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	<title>L ORIZZONTE &#187; EDITORIALI</title>
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		<title>ENRICO  MATTEI   IV°</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 03:01:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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<h4>Enrico Mattei e il potere. Intervista a Sabino Cassese</h4> 
<h4></h4> 
<h4 style="text-align: justify;"><em>Enrico Mattei è stato una figura centrale nella storia politica ed economica italiana del Novecento, giocando un inedito e peculiare ruolo internazionale. </em><em>In</em></h4></div> <a href="https://lorizzonte.net/?p=30536">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4>Enrico Mattei e il potere. Intervista a Sabino Cassese</h4>
<h4></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Enrico Mattei è stato una figura centrale nella storia politica ed economica italiana del Novecento, giocando un inedito e peculiare ruolo internazionale. </em><em>In merito alla figura di Mattei, pubblichiamo una testimonianza di Sabino Cassese – Giudice emerito della Corte Costituzionale, Professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa e già Ministro per la funzione pubblica – raccolta il 13 luglio 2023 come parte della tesi di Valerio Galletta dal titolo “Industria energetica e potere politico in Italia. 1953-1962”.</em></h4>
</div>
<div>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Cassese ha lavorato all’ENI negli anni della presidenza di Enrico Mattei e in questa intervista delinea il rapporto di Mattei con le forze politiche italiane e le dinamiche del contesto internazionale negli anni che lo videro alla guida dell’Ente Nazionale Idrocarburi. <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/un-gattino-chiamato-eni-la-politica-internazionale-di-enrico-mattei/" target="_blank" rel="noopener">A questo link è inoltre disponibile un articolo che ripercorre la politica estera di Mattei.</a></em></h4>
<hr />
<h4 style="text-align: justify;"><em>Partirei chiedendole di parlare della figura di Enrico Mattei, di quale fosse il suo obiettivo e di come si muovesse per raggiungerlo. Tanto si è detto di Mattei, definito sì come un uomo politico, ma al contempo come un imprenditore che lavorava per il bene della Nazione.</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Il profilo della persona è abbastanza noto: origini modeste, nato a Matelica, credo che il padre fosse un carabiniere; viene normalmente detto “piccolo industriale”, ma forse era meno di un piccolo industriale. Poi il trasferimento a Milano, l’impegno politico, il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, quindi la resistenza partigiana. Entra in politica e gli viene affidato l’incarico di guidare l’AGIP che era una società a partecipazione statale che esisteva, se non sbaglio, dal 1926, e sa da persone che c’erano già delle ricerche nella valle Padana per giacimenti che si trovavano a Cortemaggiore. Convince Ezio Vanoni, con cui aveva dei precedenti rapporti, ad andare a visitare la coltivazione dei giacimenti a Cortemaggiore e da qui nasce l’idea che, invece di liquidare l’AGIP, si fa qualcosa di più e cioè la costituzione dell’ENI nel 1953. Nel 1953 Mattei è parlamentare. Nello stesso anno Luigi Sturzo – al tempo senatore –, che veniva dagli Stati Uniti e che quindi era contrario alla mano pubblica, caldeggia il passaggio di una legge che crea una incompatibilità, per cui Mattei ottiene la costituzione dell’ENI, ma viene costretto a lasciare la Camera dei Deputati. Qui nasce quel breve periodo che va dal 1953 al 1962, quindi nove anni sostanzialmente, di gestione matteiana dell’ENI. Qual è la cosa interessante della politica di Mattei in quegli anni? L’idea di fondo è quella del cambiamento dei rapporti fra i Paesi produttori e i Paesi che svolgono una attività di prospezione e coltivazione dei giacimenti petroliferi, cambiamento che dà molto fastidio alle “Sette sorelle” (cinque americane, una olandese e una inglese): ciò crea quello stato di tensione che conduce poi Mattei a pensare la pubblicazione <em>Stampa e oro nero</em>, che è una raccolta di quello che si scrive sull’ENI con l’idea di dire «io vi dico tutto, anche le cose che mi criticano e per cui mi criticano». Dietro a questo tentativo di stabilire nuovi rapporti fra i Paesi proprietari e quelli produttori e consumatori c’è anche una certa dose, nel senso buono della parola, di retorica nazionalistica. Su Google si trova una registrazione di due o tre interviste di Mattei, come quella in cui parla del gattino. È interessante ascoltarle, anche perché sono i primi anni della televisione; perciò, si vede la nascita del nuovo mezzo di comunicazione. Il nome di Mattei è connesso anche ai rapporti di finanziamento della politica. Mattei è legato fondamentalmente a Giovanni Gronchi, Presidente della Repubblica, e alla corrente di Base della Democrazia cristiana, quindi a Giovanni Marcora, Guido Bodrato e altri; ci sono passaggi di libri che ha scritto Eugenio Scalfari che ricordano questo ruolo di finanziatore della politica che certamente svolgeva. Altra cosa importante: Mattei è dietro alla creazione di un giornale completamente diverso in termini di impostazione, <em>il Giorno</em>, che costituisce anch’esso un elemento di novità. Quindi, se dovessi riassumere tutto questo, direi: importante il tentativo di cambiare il rapporto con gli ex Paesi coloniali, nel quadro della politica internazionale di quegli anni – per cui stiamo parlando del periodo in cui si sviluppano le idee universalistiche del diritto, quindi l’ONU –, ciò rompe un tipo di rapporto ben consolidato. Poi l’ENI in quel momento è, in realtà, un organismo davvero piccolo, ma che si vanta di essere molto efficiente, per cui è sì parte del settore pubblico, ma è una <em>best practice</em>, come si direbbe oggi. Dall’altro lato c’è un’ispirazione un po’ nazionalistica in un Paese che riprende in qualche modo anche un argomento che risaliva all’epoca giolittiana e anche al fascismo, cioè quello dell’Italia “Paese povero” perché senza fonti di energia e materie prime, quindi privo di risorse naturali da poter sfruttare e costretto a riconquistare una posizione nel mondo nonostante questa carenza. Questo è un tema che risale all’epoca in cui si favoleggiava del carbone bianco, cioè delle fonti di energia idrica, che viene ripreso in periodo fascista: è del 1933 il Testo unico delle leggi sulle acque pubbliche e sugli impianti idroelettrici e questo è uno di quei fattori di continuità. Il profilo della continuità si vede bene nel libro di Guido Melis <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/macchina-imperfetta-stato-fascista-guido-melis/" target="_blank" rel="noopener"><em>La macchina imperfetta</em></a>, che parla proprio degli anni del fascismo. Non si possono capire bene questi temi se non si pongono nel loro contesto storico, per cui ricordando che si è in un periodo in cui è appena finito il fascismo: anzi, secondo la mia tesi il fascismo finisce, sostanzialmente, non con la morte di Mussolini, ma almeno dieci anni dopo, perché continuano tanti elementi anche in un regime di tipo democratico.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Negli anni Cinquanta la Democrazia Cristiana aveva un ampio controllo sulle assunzioni negli enti pubblici. Raramente venivano scelte persone che facevano riferimento ad altri partiti, tanto più se dell’opposizione. Tuttavia, Lei entrò all’ENI pur essendo comunista, così come Mario Pirani. Giorgio Ruffolo era socialista. Come possiamo spiegare questa maggiore libertà dell’ENI?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Direi che ci sono diverse spiegazioni. Dal punto di vista politico, Mattei aveva le spalle abbastanza larghe per potersi permettere queste libertà e non guardava alle appartenenze politiche. Il secondo elemento è che, nonostante quello che ho detto poc’anzi, tutto sommato c’era un certo grado di policentrismo e di pluralismo in quel momento, quindi erano cose che potevano accadere. C’era ancora un controllo sulle opinioni politiche delle persone, ed è questo un motivo per cui io ritengo che il fascismo finisca sostanzialmente agli inizi degli anni Sessanta, nel ’62 se vogliamo dare una data, con la nazionalizzazione dell’industria elettrica, la scuola media e l’apertura ai socialisti. Tuttavia, non possiamo dimenticare che la classe dirigente democristiana era una classe dirigente che si era contrapposta al fascismo, per cui sapeva che c’era una incoerenza tra un ordinamento democratico e una discriminazione sulla base delle idee politiche.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Qual era, quindi, il rapporto fra l’ENI e in generale l’industria energetica italiana e i partiti negli anni Cinquanta? In particolare, il rapporto con la Democrazia Cristiana era dovuto più a motivi ideologici e quindi all’appartenenza di Mattei a quel partito o al fatto che fosse il partito di governo? A me viene in mente la polemica che andò avanti per anni sul Giornale d’Italia fra Mattei e Sturzo…</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>La sua domanda ha due elementi. Comincio dal secondo. Io ho lavorato all’ENI ma non l’ho mai detto a Sturzo, perché avevo dei rapporti con Sturzo. Sturzo è morto nel 1959, ho avuto rapporti con lui fra il ‘56 e il ‘59 perché appena laureato vinsi la borsa di studio Sturzo per gli Stati Uniti, per cui ho frequentato Sturzo e ho scritto per la rivista che dirigeva che si chiamava <em>Sociologia</em>. Secondo me ci sono due elementi che spiegano tutto questo. Il primo elemento è di tipo culturale. Sturzo era negli Stati Uniti – Alcide De Gasperi cercò di ritardare il suo ritorno perché rappresentava un’altra generazione – e tornò da lì molto liberista. Ovviamente, il liberismo è il contrario dell’impresa pubblica e Mattei è l’impresa pubblica, perché caldeggia e porta avanti la creazione dell’ENI, il salvataggio dell’AGIP e il futuro grande gruppo che ne nascerà. Il secondo elemento è che Sturzo rappresenta una corrente molto minoritaria della Democrazia Cristiana in quel momento. Il centro della Democrazia Cristiana è nelle mani di altre persone. Per la loro storia personale, Mattei e Sturzo si collocano proprio ai due poli opposti all’interno della Democrazia Cristiana, quindi questo spiega come ci sia una tensione molto forte fra i due. Però tenga conto che la voce di Sturzo è molto flebile perché Sturzo a quell’epoca lì non solo è anziano, ma anche piuttosto malandato fisicamente, viveva in una stanza in un convento delle canossiane e non credo si muovesse molto da lì. Stiamo parlando di due mondi molto diversi. La cosa singolare che le voglio sottolineare è che Mattei, che peraltro aveva per la politica generale un atteggiamento antiamericano in quanto contro le Sette sorelle, era però molto aperto alle tecniche innovative gestionali che in quel momento venivano dall’America perché era in America che si erano sviluppati il taylorismo e quello che si chiamerà <em>scientific management</em>; quindi l’ENI, in un certo senso, era un modello di azienda moderna organizzata secondo criteri e canoni da azienda americana, anche se l’aggettivo “americano” ha solo una connotazione territoriale. Quindi erano queste le differenze, che erano politiche, ma anche culturali e di età. Per quel riguarda il primo punto, Mattei aveva rapporti con tutti i partiti politici. Ricordo perfettamente che io e altre persone che lavoravano all’ENI – io dirigevo a un certo punto l’ufficio studi legislativi – preparavamo i discorsi per la discussione sul Bilancio di previsione dello Stato per la tabella del Ministero delle Partecipazioni statali per Parlamentari di quasi tutti i partiti politici.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>A proposito dei rapporti con l’Europa e l’estero: tante volte è stato detto che, di fatto, Mattei era il ministro degli esteri occulto. Qual era la libertà politico-economica di cui godeva l’ENI in campo internazionale?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Bisogna tener conto del fatto che in quel momento la politica nazionale è tutta filoatlantica e quindi filoamericana, secondo me giustamente visto che gli americani ci avevano aiutato sia dal punto di vista militare che economico, e che Mattei si muoveva in una posizione che era antiamericana e antiatlantica. Le Sette sorelle in quel momento erano un po’ come le Big Tech attuali. Fronteggiarle tutte quante insieme voleva dire chiaramente contrapporsi alla politica filoamericana. Però non era l’unica voce: non a caso, da un lato c’era la sinistra democristiana e dall’altro Gronchi. Chiaramente questi non sono la parte centrale della Democrazia Cristiana. Insomma, la Democrazia Cristiana ha avuto un elemento che era una debolezza nella sua forza (e anche un elemento di forza stessa), cioè che aveva dentro di sé uno schieramento così vasto di posizioni che c’era la possibilità di essere progressista e stare nella sinistra democristiana o essere un potente conservatore e far parte sempre dello stesso partito, dal lato della destra. La Democrazia Cristiana in questo aveva una sua attrattività. Non so se conosce gli studi di T. J. Pempel sulle <em>uncommon democracies</em>: in queste democrazie fuori dal comune, cioè quelle in cui governa lo stesso partito per decenni, le formazioni che sono al potere presentano, in qualche modo, tutta la gamma delle scelte che posso essere fatte. Non so quanto a quell’epoca si potesse dire che ci fosse una differenza fra un comunista, un socialista e uno della sinistra democristiana.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Si può dire quindi che le differenze nella Democrazia Cristiana fossero meno importanti di quelle fra la Democrazia Cristiana e gli altri partiti e che quindi ci fosse una compattezza nella diversità soprattutto in risposta a qualcun altro più che di conseguenza ai punti d’unione fra le correnti?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Sì, certo, perché poi c’erano le differenze di fondo come americani o sovietici, essere a favore del mercato o della nazionalizzazione, in Italia abbiamo fatto solo quella dell’Enel. Nelle memorie di Antonio Giolitti <em>Lettere a Marta</em> si può vedere bene il clima fra i comunisti e chi invece pensava fosse meglio restare vicini a Truman e alla Nato, visto che Giolitti inizia comunista e poi passa socialista.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em> </em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Lei arrivò all’ENI nel 1958, mentre nel 1957 venne approvata la legge sugli idrocarburi. In ambito legale, politico ed economico quale fu l’impatto che ebbe nei primi tempi?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><strong>Sabino Cassese: </strong>Innanzitutto, mi sembra di essere arrivato all’ENI prima perché in realtà mi venne data una borsa di studio per lavorare per un anno con Giorgio Fuà a un libro sull’impresa pubblica, poi venni assunto. Non ricordo un grande impatto della legge. È chiaro che una legge sulla disciplina degli idrocarburi liquidi e gassosi era necessaria perché fino a quel momento c’erano solamente le norme in materia mineraria. Un conto è cercare carbone e lignite, un conto idrocarburi liquidi e gassosi; quindi, quella legge era imposta da un progresso tecnologico e cioè dall’idea che il sottosuolo potesse fornire non solo lignite, carbone e sostanze simili, ma anche petrolio, gas e altri idrocarburi liquidi e questo richiedeva una tecnologia completamente diversa. In Italia si dava per scontato che non ci fosse nulla di tutto questo. Nel giorno in cui si scopre Cortemaggiore, viene fuori Gela – tenga presente che già dal periodo fascista c’era notizia di idrocarburi in Basilicata – e quindi c’erano Lombardia, Sicilia, Basilicata dove c’era qualcosa da fare, come si faceva con una legge che riguardava la disciplina di coltivazione di una miniera? Coltivare una miniera vuol dire mandare la gente lì a scavare, coltivare un giacimento di idrocarburi è completamente diverso: non si va giù a scavare, si fa venir su il petrolio.</h4>
