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	<title>L ORIZZONTE &#187; COMMERCIO</title>
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		<title>DAZI  ED  ECONOMIA  REALE</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Apr 2025 08:55:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">La volontà di innescare un’escalation è ciò che differenzia il <strong><a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=9%3d8aIZCY%26y%3dW%26u%3dU%262%3dbBbJX%262%3dB7PwM_5wZt_Fg_yufv_9j_5wZt_Els59Kj9.vJmI_5wZt_ElhLpDpPrO_yufv_9jDfDYEY_yufv_9jvH-sCoAy57EvH-q76-5tCy597-s5-tQlL57-jIzIlLpEhFr_NXwc_XM%268%3dzQzPpX.u97%26Ez%3dVEXG%26N6%3dXGVHfAdGW9YFZG%26B%3dM7iZqBEasYhaK8A8n7h5n8EYrdl6JXh9pA95Fdm6sWkYM0Casf96sbB0H9hZobjXs8i0&#38;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">round di dazi</a></strong> spettacolarmente annunciati da Donald Trump nel “Liberation Day” da quelli introdotti nel 2018. L’obiettivo è rendere vuoti tutti gli accordi</h4> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29637">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">La volontà di innescare un’escalation è ciò che differenzia il <strong><a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=9%3d8aIZCY%26y%3dW%26u%3dU%262%3dbBbJX%262%3dB7PwM_5wZt_Fg_yufv_9j_5wZt_Els59Kj9.vJmI_5wZt_ElhLpDpPrO_yufv_9jDfDYEY_yufv_9jvH-sCoAy57EvH-q76-5tCy597-s5-tQlL57-jIzIlLpEhFr_NXwc_XM%268%3dzQzPpX.u97%26Ez%3dVEXG%26N6%3dXGVHfAdGW9YFZG%26B%3dM7iZqBEasYhaK8A8n7h5n8EYrdl6JXh9pA95Fdm6sWkYM0Casf96sbB0H9hZobjXs8i0&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">round di dazi</a></strong> spettacolarmente annunciati da Donald Trump nel “Liberation Day” da quelli introdotti nel 2018. L’obiettivo è rendere vuoti tutti gli accordi multilaterali per negoziarne di nuovi, esclusivamente bilaterali. Anche a costo di produrre danni enormi. I dazi del presidente Usa non sono gli unici numeri a cui dovremmo prestare attenzione. I dati demografici pubblicati dall’Istat suonano come un ennesimo campanello d’allarme: in Italia la transizione demografica è diventata crisi. È ancora possibile evitare il <strong><a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=0%3dIcKaNa%261%3dX%266%3dW%264%3dcMdLY%26C%3dD9Q8O_7xkv_Hh_0whw_Jl_7xkv_Gm47ALuA.xKxK_7xkv_GmsNrE1RtP_0whw_JlFgOZNe_0whw_JlrLA7-rF-0A3Aw-Q3-MsA8B-1J-rO1Ox-AwI4D07uFu7-t-07It-M0KA80A-p-RA9xO6A_7xkv_Gm%26v%3dI0PD9G.KwP%26xP%3dJXGg%26BO%3dGgJaOaRZFYMYI8s7pg%26z%3dbrCwWsYNAKYQWL0xZu9NcHfMWLgOdH0NbKcxfJ8tXJXvAMbPZGCLbF9I9sYP7sbK&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">declino demografico</a></strong>, ma per farlo occorre seguire due strategie parallele: migliorare le condizioni di vita e di lavoro di donne e giovani, inclusi quelli di seconda generazione; attrarre lavoratori immigrati. Al tema è dedicata anche la nostra rubrica “<a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=5%3dEW0VJU%26p%3dS%262%3dQ%26s%3dXIXAT%269%3d8xL4I_vsgp_7c_6qWr_Ff_vsgp_6hAM1.DoLs5s.9r83_HUud_RJDo-FeJ3Be-3w-7v3t9gA_6qWr_Ff%26h%3dE9Iz5F.3o1eDiL%26wI%3d6TFZ%26xK%3dFZ6WNTDVER9UHZ%26l%3d7K5e7oRBTrReVo3iXM4DYE5C3t1gXt38YqX07s284oZBWoV7XM3i8I2jWr27ZL65&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">La parola ai grafici</a>”. A ostacolare la piena realizzazione delle donne sul mercato del lavoro contribuisce il fatto che il <strong><a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=6%3dNd8WSb%26n%3dT%26A%3dX%26q%3dYRe9U%26H%3dEvMCP_ttpw_5d_ExUs_Om_ttpw_4i98xHzB.kG3L_ttpw_4ixOeA6SgL_ExUs_Om3cTb3U_ExUs_Omn4ILtB-1Lo8FQk66-Rp4-CLtMx-0jBHPc-LHIn4-C8tBG8-fB-4Bp8EB_ttpw_4i%261%3dJwLI04.G2Q%26kL%3dOY4c%26GP%3d4cObBWWa3URZ6c%265%3d80cQceYS4x8cA6c3fhUQd3UOA4X1Ce5Of44Sag7VB5cO9BWTA7bygfcQA76xb0b1b48P&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">lavoro domestico</a></strong> e di cura ricade ancora quasi interamente sulle loro spalle. Un fenomeno dovuto al persistere di stereotipi e pregiudizi, come dimostra una ricerca, anche se tra i più giovani si intravede un cambiamento. Ridurre la frammentazione di mercati e regole per un’Europa più competitiva: nasce da qui la proposta di introdurre la nozione di “<strong><a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=0%3dMWJaRU%26z%3dX%260%3dQ%263%3dcQXKY%26G%3d88QBI_6xop_Gh_Dqgw_Nf_6xop_Fm810Ly5.wK2E_6xop_FmwHqE5LsP_Dqgw_NfEgSUNd_Dqgw_Nf6FGIqFD1-z8-EEqF1Jo-F0D3SwJwSw-59OAFs8-w-6wKwDDFwHs-I1-I88DJ-9M_Dqgw_Nf%26r%3dJGI00N.DsQ%265I%3dFYNZ%268P%3dNZFbVTNaMRIZPZ%26v%3dc8w1o2UGbzUF9O5q9PSsdNRGXM1qXVYEZQXHZV5JCyTrayWMCMYGdNQpcT5HgNQNfQYI&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">società innovativa europea</a></strong>”. Per avere successo dovrebbe però caratterizzarsi come un vero e proprio “28° regime” di diritto societario, totalmente europeo e disancorato da quelli degli stati nazionali. L’inflazione ha fatto crescere l’Irpef pagata da dipendenti e pensionati, a beneficio delle entrate dello stato. Nello stesso tempo, però, ha anche diminuito il valore reale dei <strong><a href="https://customer76466g.musvc2.net/e/tr?q=A%3dKWFbPU%26v%3dY%268%3dQ%26y%3ddOXGZ%26E%3d84R0I_2ymp_Ci_Bqcx_Lf_2ymp_Bn616Mw5.sLzE_2ymp_BnuHmF3LoQ_Bqcx_LfAhQUJZ_Bqcx_LfvG86v9J9yLy-FyPD1-zGE-5xRB14C-052-J9-I49DE-w9-8Ex-NyH-s-A9C5L3_Ha1j_RP%26B%3d7K3TwR.xCD%2693%3dZLRJ%26RC%3dRJZOZDhNQBcMTJ%26F%3dNU9u1kDePYCbz1GevSCCu4EYSTFAuSndTWC9QZBayTlBMXD9O2GazXpgK6CbLUpbMQEc&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">trasferimenti statali ai comuni</a></strong>, che probabilmente dovranno ridurre i servizi offerti ai cittadini.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Le misure protezionistiche annunciate dagli Stati Uniti rischiano di compromettere gli equilibri commerciali internazionali. Non tutti i paesi sono però esposti allo stesso modo: questo dipende dalla dipendenza dei diversi paesi dal commercio estero, cioè dal rapporto tra interscambio commerciale (somma di esportazioni e importazioni) e Prodotto interno lordo. Paesi come Messico, Germania, Canada e Italia presentano valori superiori al 60 per cento, con i primi due che, in alcuni anni, hanno superato l’80 per cento. Ciò riflette una forte integrazione nel commercio internazionale, e un rischio di un impatto significativo dai dazi, che rischiano di ridurre le loro vendite sul mercato statunitense penalizzando la loro economia. Al contrario, gli Stati Uniti mostrano un valore di commercio/Pil stabilmente inferiore al 30 per cento, dato che segnala una minore dipendenza dagli scambi esteri e una maggiore centralità della domanda e produzione interna. Questo spiega in parte perché politiche protezionistiche come quelle adottate da Trump possano essere perseguite con minori rischi economici rispetto ad altre economie. Non significa però che non ci saranno conseguenze: imprese e consumatori statunitensi si ritroveranno a pagare di più le importazioni, e allo stesso tempo le imprese rischiano le ritorsioni commerciali da parte dei partner colpiti dai dazi.