. Nell’ex reame delle Due Sicilie, a Pietrarsa, in Campania, e a Mongiana, in Calabria, erano localizzati i due più importanti stabilimenti siderurgici della Penisola. Il solo opificio di Pietrarsa, all’avanguardia europea nelle costruzione ferroviarie, contava il doppio di addetti rispetto agli stabilimenti genovesi dell’Ansaldo. Ma già nel giro di un decennio la situazione si sarebbe più che ribaltata. E tutta l’industria del Mezzogiorno avrebbe conosciuto dapprima un forte ridimensionamento e poi la totale liquidazione. Tra i tanti contributi sul drammatico ritardo del Mezzogiorno rispetto al Settentrione, questo del giornalista campano Riccardo Scarpa si segnala per l’ampiezza di documentazione e per la nettezza con la quale, scartando senza esitazione ogni banale interpretazione culturale o peggio ancora antropologica, si individua la causa della penalizzazione in una precisa scelta di politica economica compiuta dai savoiardi già all’indomani dell’impresa di Garibaldi. In nome di una logica predatoria di sapore coloniale, essi decisero che l’apparato produttivo del Sud, per tanti versi più avanzato e competitivo, andasse smantellato a vantaggio del Nord. I dati raccolti e ordinai da Scarpa sono convincenti. E travalicano lo stretto ambito industriale. Sempre dal suddetto censimento si apprende che nel Nord per tredici milioni di cittadini c’erano 7.087 medici, mentre nel Sud ne esistevano 9.390 per nove milioni di abitanti. La flotta mercantile borbonica era la terza in Europa, e i Cantieri Reali di Castellamare costituivano l’eccellenza mondiale per la fabbricazione di navi da guerra. Cosicchè alla spoliazione delle fabbriche si aggiunse anche quella finanziaria; sempre che, come una consolidata pubblicistica va sostenendo da tempo, non fosse stato proprio il calcolo di risanare a spese altrui un bilancio disastrato il vero motivo che spinse il conte di Cavour e gli inglesi – pesantemente esposti con banche piemontesi – a progettare l’attacco al florido ma militarmente poco organizzato reame meridionale. E quanto all’agricoltura, che nel progetto piemontese avrebbe dovuto sostituire l’industria, essa non riuscì mai a decollare, non solo per la scarsezza degli investimenti ma anche per la propensione del nuovo potere – diffidente verso le plebi meridionali tanto più dopo la sanguinosa guerra contro il brigantaggio – a sostenere latifondisti per niente disposti a modernizzare la produzione coinvolgendo i contadini. Tra i tanti spunti offerti dal libro (il titolo riprende una definizione di Camillo Prampolini) c’è anche la riproposizione di un vergognoso episodio della storia nazionale: la deportazione in veri e propri lager, primo dei quali il forte di Fenestrelle, in Val Chisone, di 40mila giovani meridionali che rifiutarono d’indossare la divisa del nuovo Stato. Quasi tutti morirono per malattie o denutrizione. Una pagina sulla quale, in questi tempi di autocritiche, bisognerebbe tornare a riflettere.”
Ciò che accadeva nel resto d’Italia, sostanzialmente era lo scontro tra aspirazioni diverse: I Savoia e Cavour volevano un Regno del Nord Italia, i Lombardi volevano l’autonomia e l’indipendenza, Carlo Cattaneo voleva il Federalismo dei municipi e gli Stati Uniti d’Italia, basati su tre o quattro entità territoriali confederate, Mazzini voleva la Repubblica unitaria in una Europa democratica e pacifica, Garibaldi voleva la rivoluzione popolare, l’indipendenza e l’unità conquistata dal basso, la fratellanza è un’idea del socialismo, ma voleva soprattutto l’Italia unita, fosse pure sotto Vittorio Emanuele.