</div>
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		<title>ENRICO  MATTEI   III°</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 02:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<div> 
<h4>Sei lezioni di Enrico Mattei</h4> 
<h4></h4> 
<h4 style="text-align: justify;"><em>Private empire. ExxonMobil and American Power</em> è la biografia che Steve Coll dedica alla multinazionale energetica americana in cui aveva svolto una carriera quarantennale Rex Tillerson, l’ingegnere</h4></div> <a href="https://lorizzonte.net/?p=30534">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div>
<h4>Sei lezioni di Enrico Mattei</h4>
<h4></h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Private empire. ExxonMobil and American Power</em> è la biografia che Steve Coll dedica alla multinazionale energetica americana in cui aveva svolto una carriera quarantennale Rex Tillerson, l’ingegnere e <em>boy scout</em> che Donald Trump ha nominato alla guida del Dipartimento di Stato.</h4>
</div>
<div>
<h4 style="text-align: justify;">La nomina di Tillerson a suo tempo ha sorpreso lo stesso Coll e ha creato all’ex CEO alcune difficoltà con la struttura istituzionale del Dipartimento di Stato (macchina organizzativa e geopolitica ben diversa da quella con cui aveva sempre avuto a che fare<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>). Soprattutto – ed è il punto che qui interessa – ha rilanciato il dibattito sul ruolo delle grandi imprese energetiche nelle dinamiche della politica estera, e più in generale della struttura istituzionale, dei principali Stati.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Negli ultimi decenni le grandi imprese energetiche hanno svolto il ruolo di amplificatori e sismografi della diplomazia statuale. Sono stati giganti industriali e giganti di politica estera, oltre che – fattore sempre sottovalutato – piattaforme tecnologiche e di infrastrutture<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>. Sono capaci quindi di mobilitare capitali e talenti con una strategia, oltre che forzati a costruire rapporti privilegiati con altri Stati, per la natura del proprio modello di business di esplorazione e produzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Negli ultimi quindici anni la geopolitica industriale ha visto l’ascesa dei giganti dell’economia digitale, quegli “imperi dell’informazione” fondati sul confuso culto dell’innovazione di cui dispongono in particolare gli Stati Uniti e la Cina. Sono attori geopolitici che esercitano diplomazie parallele, per esempio attraverso l’intensa attività lobbistica per evitare di ricevere sanzioni o multe <em>antitrust</em> (che negli Stati Uniti potrebbero portare a smembrare Amazon per la sua posizione dominante nell’<em>e-commerce </em>e nel <em>cloud</em>) o attraverso la contrattazione con gli Stati per l’acquisizione di proprietà intellettuali e per la secretazione degli spazi fisici attraverso cui esercitano la loro attività. Eppure anche in questo nuovo panorama la geopolitica degli “imperi” energetici non è il passato, ma continua a contare: vale per gli Stati Uniti così come per l’Italia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Per comprendere questo panorama ricordiamo qualche episodio dell’ultimo decennio della nostra storia. Nel 2009 l’ambasciata degli Stati Uniti a Roma riprendeva i giudizi di stampa sul fatto che «il presidente del Consiglio Berlusconi riconosca al presidente dell’ENI, Paolo Scaroni, un peso paragonabile a quello del suo ministro degli Esteri»<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. Da parte di numerosi membri della classe dirigente italiana è stata avanzata la possibilità di affidare direttamente la diplomazia italiana a Scaroni<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn4" name="_ftnref4">[4]</a>, anticipando la scelta di Tillerson negli Stati Uniti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nel 2014, in un intervento televisivo, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi affermò: «L’ENI è un pezzo fondamentale della nostra politica energetica, della nostra politica estera, della nostra politica di <em>intelligence</em>».</h4>
<h4 style="text-align: justify;">In diverse analisi della geopolitica interna italiana ENI viene indicato come un “potere stabile”, un potere che resta rispetto all’instabilità e alla volatilità della politica<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn5" name="_ftnref5">[5]</a>. Come in ENEL, in ENI si è realizzato un ricambio interno dell’amministratore delegato, proveniente da carriera interna. L’azienda ha affrontato, tra l’altro, alcune turbolenze di politica estera (il disastro libico, la distanza crescente degli Stati Uniti dalla Russia) e la questione strutturale del prezzo del petrolio, che ha cambiato il panorama degli investimenti. ENI ha quindi il valore di apparato che stabilisce la bussola dell’Italia, l’interesse nazionale. Vive un rapporto con il tempo diverso da quello degli altri attori. Come è stato possibile?</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Per comprenderlo bisogna tornare all’eroe del miracolo italiano: Enrico Mattei. Dovendo scrivere un giorno un libro su Enrico Mattei, si potrebbe fare il verso a Steve Coll e intitolarlo <em>Public empire</em>. La storia della nascita dell’ENI, nell’intreccio con la storia dell’Italia del secondo dopoguerra, potrebbe essere descritta come un “impero pubblico”. La missione di Enrico Mattei, infatti, aveva un’ambizione imperiale, ma non vi sono dubbi sulla sua natura pubblica, sulla sua vocazione pubblica. Anche per questo nella vicenda di questo gigante della storia italiana risiede un’importante idea di politica industriale. Tenendo presenti le principali ricostruzioni (dai discorsi di Enrico Mattei, pubblicati nel 2012 da Rizzoli<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn6" name="_ftnref6">[6]</a>, al bellissimo libro di un suo collaboratore, Giuseppe Accorinti<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn7" name="_ftnref7">[7]</a>), cercheremo di sintetizzarla in alcune lezioni di fondo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Prima lezione: la politica industriale è politica. Enrico Mattei era un politico, tesoriere della Resistenza democristiana. Era stato operaio e uomo d’azienda, ma le esigenze dell’Italia del suo tempo gli imposero di fare politica. Un politico nazionale. Anche per questo non vedeva l’industria separata dalle esigenze sociali dell’Italia della ricostruzione. L’Italia era per lui una fede e un’ossessione. In questo senso era un nazionalista, non solo un patriota. Lo animava il senso di ingiustizia della classe dirigente del dopoguerra nella rappresentanza politica e nei corpi sociali. Non poteva sopportare che l’Italia fosse condannata per via destinale alla miseria. Una grande visione politica aveva il compito di spezzare quelle catene e doveva realizzarlo con determinazione. I suoi critici, spesso in malafede o privi di un concetto di interesse nazionale, non potevano sopportarlo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Seconda lezione: la politica industriale è politica estera. La politica industriale non si muove mai in un vuoto, ma nello spazio in cui si trova uno Stato, determinato dalle principali potenze mondiali, dalla sua collocazione geografica e dalle turbolenze dei suoi confini. Il nazionalismo di Mattei era “internazionalista”, perché sempre consapevole di questo scenario internazionale, in quanto la potenza dell’Italia era determinata dalla sua capacità di tessere rapporti e di contare nei suoi spazi di elezione, il Mediterraneo allargato e l’Africa. Mattei aveva ben chiaro questo punto, infatti nella penetrazione africana di ENI la sua lezione è stata spesso evocata. Ed era un aspetto che voleva rivendicare in un assetto politico azzoppato dai fallimenti della profondità geopolitica del fascismo (secondo la tara che ha concorso a impedirci di pensare in termini di interesse nazionale). Come ha mostrato Leonardo Maugeri, il contrasto di Mattei con gli Stati Uniti è stato in certo modo esagerato e non bisogna mitizzare troppo la sua figura di battitore libero contro la scelta atlantica né credere che fosse in grado, da solo, di cambiare gli equilibri mondiali. Diversa la questione del dissidio con la Francia, alimentato anche dall’attivo supporto anticoloniale di Mattei. Siccome la politica industriale è politica estera, la competizione tra Italia e Francia ha radici e ragioni geopolitiche profonde. L’ambizione e l’eredità di Mattei nella politica estera continua a essere feconda, anche dal punto di vista simbolico. Si pensi che nel 2016, ricevendo il presidente iraniano Hassan Rohani, l’allora Ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni, ha ripreso le parole di Mattei: «quando cominciammo le nostre attività in Iran, eravamo sognatori».</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Terza lezione: la politica industriale è fatta di persone. La vera questione del potere sta nel suo mantenimento, nella sua capacità di resistere agli schiaffi del tempo. Ogni idea di potere verticale o di<em> leadership</em>, senza questa considerazione del tempo, è inutile, dannosa e stupida. La fondamentale caratteristica di un grande uomo di potere, di un capo quale era Enrico Mattei (“il Principale”, nella testimonianza di Accorinti), sta quindi nella creazione di istituzioni, di luoghi che riescono a sopravvivere alla fine di chi esercita il comando. Spazi che siano in grado di attirare persone di qualità, di formarle, di renderle ambasciatrici della visione di politica e di politica estera che abbiamo ricordato. Persone che hanno competenze spesso eccezionali. Mattei amava l’<em>understatement</em> sulle sue capacità intellettuali, rivendicando la sua formazione di operaio e uomo d’azione, e si affidava a uomini di pensiero con cui fu in grado di costruire sodalizi che hanno avuto un ruolo essenziale nella storia di ENI: Ezio Vanoni, anzitutto, ma anche Marcello Boldrini, Giorgio Fuà, Giorgio Ruffolo e molti altri. Ma su tutto questo aleggia una domanda che non abbiamo spesso il coraggio di porci: le persone che costituiscono un’impresa sono solo gli “eccellenti”? La risposta è no. Esiste anche un altro mondo, e Mattei non lo dimenticò mai. Tutti vogliamo essere i migliori. Tutti pensiamo di “meritare”. Eppure vi sono nella storia di un Paese, nella storia delle grandi imprese, persone che non hanno competenze eccezionali, ma devono comunque sentirsi importanti, perché lo sono. Un gigante industriale non deve parlare solo a un nucleo di “eccellenti”. Certo, in questa epoca dell’automazione si restringe la possibilità, anche per le grandi imprese, di esercitare un ruolo sociale che non sia solo quello della cooptazione di competenze eccellenti. Nessuno potrebbe andare oggi a Gela a fare i discorsi di Enrico Mattei. Rimane la domanda sulla capacità di tenuta della democrazia con la perdita di questo pilastro, e pertanto anche questa parte dell’esperienza di Mattei deve continuare a interrogarci.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quarta lezione: la politica industriale è formazione. All’importanza delle persone si lega naturalmente un’idea di formazione a tutto campo, capace di coinvolgere tutte le figure dell’azienda e di adeguarsi al tempo. Allo scenario internazionale, attraverso studi e ricerche in grado di appassionare e di costruire comunità epistemiche non limitate alla custodia del seminato energetico. Come ha ricordato Marcello Colitti in un felice passaggio: «l’Ufficio Studi dell’ENI era diretto da Giorgio Fuà che ci educava, dispiegando fino all’assurdo la sua capacità di spaccare il capello in quattro, ricomporlo e riaprirlo in sedici. O, come lui stesso diceva con la sua autoironia, di “fare la punta allo stronzo”. Ripetendo la stessa cosa in cento modi diversi, cercava di appassionare noi giovanotti attoniti ai suoi dubbi sui fondamenti dell’economia oppure, se la discussione ne dava l’opportunità, della linguistica comparata o della morale individuale»<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn8" name="_ftnref8">[8]</a>. Nella formazione, si intersecano le altre caratteristiche che abbiamo ricordato, a partire dalla vocazione internazionale. La Scuola Mattei (inizialmente fondata da Mattei nel 1957 col nome di Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi) ha risposto a queste caratteristiche, formando secondo i dati dell’azienda oltre 2.800 laureati, di cui il 57% proveniente da 110 Paesi del mondo (il 20% dall’Africa e il 19% dal Sud America).