</h4>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>DAZI  E  CONSEGUENZE</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 05:18:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Liberation Day” per gli Stati Uniti, </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">“D-Day” per l’Europa</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">: oggi è il giorno dei dazi americani. Con questa</span></p> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29632">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Liberation Day” per gli Stati Uniti, </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">“D-Day” per l’Europa</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">: oggi è il giorno dei dazi americani. Con questa nuova tornata di dazi, Trump riporta le lancette indietro di un secolo. </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">L’imposizi“one di dazi al 20%-25% verso l’UE</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;"> e il resto del mondo è una svolta epocale per gli Stati Uniti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Il dazio medio pesato per il commercio americano passerebbe dall’1,4% degli anni di massima liberalizzazione al 13%, vicino ai </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">livelli del periodo di protezionismo e isolazionismo tra le due guerre mondiali</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">. Esattamente un secolo fa, quando però il ruolo del commercio internazionale sul PIL mondiale era intorno all’8% del PIL, meno di un terzo rispetto al 29% di oggi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Dazi al 20%-25% sarebbero un colpo per tutti i paesi, Stati Uniti inclusi. L’UE, tuttavia, risentirebbe di una </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">riduzione di PIL doppia (-0,4%) rispetto a quella americana (-0,2%)</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">. All’interno dell’Europa, quella tedesca è l’economia più esposta (-0,5%), mentre l’Italia si situa intorno alla media UE. In caso di ritorsione europea,</span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;"> il contraccolpo sulla crescita dell’Europa</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;"> stessa sarebbe ancora più forte.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">Sulle auto</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">, colpite da un ulteriore dazio del 25%, l’Europa rischia molto. Le </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">esportazioni verso gli USA sono più che triplicate</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;"> negli ultimi 15 anni, da 15 a 51 miliardi di euro. Un livello ormai doppio rispetto alle esportazioni verso la Cina, che negli ultimi cinque anni ha invece fatto registrare una netta flessione (-17%).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Sia per l’Italia, sia per l’UE, le esportazioni verso gli Stati Uniti pesano per circa il 3% del PIL. Dal punto di vista settoriale, però,</span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;"> l’Italia è più esposta sui prodotti finiti</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;"> (19% delle sue esportazioni, contro l’11% europeo) e </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">nell’alimentare </strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">(11% contro il 5%). L’impatto dei dazi sarà dunque diverso a seconda dei prodotti che saranno più colpiti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">Per l’Italia</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">, le esportazioni di macchinari e veicoli verso gli Stati Uniti valgono quasi </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">24 miliardi di euro</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">. Di questi, poco meno di un terzo vengono da </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">macchinari industriali </strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">(il mercato statunitense rappresenta il 12% del totale) e un sesto dalle automobili. Il settore del trasporto non su strada è il più esposto verso gli Stati Uniti (destinazione di circa il 19% delle esportazioni di questi prodotti) ma vale solo 1,7 miliardi.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Nell’alimentare, </span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;">il settore più esposto per l’Italia è quello delle bevande</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;"> (alcoliche e non alcoliche), con il 25% delle nostre esportazioni dirette verso gli Stati Uniti. Importanti anche i settori dei</span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;"> cereali, dei prodotti caseari e delle uova</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">: insieme il loro valore si avvicina a quello delle bevande, anche se la esposizione media di questi settori verso gli Stati Uniti è dimezzata (13%).</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;">Oltre a tentare di “rimpatriare” la produzione verso gli Stati Uniti, Trump immagina che i dazi possano generare entrate sufficienti a ripianare il deficit federale. In realtà si tratta di una illusione.</span><strong style="font-size: 0.9em; text-align: justify;"> Le entrate aggiuntive generate da questa tornata di dazi si attesteranno sui 200 miliardi</strong><span style="color: #000000; font-size: 0.9em; text-align: justify;"> di dollari l’anno. Ma il deficit federale americano si aggira intorno ai 1.800 miliardi, ovvero nove volte tanto. E se Trump vuole rifinanziare il taglio delle tasse varato nel 2017 dovrà trovare altri 450 miliardi. Risultato? Il deficit, anziché diminuire, a fine anno potrebbe superare quota 2.000 miliardi.</span></p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.01-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">È arrivato il “Liberation Day”, il giorno in cui Trump dovrebbe annunciare i <strong>nuovi dazi sulle importazioni dall’estero</strong>. Da quando si è insediato, il presidente non ha perso tempo, e già dai primi giorni alla Casa Bianca (anche se con diversi ripensamenti) ha cominciato ad alzare un <strong>“muro” di dazi intorno all’economia statunitense</strong>. Cosa significa tutto questo? È sicuramente un cambiamento epocale rispetto al passato recente: dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi, gli Stati Uniti hanno rappresentato sia l’avanguardia che i principali sponsor del <strong>libero commercio internazionale</strong>, facendo della riduzione dei dazi tra paesi e della globalizzazione delle catene del valore il cardine dell’attuale sistema economico mondiale. Ora <strong>Trump inverte la rotta</strong>, portando indietro le lancette di quasi un secolo: se andrà tutto come previsto, entro poche settimane <strong>il dazio medio pesato per il commercio applicato dagli Stati Uniti al mondo sarà intorno al 13%</strong>, quasi il decuplo rispetto all’1,4% degli anni di massima liberalizzazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Come detto, nel frattempo Trump non è stato con le mani in mano e ha già colpito alcune categorie di beni (come acciaio e alluminio) e alcuni paesi. <strong>Cina, Messico e Canada sono stati i primi a finire nel mirino del presidente</strong>, che poi si è spostato sull’UE e sul resto mondo. Insomma, se durante il primo mandato la guerra commerciale di Trump si era concentrata su Pechino, oggi il presidente ha cambiato tono (e politica) anche con gli alleati. Non solo ha sostanzialmente messo in discussione il <strong>trattato di libero scambio del Nordamerica</strong> (USMCA), ma si è scagliato con particolare violenza contro l’UE, colpevole, a suo parere, di <strong>approfittare dell’apertura commerciale statunitense</strong>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Trump inoltre non sembra vedere i dazi solo come una <strong>misura di politica commerciale</strong>, ma anche come uno <strong>strumento di politica estera</strong>. Guardando agli annunci degli ultimi due mesi appare infatti chiaro come i dazi siano stati utilizzati anche per spingere alcuni paesi a collaborare con le <strong>politiche americane di deportazione e rimpatrio</strong>, o nella lotta al traffico di droga (soprattutto il fentanyl).