L’unificazione della nazione, realizzata all’insegna del centralismo, evidenziò diverse entità economiche che vedevano le regioni del Nord proiettarsi in un processo di modernizzazione volto a sviluppare il settore industriale attraverso la meccanizzazione dei processi produttivi ed investimenti nel settore delle infrastrutture (ferrovie, strade, canali). L’agricoltura padana era evoluta e le aziende erano gestite da impresari capaci di integrare le coltivazioni con allevamenti di bestiame e caseifici.
Nelle regioni centro – appenniniche permaneva una distribuzione equilibrata della proprietà che, coltivata in mezzadria, si affidava a metodi tradizionali, corretti con procedimenti di coltivazione aggiornati ma sobri, e produceva quanto necessario.
Differente era la condizione vissuta dalle regioni del Sud.
A parte alcune limitate zone privilegiate coltivate ad agrumi, in agricoltura si evidenziavano i contrasti tipici del sottosviluppo dove, accanto ad immensi latifondi prevalentemente sterili in cui l’agricoltura era incredibilmente misera, esisteva una piccola proprietà sminuzzata in inadeguati appezzamenti che utilizzavano solo concimi naturali, mezzi rudimentali (aratro a chiodo) e, non applicando la rotazione agraria, ottenevano raccolti insufficienti anche nelle annate normali.
Era diffuso l’analfabetismo che, puntello del precedente regime, superava il 90% ed era prettamente agricolo. Rispetto alle altre regioni più organizzate dal punto di vista agricolo ed industriale, il Meridione preunitario era soggetto ad una moderata pressione fiscale ed i prezzi dei generi alimentari, per evitare l’esplosione della protesta popolare, erano accortamente mantenuti bassi, perché compensati dalle rendite dei vasti beni demaniali in mano pubblica che contribuivano a mantenere a livelli trascurabili il debito del bilancio.
Questo sintomo di un male profondo ed antico, con tutto il carattere disperato che lo sosteneva, aveva trovato alimento nell’imposizione delle leggi Piemontesi, estranee al sentire della gente, che non tardò alla ribellione attraverso la guerra civile del “brigantaggio”.
Tutto, senza che i nuovi amministratori tentassero di arrestare la diffusa corruzione e di modificare i privilegi imperanti di cui godevano le poche famiglie vicine ai palazzi del potere, in grado di ripartire in ambito familiare le cariche gestionali con cui si poteva influenzare la somministrazione della giustizia ed usurpare impunemente le terre demaniali, facendo rinascere un nuovo feudalesimo.
Il Mezzogiorno si presentava con il volto di una società arretrata e dominata da una profonda inquietudine, assuefatta per secoli a ritmi indolenti, a sdegnare la trafila burocratica per affidarsi a procedure che consentivano transiti obliqui e maniere affidate a scappatoie. I grandi centri cittadini erano pochi, il commercio scarso ed ancora minore lo sviluppo industriale.
Le strutture industriali, tessile e siderurgico, erano concentrate rispettivamente a Salerno e nella provincia di Napoli dove si costruivano caldaie a vapore per attrezzare locomotive e piroscafi che avevano potenziato la terza flotta mercantile (quella borbonica) più potente in Europa (dopo Inghilterra e Francia) per numero di navi e tonnellaggio.
Nel meridione, infatti il trasporto di materie prime di estrazione (solfo) o di coltivazione (frumento ed agrumi), favorito da un ampio sviluppo costiero e da regime daziario protezionistico nei riguardi delle merci d’importazione, continuava ad avvenire, come nei secoli precedenti, per via marittima.
La rete ferroviaria era circoscritta a quel primo tronco (Napoli – Portici) inaugurato nel 1839, mentre nel frattempo, il Nord si era dotato di una rete di duemila chilometri. In molte zone, per la scarsezza di denaro, gli scambi avvenivano in natura ed era generalizzata la riluttanza agli investimenti in migliorie agricole ed altre attività produttive.
Mauro D’Aprile
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