</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quinta lezione: la politica industriale è organizzazione. Anche per la politica industriale vale il detto di un altro Enrico della storia del dopoguerra, Enrico Cuccia, secondo cui non deve essere mai trascurato il fondamentale dovere di evitare improvvisazioni. La storia di un’azienda non si regge solo sul genio e sull’intuizione dei fondatori e dei capi, altrimenti finisce per poggiare su un fragoroso niente, esattamente come accade per la politica e per le altre attività umane. Nella storia del capitalismo italiano, uno degli elementi più critici sta nell’assenza di una cultura organizzativa. Non mettere al centro l’organizzazione di impresa significa evitare di costruire quei meccanismi che consentono crescita dimensionale e passaggi generazionali e che, quindi, rappresentano la “cura” rispetto alla caducità. L’interesse di Mattei per l’organizzazione ha invece costituito il retroterra che ha consentito a ENI di rinnovarsi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Sesta lezione: la politica industriale è politica scientifica. Mattei comprese che tra le necessità e potenzialità dell’Italia vi era quella di diventare una potenza scientifica. Intuì la vivacità della scienza italiana, che avrebbe dato frutto in numerosi settori negli anni Cinquanta. Si pensi alla qualità della ricerca nucleare italiana, che per Mattei, così come per Felice Ippolito, doveva saldare ricerca scientifica e autonomia energetica<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftn9" name="_ftnref9">[9]</a>. Purtroppo l’Italia proprio negli anni Sessanta mancò una prova storica di maturità, perdendo una serie di occasioni fondamentali in numerosi settori scientifici, non riuscendo più a porre la scienza in cima alle priorità del Paese e a saldare il legame tra formazione, ricerca e industria. Ma quella campana continua a suonare anche per noi e a determinare potenzialità e rischi, nella quarta rivoluzione industriale e nella robotica, nelle prospettive della difesa europea e nelle scienze della vita.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Queste lezioni di Enrico Mattei non appartengono al passato ma alla religione civile e all’interesse nazionale del nostro Paese. Per questo, sono eloquenti in ogni tempo e costituiscono ancora oggi un perfetto manuale di politica industriale, che merita di essere sviluppato.</h4>
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<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> Su questo, cfr. Tobin Harshaw, <a href="https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2017-07-01/the-humbling-of-rex-tillerson" target="_blank" rel="noopener"><em>The Humbling of Rex Tillerson</em></a>, «Bloomberg», 1 luglio 2017.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Il rilievo delle infrastrutture per le potenze globali, chiaramente centrale nella geopolitica dell’energia, è ben delineato in Giuseppe Surdi, <a href="http://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/Il_metro_delle_ambizioni_delle_potenze_globali.html" target="_blank" rel="noopener"><em>Il metro delle ambizioni delle potenze globali</em></a>, «Treccani», 1 giugno 2017.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> Mimmo Franzinelli e Alessandro Giacone, <a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/la-provincia-e-limpero/" target="_blank" rel="noopener"><em>La Provincia e l’Impero</em></a>, Feltrinelli, Milano 2011, p. 285.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref4" name="_ftn4">[4]</a> Cfr. Cesare Geronzi, <a href="https://www.feltrinellieditore.it/opera/opera/confiteor-1/" target="_blank" rel="noopener"><em>Confiteor. Potere, banche e affari</em></a>, intervista a cura di Massimo Mucchetti, Feltrinelli, Milano 2012.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref5" name="_ftn5">[5]</a> Cfr. Alessandro Aresu, <a href="https://www.limesonline.com/cartaceo/fenomenologia-del-renzocentrismo" target="_blank" rel="noopener"><em>Fenomenologia del renzocentrismo</em></a>, «Limes», 3, 2016.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref6" name="_ftn6">[6]</a> Cfr. Enrico Mattei, <em>Scritti e discorsi 1945-1962</em>, Rizzoli, Milano 2012.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref7" name="_ftn7">[7]</a> Cfr. Giuseppe Accorinti, <em><a href="https://hacca.it/prodotto/quando-mattei-era-limpresa-energetica-io-cero/" target="_blank" rel="noopener">Quando Mattei era l’impresa energetica – io c’ero –</a>,</em> HALLEY Editrice / HACCA, Matelica 2006.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref8" name="_ftn8">[8]</a> Marcello Colitti, <a href="https://www.egeaeditore.it/ita/prodotti/management/ENI.aspx" target="_blank" rel="noopener"><em>ENI. Cronache dall’interno di un’azienda</em></a>, EGEA, Milano 2008.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/sei-lezioni-di-enrico-mattei/?fbclid=IwY2xjawRfoZhleHRuA2FlbQIxMABicmlkETBHVkZsaWVta0NVcVR2OVBYc3J0YwZhcHBfaWQQMjIyMDM5MTc4ODIwMDg5MgABHtmAczuxQqZ_doe4z-iB4Xrx7hvTludFxsBl6tkRzI7_9BraDpby8EG-IT-n_aem_7Y79XqQwta5k4x-xbE_24Q#_ftnref9" name="_ftn9">[9]</a> Si vedano le riflessioni di Umberto Minopoli, <a href="https://www.ilfoglio.it/tecnologia/2015/12/13/news/what-went-wrong-perche-litalia-non-divento-una-potenza-tecnologica-90545/" target="_blank" rel="noopener"><em>What went wrong? Perché l’Italia non diventò una potenza tecnologica</em></a>, «Il Foglio», 13 dicembre 2015.</h4>
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		<title>ENRICO  MATTEI   II°</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 02:44:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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<h4>Il miracolo italiano: l’ultimo discorso di Enrico Mattei</h4> 
&#160; 
<h4 style="text-align: justify;"><em>La ricchezza della Sicilia” è l’ultimo discorso di Enrico Mattei, tenuto a Gagliano Castelferrato (Enna) il 27 ottobre 1962, poche ora prima di</em></h4></div> <a href="https://lorizzonte.net/?p=30532">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4>Il miracolo italiano: l’ultimo discorso di Enrico Mattei</h4>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;"><em>La ricchezza della Sicilia” è l’ultimo discorso di Enrico Mattei, tenuto a Gagliano Castelferrato (Enna) il 27 ottobre 1962, poche ora prima di morire nel disastro aereo di Bascapè. Enrico Mattei è stato antifascista, abilissimo comunicatore, capitano d’impresa dalle doti di prima grandezza che si dimostrò in grado di intuire straordinarie potenzialità di un settore che nell’opinione prevalente era destinato ad una rapida fine e che riuscì a dotare l’Italia di un’azienda forte, che sotto la sua energica guida venne messa nelle condizioni di trattare alla pari con i grandi del mondo, costruendo al contempo rapporti inediti con gli stati emergenti del terzo mondo. <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/enrico-mattei-rinascita-industriale/">A questo link un suo profilo biografico</a>.</em></h4>
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<hr />
<h4 style="text-align: justify;">Prima di tutto desidero ringraziarvi di questa calda accoglienza che abbiamo ricevuto, qui, nel vostro paese. Oggi si affacciano alla mia memoria quegli anni che possiamo considerare lontani, dell’immediato dopoguerra, quando nessuno credeva alle reali possibilità del nostro sottosuolo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Noi cominciammo una lotta dura, fra l’ostilità di coloro che non credevano a queste possibilità del nostro paese, poi giungemmo alle scoperte della valle padana che hanno rivoluzionato, come diceva poco prima il vostro onorevole Lo Giudice, la valle padana e l’Alta Italia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quando chiedemmo di venire in Sicilia, trovammo che non eravamo di moda: allora erano in un momento favorevole tutte le compagnie petrolifere straniere. Io debbo ringraziare la regione siciliana di averci dato tutto quello che in pratica era rimasto, che gli altri non avevano scelto. Volevamo dimostrare anche alla Sicilia quello che potevano veramente fare gli italiani, gli italiani che si rendevano conto di quello che poteva significare questo tipo di progresso per la Sicilia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Vennero i nostri primi geologi e gli scienziati, le prime squadre cominciarono il lavoro, svolto tra l’incredulità ed una certa ostilità. Arrivammo al rinvenimento del petrolio di Gela: a Gela oggi sta sorgendo un enorme complesso.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il vostro presidente, ieri, ci ha onorato di una visita e si è reso conto di che cosa si può fare in Sicilia. Il nostro ringraziamento va a tutti i nostri scienziati, ai nostri operai, ai nostri tecnici, a tutti coloro che giornalmente si impegnano nella dura fatica di trovare nelle viscere della vostra terra le ricchezze che vi sono nascoste. Avete visto con quanto impegno ci siamo messi in questa impresa: momenti di attesa, di speranza, di lavoro duro, di polemiche ideologiche contro di noi. Siamo arrivati a scoprire il metano anche a Gagliano: di questo ringraziamo il Signore Iddio, perché gli uomini possono stabilire con i loro mezzi se ci sono le condizioni favorevoli, ma è solo l’aiuto divino che può far arrivare gli uomini a dei successi. Le risorse e le riserve che sono state messe alla luce sono importanti, però probabilmente lo saranno ancora di più perché prosegue il lavoro di ricerca dei nostri tecnici.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Noi siamo convinti che la vostra terra conserva ancora beni nascosti, perciò noi siamo impegnati con tutti i nostri uomini. Dovete ringraziare veramente il vostro presidente per quello che ha fatto per questo paese, per questa provincia povera. Amici miei, anche io vengo da una provincia povera, da un paese povero come il vostro. Pure oggi c’è qua della nostra gente – io sono marchigiano, quelli sono paesi poverissimi – che viene a lavorare in Sicilia: perché prima di qui, in alta Italia e nel Centro Italia, abbiamo fatto ricerche minerarie come queste, e quindi abbiamo creato le scuole, abbiamo creato gli uomini che operano in Sicilia e pensiamo di mandare anche siciliani in altre zone d’Italia. Poi, con le riserve che sono state accertate, una grande ricchezza è a disposizione della Sicilia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Amici miei, noi non vi porteremo via niente. Tutto quello che è stato trovato – che abbiamo trovato – è della Sicilia, e il nostro sforzo è stato fatto per la Sicilia e per voi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Giustamente il vostro presidente diceva che noi non abbiamo nessun profitto personale. È vero: noi lavoriamo per convinzione. Con la convinzione che il nostro paese, e la Sicilia, e la vostra provincia possano andare verso un maggior benessere; che ci possa essere lavoro per tutti; e si possa andare verso una maggiore dignità personale e una maggiore libertà. Amici miei, io vi dico solo questo: noi ci sentiamo impegnati con voi per quanto c’è da fare in questa terra. Noi non portiamo via il metano; il metano rimane in Sicilia, rimane per le industrie, per tutte le iniziative, per tutto quello che la Sicilia dovrà esprimere.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Dalla piazza una voce anonima interrompe: «Così si può levare questa miseria di Gagliano».</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Amico mio, io non so come lei si chiami, ma anch’io ero un povero come lei; e anch’io ho dovuto emigrare perché il mio paese non mi dava lavoro; sono andato al Nord, e adesso dal Nord stiamo tornando al Sud con tutta l’esperienza acquistata. Noi ci impegniamo con le nostre forze, con le nostre conoscenze, con i nostri uomini, a dare tutto il nostro contributo necessario per lo sviluppo e l’industrializzazione della Sicilia e della vostra provincia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Io vi devo chiedere, come ho già chiesto al sindaco, scusa di non essere venuto prima. Ma sono gli impegni che abbiamo in tutto il mondo: ci sono 50.000 persone che oggi operano in questo gruppo; e su 50.000 persone ci sono 1.600 ingegneri, 3.000 periti industriali e geometri, 2.000 dottori in chimica e in economia, 300 geologi, decine di migliaia di specialisti che si muovono in tutto il mondo. E tutto questo porta lavoro, porta responsabilità, porta un grande impegno; ma io conoscevo esattamente la situazione di Gagliano, delle sue riserve, di questo lavoro, delle possibilità che esistono per l’avvenire. Le abbiamo seguite giorno per giorno, con ansia, e qualche volta, molte volte, ne eravamo felici. Ora su questo si deve innestare un successivo lavoro, si devono innestare industrie che dovranno portare in questa zona benessere e ricchezza. Noi ci impegniamo insieme con voi, con tutti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Potete contare sulla nostra opera, come avete potuto contare su tutto quanto abbiamo compiuto fino ad oggi senza che ci fosse stato richiesto. L’abbiamo compiuto perché sapevamo, se arrivava il successo, di poter raggiungere dei risultati che cambiano la fisionomia della vostra regione. E noi andremo avanti in questo, seguiteremo il nostro lavoro di ricerca perché più risorse vengano reperite, queste risorse sono tesori.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">I tesori non sono i quintali di monete d’oro, ma le risorse che possono essere messe a disposizione del lavoro umano.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Amici, desidero ancora ringraziarvi per queste vostre accoglienze che io sapevo mi avreste fatto, ma non così calorose come invece ho trovato, perché so che vi rendete conto dello sforzo che abbiamo compiuto e di ciò che vi portiamo, e quindi fra di noi non poteva esserci che simpatia e fiducia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Sapevo che un giorno sarei venuto in mezzo a voi, che voi mi avreste guardato con simpatia e con affetto. Abbiamo discusso, con i vostri rappresentanti, dei vostri problemi, molti dei quali non sono che problemini. Non assorbiremo settanta persone, ma tutti coloro che potrete darmi, tutti, e sarà necessario che tornino molti di quelli che sono andati all’estero perché a Gagliano avremo bisogno anche di loro. Noi non vi porremo dei limiti. Noi vogliamo solo stabilire una collaborazione che duri sempre. C’è una scuola di qualificazione da fare? Mi darete il vostro contributo, indicandomi i corsi che dovranno essere istituiti. Sono piccoli problemi: l’importante è questa enorme massa di risorse che da oggi è messa a disposizione della Sicilia, e sulla quale si potrà e si dovrà costruire, se ci sarà l’impegno di tutti.</h4>