</h4>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.012-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">Se gli Stati Uniti decideranno davvero di imporre un dazio medio del 20%-25% sui prodotti importati dall’UE, ne <strong>soffriranno le economie di entrambe le sponde dell’Atlantico</strong>. Trattandosi di blocchi commerciali ed economici di dimensioni simili, <strong>gli effetti su UE e Stati Uniti sarebbero ben più equilibrati</strong> rispetto a quelli di un’imposizione di dazi su paesi dall’economia nettamente più piccola, come il Canada o il Messico.Tuttavia, anche in questo caso gli Stati Uniti sarebbero esposti a un <strong>contraccolpo economico inferiore rispetto ai loro “bersagli”</strong>. Secondo il Kiel Institute, in caso di dazi <strong>l’economia americana nel breve periodo si contrarrebbe dello 0,17%</strong>, mentre quella europea in media dello 0,41%. Tra i grandi paesi UE la più colpita sarebbe la Germania, che<strong> esporta verso gli USA beni per un valore vicino al 3,5% del PIL</strong>. Per confronto, l’Italia arriva al 3% e la Francia si ferma all’1,9%, e ciò si riflette sull’impatto previsto.Infine, il grafico mostra il dilemma che si presenterà di fronte alle cancellerie europee al momento di scegliere la risposta da dare ai dazi americani. Se da un lato una ritorsione proporzionata ai dazi statunitensi potrebbe quasi raddoppiare il “colpo” inflitto all’economia americana, portandolo dallo 0,17% al 0,3%, un effetto molto simile sarebbe sentito dall’economia europea, con la frenata che crescerebbe dallo 0,41% allo 0,53%. Si tratterà, dunque, di <strong>scegliere se e quanto male farsi per tenere il punto con l’amministrazione americana </strong>(e disporre di uno strumento negoziale in più in caso Washington decida di tornare dallo scontro al dialogo).</h4>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.013-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">Sulle auto, già colpite da un <strong>ulteriore dazio americano del 25% che entra in vigore oggi</strong>, l’Europa rischia molto. Negli ultimi 15 anni, infatti, <strong>le esportazioni dall’Europa verso gli Stati Uniti di auto e loro parti sono più che triplicate in valore</strong>, da 15 a 51 miliardi di euro, arrivando di fatto a eguagliare il primo mercato estero per l’Europa, ovvero il Regno Unito. Nello stesso periodo anche la <strong>Cina è diventato un mercato importante per le auto europee</strong>, quasi quadruplicando di importanza in dieci anni tra il 2009 e il 2019 (da 8 a 30 miliardi di euro), ma restando comunque indietro rispetto a UK e USA.Inoltre, mentre negli ultimi cinque anni le esportazioni europee verso la Cina hanno fatto segnare una flessione significativa (-17%) e quelle verso il Regno Unito si sono di fatto stabilizzate (-2%), <strong>le esportazioni verso gli Stati Uniti erano continuate a crescere</strong> (+32%). Il colpo rischia dunque di essere forte, anche considerando che<strong> il mercato delle auto in Europa attraversa un periodo complicato</strong>, con le vendite che sono cresciute solo dello 0,8% l’anno scorso, la produzione che si è addirittura contratta del 6%, e il segmento elettrico che vede crescere la concorrenza delle auto cinesi.</h4>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.014-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">Da un punto di vista di esposizione verso gli Stati Uniti, Italia e UE sono molto simili: le loro <strong>esportazioni verso gli USA rappresentano per entrambe circa il 3% del loro PIL</strong>. Scomporre questa grandezza, però, può aiutare a capire l’esposizione dei singoli settori verso i dazi annunciati da Washington, e di conseguenza come l’economia italiana e quella europea in generale potrebbero essere diversamente influenzate. Sia per l’Italia che per l’UE <strong>i settori principali sono quello dei macchinari</strong>, <strong>dei prodotti chimici e dei manufatti finiti</strong>, che insieme valgono rispettivamente il 77% e l’82% delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Già qui però si possono apprezzare le prime differenze. Infatti, come mostrato nel grafico qui sopra, se il peso del settore dei macchinari è pressappoco lo stesso, <strong>l’UE è più esposta sul settore chimico</strong> (32% vs 20%) <strong>mentre l’Italia sui manufatti finiti</strong> (19% vs 11%). Un’altra importante differenza è poi quella del settore alimentare. Per l’Italia questo rappresenta infatti circa un decimo delle esportazioni verso gli Stati Uniti mentre per l’UE la metà ci si ferma a meno della metà (11% vs 5%). Queste differenze acquistano di significato soprattutto in ottica dei<strong> potenziali negoziati che si proverà a intavolare per strappare qualche esenzione o sconto a Trump</strong>. L’UE riuscirà a restare unita e a negoziare con una sola voce, o ciascun paese europeo proverà a ricavare delle esenzioni nei settori (o nei singoli prodotti) per i quali è più esposto nei confronti degli Stati Uniti?</h4>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.015-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">Il settore dei macchinari e delle attrezzature rappresenta la <strong>fetta più consistente delle esportazioni verso il mercato statunitense</strong> (circa 24 miliardi, il 38% del totale). Diversamente da quello che si potrebbe pensare, la quota più grossa non è rappresentata dai veicoli (che comunque contano per quasi 7 miliardi, tra trasporto su strada e non), ma dai <strong>macchinari industriali e specializzati che insieme valgono circa 11 miliardi</strong>. Per apprezzare l’importanza del mercato statunitense non basta osservare il valore dell’<em>export </em>ma bisogna anche rapportarlo al resto del mondo. Per l’Italia, in media, i<strong>l mercato statunitense vale circa il 12% delle esportazioni globali</strong>; per questo settore, però, per tutte le categorie che valgono più di un miliardo l’esposizione è maggiore. Naturalmente <strong>maggiore è l’esposizione verso Washington, maggiore sarà l’impatto dei dazi</strong>. E i dazi americani arrivano in un momento delicato per il manifatturiero europeo: i dati sulla produzione industriale europea non sono rassicuranti, con un calo nella produzione industriale tedesca di oltre il 10% rispetto al periodo pre-pandemia, e di circa il 5% per Francia e Italia. Se proprio si volesse cercare il bicchiere mezzo pieno, un’applicazione di dazi identici su tutti i prodotti (per esempio al 20%-25%) farebbe sì perdere competitività ai prodotti di ciascun paese europeo esportato negli Stati Uniti, ma <strong>non modificherebbe gli equilibri di competitività tra i diversi paesi europei</strong>, tra loro e nei confronti del resto del mondo.