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		<title>ENRICO MATTEI</title>
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		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 02:29:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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<h4>“Non voglio essere ricco in un Paese povero”: Enrico Mattei e la rinascita industriale italiana</h4> 
<h4></h4> 
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<h5 style="text-align: justify;">«Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che</h5></div></div> <a href="https://lorizzonte.net/?p=30530">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4>“Non voglio essere ricco in un Paese povero”: Enrico Mattei e la rinascita industriale italiana</h4>
<h4></h4>
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<h5 style="text-align: justify;">«Noi italiani dobbiamo toglierci di dosso questo complesso di inferiorità che ci avevano insegnato, che gli italiani sono bravi letterati, bravi poeti, bravi cantanti, bravi suonatori di chitarra, brava gente, ma non hanno le capacità della grande organizzazione industriale. Ricordatevi, amici di altri Paesi: sono cose che hanno fatto credere a noi e che ora insegnano anche a voi. Tutto ciò è falso e noi ne siamo un esempio. Dovete avere fiducia in voi stessi, nelle vostre possibilità, nel vostro domani; dovete formarvelo da soli questo domani».</h5>
</blockquote>
<h4 style="text-align: justify;">Il senso di orgoglio e di riscatto che traspaiono da questa frase, di un’identità che si afferma attraverso l’emancipazione da un passato di povertà – proprio e altrui -, l’idea che questa condizione di povertà non sia un destino ma possa essere mutata attraverso il lavoro e l’ingegno: queste convinzioni attraversarono l’intera esistenza di Enrico Mattei, simbolo della rinascita postbellica italiana e protagonista della cultura industriale repubblicana.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Antifascista bianco, abilissimo comunicatore, capitano d’impresa dalle doti di prima grandezza, si dimostrò in grado di intuire straordinarie potenzialità di un settore che nell’opinione prevalente era destinato ad un rapida fine. Mattei riuscì a dotare l’Italia di un’azienda forte, che sotto la sua energica guida venne messa nelle condizioni di trattare alla pari con i grandi del mondo, costruendo al contempo rapporti inediti con gli stati emergenti del terzo mondo, della cui indipendenza fu sempre strenuo difensore.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Enrico Mattei nacque il 29 aprile 1906 ad Acqualagna, in provincia di Pesaro-Urbino, da Angela Galvani e Antonio Mattei, sottufficiale dei Carabinieri originario di Civitella Roveto (L’Aquila). Conseguita la licenza elementare a Casalbordino, dove alloggiò presso la nonna materna Ester, Mattei entrò nella Regia Scuola Tecnica di Vasto e poi in quella Superiore dell’Aquila per ottenere il diploma, conseguendo però risultati scolastici deludenti. Data la scarsa propensione agli studi il padre Antonio lo fece assumere in qualità di apprendista in una fabbrica di letti metallici a Matelica (Macerata), dove la famiglia si era trasferita nel 1919: qui Enrico entrò per la prima volta in contatto con il settore dei prodotti chimici.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">L’impiego presto si rivelò duro e mal stipendiato, portando così Mattei a farsi assumere come fattorino presso la conceria Fiore, la più importante fabbrica di Matelica. Qui instaurò un forte rapporto di amicizia con gli operai, da cui apprese i segreti delle operazioni chimiche della conceria, scalando rapidamente posizioni all’interno della fabbrica fino a diventare direttore tecnico nel 1926. L’anno seguente Mattei fu costretto a lasciare per sei mesi Matelica per prestare servizio militare nei Granatieri di Sardegna; al suo ritorno, date le difficoltà economiche in cui versava la conceria, decise di lasciare Matelica alla volta di Milano, dove si trasferì nel 1929.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Le conoscenze acquisite a Matelica negli anni in conceria, soprattutto riguardo alle innovazioni che in quel periodo avevano investito l’industria, fornirono a Mattei, assieme alle referenze del precedente datore di lavoro, un ottimo curriculum. Egli esordì a Milano dapprima come venditore per la Max Mayer, ditta di colori a smalto e solventi per conceria, ottenendo dopo un anno la rappresentanza italiana per la Löwenthal, un’impresa tedesca di prodotti e servizi per la medesima industria.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Parallelamente al lavoro di rappresentante, Mattei portò avanti il progetto di avviare una propria impresa, servendosi dell’esperienza maturata a Matelica e durante il soggiorno milanese. Assieme al fratello Umberto, giunto nel capoluogo lombardo nel 1930, Mattei inaugurò nell’estate dell’anno successivo una sua prima fabbrica con solo due operai, un macchinario usato e un piccolo laboratorio di emulsioni. Il tentativo di creare in Italia un nuovo mercato per quei prodotti tedeschi introvabili nel Paese ma di facile produzione riscosse un grande successo, e abbandonato il lavoro presso la Lowenthal Mattei fondò nel 1935 <em>l’Industria chimica lombarda grassi e saponi</em>, produttrice di vernici per concerie e composti sulfonati.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Sposatosi a Vienna nel 1936 con la ballerina Margherita Paulas, Mattei in quell’anno si trasferì assieme alla moglie e alla famiglia in un palazzetto nobiliare a Milano. Nello stesso stabile viveva <a href="http://www.treccani.it/enciclopedia/marcello-boldrini_(Dizionario-Biografico)/">Marcello Boldrini</a>, professore universitario di statistica e in passato vicino di casa a Matelica dello stesso Mattei, che introdusse quest’ultimo negli ambienti del cattolicesimo progressista lombardo. Questi furono per Mattei anni di profonda maturazione politica e intellettuale, sapientemente guidata dal conterraneo Boldrini e stimolata da personalità come Amintore Fanfani, Giorgio La Pira e Giuseppe Dossetti, protagonisti della Resistenza democratico-cristiana e del rinascimento politico-culturale che di lì a poco avrebbe infuso nuova linfa a un’Italia prostrata dalla guerra.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nel corso del 1943 Mattei, pur di non collaborare allo sforzo bellico tedesco, fermò quasi del tutto l’attività della propria impresa, simulando comunque la prosecuzione del lavoro per evitare la deportazione degli operai. Dopo l’armistizio tentò di organizzare a Matelica una rete di resistenza, raccogliendo armi, vettovaglie e medicine che, con grande difficoltà, vennero nascoste a casa sua. Suscitata l’attenzione delle SS per le sue attività clandestine, Mattei nel 1944 fece rientro a Milano, dove venne nominato membro del Comitato di Liberazione per l’Alta Italia e successivamente inquadrato nel comando militare del CLN in quota democristiana col nome di battaglia “Monti”, incaricato della raccolta e consegna alle formazioni partigiane di armi, viveri, denaro e documenti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il 26 ottobre 1944 la polizia repubblichina fece irruzione nell’ufficio milanese in cui si riunivano i rappresentanti democristiani, arrestando tra gli altri anche Mattei. Detenuto a Como per più di un mese, questi riuscì a fuggire il 3 dicembre dopo aver causato un’interruzione di energia elettrica nel carcere, riparando in Svizzera. Tornato a Milano, poco dopo Mattei venne nominato vicecapo di stato maggiore addetto all’intendenza, distinguendosi per l’incessante opera di reclutamento di volontari (più di quarantamila al 25 aprile 1945) e per l’organizzazione delle Brigate del Popolo, formazioni partigiane di orientamento cattolico. L’abile attività di intermediazione tra le rappresentanze politiche del CLN valse a Mattei l’onore di sfilare il 5 maggio 1945 a Milano in testa al corteo della Liberazione accanto agli altri capi della resistenza, tra cui Ferruccio Parri e Luigi Longo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Da liquidatore a salvatore: Mattei e la nuova AGIP</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Appena tre giorni dopo la Liberazione, il 28 aprile 1945, Mattei venne nominato da Cesare Merzagora, presidente della commissione centrale economica del CLNAI, commissario straordinario per la liquidazione dell’Azienda Generale Italiana Petroli (AGIP). Quest’ultima, fondata nel 1926 da parte del governo fascista (nonostante i vertici non fossero funzionari pubblici), aveva condotto per tutti gli anni Trenta, di concerto con l’americana Western Geophysical, campagne di ricerca sismica nella Valle Padana, riscontrando la presenza di formazioni geologiche potenzialmente petrolifere. Negli ultimi anni di guerra i lavori proseguirono sotto l’egida del nuovo centro direttivo di Milano, guidato da Carlo Zanmatti che durante la conduzione di perforazioni a Caviaga, vicino Lodi, scoprì un nuovo giacimento di metano, immediatamente richiuso per timore che cadesse nelle mani dei tedeschi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Al momento della nomina di Mattei molto probabilmente Zanmatti comunicò a questi i risultati sulle perforazioni nel lodigiano, ottimisti quanto incerti, confermati allo stesso Mattei nel luglio 1945 dal servizio studi di Lodi, convinto che la scoperta di Caviaga non fosse un caso isolato e che quindi fosse della massima urgenza riprendere l’esplorazione. La decisione di Mattei di scavalcare la volontà del CDA fresco di nomina dell’AGIP e ordinare nuove trivellazioni da un lato rivelava le intuizioni riguardo alle potenzialità dell’azienda che era chiamato a liquidare, dall’altro scatenò polemiche e contrasti tra chi riteneva necessario mantenere in mano italiana la possibilità di beneficiare di eventuali sviluppi fruttiferi nel settore degli idrocarburi, e chi vedeva nelle società statali le vestigia del precedente regime  o temeva una reazione da parte degli Alleati.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Riguardo a quest’ultimo punto i sospetti di Mattei sulle insistenze per la liquidazione dell’AGIP furono confermati dalla generosa offerta, di 250 milioni, proveniente dagli Stati Uniti per l’acquisizione delle strutture dell’azienda, nonché dall’improvviso aumento di tecnici stranieri nel lodigiano e dal contestuale rilascio di permessi per esplorazioni e ricerche. Le relazioni di Zanmatti e dei geologi spinsero Mattei a rintuzzare ogni velleità liquidatoria e le pressanti richieste di Giovanni Gronchi, Ministro dell’Industria dal 1944 al 1946, di una relazione sullo stato dell’azienda, fortemente voluta dal Ministro del Tesoro Marcello Soleri. Alla fine la situazione di incertezza si risolse nell’ottobre 1945, quando Mattei, cooptato nel consiglio d’amministrazione, venne nominato vicepresidente con l’incarico di continuare l’esplorazione mineraria.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nel maggio 1946 Mattei, in seguito ad alcune illazioni riguardanti sue presunte simpatie social-comuniste diffuse dagli Stati Uniti e accolte dal governo, si dimise da vicepresidente, rimanendo comunque nel consiglio d’amministrazione in qualità di consigliere. Ma il 20 giugno di quell’anno, un mese dopo la sua elezione a deputato per la DC nella I Legislatura, Mattei fu nominato nuovamente vicepresidente, mentre la presidenza venne ricoperta da Marcello Boldrini. Le nuove nomine non placarono i contrasti, che anzi si acuirono: agli intenti quasi unanimemente liquidatori e privatizzatori della politica si unirono le minacce di alcune aziende, come l’Ente Nazionale Metano, intimorite dalle perdite di profitti che un’AGIP rivitalizzata avrebbe potuto infligger loro. A tutto questo faceva da cornice l’azione degli Stati Uniti, che attraverso il Comitato italiano petroli, creato alla fine della guerra, e la collusione con le imprese italiane e straniere, miravano a eliminare Mattei e monopolizzare il mercato petrolifero del Paese.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nonostante questo la nuova AGIP di Mattei riuscì a ribaltare completamente i pronostici negativi sul suo conto: la scoperta nel 1948 a Ripalta nel cremasco di un giacimento di gas naturale fu solo il primo di una serie di numerosi successi susseguitisi nella piana del Po fino al 1953. L’ovvia conseguenza di queste scoperte, e cioè la necessità di organizzare l’approvvigionamento di metano in grandi quantità e approntare quindi le relative infrastrutture, impose all’azienda e ai suoi vertici di escogitare strategie innovative quanto spregiudicate, necessarie per aggirare gli ostacoli tecnico-giuridici e le resistenze dei vari attori istituzionali.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/04/Mattei-Agip-3.jpg"><img class="aligncenter" alt="Enrico Mattei" src="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/04/Mattei-Agip-3.jpg" width="576" height="432" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">A tal proposito il cosiddetto “metodo Mattei” è la cifra esemplare di questa spregiudicatezza. Lo scopo di questa strategia era di mettere di fronte al fatto compiuto l’amministrazione pubblica, minimizzando così le difficoltà e i contraccolpi inevitabilmente generati da un modo di procedere più ortodosso ma maggiormente farraginoso.  