</h4>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.016-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>L’agroalimentare è forse la categoria dell’export più evocativa </strong>dell’immagine dell’Italia all’estero. Malgrado ciò, rappresenta “solo” l’11% delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Per fare un paragone, <strong>tutto il settore alimentare italiano negli Stati Uniti vale circa quanto le esportazioni di veicoli</strong>. Un esame più approfondito del settore rivela tuttavia quanto male possono farci i dazi americani. Come per i macchinari, anche l’agroalimentare va considerato sia per il <strong>valore delle esportazioni</strong>, sia per il <strong>peso del mercato americano</strong>. Per esempio, le bevande, principalmente quelle alcoliche, rappresentano un <strong>giro d’affari da meno di 3 miliardi </strong>(meno della metà dei macchinari industriali), ma gli Stati Uniti assorbono circa il 25% del nostro export. Questo significa che <strong>un dazio maggiore metterebbe a rischio un intero ramo produttivo italiano</strong>, con il rispettivo indotto. Il discorso cambia se invece ci focalizziamo sui <strong>cereali o i prodotti caseari</strong>: questi, infatti, insieme valgono quasi quando le bevande alcoliche, ma sono esposti per la metà (13%). La maggiore esposizione di molti sotto-settori dell’alimentare verso gli Stati Uniti mostrano un secondo problema: quello della difficoltà di capire dove si potrebbero <strong>ridirezionare le esportazioni</strong> “spiazzate” dai dazi americani. Cibo e bevande italiane sono prodotti di fascia medio-alta rispetto a quelli che provengono da altri paesi del mondo, il che significa che necessitano di un <strong>mercato di sbocco mediamente ricco</strong> per potersi ritagliare uno spazio, e non è detto che altrove i prodotti italiani avrebbero lo <strong>stesso successo</strong>.</h4>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter" alt="" src="https://www.ispionline.it/wp-content/uploads/2025/04/DATALAB-2025.04.017-1024x1024.jpg" width="368" height="368" /></p>
<h4 style="text-align: justify;">Oltre a tentare di “rimpatriare” la produzione verso gli Stati Uniti, Trump immagina che i dazi possano generare <strong>entrate sufficienti a ripianare il deficit federale</strong>. In realtà si tratta di una mera illusione.L’anno scorso, il deficit federale americano si è aggirato intorno ai 1.800 miliardi di dollari. Nello stesso periodo il fisco ha incassato circa 77 miliardi di dollari in dazi, una cifra raddoppiata rispetto ai 35 miliardi del 2017 (l’anno precedente la prima “guerra commerciale” di Trump), ma ancora piccola rispetto all’effetto che, secondo la Yale University, potrebbero avere i dazi introdotti dagli Stati Uniti quest’anno. Nei prossimi dodici mesi, infatti, <strong>gli USA potrebbero raccogliere 280 miliardi di dollari in dazi</strong>, una cifra <strong>8 volte superiore rispetto al 2017</strong> e un aumento di oltre 200 miliardi rispetto all’anno scorso.Come si può notare, tuttavia, anche <strong>queste nuove entrate non sarebbero in alcun modo sufficienti a coprire il deficit federale</strong>. Non solo: Trump ha indicato l’intenzione di rifinanziare il taglio delle tasse che aveva varato proprio nel 2017, e che quest’anno arriva a scadenza. Secondo le <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=4%3dGWCUKT%26w%3dR%264%3dQHWJ%26E%3dBaKWFS%26A%3d85K6I_3rip_Db_8qdq_Hf_3rip_CgCM8.75Hm69.3zD_8qdq_Hf40054_Igsa_SVCtBuI0CB54KuH_3rip_CgHZCV_8qdq_HfKS_8qdq_HfCW_8qdq_Hf1IuIt5uD5-55DlCt-J3L3F4-3y7-m6qK50vKw-3A4r60-2tC2-CzMuI-qF8MlIt_Hbtf_RQ%265%3d%26yI%3dBULXI%26K9%3dRKSKZEaHQBRJRC%269%3dtZJUPTK7MZq2M4l3HWo2t1mZHYE7vTJXNZq4s4DZuWqSrTK7qQqSGWIUN4K2q1lYMRIY&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">previsioni di bilancio</a>, questo taglio potrebbe costare circa 450 miliardi di dollari all’anno. Risultato? Anche dopo l’introduzione di questi dazi “storici” il deficit federale, anziché diminuire, potrebbe presto superare quota 2.000 miliardi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
]]></content:encoded>
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		<title>I  DAZI  DI  TRUMP</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Apr 2025 04:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[COMMERCIO]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">Donald Trump lo ha ribattezzato giorno della “Liberazione”, ma gli europei lo aspettano più come <strong>il giorno del giudizio</strong>: stasera, alle 22 ora italiana, il presidente degli Stati Uniti annuncerà in una conferenza stampa</h4> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29628">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">Donald Trump lo ha ribattezzato giorno della “Liberazione”, ma gli europei lo aspettano più come <strong>il giorno del giudizio</strong>: stasera, alle 22 ora italiana, il presidente degli Stati Uniti annuncerà in una conferenza stampa i dazi universali che si applicheranno sulle importazioni negli Usa “con effetto immediato”. Per il vecchio Continente, l’ipotesi più plausibile – come riporta <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=7%3d2d2X6a%26l%3dU%26o%3dX7Z8%26L%3d1d6d5V%26v%3dEtNqP_ruTw_3e_sxSt_3m_ruTw_2jxTw.CtMiIoIiHf.Ft_LRzP_VGFt_LRzP_VGMu6cIi7bWiIoB_ruTw_2je8zC-vPa-9-bOrCw8tI-jI-d-8bV-l9-dLnMfDu9oWe-JfO-l9vOoJb-B-lCu8lCb-Y0X5a0%268%3d%26jP%3d1X8X3%26Nt%3dY0V6g4d3X7X4X7%265b8aB%3d7Yd789767X9d2a1bc02Xfa9Wcf4d2Y4UeZcZ6a9cbff6485720ad6afaAd1Uf958&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">il nuovo ISPI Data Lab</a> – è che <strong>l’amministrazione imponga dazi tra il 20 e il 25%, </strong>che si aggiungeranno a quelli su acciaio e alluminio e alla già annunciata <strong>tariffa del 25% sulle automobili</strong>, la cui entrata in vigore è prevista domani, 3 aprile. Se i dettagli, dopo mesi di incertezza, saranno resi noti tra poche ore, l’intento invece è già chiaro: Trump ritiene che tali misure contribuiranno a correggere gli squilibri commerciali di cui, a suo avviso, gli Usa sono “una vittima” e che, al contempo, generino nuove entrate con cui compensare i tagli alle tasse e ripianare il deficit federale. L’impressione è anche che il presidente Usa non consideri i dazi solo come una <strong>misura di politica commerciale</strong>, ma al contrario intenda usarli anche come <strong>strumento di pressione in politica estera</strong>. Il rischio, evidente è che i paesi colpiti rispondano con altrettante contromisure, innescando una vera e propria<a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=7%3dAe3XEb%26m%3dU%26x%3dY8ZG%26M%3d2dEe6V%265%3dFuNzQ_sucx_4e_2yTt_Bn_sucx_3j7Ux.7xL.dIw_PRwZ_ZGVJZ6_La1Q_VPh4_La1Q_VPY4_La1Q_VPCdIxMnS_2yTt_BnuLkBf-QkPt-7kL-tJsPbF-ySu-Ip-ApH4PpF_2yTt_BnjHnCy.B4Km%268%3d%26sQ%3d2XGY4%26N3%3dZAVEh5dBY8XCY8%26B%3dFgcUHa5k9bd9FgbWIA9UnD8XGA0bG97bnB0dEhb5mD4ana7Zo9cXl0fdmBA8GC97kf47&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"> guerra commerciale </a>dagli esiti imprevedibili. “Questo scontro non è nell’interesse di nessuno e non siamo noi ad averlo iniziato –<strong> ha ribadito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen –</strong> Siamo pronti a negoziare, ma abbiamo un piano forte per vendicarci se necessario”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La prima reazione europea alle minacce di Trump, in effetti, <strong>è stata conciliatoria</strong>. Von der Leyen ha proposto di <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3dFX3bJU%26m%3dY%263%3dR8dL%26F%3d2hJX6Z%260%3d9uR5J_syhq_4i_7rTx_Gg_syhq_3nBNx.G8GjM3CjLt.0u_PftQ_ZU0u_PftQ_ZUGv0qCjApQjM36_syhq_3n9IvK5-6-j-BpQj-JtLsM52-tG-5IfNpIb-YNZ2dM%265%3d%26jQ%3dFU8YH%26Kt%3dZOS6hIa3YLU4YL%269%3d6YrVgYt45eu3dhsVedGX0bGX3YtWAf9p2bG779KUfdNYgCLYAYN34fORefs7A9tW3frT&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">aumentare l’acquisto di gas naturale liquefatto</a> (gnl) dagli Stati Uniti, già triplicato nei tre anni di guerra russo-ucraina, e ha prorogato la sospensione delle misure ritorsive sui prodotti statunitensi fino al 14 aprile, nella speranza di disinnescare l’escalation. Dopotutto, nel primo mandato di Trump, l’Unione aveva raffreddato le ostilità commerciali con la promessa di acquistare più soia e più gnl. Questa volta, però, le cose sembrano andare diversamente. Le aperture di Bruxelles all’acquisto di gas – criticate dai sostenitori del Green Deal, che lamentano gli effetti di un aumento delle importazioni di idrocarburi sui cambiamenti climatici – si sono scontrate con un misto di disinteresse e freddezza. E a nulla è valsa la settimana scorsa <strong>la visita del commissario Ue al commercio,</strong> Maros Sefcovic, volato a Washington con un ramoscello d’ulivo e tornato indietro a mani vuote.  “La lezione da trarne – <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=7%3dJb4XNY%26n%3dU%267%3dV9ZP%26J%3d3dNb7V%26D%3dCvN9N_tulu_5e_AvUt_Kk_tulu_4jFRy.J8GkN28q.9D_MSwi_WH5AOk750_tulu_4jxPtI90-vB8PiBC-Dv-Bt9-c-QtT-r5BO-vLDHrM-C6tCyAu-Bx-9k87O-e5A0_tulu_4j%26w%3d%26Du%3dUMb3W%26CN%3d4dKZBXSW3aMX3a%261%3da85xYg0tdfaLcA9MZ5V5t6cva6WLedZuZ7dvV09v057uccXSe5Yy075M0hYMA9Vxbg0J&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">scrive Politico</a> – è che assecondare le richieste di Trump semplicemente non funziona”. Ma in molti, nelle capitali europee, pensano che quella del presidente americano sia soprattutto una strategia: annunciare misure draconiane per poi negoziare da una posizione di forza.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Le contromisure europee alla svolta protezionistica di Trump poggiano su tre pilastri: unità, diversificazione e armonizzazione. Per prima cosa, infatti, i 27 devono <strong>restare compatti</strong>, senza cedere ai tentativi del tycoon, che ha già avanzato l’ipotesi di misure ‘calibrate’, di dividerli. Nell’ipotesi di una trattativa, nessuno di loro avrebbe più peso negoziale di quanto ne avrebbero messi insieme. Il secondo pilastro prevede <strong>una diversificazione dei partner economici</strong>. In questi mesi Bruxelles ha firmato <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3d2Z0b6W%26t%3dY%26o%3dTEd8%26H%3d9h6ZCZ%26v%3dA2RqL_zyTs_Ai_stax_3i_zyTs_0nxP5.GtIqMoEqLf.B2_PRvX_ZGB2_PRvX_ZGI30cEqAbSqMo8_zyTs_0nv8-uCs6wQvK-xPjFw-Rs4oSbKlM-s4oEjNvRp-Fi-Jb-L2Pb7i-C-bGkMs4-tSo0i-Y0VGd9%267%3d%26qQ%3d2WEY4%26M1%3dZAUCh5c0Y8WAY8%269b4iA%3d0Yg6iYdakh4alh08DAeajc8YmC77D95a0ecUnbd8EhgWHb27Hh99Ab2WkZdbAhgW&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">accordi con il Mercosur</a>, il Messico, la Svizzera, e intende negoziare nuove intese anche con l’India. Più mercati di sbocco, difatti, significano meno dipendenza dagli Usa e una maggiore resilienza agli shock esterni. Terzo, ma non meno importante, l’esecutivo comunitario vuole che l’Unione – <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=9%3dEePZIb%260%3dW%262%3dYUbK%26M%3dOfIeSX%269%3dFHP4Q_Fwgx_Qg_6yqv_Fn_Fwgx_PlAUK.E7N7K2J7Js.GH_Ne1n_XTGH_Ne1n_XTNI8pJ79oX7K2C_Fwgx_Pl2SCR3-KCJrM-3Q6MD7-7CBVo-0IO7M07-FhPfHh%262%3d%26E7%3dYRcEa%26HO%3dFhPaNbXXEeRYEe%266%3ddNd3Wt91AGB3YIYQeG02XpD3WMZOetg7o9yT9s9WXFd2aF9PXG9O9rfVXqc3WN040sYO&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">come raccomandato nei rapporti Draghi e Letta</a> –  elimini le barriere interne al mercato unico, che pesano nell’industria quanto se non più dei dazi. “<strong>Le barriere del mercato interno europeo equivalgono a un dazio del 45% per la produzione manifatturiera e del 110% per i servizi</strong><strong>”</strong> ha sottolineato von Der Leyen citando un’ <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=0%3dCZAaGW%26u%3dX%26z%3dTFcI%26H%3d0gGZDY%267%3dA3Q2L_1xes_Bh_4tbw_Di_1xes_Am9P6.Fy9.xOs_KZzb_UOBz_KZzb_UOuqP2_OcvY_YRd1Qu6uB5_KZzb_UOYLUC_OcvY_YRTA_OcvY_YRTD_OcvY_YRLyXDTEYF-84O1InP-oAxFo8-yLxBlFqL-oL4-01L9Mq-8z7-1B5BuFqGlB%26p%3d%26B2%3dXFZ0Z8m4j%266L%3dAgDXIaLU0dFV0d%26t%3d70fH6n8G7GcCVCdCUACJ5m9o4HaKUECrZH0GbnXqZngGYDcCYBdF8CeEZDYFbCfK&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">analisi del Fondo monetario internazionale</a>. Bruxelles è stata finora molto cauta nel discutere pubblicamente la risposta europea alle misure americane, in parte per non svelare le proprie carte, in parte perché c’è sempre la speranza che Washington, all’ultimo, decida <strong>di non affondare troppo il colpo</strong>. Dopo l’annuncio di stasera i ministri europei del commercio si riuniranno lunedì in Lussemburgo per eventuali contromisure da far entrare in vigore entro metà aprile.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Finora Bruxelles ha giocato secondo il classico copione della guerra commerciale, rispondendo ai dazi su acciaio e alluminio decisi da Trump con <strong>imposte equivalenti</strong> su prodotti iconici made in Usa come Jeans, Bourbon e Harley-Davidson. Ma mentre Washington minaccia di colpire ulteriormente l’Ue, Bruxelles potrebbe decidere di <strong>alzare la posta in gioco</strong> rispondendo lì dove l’America guadagna davvero, nel settore dei servizi, inasprendo le regole che disciplinano le Big Tech, tassando le principali banche americane o rallentando il rilascio di licenze per operare nell’Ue. Bruxelles poterebbe così decidere di prendere di mira aziende dome Meta, Google, Amazon o X, così come istituti finanziari del calibro di JP Morgan o Bank of America e persino, se costretta, a ricorrere al suo ‘bazooka’ commerciale, <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=8%3dLX9YPU%26s%3dV%269%3dRDaR%26F%3d8ePXBW%26F%3d91OAJ_yvnq_0f_CrZu_Mg_yvnq_9kHN4.DDGpJ9CpIz.01_MltW_Wa01_MltW_WaG27wCp8vQpJ96_yvnq_9kFJh-Pz-ElMG0-10D0-k6K0-l-748-10x9-9eUUDX%26y%3d%260z%3dVOX8X%26EJ%3d9eMVGYUS8bOT8b%263%3d709UVjV130ZT7FaL2BWx4l7TZjaPVk6v2h6vS8bMRh0yY9X1V8Av5h81REaMaE9zRC7P&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">l’Anti-Coercion Instrument</a> (Aci). Frecce al nostro arco, come ha ricordato la presidente della Commissione, ce ne sono. Quello che preoccupa è il prezzo di una guerra di dazi incrociati tra due economie profondamente integrate. Le quali, proprio per questa ragione, subiranno<strong>entrambe dei contraccolpi</strong>. In caso di contro-dazi, per la sola Ue l’effetto sarebbe ancora più forte e potrebbe equivalere a una contrazione dello 0,5% di Pil. Una prospettiva drammatica, di fronte a cui la compattezza dei partner europei sarebbe messa a dura prova.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">&#8220;Ancora una volta, Trump ha messo l&#8217;Europa di fronte a un bivio. Se Trump imporrà davvero dazi alti toccherà rispondere, ma il paradosso è che all&#8217;UE converrebbe non fare nulla. Una ritorsione sarebbe, certo, una ulteriore &#8220;botta&#8221; per gli USA, ma farebbe ancora più male all&#8217;Europa, che più dipende dalle esportazioni verso gli Stati Uniti di quanto non sia viceversa. D&#8217;altra parte, Trump sembra ascoltare solo il linguaggio della forza, e questo indica la necessità di una risposta forte e immediata. Probabilmente sarà così. E probabilmente la speranza, a Bruxelles, è che sia abbastanza forte da indurre Trump a negoziare e, presto, a ritornare sui suoi passi&#8221;.</h4>
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		<title>LE PETROLIERE  OMBRA  DELLA  RUSSIA</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Mar 2025 05:48:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[Le petroliere "ombra" pongono rischi significativi per l'ecologia e l'impatto delle sanzioni 
 
 
<ul style="text-align: justify;"> 