Ad esempio per la realizzazione di metanodotti, che avrebbero richiesto una trafila infinita di autorizzazioni e permessi per scavi e servitù di passaggio, la nuova dirigenza si serviva delle “pattuglie volanti”. Queste, composte da centinaia di uomini armati di pala e piccone, avanzavano nottetempo fino ai margini della città: ufficialmente la loro presenza era giustificata dalla necessità di scavare una piccola traccia per verificare l’idoneità del terreno, ma nella realtà dei fatti venivano scavate le trincee, posati i tubi e terminati i cantieri prima che qualcuno se ne accorgesse. In tal modo un gran numero di sindaci si ritrovarono da un giorno all’altro con nuove installazioni entro i confini delle loro giurisdizioni, mentre altri, scoperto a metà opera il cantiere abusivo, furono costretti ad avallare il tutto pur di non ritrovarsi con il comune sventrato e bloccato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Alla chiusura del Comitato italiano petroli l’AGIP rimase l’unica azienda a occuparsi per conto dello Stato della raffinazione/distribuzione del petrolio e delle attività di ricerca mineraria. A ostacolare il pieno sfruttamento da parte dell’azienda della propria attività di esplorazione vi era però il sistema di concessioni vigente al tempo, che accordava di fatto una preferenza ad aziende private straniere (l’AGIP, essendo considerata privata, non poteva giovarsi della proprietà pubblica) nell’assegnare il diritto di estrazione e vendita del prodotto. Il piano di Mattei era quindi quello di unire le attività di ricerca con quelle di distribuzione del prodotto, ottenendo parallelamente dallo Stato una corsia preferenziale rispetto ai privati.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/04/36766205_1984517884900456_1647716464548904960_n.png"><img class="aligncenter" alt="Enrico Mattei" src="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/04/36766205_1984517884900456_1647716464548904960_n.png" width="450" height="300" /></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Per forzare la mano delle istituzioni, ancora reticenti all’idea di concentrare tanto potere nelle mani di una sola azienda, Mattei giocò l’ultimo asso nella manica. Nella notte del 19 marzo 1949 infatti, durante i lavori di estrazione del metano a Cortemaggiore presso Piacenza, venne rinvenuto un petrolio molto “leggero” e di grande qualità. La scoperta di un giacimento petrolifero (benché di modestissime dimensioni, appena 100 tonnellate giornaliere) in un Paese come l’Italia, da sempre privo di fonti d’energia e quindi costantemente in ritardo rispetto agli altri paesi, destò al tempo grande attenzione. Mattei fu abilissimo nel volgere a suo vantaggio l’enorme eco mediatica e l’ondata di orgoglio nazionale scaturita dalla scoperta, barattando con l’allora governo De Gasperi la grande iniezione di fiducia di cui quest’ultimo aveva beneficiato con quello che sarebbe diventata di lì a poco l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI).</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il “grande compratore”: ENI e la competizione internazionale</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Con la legge 135 del 10 febbraio 1953 l’Agip venne posta sotto la proprietà del neonato Ente Nazionale Idrocarburi, pubblico ma autonomo rispetto alla pubblica amministrazione, finanziato dalle rendite metanifere e responsabile della gestione di tutte le attività petrolifere e petrolchimiche dello Stato. La questione del finanziamento dell’ente si intrecciava con il tema delle risorse destinate al mondo politico, che egli distribuiva copiosamente. Lo stesso patron dell’ENI affermò di utilizzare i partiti come dei taxi, “pagando la corsa” per i servizi resi all’ente, inclusa probabilmente anche la stessa approvazione in Parlamento del progetto ENI, quasi a “misura di Mattei”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">L’immagine di un Mattei disposto a tutto emergeva anche dal carattere quasi sacro che attribuiva al proprio ruolo di capo di una società pubblica, la cui missione passava attraverso una capillare opera di autolegittimazione agli occhi dell’opinione pubblica e degli attori internazionali. Attraverso <em>Il Giorno</em>, quotidiano alle dipendenze ENI fondato nel 1956, proprie agenzie di stampa e una struttura “diplomatica” diffusa a livello mondiale, con compiti anche informativi e di intelligence, Mattei riuscì nel duplice intento  di garantirsi il sostegno di un intero Paese e di accreditarsi come soggetto autorevole nel campo energetico, monopolizzato allora dal cartello delle “Sette Sorelle”, che tramite l’esclusiva sulla raffinazione del petrolio impedivano de facto lo sviluppo di industrie nazionali in quel campo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La scelta di gettarsi nella competizione petrolifera internazionale fu dettata da due ordini di fattori. In primo luogo, nonostante i giacimenti petroliferi scoperti nel Paese in quegli anni, il fabbisogno italiano, in quel periodo stimolato dalla crescita del settore automobilistico e dallo sviluppo della rete stradale, era di gran lunga superiore a quello che le risorse autoctone potevano offrire. Se da un lato l’integrazione in altri settori, come ad esempio l’acquisto del Pignone di Firenze nel 1954, poteva sopperire a questa mancanza e procurare nuovi fondi, l’accesso alle risorse petrolifere continentali era ostacolato dagli alti prezzi imposti dalle compagnie statunitensi operanti in Europa Occidentale, indispettite dal recente attivismo minerario dell’Italia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il luogo scelto da Mattei per aprire la sua nuova competizione petrolifera internazionale fu l’lran, reduce da un colpo di stato, favorito dai servizi segreti americani e britannici, avvenuto nel 1953 contro il primo ministro Mohammad Mossadeq, il quale aveva nazionalizzato la compagnia Anglo-Iranian Oil Company. Le concessioni ottenute dall’ENI, per quanto il loro sfruttamento fosse di magro valore e persino antieconomico, avevano comunque un alto valore simbolico. Queste rappresentavano infatti una prima importante infiltrazione nel tessuto economico mediorientale, tradizionalmente dominato dai cartelli petroliferi occidentali. A spingere verso questa inedita contaminazione contribuì da un lato lo spirito terzomondista di Mattei, che fece dell’idea dell’esistenza di una comunanza di “destini oppressi” tra l’Italia vessata e le ex colonie un poderoso cavallo di Troia economico; dall’altro fu lo stesso Reza Pahlavi, consapevole della necessità dell’appoggio statunitense ma irriducibilmente nazionalista, a vedere in Mattei un aiuto per favorire l’aggregazione dei popoli musulmani. L’accordo del marzo 1957 con la National Iranian Company venne poi reso effettivo con la costituzione di una società mista italo-iraniana (SIRIP) nel settembre di quell’anno.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Le aperture terzomondiste di Mattei, volte a riconoscere i paesi africani e del Medioriente come stati veri e propri e non semplici colonie, furono spesso accolte con imbarazzo dagli esponenti della Democrazia Cristiana, preoccupati delle possibili reazioni dell’alleato statunitense. Venne comunque costruita una dottrina politico-ideologica, il cosiddetto “neoatlantismo”, nella quale poteva essere inquadrata questa autonoma politica italiana. Nonostante questo, l’ostilità degli Stati Uniti e dei <em>big </em>del petrolio verso l’Italia crebbe ininterrottamente per tutti gli anni Cinquanta, raggiungendo il punto critico quando Mattei riuscì in un’impresa ritenuta impossibile: portare sul mercato mondiale, e in particolar modo su quello europeo, il greggio sovietico.</h4>
<p style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/04/9075598878_1cdfd196ec_o.jpg"><img class="aligncenter" alt="Enrico Mattei" src="https://www.pandorarivista.it/wp-content/uploads/2019/04/9075598878_1cdfd196ec_o.jpg" width="435" height="337" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’azzardo di Mattei era in un certo senso coerente con un corollario del neoatlantismo, che portava l’Italia ad assumere il ruolo di “intermediario internazionale non richiesto”. Questo spinse l’ENI ad impegnarsi in scenari molto delicati quali la Libia, il Marocco e anche l’Algeria, allora impegnata in un sofferto distacco dalla Francia. Dall’altro lato questa strategia rispondeva alla “politica del grande compratore”, volta a compensare la deficienza produttiva italiana in campo petrolifero con il ruolo di spregiudicato acquirente e un impegno in tal senso nello scenario internazionale. Questa strategia diede i propri frutti in occasione dell’accordo con l’Unione Sovietica, benedetto in seguito dal <em>placet</em> americano: in cambio di una fornitura di greggio a lungo termine, pari al 16% del fabbisogno italiano, l’ENI si impegnava a trasferire all’URSS un’ingente quantità di prodotti industriali, giovando enormemente a diverse imprese meccaniche facenti parte del gruppo ENI come il Nuovo Pignone e la SNAM.</p>
<p style="text-align: justify;">A dispetto dei ricorrenti attriti tra Mattei e le Sette Sorelle, queste cercarono attivamente di includere l’ENI in una politica comune. Le dichiarazioni di Mattei riguardo ai rapporti dell’Algeria, con le quali subordinò l’apertura di trattative al raggiungimento dell’indipendenza del paese, misero in seria difficoltà il cartello, costretto a scegliere se schierarsi con gli indipendentisti algerini o con la Francia. Le posizioni di Mattei risultarono senz’altro sgradite a quest’ultima, e forse non è un caso se l’Organisation Armée Secrete, organismo armato francese clandestino, fece pervenire a Mattei una missiva in cui prometteva ritorsioni in caso di appoggio alla causa indipendentista. Un primo attentato fu sventato l’8 gennaio 1962, quando il pilota dell’aereo personale di Mattei scoprì quasi per caso un giravite fissato con del nastro adesivo a una delle pareti interne del motore. La sera del 27 ottobre di quell’anno l’aereo su cui Mattei stava tornando a Milano da Catania precipitò per causa ancora oggi ignote nelle campagne di Bascapè, in provincia di Pavia, uccidendo sul colpo tutti i suoi occupanti.</p>
<p style="text-align: justify;">La tragica morte di Mattei è per certi versi la conclusione e la cifra di una vita illustre, vissuta costantemente sul filo di un azzardo, ispirato però da condizioni profonde. Una vita spesa con religiosa devozione e consacrata ad una missione che come una bussola ha illuminato il suo coraggioso cammino. Il colosso che contribuì a costruire in quei convulsi anni di ricostruzione fu ciò che lo spinse tra le braccia di quello che una sentenza del 2005 ha sancito essere un attentato, ma che allo stesso modo lo ha consacrato giustamente nelle pagine della storia dell’Italia repubblicana, della quale fu un protagonista di primaria grandezza.</p>
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		<title>IL  CULTO  DI  SAN FRANCESCO</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jan 2026 16:42:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span dir="auto"><strong>Francesco d'Assisi</strong>, morto nell'ottobre 1226, fu canonizzato, ossia fu riconosciuta canonicamente la sua santità, da</span> <span dir="auto">papa Gregorio IX nel luglio 1228. Da quel momento egli fu oggetto di culto, come mostrare</span></h5> <a href="https://lorizzonte.net/?p=30450">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: justify;"><span dir="auto"><strong>Francesco d&#8217;Assisi</strong>, morto nell&#8217;ottobre 1226, fu canonizzato, ossia fu riconosciuta canonicamente la sua santità, da</span> <span dir="auto">papa Gregorio IX nel luglio 1228. Da quel momento egli fu oggetto di culto, come mostrare testi liturgici e inni</span> <span dir="auto">composti per la preghiera, vite da leggersi sia per ammirarne la straordinarietà dei miracoli che per imitarne le eccelse</span> <span dir="auto">virtù, rafgurazioni da venerare e chiese in cui celebrarne la solennità e ascoltare sermoni che ne illustrano l&#8217;esemplarità</span> <span dir="auto">(</span><span dir="auto">Francesco liturgico</span><span dir="auto">2015). Naturalmente il ricordo del santo si diferenziò a seconda dei territori, dei propugnato</span><span dir="auto">ri, delle fnalità, degli uditori e dei vari altri aspetti che in</span><span dir="auto">fuenzarono la costruzione della memoria lungo i secoli</span> <span dir="auto">(Migliore 2001). S</span><span dir="auto">e ad esempio i frati Minori lo de</span><span dir="auto">fnirono presto &#8216;serafco padre&#8217;, riconoscendolo quale</span><span dir="auto">fondatore</span> <span dir="auto">dell&#8217;Ordine minoritico, alcuni teologi lo denominarono &#8216;angelo del sesto sigillo&#8217; a motivo delle stimmate impresse nel</span> <span dir="auto">il suo corpo, ossia identificandolo con l&#8217;«angelo che saliva dall&#8217;oriente e aveva il sigillo del Dio vivente» indicato</span> <span dir="auto">nel libro dell&#8217;</span><span dir="auto">Apocalisse</span><span dir="auto">(7, 2).</span> <span dir="auto">Con lo scorrere del tempo, vista anche l&#8217;autorevolezza riconosciuta all&#8217;Assisiate, spesso fu assurto a persone-</span> <span dir="auto">fcazione di valori a volte persino contrapposti tra loro; così se nel periodo colonialista l&#8217;incontro tra san Francesco</span> <span dir="auto">e il sultano al-Mālik al-Kāmil fu emblema dell&#8217;uomo europeo che portava la civiltà a popolazioni retrograde, se non</span> <span dir="auto">persino depravato, più recentemente lo stesso episodio è divenuto icona di dialogo e rispetto reciproco (T</span><span dir="auto">olan 2009).</span> <span dir="auto">In periodi in cui vi furono movimenti giudicati dalla Chiesa romana eterodossi o attacchi al papa – come nel caso di</span> <span dir="auto">Pio VII condotto in Francia ai tempi di Napoleone – il santo d&#8217;Assisi fu esaltato quale baluardo e paladino della cat</span><span dir="auto">tolicità nonché sostegno del papato. Una delle immagini, o meglio defnizioni, lo volle &#8216;il più santo tra gli italiani e il</span> <span dir="auto">più italiano dei santi&#8217;. Tale espressione normalmente è collegata all&#8217;uso fascista della fama dell&#8217;Assisiate, soprattutto in</span> <span dir="auto">occasione del settimo centenario della morte, nel 1926, che contribuì a giungere alla frma dei Patti Lateranensi nel</span> <span dir="auto">1929, insieme alla proclamazione, congiuntamente a santa Caterina da Siena, quale patrono d&#8217;Italia da parte di Pio XII</span> <span dir="auto">nel 1939 (</span><span dir="auto">San Francesco d&#8217;Italia</span><span dir="auto">2011).</span></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong><span dir="auto">Un simbolo risorgimentale</span></strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><span dir="auto">A Massimo d&#8217;Azeglio (1798-1866) si attribuisce la frase «fatta l&#8217;Italia, bisogna fare gli Italiani»; ma un approccio più</span> <span dir="auto">approfondita alla storia risorgimentale mostra che innanzitutto vi fu la formazione degli Italiani, ossia di persone con-</span> <span dir="auto">vincere di possedere un comune patrimonio simbolico e culturale per essere patrioti convinti, persuasi del valore della</span> <span dir="auto">patria tanto da giungere a combattere per essa, sofrendo anche la prigione come Silvio Pellico (1789-1854) e persino <span dir="auto">la condanna a morte come Cesare Battisti (1875-1916). Anche san Francesco d&#8217;Assisi è un personaggio non secondario</span> <span dir="auto">rio per comprendere un aspetto importante del</span><span dir="auto">«</span><span dir="auto">processo risorgimentale, ossia la formazione e il radicamento di un</span> <span dir="auto">senso di appartenenza a una comunità nazionale italiana e, di conseguenza, anche la profondità culturale del processo</span> <span dir="auto">di ediﬁcazione di uno Stato-nazione che da tale senso di appartenenza era derivato» (Banti 2007, p. 140). Avendo</span> <span dir="auto">trascurato tale aspetto, la comprensione e l&#8217;utilizzo della frase secondo cui san Francesco è &#8216;il più santo degli italiani e</span> <span dir="auto">il più italiano dei santi&#8217; sono stati ricondotti quasi esclusivamente all&#8217;epoca fascista, in un certo qual senso prendendo</span> <span dir="auto">la parte, per non dire l&#8217;epigono, per il tutto. Infatti, un fenomeno come il fascismo ebbe certamente origine da un</span> <span dir="auto">preciso ambiente politico-sociale, ma attingendo da un repertorio immaginiﬁco di simboli e pratiche quasi secolari.</span> <span dir="auto">E lo stesso Assisiate fa parte di quella narrazione mitologica delle origini del popolo italiano e appartiene all&#8217;idea po</span><span dir="auto">litica, culturale e persino spirituale-religiosa di nazione – ossia di una stirpe accomunata da un unico sangue &#8216;regale&#8217;</span> <span dir="auto">che è di tutti e non solo dei membri della casa regnante dei Savoia – che diede avvio e motivazione al Risorgimento.</span> <span dir="auto">Secondo alcuni, i moti risorgimentali sono terminati soltanto con la fine della Prima guerra mondiale e la riconquista</span> <span dir="auto">di Trieste, o perfino con la Resistenza e la successiva Costituzione repubblicana; forse non si è giunti a classiﬁcare san</span> <span dir="auto">Francesco tra i padri della patria ma certamente in alcuni contesti e zone è collocabile tra i grandi uomini oggetto di</span> <span dir="auto">un culto nazionale assieme a Dante, Petrarca e altri ancora.</span> <span dir="auto">Felice Accrocca (2012) individua l&#8217;origine della frase &#8216;il più santo tra gli italiani e il più italiano dei santi&#8217; in</span> <span dir="auto">questo contesto, e più precisamente in Vincenzo Gioberti (1801-1852) – rappresentante del neoguelﬁsmo che vedeva</span> <span dir="auto">nel papa l&#8217;unificatore di una federazione di Stati e regni presenti in Italia – il quale nell&#8217;opera</span><span dir="auto">Del primato morale e civile</span> <span dir="auto">degli italiani</span><span dir="auto">aﬀerma che san Francesco è «il più amabile, il più poetico e il più italiano de&#8217; nostri santi!» (Gioberti</span> <span dir="auto">[1843] 1845, pag. 228), Accrocca sostenendo però che «lo stilema raggiunse la forma compiuta con la quale sarebbe stato</span> <span dir="auto">tramandato in futuro» nell&#8217;articolo</span><span dir="auto">Per san Francesco d&#8217;Assisi</span><span dir="auto">di Enrico Filiziani, pubblicato sul giornale «La Vera Roma»</span> <span dir="auto">il 18 gennaio 1903.</span> <span dir="auto">Ma una lettera alla regina Margherita – che tra l&#8217;altro fu una delle principali sostenitrici, anche ﬁnanziaria-</span> <span dir="auto">mente, della Società internazionale di studi francescani sorta ad Assisi nel 1902 per opera di Paul Sabatier (</span><span dir="auto">Paul Sa-</span> <span dir="auto">batier e gli studi francescani</span><span dir="auto">2003) – ne rinvia l&#8217;espressione al re Carlo Alberto di Savoia. Infatti la sposa di Umberto I</span> <span dir="auto">– re d&#8217;Italia dal 1878 al 1900 – l&#8217;11 giugno 1896 visitò il Collegio Sant&#8217;Antonio di Roma e in giornata frate Raﬀaele</span> <span dir="auto">Delarbe d&#8217;Aurillac, quale delegato generale per il suddetto Collegio, le scrisse una lettera di ringraziamento. La missiva</span> <span dir="auto">non fu un atto solo formale, ma evidenzia gli stretti legami tra la casa Savoia ei francescani, ricordando in particolare</span> <span dir="auto">il nonno paterno della regina Margherita, ossia «l&#8217;illustre terziario Carlo Alberto, quel Carlo Alberto che nella terra</span> <span dir="auto">di esilio trovava un indicibile conforto nel rimirare l&#8217;immagine del Serafico d&#8217;Assisi, sotto la quale di proprio pugno</span> <span dir="auto">aveva scritto: “Il più Santo tra gl&#8217;Italiani e il più Italiano tra i Santi”» (</span><span dir="auto">Pontificium Athenaeum Antonianum ab origine</span> <span dir="auto">ad praesens</span><span dir="auto">1970, pp. 570-571).</span> <span dir="auto">Stando a tale documento, l&#8217;espressione &#8216;il più santo tra gl&#8217;italiani e il più italiano tra i santi&#8217; riferita a san Fran-</span> <span dir="auto">cesco d&#8217;Assisi è precedente al 28 luglio 1849, quando il re dimissionario Carlo Alberto morì cinquantenne in esilio vo</span><span dir="auto">lontario a Oporto, in Portogallo. Sorge spontanea la domanda se vi siano testimonianze coeve ai fatti che confermino</span> <span dir="auto">quanto scritto dal frate francese Raffaele nel 1896 e da dove attinse l&#8217;espressione, o almeno l&#8217;ispirazione, Carlo Alberto</span> <span dir="auto">per tale affermazione che tanta fortuna ebbe quasi per un secolo intero.</span> <span dir="auto">Innanzitutto è da ricordare che egli non solo fu profondamente cattolico ma anche terziario francescano; non</span> <span dir="auto">meraviglia pertanto che in occasione dell&#8217;elogio funebre declamato nel 1849 nella cattedrale di San Lorenzo a Genova</span> <span dir="auto">dinanzi al corpo reale, significativamente il 4 ottobre, festa di san Francesco d&#8217;Assisi, non a caso Terenzio Mamian (1799-1885) aﬀermò che «fu Carlo Alberto devoto e pio quanto il nono Luigi», paragonandolo quindi al re francese san Luigi IX, patrono del Terz’Ordine francescano assieme a santa Elisabetta d’Ungheria (Mamiani 1849, p. 16). </span></span></h5>
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<h5 style="text-align: justify;"><span dir="auto"><span dir="auto">Carlo Alberto, fortemente inﬂuenzato dalla cultura liberale, attinse molto dagli scritti di Gioberti, soprattutto per quanto riguarda la conciliabilità tra fede e progresso; ma già Cesare Balbo (1789-1853) – anche lui inﬂuenzato dal neoguelﬁsmo e che si proponeva di uniﬁcare l’Italia sotto l’egida del papa – pubblicò nel 1839 la Vita di Dante in cui aﬀermava: Se Dante non fosse stato altro che poeta o letterato, io lascerei l’assunto di scriverne a tanti, meglio di me esercitati nell’arte divina della poesia, o in quella così ardua della critica. Ma Dante è gran parte della storia d’Italia [...] Quindi è che non avendo potuto o saputo ritrarre la vita di tutta la nazione italiana, tento ritrarre quella almeno dell’Italiano che più di niun altro raccolse in sé l’ingegno, le virtù, i vizi, le fortune della patria [...] egli in somma l’Italiano più italiano che sia stato mai (Balbo 1839, pp. 7-8). Come si può notare, la ﬁnalità dello scritto di Balbo è far conoscere l’italianità e non meraviglia se nei suoi appunti si trovi del materiale ﬁnalizzato alla scrittura di altre biograﬁe ritenute rappresentative del mondo italiano come quelle di Gregorio VII, Innocenzo III e san Francesco d’Assisi. Il tutto con lo scopo di aﬀermare l’indipendenza spirituale dalla Francia e raﬀorzare l’identità nazionale come premessa dell’uniﬁcazione d’Italia. Infatti, in quel tempo si rimproverano gli intellettuali e le persone più rappresentative – compresi i Savoia – di essere troppo dipendenti dal mondo francese, anche per la lingua. Ciò fa sì che i Savoia inizino a guardare all’Italia, ma anche che gli Italiani comin- cino a guardare al Piemonte come possibile forza di liberazione dal dominio straniero. Giacomo Fiori in un articolo del 1943 aﬀerma che segue «da anni [...] con grande interesse gli studi di Nicolò Rodolico», grazie ai quali può attingere a «frammenti [...] del “Diario” del Castagneto, segretario e conﬁdente di Carlo Alberto, una raccolta di “dispacci” dei Consoli sardi dell’Oriente, il “Diario” del sacerdote Antonio Peixoto Salgado, ultimo cappellano e confessore del Re» (Fiori 1943). Proprio nel Diario di Castagneto «in data del mese di giugno del 1835 si trova scritto: “Le Roi (C. Alberto) était de Tiers-Ordre de St. Francois”» (ibid.), cioè seguace della spiritualità dell’Assisiate pur non essendo frate Minore. Continuando, il conte di Castagneto narra gli ultimi giorni del re, che ha accanto il suo confessore e cappellano don Antonio Peixoto Salgado (Martini 1850, p. 72): Sul suo petto pendeva sempre l’immagine di san Francesco stigmatizzato: “Mi mostrò inoltre – scrive il detto Cappellano in data 14 maggio 1849 – il suo reliquiario (teca) a collare di forma ovale, con una miniatura ﬁnissima, in avorio di san Francesco d’Assisi e contenente un’altra miniatura più piccola con quattro Beati della sua illustrissima Casa di Savoia, lavoro di delicatissima fattura; era il suddetto reliquiario d’argento liscio ed era appeso ad un cordone rosso per sospenderlo al collo”. Così la morte lo colse in terra d’esilio confortato dal Pane dei forti e della presenza spirituale del “suo Padre” san Francesco» (Fiori 1943). Luigi Cibrario, eletto senatore nel 1848, fu inviato in Portogallo assieme a Giacinto Provana di Collegno quale commissario del Senato del Regno a Oporto, dove giunse il 29 maggio 1849 e rimase ﬁno al successivo 3 luglio; egli portò al re dimissionario, ormai debilitato dalla malattia, i messaggi sia del Senato sia del magistrato della Camera dei conti. Proprio a motivo di tale permanenza descrisse dettagliatamente la camera da letto di Carlo Alberto nell’esilio di Oporto: «Sul tavolino tra i libri e le carte eranvi due immagini dipinte, rialzate obliquamente sovra un peduccio: l’una di Maria Santissima, l’altra di San Francesco. Il Re passava i giorni seduto a questo tavolino» (Cibrario 1850, p. 264; 1861, p. 176). Paolo Pinto narra che «Don Antonio Peixoto Salgado, un prete semplice e buono che fu cappellano e con- fessore del re a Oporto, ricorda che la morte avvenne semplicemente, annunciata da un “lieve respiro”. Il prete stava recitando una litania, mentre i suoi occhi erano volti verso il quadro della Madonna, posto sopra un tavolino, dinanzi al letto. E diceva: “Consolatrix aﬄictorum”» (Pinto 1990, p. 315). Quindi un Carlo Alberto non solo terziario fran- cescano come molti altri membri della casa Savoia, ma anche che muore dinanzi a una raﬃgurazione del santo d’Assisi quasi simbolo e rappresentante dell’Italia. </span></span></h5>
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<h5 style="text-align: justify;"><span dir="auto"><span dir="auto">Successivamente, nella recensione del libro di Eliseo Battaglia dedicato a san Francesco (1902) apparsa su «La Civiltà Cattolica» (LIII, serie XVIII, 1902, 8, p. 80) si diceva: «Il suo libro è riuscito, quasi diremmo, un poema in prosa in onore di colui che fu chiamato il più santo fra gli italiani e il più italiano fra i santi [...] In conclusione è un buon libro, che si farà leggere volentieri anche dagli schizzinosi che rifuggono da tutto ciò che sa di sodo e di sacro». Infatti, nel libro recensito si aﬀerma: «La scarna ma dolce Immagine di lui, che a ragione vien detto il più santo tra gli Italiani, perché nessuno mai in Italia ascese a tanto fastigio di bontà, ed il più italiano fra i santi, perché nessuno mai ebbe al pari di lui quell’intimo senso d’italianità che si rivelò, secondo le condizioni speciali di quel tempo, in tutte le sue istituzioni, e lo fece guerriero e poeta» (Battaglia 1902, p. 17). Padre Francesco Frediani (1804-1856) ﬁn dal 1844 aveva concepito di pubblicare una Biblioteca classica sanfrancescana, ma nonostante le sollecitazioni non ebbe eﬀetto «perché la triste genia del Liberalismo era nel suo pieno sviluppo e preparava le menti alla soppressione monastica». Livario Oliger collega questo ai ricordi del conte Paolo Campello della Spina per il quale «mentre la pubblicazione di un almanacco cattolico non alterò la sua nomea di liberale», ben diverso fu quando «egli pubblicò la Vita del Beato Cappuccino Crispino da Viterbo» (Olinger 1930, p. 17). Simile sorte ebbe l’Accademia Seraﬁca, o colonia Arcadica Seraﬁca, ideata dal padre Antonio Maria Fania da Rignano e inaugurata il 29 maggio 1844: la sua ﬁne coincise con la nascita perché «i tempi non erano maturi». L’erudi- to francescano padre Oliger aﬀerma che «le passioni politiche di allora travolsero ambedue» le iniziative (ibid., p. 36). Nel 1851 – dieci anni prima che Vittorio Emanuele II fosse proclamato re d’Italia –, Cesare Guasti tenne a Siena un discorso dal tema La virtù ispiratrice del bello «e svolse i concetti che corrispondevano ai suoi tre grandi amori, stretti in un solo aﬀetto, cioè: Dio, Patria, Arte» (ibid., p. 23). Sorge la domanda quando la ﬁgura di san Francesco d’Assisi e il francescanesimo cominciarono a riprendere quota o meglio a uscire dall’oblio; c’è da ricordare che l’8 set- tembre 1840 fu consacrata la basilica di Santa Maria degli Angeli, ricostruita dopo il terremoto del 1832 per interessa- mento di papa Gregorio XVI, e nel 1882 ricorse il settimo centenario della nascita di san Francesco. Ma ancora prima, nel 1818 fu riscoperto il corpo dell’Assisiate e precedentemente, come aﬀerma Mirko Santanicchia riferendosi alla basilica di San Francesco in Assisi, «prima di Francesco “santo”, tornò sotto i riﬂettori la sua basilica come eccezionale pinacoteca» (Santanicchia 2017, p. 316).</span></span></h5>