 <li><span>A gennaio, 402 navi hanno esportato petrolio greggio e prodotti petroliferi russi, di cui 207 erano petroliere</span></li></ul> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29602">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Le petroliere &#8220;ombra&#8221; pongono rischi significativi per l&#8217;ecologia e l&#8217;impatto delle sanzioni</p>
<figure style="text-align: justify;"></figure>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span>A gennaio, 402 navi hanno esportato petrolio greggio e prodotti petroliferi russi, di cui 207 erano petroliere &#8220;ombra&#8221;. Un terzo di queste petroliere &#8220;ombra&#8221; aveva almeno 20 anni o più. La petroliera più vecchia che trasportava petrolio russo a gennaio aveva 33 anni.</span></li>
<li><span>Le vecchie petroliere &#8220;ombra&#8221; che trasportano petrolio e prodotti petroliferi russi attraverso le zone economiche esclusive, le acque territoriali o gli stretti marittimi degli Stati membri dell&#8217;UE sollevano preoccupazioni ambientali e finanziarie a causa della loro età, dei discutibili registri di manutenzione e della copertura assicurativa. La loro assicurazione potenzialmente non dispone di una copertura di protezione e indennizzo (P&amp;I) sufficiente a coprire i costi in caso di fuoriuscita di petrolio o catastrofe. In caso di incidenti, i paesi costieri potrebbero sopportare il peso finanziario della bonifica, per non parlare delle ripercussioni dei danni alla loro ecologia marina.</span></li>
<li><span>I costi di bonifica e di risarcimento derivanti da una fuoriuscita di petrolio da petroliere con assicurazione dubbia potrebbero ammontare a oltre 1 miliardo di euro per </span><a href="https://www.thetimes.co.uk/article/russian-oil-tanker-leaks-pose-billion-pound-threat-to-english-coast-whvh5l08k"><span>i contribuenti dei paesi costieri</span></a><span> . </span></li>
</ul>
<figure style="text-align: justify;"></figure>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span>A gennaio, il petrolio russo è stato oggetto di trasferimenti da nave a nave (STS) nelle acque dell&#8217;UE per un totale di 172 milioni di euro al giorno.</span></li>
<li><span>Il 69% di questi trasferimenti è stato facilitato da petroliere coperte da assicurazione G7+. I trasferimenti STS di petrolio russo </span><a href="https://csd.eu/blog/blogpost/2023/12/13/the-elusive-oil-price-cap-cutting-the-flow-of-oil-money-to-the-kremlin/"><span>compromettono gravemente le sanzioni</span></a><span> consentendo alla Russia di eludere sanzioni e limiti di prezzo suddividendo il carico tra più acquirenti e mescolando petrolio russo a basso prezzo con petrolio non russo. </span></li>
<li><span>Le petroliere &#8220;ombra&#8221;, con un&#8217;età media di 17 anni, hanno effettuato trasferimenti da nave a nave pericolosi per l&#8217;ambiente, per un totale di 54 milioni di euro al giorno nelle acque dell&#8217;UE. </span></li>
</ul>
<p>Come possono gli alleati dell&#8217;Ucraina inasprire la pressione?</p>
<p style="text-align: justify;"><em>I ricavi delle esportazioni di combustibili fossili della Russia sono diminuiti da quando sono state implementate le sanzioni, limitando di conseguenza la capacità di Putin di finanziare la guerra. Tuttavia, si dovrebbe fare molto di più per limitare i guadagni delle esportazioni della Russia e limitare il finanziamento del forziere di guerra del Cremlino. Ciò include l&#8217;abbassamento del tetto del prezzo del petrolio, l&#8217;aumento del monitoraggio e dell&#8217;applicazione delle sanzioni e il divieto di combustibili fossili non sanzionati come GNL e combustibili da oleodotto che sono legalmente ammessi nell&#8217;UE. </em></p>
<figure style="text-align: justify;"></figure>
<p><span>Abbassare il tetto del prezzo del petrolio</span></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span>Un tetto massimo di prezzo inferiore di 30 USD al barile (comunque ben al di sopra del costo di produzione della Russia, che </span><a href="https://energyandcleanair.org/publication/eu-oil-ban-and-price-cap-are-costing-russia-eur160-mn-day-but-further-measures-can-multiply-the-impact/"><span>è in media di 15 USD al barile</span></a><span> ) avrebbe ridotto le entrate russe dalle esportazioni di petrolio del 24% (79 miliardi di EUR) dall&#8217;inizio delle sanzioni nel dicembre 2022 fino alla fine di gennaio 2025. Solo a gennaio, un tetto massimo di prezzo di 30 USD al barile avrebbe ridotto le entrate russe del 23% (3,08 miliardi di EUR).</span></li>
<li><span>Abbassare il tetto massimo dei prezzi avrebbe un effetto deflazionistico, poiché ridurrebbe i prezzi delle esportazioni di petrolio russo e indurrebbe una maggiore produzione da parte della Russia per compensare il calo delle entrate.</span></li>
<li><span>Dall&#8217;introduzione delle sanzioni fino alla fine di gennaio 2025, l&#8217;applicazione completa del tetto massimo dei prezzi avrebbe ridotto i ricavi delle esportazioni della Russia dell&#8217;8% (25,66 miliardi di EUR). Solo a gennaio 2025, l&#8217;applicazione completa del tetto massimo dei prezzi avrebbe ridotto i ricavi del 5% (circa 0,66 miliardi di EUR).</span></li>
</ul>
<p><span>Limitare la crescita delle petroliere “ombra” e tappare la falla nella raffinazione</span></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span>La dipendenza della Russia dalle petroliere possedute o assicurate nei paesi del G7+ è diminuita a causa della crescita delle petroliere &#8220;ombra&#8221;. Ciò ha di conseguenza un impatto sulla leva della coalizione per abbassare il tetto massimo dei prezzi e colpire i ricavi delle esportazioni di petrolio della Russia. I paesi sanzionatori devono impedire la crescita della Russia di petroliere &#8220;ombra&#8221; che sono immuni alla politica del tetto massimo dei prezzi del petrolio. </span></li>
<li><span>I paesi del G7+ devono anche tappare la </span><a href="https://energyandcleanair.org/publication/refining-loophole-widens-44-increase-in-sanctioning-countries-imports-of-oil-products-from-russian-crude-in-2023/"><span>scappatoia sempre più ampia della raffinazione</span></a><span> vietando l&#8217;importazione di prodotti petroliferi ricavati dal greggio russo. Ciò aumenterebbe l&#8217;impatto delle sanzioni disincentivando i paesi terzi dall&#8217;importare grandi quantità di greggio russo e contribuendo a tagliare i ricavi delle esportazioni russe. Vietare le importazioni di prodotti petroliferi dalle raffinerie che elaborano il greggio russo abbasserebbe anche il prezzo del petrolio russo, poiché farebbero fatica a trovare acquirenti o ad espandere il loro mercato.</span></li>
</ul>
<p><span>Maggiore controllo e monitoraggio</span></p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><span>Gli enti preposti all&#8217;applicazione delle sanzioni devono adottare misure proattive nei confronti dei soggetti che violano le norme, tra cui gli assicuratori registrati nei paesi della coalizione per il tetto massimo dei prezzi, gli spedizionieri e gli armatori.</span></li>
<li><span>Nonostante le prove evidenti di violazioni, le agenzie devono fare di più per far rispettare le sanzioni contro spedizionieri, assicuratori o proprietari di navi. Queste </span><a href="https://www.energyintel.com/0000018a-6d4c-d1d3-adeb-7f7f24cf0000"><span>informazioni</span></a><span> devono essere ampiamente condivise nel pubblico dominio. Le sanzioni contro le entità che violano aumentano il rischio percepito di essere scoperti e servono da deterrente.</span></li>
<li><span>Le sanzioni per la violazione del price cap devono essere notevolmente più severe. Le sanzioni attuali includono un divieto di 90 giorni per le imbarcazioni di garantire servizi marittimi dopo aver violato il price cap, una semplice pacca sul polso. Se ritenute colpevoli di violazione delle sanzioni, le imbarcazioni dovrebbero essere multate e bandite a tempo indeterminato.</span></li>
<li><span>Gli organi di controllo delle sanzioni devono continuare a sanzionare le petroliere &#8220;ombra&#8221; poiché ciò ostacola la capacità della Russia di trasportare il suo petrolio al di sopra del tetto massimo di prezzo. CREA stima che la sanzione iniziale dell&#8217;Office of Foreign Assets Control (OFAC) delle petroliere &#8220;ombra&#8221; abbia ampliato lo sconto che la Russia ha offerto agli acquirenti del suo petrolio e abbia ridotto </span><a href="https://energyandcleanair.org/wp/wp-content/uploads/2024/02/CREA_UA-RU_Two-year-anniversary-report_EN.pdf"><span>i ricavi delle esportazioni di petrolio greggio della Russia del 5%</span></a><span> (512 milioni di euro al mese).</span></li>
<li><span>La mancanza di un adeguato monitoraggio e di un&#8217;adeguata applicazione delle leggi, insieme all&#8217;aumento dei prezzi del petrolio, hanno fatto aumentare i proventi delle esportazioni russe, utilizzati per finanziare la guerra contro l&#8217;Ucraina.</span></li>
<li><span>I paesi del G7+ dovrebbero vietare i trasferimenti STS di petrolio russo nelle acque del G7+. I trasferimenti STS intrapresi da vecchie petroliere &#8220;ombra&#8221; con registri di manutenzione e assicurazioni discutibili pongono rischi ambientali e finanziari per gli stati costieri e supportano la Russia nell&#8217;esportazione logistica di grandi volumi di petrolio greggio. Gli stati costieri dovrebbero richiedere alle petroliere &#8220;ombra&#8221; che trasportano petrolio russo attraverso le loro acque territoriali di fornire documentazione che dimostri un&#8217;adeguata assicurazione marittima. Se le petroliere &#8220;ombra&#8221; non lo fanno, dovrebbero essere aggiunte all&#8217;elenco delle sanzioni OFAC, del Regno Unito e dell&#8217;Europa. Questa politica potrebbe limitare la capacità della Russia di trasportare il suo petrolio su petroliere &#8220;ombra&#8221;, esentate dal rispetto della politica del tetto massimo del prezzo del petrolio.</span></li>
</ul>
<p>Rapporti rilevanti:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><a href="https://ceenergynews.com/oil-gas/slovnaft-can-continue-its-export-to-czechia/"><span>L&#8217;esenzione della Slovacchia dalla riesportazione di prodotti petroliferi derivati ​​dal greggio russo è stata prorogata di sei mesi</span></a></li>
<li> <a href="https://navigatingrussia.substack.com/p/russias-hidden-war-debt"><span>Il debito di guerra nascosto della Russia</span></a></li>
<li><a href="https://blogs.duanemorris.com/europeansanctionsenforcement/2025/01/28/united-kingdom-ofsi-reveals-706-russian-sanctions-investigations-opened-since-february-2022/?lctg=242911743"><span>L&#8217;OFSI ha aperto 706 indagini sulle sanzioni russe dall&#8217;invasione e ha imposto due multe</span></a></li>
<li><a href="https://www.politico.eu/article/eu-lets-russian-gas-slip-again-in-new-sanctions-package/"><span>L&#8217;UE lascia sfuggire il GNL russo nel nuovo pacchetto di sanzioni</span></a></li>
<li><a href="https://www.vedomosti.ru/business/articles/2025/01/27/1088406-stavki-frahta-virosli-v-yanvare"><span>I prezzi del trasporto nei porti russi aumentano a causa delle sanzioni dell&#8217;OFAC</span></a></li>
<li><a href="https://www.cbc.ca/news/canada/russia-oil-canada-sanctions-1.7432083"><span>Il petrolio russo proibito sta arrivando in Canada</span></a></li>
<li><span>L&#8217;UE cerca di evitare la stretta sul gas durante le discussioni sul divieto russo di GNL</span></li>
<li><span>I minatori di carbone russi rischiano la bancarotta</span></li>
<li><span>Le navi europee mantengono a galla la flotta ombra russa</span></li>
<li><span>La Russia aggira le sanzioni sul petrolio con le vendite di gasolio e il Brasile diventa il secondo cliente più grande</span></li>
<li><span>La Russia rischia navi non sanzionate per esportare petrolio e mantenere in vita la sua economia di guerra</span></li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<div id="mc_embed_shell"></div>
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		<title>PROPOSTA COMMERCIO</title>
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		<comments>https://lorizzonte.net/?p=623#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 14:10:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[COMMERCIO]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center">Uno dei presupposti dell’impegno dell’Unione europea nei confronti della liberalizzazione del commercio internazionale è la <strong>parità delle condizioni concorrenziali di partenza dei prodotti domestici e importati</strong>. Per garantire il rispetto di questo</p> <a href="https://lorizzonte.net/?p=623">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;" align="center">Uno dei presupposti dell’impegno dell’Unione europea nei confronti della liberalizzazione del commercio internazionale è la <strong>parità delle condizioni concorrenziali di partenza dei prodotti domestici e importati</strong>. Per garantire il rispetto di questo principio, e reagire a comportamenti sleali dei concorrenti, sono state introdotte regole <em>ad hoc</em>. Poiché la legislazione attualmente in vigore risale al 1995, la Commissione ha proposto un nuovo regolamento per aggiornarla e migliorarne alcuni aspetti.</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li><strong><span style="color: #00ccff;"><a href="http://asbl.unioncamere.net/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=611:gli-strumenti-di-difesa-commerciale-e-la-loro-revisione&amp;catid=104:internazionalizzazione&amp;Itemid=168#obiettivi"><span style="color: #00ccff;">Obiettivi</span></a></span></strong></li>
<li><strong><span style="color: #00ccff;"><a href="http://asbl.unioncamere.net/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=611:gli-strumenti-di-difesa-commerciale-e-la-loro-revisione&amp;catid=104:internazionalizzazione&amp;Itemid=168#iter"><span style="color: #00ccff;">Iter normativo</span></a></span></strong></li>
</ul>
<p style="text-align: justify;"><strong>Obiettivi<br />
</strong>Le misure di difesa commerciale puntano a <strong>proteggere le imprese europee contro comportamenti commerciali sleali</strong>, messi in atto da imprese o Paesi terzi, quali la concessione di sussidi o le pratiche di dumping.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Iter normativo<br />
</strong>La normativa dell’UE, nel rispetto di quella dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), prevede tre strumenti di difesa commerciale.<br />
Le<strong> misure antidumping</strong> combattono le pratiche di imprese non europee che vendono i propri prodotti nell’UE ad un prezzo inferiore al valore che essi hanno nel loro mercato nazionale. Le misure <strong>antisussidio</strong>, invece, sono impiegate per rispondere alla concessione, da parte dei Paesi terzi, di sussidi ai propri prodotti per renderli  artificialmente più competitivi. In entrambi i casi, sono solitamente applicate tariffe sull’importazione dei prodotti oggetto della pratica sleale.<br />
Per avviare la procedura è necessario che un produttore europeo denunci la situazione alla Commissione, fornendo prove sufficienti. La Commissione, qualora ritenga che la denuncia sia fondata, apre un’indagine che può portare all’imposizione delle misure di difesa.<br />