<h5><strong>San Francesco, un padre cattolico per l&#8217;Italia</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">L’idea che san Francesco fosse il forgiatore dell’identità italiana, un popolo di poeti, artisti e naviganti, trovò parecchi aderenti e diﬀusori. Infatti, se lo scontro tra Regno d’Italia e papato ottocentesco contemporaneamente fu espressione e origine di un risorgimento anticlericale, con tutti i suoi miti e narrazioni sacrali, vi fu chi cercò di raccontare un’altraunità nazionale fondata nella santità. Tra questi è da ricordare il frate Ludovico da Casoria (1814-1885), che nella sua opera di superamento della contrapposizione tra essere cattolici e Italiani ideò un monumento che rafgurava l’Assisiate in atto di imporre le mani benedicenti su tre terziari francescani che rappresentavano l’orgoglio italiano, ossia, da sinistra a destra, Dante, Cristoforo Colombo e Giotto. L’importanza che tale opera aveva agli occhi del frate partenopeo, ma non solo, è data anche dall’incarico afdato a tempo pieno ad alcuni frati per raccogliere oferte onde costruirlo; il monumento, opera di Stanislao Lista (1824-1908), non senza difcoltà fu inaugurato solennemente nel 1882 presso l’Ospizio Marino di via Posillipo a Napoli in occasione del settimo centenario della nascita del santo d’Assisi (Capecelatro 1887). E tale immagine, con la carica simbolica in essa espressa, fu divulgata anche tramite litograﬁe in formato di santini e scelta per la copertina del libro di Francesco Prudenzano (1823-1909) dedicato all’Assisiate. Il padre Candido Mariotti indicò la statua partenopea quale una delle iniziative più signiﬁcative delle celebrazioni in occasione del settimo centenario della nascita dell’Assisiate sicché la parola di benedizione di Francesco dà ali instancabili alla penna di Dante, rivela un nuovo ideale al pennello di Giotto, guida sicura la nave di Colombo alla scoverta del mondo nuovo. E così il vero, il bello e il buono da quella parola, accompagnata dal santo sguardo in cui si riﬂette la pace dei Celesti, sono irradiati sui tre genii giganti, ai quali l’Italia va debitrice del suo progresso e del suo splendore (Mariotti 1883). La raﬃgurazione napoletana non fu l’unica. Così Vincenzo Loﬀredo da Alghero, divenuto frate Minore con il nome di Bonaventura (1830-1903), dal 1889 al 1890 aﬀrescò la basilica di Sant’Antonio al Laterano di Roma, di- pingendo nell’abside l’apoteosi della famiglia francescana in cui, tra gli altri, ﬁgurano Dante e Cristoforo Colombo. Lo stesso soggetto con il poeta ﬁorentino e il navigatore genovese è raﬃgurato nel 1866 dal padre minorita Michelangelo Cianti da Montecelio (1840-1923) nella chiesa francescana di San Bonaventura a Frascati.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Italiano ma anche Cattolico, cioè Universale</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Se con la Prima guerra mondiale i cattolici si riscattarono dall’immagine anticlericale di nemici della patria che li rap- presentava dall’Unità d’Italia, negli anni successivi il cattolicesimo non venne più visto come un avversario, ma persino come un fattore identitario della nazione. Non meraviglia allora che le celebrazioni del 4 ottobre 1926 siano state so- stenute dal fascismo, anche quale raﬀorzamento della propria autorità, propagando l’immagine di san Francesco quale il più santo degli italiani e il più italiano dei santi. Era la stessa retorica con cui, in occasione della canonizzazione del fondatore dei salesiani, il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi – primo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede dopo i Patti Lateranensi – alla presenza in Campidoglio di Benito Mussolini, il 2 aprile 1934 aﬀermò che «Don Bosco è un Santo italiano ed è il più italiano dei Santi» (Stella 1987, p. 363). A tal proposito scrive il salesiano padre Pietro Stella: «Soprattutto nel dopoguerra il tema dell’italianità di don Bosco e dei suoi ﬁgli diventava un tema frequentissi- mo, unitamente a quello dell’italianità di altri personaggi dell’empireo religioso, quali Francesco d’Assisi e Caterina da Siena; mentre intanto in Germania si esaltava la germanità di Lutero, in Francia l’eroicità e il patriottismo della pulzella d’Orléans, in Spagna la hispanidad di Teresa d’Avila e Ignazio di Loyola» (ibid., p. 364). Nello stesso clima culturale Pio XI, il 9 maggio 1935, canonizzando i martiri inglesi John Fisher e Tommaso Moro, durante l’omelia li deﬁnì «egregi rappresentanti e decoro della propria nazione».</h5>
<h5 style="text-align: justify;">Tale attenzione al valore patriottico delle canonizzazioni e dei santi tuttavia non impedì a Pio XI di prendere le distanze da un uso nazionalistico di esso; fu soprattutto nel settimo centenario della morte di san Francesco che richiamò l’importanza di una giusta lettura della vicenda del santo di Assisi con un’articolata e importante argomenta- zione. Infatti, il ponteﬁce nell’enciclica Rite expiatis aﬀermò che le celebrazioni centenarie, «rifuggendo da quell’imma- ginaria ﬁgura che del Santo volentieri si formano i fautori degli errori moderni o i seguaci del lusso e delle delicatezze mondane, cercheranno di proporre alla fedele imitazione dei cristiani quell’ideale di santità che egli in sé ritrasse deri- vandolo dalla purezza e dalla semplicità della dottrina evangelica». Dopo aver elencato le virtù dell’Assisiate, proseguì: «Pertanto Francesco, agguerrito dalle forti virtù che abbiamo ricordate, è provvidenzialmente chiamato all’opera di riforma e di salvezza dei suoi contemporanei e di aiuto per la Chiesa universale» (Pio XI, lettera enciclica Rite expiatis, 30 aprile 1926). Ampio spazio è dedicato all’interesse ma anche alle letture deformanti la vicenda dell’Assisiate: Ma specialmente ai nostri giorni, studiati più a fondo dagli eruditi gli argomenti francescani e moltiplicate in gran numero le opere a stampa in varie lingue, e ridestati gl’ingegni dei competenti a compiere lavori ed opere artistiche di gran pregio, l’ammirazione verso san Francesco divenne fra i contemporanei smisurata, quantunque non sempre ben intesa. Così altri presero ad ammirare in lui l’indole naturalmente portata a manifestare poeticamente i sentimenti dell’animo, e il «Cantico» famoso divenne la delizia della erudita posterità, la quale vi ravvisa un vetustissimo saggio del volgare nascente. Altri rimasero incantati dal suo gusto della natura, ond’egli sembra preso dal fascino non solo della natura inanimata, del fulgore degli astri, dell’amenità dei monti e delle valli umbre, ma, al pari di Adamo nell’Eden prima della caduta, discorre con gli animali stessi, quasi legato ad essi da una certa fratellanza, e li rende obbedientissimi ai suoi cenni. Altri ne esaltano l’amor di patria, perché a lui deve l’Italia nostra, che vanta il fortunato onore d’avergli dati i natali, una fonte di beneﬁzi più copiosa che qualsiasi altro paese. Altri inﬁne lo celebrano per quella sua veramente singolare comunanza di amore, che tutti gli uomini unisce. Tutto ciò è vero, ma è il meno, e da doversi in- tendere in retto senso: poiché chi si fermasse a ciò come alla cosa più importante, o volesse torcerne il senso a giustiﬁcare la propria morbidezza, a scusare le proprie false opinioni, a sostenere qualche suo pregiudizio, è certo che guasterebbe la genuina immagine di Francesco. Infatti, da quella universalità di virtù eroiche delle quali abbiamo fatto breve cenno, da quell’austerità di vita e predicazione di penitenza, da quella molteplice e faticosa azione per il risanamento della società, risalta in tutta la sua interezza la ﬁgura di Francesco, proposto non tanto all’ammirazione, quanto all’imitazione del popolo cristiano. Essendo Araldo del Gran Re, egli volse le sue mire a far sì, che gli uomini si conformassero alla santità evangelica e all’amore della Croce, non già che dei ﬁori e degli uccelli, degli agnelli, dei pesci e delle lepri si rendessero soltanto sdilinquiti amatori. Se egli verso le creature sembra trasportato da una certa tenerezza di aﬀetto [...] non da altra causa che dalla sua stessa carità verso Dio egli si muove ad amare le dette creature (ibid.).</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Aﬀrontando direttamente l’uso nazionalistico del culto all’Assisiate Pio XI scrisse:</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Quanto al resto, che cosa proibisce agli italiani di gloriarsi dell’Italiano, il quale nella stessa liturgia è chiamato «luce della Patria»? Che cosa impedisce ai fautori del popolo di predicare quella che fu la carità di Francesco verso tutti gli uomini, specialmente poveri? Ma gli uni si guardino per lo smoderato amore verso la propria nazione, di vantarlo quasi segno e vessillo di questo acceso amore nazionale, rimpicciolendo il «campione cattolico»; gli altri si guardino dal gabellarlo per un precursore e patrono di errori, dal che egli era lontano, quant’altri mai. D’altra parte tutti quelli che non senza qualche aﬀetto di pietà prendono gusto a queste lodi minori dell’Assisiate e si aﬀaticano con fervore a promuoverne le feste centenarie, piacesse al cielo che come sono degni del nostro encomio, così dalla stessa fausta ricorrenza traessero forte stimolo a esaminare più sottil- mente l’immagine genuina di questo grandissimo imitatore di Cristo, e ad aspirare ai migliori carismi (ibid.). Nel testo pontiﬁcio è chiaro il richiamo a guardarsi da «lo smoderato amore verso la propria nazione» che riduce la dimensione cattolica, ossia universale, dell’Assisiate per «vantarlo quasi segno e vessillo di questo acceso amore nazionale».</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Segno di Riconciliazione tra Italia e Chiesa</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">La breccia che, il 20 settembre 1870, le truppe piemontesi aprirono presso Porta Pia, con la conseguente presa di Roma, se materialmente faceva cadere delle mura, innalzava – o anche solo raﬀorzava – uno steccato tra la realtà na- zionale dell’Italia e la Chiesa. Le mura erano state infrante, ma la nuova divisione divenne il Tevere, tanto che bastava dire l’Oltretevere per denominare una realtà ritenuta come ostile alla nuova istituzione vigente, ossia lo Stato italiano con Roma capitale ornata da monumenti agli eroi del Risorgimento come Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e soprattutto il re Vittorio Emanuele II. Fra alti e bassi dovette scorrere molta acqua sotto i ponti del Tevere perché si giungesse a un avvenimento dal profondo valore simbolico, ossia la visita nel 2010 a Porta Pia – in occasione del cen- toquarantesimo anniversario della ‘breccia’ – del segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, assieme al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Tra gli episodi che hanno segnato questo passaggio, certamente vi sono i Patti Lateranensi, la loro ricezione nella Costituzione repubblicana, la loro revisione nel 1984 con la ﬁrma di colui che è divenuto quasi il modello ideale di segretario di Stato vaticano, ossia il cardinale Agostino Casaroli. Ma in tutto ciò un ruolo non secondario hanno avuto certamente san Francesco e Assisi, soprattutto in occasione di solenni ricorrenze: già nel 1918, nel primo cen- tenario del ritrovamento del corpo di san Francesco – la celebrazione fu rimandata al 4 ottobre 1920 a causa della guerra – Benedetto XV inviò ad Assisi il cardinal Rafael Merry del Val. Lo stesso Benedetto XV, nella lettera enciclica Sacra propediem del 6 gennaio 1921 per il settimo centenario della fondazione del Terz’Ordine francescano, scrisse: «Innanzi tutto conviene che ognuno abbia un’idea esatta della ﬁgura di San Francesco, in quanto taluni, secondo l’invenzione dei modernisti, presentano l’uomo di Assisi poco ob- bediente a questa Cattedra apostolica, come il campione di una vaga e vana religiosità, tanto che egli non può essere correttamente chiamato né Francesco d’Assisi né santo». Nel medesimo documento egli ricordò che «nell’anno 1882, quando fra il plauso commosso dei buoni fu celebrato solennemente il centenario della nascita del Santo di Assisi [...] anche Noi volemmo essere iscritti fra i discepoli del grande Patriarca, e nella insigne basilica di Santa Maria di Ara Coeli, oﬃciata dai Frati Minori, vestimmo regolarmente l’abito dei Terziari Francescani». Ricordando la tragedia della guerra appena ﬁnita, il papa aﬀermò: Perciò in questo campo così immenso in cui Noi, come rappresentanti del Re Paciﬁco, abbiamo prodigato le nostre più aﬀettuose premure, aspettiamo da tutti i ﬁgli della pace cristiana il concorso della loro solerzia, ma specialmente dai Terziari [...]. Orbene, ordinare l’uomo internamente, in modo che egli non sia schiavo ma padrone delle proprie passioni, obbediente a sua volta e soggetto alla volontà divina, nel quale ordinamento si fonda la pace comune, questo è eﬀetto della sola virtù di Cristo, che si dimostra mirabilmente eﬃcace nella famiglia dei Terziari Francescani. Successivamente, il 19 settembre 1921, nel discorso pronunciato in occasione del congresso internazionale per il settimo centenario dell’istituzione del Terz’Ordine francescano Benedetto XV richiamò il ruolo di san Francesco nella costruzione della pace: Donde deriva tanta enormità di mali? Dipende dall’oblio dell’ordine che deve regnare nel mondo; dipende dal non volersi praticamente riconoscere la diversità delle classi che Iddio pose nella società; dipende dall’er- rato concetto che tutto ﬁnisce quaggiù, senza che i beni dell’esilio si riconoscano ordinati all’acquisto di quelli della patria. Ma a questi errori dell’intelletto, a questi vizii del cuore si oppone direttamente lo spirito di San Francesco, opportunamente deﬁnito «spirito di concordia, di amore e di pace».</h5>