Infine, le<strong> misure di salvaguardia</strong>, per le quali sono previste regole diverse a seconda che lo Stato di esportazione sia membro o meno dell&#8217;OMC, sono utilizzate in via temporanea nei confronti di tutti i Paesi non UE nel caso in cui si verifichi un improvviso, imprevedibile e marcato aumento delle importazioni di certi prodotti, al fine di dare alle imprese europee il tempo necessario per adattarsi al cambiamento. Di solito tali misure si accompagnano ad obblighi di ristrutturazione delle imprese e, poiché esse non costituiscono una reazione contro pratiche commerciali sleali, le condizioni per la loro introduzione sono molto più stringenti rispetto a quelle necessarie per gli strumenti antidumping e antisussidio.</p>
<p style="text-align: justify;">Al fine di modernizzare e migliorare la disciplina delle misure antidumping e antisussidio, la Commissione ha presentato, il 10 aprile 2013, una <strong><span style="color: #00ccff;"><a href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/april/tradoc_150838.pdf"><span style="color: #00ccff;">proposta di regolamento</span></a> </span></strong>e una  <strong><span style="color: #00ccff;"><a href="http://trade.ec.europa.eu/doclib/docs/2013/april/tradoc_150837.pdf"><span style="color: #00ccff;">comunicazione</span></a> </span></strong> che descrive nel dettaglio tutte le misure, legislative e non, che si vorrebbe introdurre.<br />
Per quanto riguarda le <strong>misure legislative</strong>, la Commissione intende:<br />
- migliorare la prevedibilità per le imprese, informandole sulle misure antidumping o antisussidio due settimane prima della loro imposizione;<br />
- offrire agli importatori rimborsi dei dazi riscossi durante il tempo necessario per condurre la revisione delle misure a cinque anni di distanza dalla loro introduzione  nel caso in cui si concluda che non sia più necessario mantenerle;<br />
- proteggere l’industria europea iniziando indagini di ufficio, in assenza di una richiesta formale dell’industria, nel caso in cui vi sia rischio di rappresaglia;<br />
- scoraggiare i partner commerciali dal mettere in pratica politiche sleali tramite l’imposizione di dazi più elevati sui prodotti importati da Paesi che concedono sussidi e creano distorsioni strutturali nei loro mercati delle materie prime.<br />
Le misure <strong>non legislative</strong> proposte puntano a:<br />
- facilitare la cooperazione con le imprese e le organizzazioni di categoria coinvolte nelle indagini;<br />
- migliorare il monitoraggio dei flussi commerciali;<br />
- permettere l’avvio di ufficio di indagini antielusione per assicurare una maggiore rapidità di azione contro l’evasione illegale delle misure;<br />
Infine, è stata proposta una <strong>bozza di linee guida</strong> riguardante quattro aree particolarmente complesse:<br />
- l’indagine volta a valutare se, dopo cinque anni, una misura di difesa commerciale possa essere eliminata o meno;<br />
- il “test dell’interesse dell’Unione”, ovvero le modalità con le quali la Commissione determina se una misura di difesa sia utile per gli interessi economici dell’UE;<br />
- il calcolo del “margine del danno”, che richiede l’esame del volume e dei prezzi delle importazioni oggetto di dumping e il loro impatto sull’industria europea;<br />
- la scelta di un “Paese analogo” che è utilizzato per determinare l’esistenza di dumping per i prodotti provenienti da uno Stato privo di un’economia di mercato.</p>
<p style="text-align: justify;" align="center">  <cite> </cite></p>
<div><img alt="" src="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/templates/mse/images/pp_180.png" /></div>
<p>&nbsp;</p>
<h4></h4>
]]></content:encoded>
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		<title>Commercio Link Utili</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Apr 2013 11:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[COMMERCIO]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<p align="center"><a title="Unioncamere.NET" href="http://www.unioncamere.gov.it/NET/">Unioncamere.NET</a>    <a title="Camcom.gov.it" href="http://www.camcom.gov.it/">Camcom.gov.i</a>      <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php?option=com_content&#38;view=article&#38;andor=AND&#38;idarea2=0&#38;sectionid=2&#38;idmenu=966&#38;andorcat=AND&#38;viewType=0&#38;idarea3=0&#38;partebassaType=0&#38;MvediT=1&#38;showMenu=1&#38;showCat=1&#38;idarea1=684&#38;idarea4=0&#38;idareaCalendario1=0&#38;showArchiveNewsBotton=0&#38;id=2019749%20&#38;directionidUser=0">www.mise.gov.it</a>     <a href="http://www.mincomes.it/indice_storico.htm">Indice archivio storico</a></p> 
<p align="center"><a href="http://www.google.it/url?sa=t&#38;rct=j&#38;q=invitalia&#38;source=web&#38;cd=1&#38;cad=rja&#38;sqi=2&#38;ved=0CD0QFjAA&#38;url=http%3A%2F%2Fwww.invitalia.it%2F&#38;ei=57luUYX6OoSI4AS2moDYCg&#38;usg=AFQjCNFsF0-4_F-gyfqLpkNK285WEA0xOw"><em>Invitalia</em> - Agenzia nazionale </a>           <a href="http://pcnitalia.sviluppoeconomico.gov.it/">pcnitalia</a>  pcnitalia.sviluppoeconomico.gov.it/‎</p> 
 
<ul> 
 <li><a title="UIBM" href="http://www.uibm.gov.it/"></a></li></ul> <a href="https://lorizzonte.net/?p=3619">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><a title="Unioncamere.NET" href="http://www.unioncamere.gov.it/NET/">Unioncamere.NET</a>    <a title="Camcom.gov.it" href="http://www.camcom.gov.it/">Camcom.gov.i</a>      <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;andor=AND&amp;idarea2=0&amp;sectionid=2&amp;idmenu=966&amp;andorcat=AND&amp;viewType=0&amp;idarea3=0&amp;partebassaType=0&amp;MvediT=1&amp;showMenu=1&amp;showCat=1&amp;idarea1=684&amp;idarea4=0&amp;idareaCalendario1=0&amp;showArchiveNewsBotton=0&amp;id=2019749%20&amp;directionidUser=0">www.mise.gov.it</a>     <a href="http://www.mincomes.it/indice_storico.htm">Indice archivio storico</a></p>
<p align="center"><a href="http://www.google.it/url?sa=t&amp;rct=j&amp;q=invitalia&amp;source=web&amp;cd=1&amp;cad=rja&amp;sqi=2&amp;ved=0CD0QFjAA&amp;url=http%3A%2F%2Fwww.invitalia.it%2F&amp;ei=57luUYX6OoSI4AS2moDYCg&amp;usg=AFQjCNFsF0-4_F-gyfqLpkNK285WEA0xOw"><em>Invitalia</em> - Agenzia nazionale </a>           <a href="http://pcnitalia.sviluppoeconomico.gov.it/">pcnitalia</a>  <cite>pcnitalia.sviluppoeconomico.gov.it/</cite>‎</p>
<ul>
<li><a title="UIBM" href="http://www.uibm.gov.it/"><img title="Vai al sito UIBM" alt="UIBM" src="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/Banner/uibm.jpg" /> </a><a title="Commercio internazionale" href="http://www.mincomes.it/"> </a><a title="Cantiere crescita" href="http://www.cantierecrescita.gov.it/"> </a><a title="Osservatorio nazionale del commercio" href="http://osservatoriocommercio.sviluppoeconomico.gov.it/"><img title="Vai al sito Osservatorio nazionale del commercio" alt="Osservatorio nazionale del commercio" src="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/Banner/osservatorio_commercio-light.jpg" /> </a><a title="PCN Italia" href="http://pcnitalia.sviluppoeconomico.gov.it/"> </a></li>
</ul>
<p><a href="http://www.amministrazioneaziendale.com/"><strong>Amministrazione Aziendale</strong></a></p>
<div><a href="http://www.mcafee.com/SAE/sitereport.html?sid=SAE&amp;site=http://www.amministrazioneaziendale.com/" target="_blank"><img alt="" src="sacore:green.gif" width="18" height="18" border="0" /></a></div>
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