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<h5 style="text-align: justify;">Il recupero della dimensione trascendentale nella vicenda di Francesco d’Assisi, correggendone le contraf- fazioni laiche, fu fatto da Pio XI. Nel 1924, in occasione del settimo centenario delle Sacre Stimmate, una lettera enciclica del papa riaﬀermò il carattere soprannaturale dell’evento, mentre la rivista «Vita e pensiero», in un numero monograﬁco, diede la risposta cattolica alle svalutazioni che da un cinquantennio le mettevano in dubbio. Il settimo centenario della morte di san Francesco, che si celebrò dalla festa del Perdono (2 agosto) del 1926, a quella dell’anno successivo, fu preparato con grande cura per interessamento sia di Pio XI sia del governo italiano presieduto da Benito Mussolini. Momento centrale fu la celebrazione del 4 ottobre 1926, dichiarata festa naziona- le: per facilitare la partecipazione vi furono sconti speciali sui treni per i pellegrini diretti ad Assisi e nella cittadina umbra si aprirono nuovi alberghi. Il legato pontiﬁcio cardinale Rafael Merry del Val giunse in treno da Roma il 3 ottobre e nel ricevimento in suo onore, organizzato il giorno successivo nel palazzo del Comune dal sindaco Arnaldo Fortini, incontrò il delegato del governo italiano Pietro Fedele. L’importanza dell’avvenimento non sfuggì alla stampa del tempo che riferì come «nel discorso di ringraziamento il cardinal Legato ricordando gli onori tributati a Francesco dai Sommi Ponteﬁci, da Innocenzo ed Onorio che ne confermarono la missione sublime, a Pio XI che richiamandone gli esempi di santità a lui aveva rivolto tutti i fedeli, rivendicò alla Chiesa Cattolica, di cui è gloria purissima, questo Santo. Ciò però non toglie che sia pure una gloria speciale di Assisi, dell’Umbria, dell’Italia». Nel 1929 ci fu la ﬁrma dei Patti Lateranensi, e per ricordare l’importanza di Assisi e san Francesco in tutto ciò, l’aula di rappresentanza del palazzo comunale fu denominata dal sindaco Fortini ‘Sala della Conciliazione’ e ancora oggi vi fa bella mostra un ritratto del cardinale Rafael Merry del Val. Pietro Fedele fu ministro dell’Istruzione pubblica dal 5 gennaio 1925 al 9 luglio 1928 e tale incarico gli fu conferito da Mussolini, perché gradito ai cattolici e probabilmente perché era amico del prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Achille Ratti, divenuto papa con il nome di Pio XI. Fedele ebbe un ruolo importante nei primi contatti in vista della conciliazione, che avvennero appunto nel centenario francescano; il 4 ottobre 1927 fu sempre lui a rappresentare ad Assisi il governo italiano nel momento della restituzione ai frati Minori conventuali del Sacro Convento di San Francesco. Tutto ciò era di concerto con Mussolini e quindi non meraviglia che il 7 febbraio 1927 il sindaco di Assisi, avvocato Fortini, fosse ricevuto dal presidente del Consiglio assieme al ministro Fedele: fu un vero e proprio rendiconto delle celebrazioni del centenario francescano. Signiﬁcativo è che, dopo una decina di giorni, il giornale del centenario «La voce di Assisi» del 17 febbraio, in prima pagina, assieme alla notizia dell’incontro del sindaco della città con Mussolini, annunciò che il medesimo Fortini, sollecitato dal cardinale Merry del Val, ac- cettava di tenere – probabilmente il 31 marzo 1927 – una importante conferenza apologetica francescana nel grande salone della Cancelleria di Roma, a cui avrebbero partecipato le più alte autorità della gerarchia cattolica. Il 24 marzo 1927 Fortini venne nominato podestà di Assisi e fu il primo e unico ad assumere tale carica nella cittadina umbra. Tuttavia, che la ricorrenza francescana potesse diventare la celebrazione di un san Francesco diverso da quello della Chiesa cattolica l’aveva avvertito pure il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Gasparri, in una nota apparsa su una delle riviste del centenario, ossia «Frate Francesco», e già nel discorso ai quaresimalisti di Roma il papa aveva previsto tale pericolo. Al momento della sigla dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, Pio XI paragonò l’ampiezza del nuovo Sta- to della Città del Vaticano al corpo di san Francesco d’Assisi: «Ci pare di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima». Ma già precedentemente Francesco Orestano (1873-1945), negli anni Venti del XX secolo, aveva aﬀermato che la questione era di garantire la libertà e l’indipendenza del papato, che richiede un territorio su cui esercitare una sovranità assoluta. Egli denominava tale territorio ‘porziuncola’, scrivendo: «E non a caso diciamo porziuncola, perché ci sembra che uno spirito francescano, italianissimo perciò, in cui il giure e la santità si fanno perfetto equilibrio» (Orestano 1961, p. 246).</h5>
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<h5 style="text-align: justify;">Il 12 febbraio 2009, al concerto in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Stato della Città del Vatica- no, Benedetto XVI aﬀermò: «Vorrei ricordare [...] il venerato mio Predecessore Pio XI. Egli, nell’annunciare la ﬁrma dei Patti Lateranensi e soprattutto la costituzione dello Stato della Città del Vaticano, volle riferirsi a san Francesco d’Assisi. Disse che la nuova realtà sovrana era per la Chiesa, come per il Poverello, “quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima”». Infatti, Pio XI nel summenzionato discorso dell’11 febbraio 1929 aveva detto: Nessuna cupidità terrena muove il Vicario di Gesù Cristo, ma soltanto la coscienza di ciò che non è possibile non chiedere; perché una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensa- bile ad ogni vera sovranità giurisdizionale: dunque almeno quel tanto di territorio che basti come supporto della sovranità stessa; quel tanto di territorio, senza del quale questa non potrebbe sussistere, perché non avrebbe dove poggiare. Ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima. Così per altri Santi: il corpo ridotto al puro neces- sario per servire all’anima e per continuare la vita umana, e colla vita l’azione beneﬁca.</h5>
<h5 style="text-align: justify;"></h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Da Patrono D&#8217;Italia a Simbolo di Pace</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Pio XII, nel 1939, avallò il legame tra l’Assisiate e la patria proclamandolo patrono d’Italia. Ma ormai si era alla vigilia del- la Seconda guerra mondiale, al termine della quale restavano non solo delle macerie da riparare – emblematica divenne la ricostruzione dell’abbazia di Montecassino distrutta nel 1944 –, ma un’Europa da riconciliare. Non meraviglia, dunque, che uno degli atti pontiﬁci del post-guerra fu la proclamazione di un patrono per l’Europa, che guarda caso fu proprio san Benedetto, proclamato tale da Paolo VI il 24 ottobre 1964 in occasione della consacrazione della ricostruita chiesa abba- ziale di Montecassino. San Francesco, invece, continuerà a essere oggetto d’attenzione non tanto quale patrono d’Italia ma quale simbolo di pace e riconciliazione; la giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace convocata da Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1986 sarà conferma e incentivo a tale immagine. La santità e la vicenda di san Francesco hanno assunto diversi spostamenti semantici negli oltre centocin- quant’anni dell’Unità d’Italia: da simbolo di italianità a patrono nazionale, da richiamo alla pace ad apertura non solo europea ma persino globale, e anche per questo continua a essere un simbolo importante per l’Italia. Se da una parte il cardinale Merry del Val, inaugurando il centenario del 1926, concesse che l’Assisiate fosse non solo della Chiesa catto- lica ma anche dell’Italia, dall’altra Pio XI, invertendo i termini, sancì che l’esaltare in san Francesco il suo amore della patria non ne riduceva la dimensione universale cattolica. L’assunzione da parte del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio del nome pontiﬁcio di Francesco, il 13 marzo 2013, al momento della elezione a vescovo di Roma è stata riconoscimento ed espressione del valore sovrannazionale – per non dire globalizzato – del santo d’Assisi. Senza troppe forzature si può ammettere che il percorso svolto dal Risorgimento ha condotto san Francesco a divenire espressione di quella sintesi richiesta da papa Bergoglio nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il 7 gennaio 2019, ossia «prestare attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale». In questo modo «la globalizzazione può essere anche un’opportunità nel momento in cui essa è “poliedrica”, ovvero favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa».</h5>
<h5 style="text-align: justify;"><strong>Bibliografia</strong></h5>
<h5 style="text-align: justify;">Baldo-Vita di Dante, I, Torino, G. Pomba e C., 1839; V. Gioberti, Del primato morale e civile degli italiani. Se- conda edizione, corretta e accresciuta dall’autore coll’aggiunta di una nuova avvertenza [1843], Brusselle, Dalle stampe di Meline, Cans e Compagnia, 1845; T. Mamiani, All’arrivo delle ceneri di re Carlo Alberto. Elogio funebre detto da Terenzio Mamiani nella metropolitana in Genova il dì IV ottobre MDCCCXLIX e trenodia augurale di G. Prati, Lugano, Tipograﬁa della Svizzera Italiana, 1849; L. Cibrario, Ricordi d’una missione in Portogallo al re Carlo Alberto, Torino, Dalla stamperia reale, 1850; P. Martini, Memorie intorno alla vita del re Carlo Alberto, Cagliari, Tipograﬁa di A. Timon, 1850; L. Cibrario, Notizie sulla vita di Carlo Alberto iniziatore e martire della indipendenza d’Italia, Torino, Tipograﬁa eredi Botta, 1861; C. Mariotti, San Francesco, S. Tommaso e Dante nella civiltà cristiana e le re- lazioni tra loro, Venezia, Tipograﬁa dell’Ancora, 1883; A. Capecelatro, La Vita del P. Lodovico da Casoria, Napoli, Tip. Ed. degli Accattoncelli, 1887; E. Battaglia, Amore che spira: S. Francesco d’Assisi, Firenze, Stabilimento Civelli, 1902; E. Feliziani, Per san Francesco d’Assisi, in «La Vera Roma», 18 gennaio 1903; L. Oliger, Quattro precursori del moderno movimento francescano. P. Francesco Frediani, Cesare Guasti, P. Antonio da Rignano, P. Marcellino da Civezza, Roma-Torino, Marietti, 1930; G. Fiori, Carlo Alberto terziario francescano, in «L’Osservatore Romano», 19-20 luglio 1943, p. 3; F. Orestano, La Santa Sede e l’Italia negli accordi dell’11 febbraio, in I., Opera Omnia, III, 1, Padova 1961; Pontiﬁcium Athenaeum Antonianum ab origine ad praesens, Roma 1970; P. Stella, La canonizzazione di don Bosco tra fascismo e universalismo, in Don Bosco nella storia della cultura popolare, a cura di F. Traniello, Torino 1987, pp. 359-382; P. Pinto, Carlo Alberto: il Savoia amletico, Milano 1990; S. Migliore Mistica povertà: riscritture francescane tra Otto e Novecento, Roma 2001; Paul Sabatier e gli studi francescani, Atti del XXX Convegno internazionale (Assisi 2002), Spoleto 2003, pp. 133, 155-156, 484; A.M. Banti, s.v. Risorgimento, in Enciclopedia Italiana, Appendi- ce VII, III, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana, 2007, pp. 140-141; J. Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’islam, trad. it. di M. Sampaolo, Bari 2009 (ed. orig. Oxford 2009); San Francesco d’Italia. Santità</h5>
<h5 style="text-align: justify;">La Porziuncola, centro del francescanesimo, all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi</h5>
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		<title>RIFORMA COSTITUZIONALE MAGISTRATURA</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Sep 2025 07:49:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 itemprop="headline"><strong>È ancora possibile uno sguardo “laico” sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, o è ormai troppo tardi?</strong></h4> 
<div>28 Settembre 2025</div> 
 
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<h4 itemprop="headline"><strong>È ancora possibile uno sguardo “laico” sulla riforma costituzionale dell’ordinamento giudiziario, o è ormai troppo tardi?</strong></h4>
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<p><img alt="" src="http://www.lacostituzione.info/wp-content/uploads/2018/07/toghe-150x150.jpg" width="150" height="150" data-attachment-id="5554" data-permalink="https://www.lacostituzione.info/index.php/2018/07/28/magistrati-e-politica-un-equilibrio-quasi-impossibile/toghe/#main" data-orig-file="https://www.lacostituzione.info/wp-content/uploads/2018/07/toghe.jpg" data-orig-size="620,360" data-comments-opened="1" data-image-meta="{&quot;aperture&quot;:&quot;0&quot;,&quot;credit&quot;:&quot;&quot;,&quot;camera&quot;:&quot;&quot;,&quot;caption&quot;:&quot;&quot;,&quot;created_timestamp&quot;:&quot;0&quot;,&quot;copyright&quot;:&quot;&quot;,&quot;focal_length&quot;:&quot;0&quot;,&quot;iso&quot;:&quot;0&quot;,&quot;shutter_speed&quot;:&quot;0&quot;,&quot;title&quot;:&quot;&quot;,&quot;orientation&quot;:&quot;0&quot;}" data-image-title="toghe" data-image-description="" data-image-caption="" data-medium-file="https://www.lacostituzione.info/wp-content/uploads/2018/07/toghe-300x174.jpg" data-large-file="https://www.lacostituzione.info/wp-content/uploads/2018/07/toghe.jpg" />    di <strong>Salvatore Prisco</strong></p>
<h4 style="text-align: justify;"><abbr title="" data-hasqtip="0">Roberto Bin</abbr> offre le pagine del suo vivace blog<em> LaCostituzione.info</em> all’antico Maestro, che vi interviene su un tema del quale è senza dubbio tra i massimi esperti con un breve, ma incisivo scritto del 27 agosto 2025 (poi rilanciato il 13 settembre), dal titolo <em>Ragionando sulla separazione delle carriere: è legittimo il sorteggio per la formazione degli organi di governo giudiziario?</em></h4>
<h4 style="text-align: justify;">A completamento della propria visione critica della riforma di alcune disposizioni sul titolo IV della Costituzione oggi <em>in itinere</em>, già argomentata da precedenti riflessioni in termini svolte nella Lettera <em>L’assetto degli organi di amministrazione e giustizia disciplinare nel disegno di legge costituzionale n. 1917 sulla separazione delle carriere</em>, dell’ottobre 2024, leggibile nell’apposita rubrica sul sito dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti: Sergio Bartole invita al dibattito e rispondo dunque a questa sua sollecitazione. Siamo ormai entrambi in pensione, lui ― emerito dell’università di Trieste e già presidente dell’Associazione stessa ― da un tempo maggiore del mio e resterà sempre, per quanto mi riguarda, uno dei membri della commissione di concorso nazionale che, quando ero un giovane ricercatore, mi promosse a professore associato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">I richiami a una lontana vicenda accademica non dipendono peraltro da una mozione degli affetti, o non principalmente: chi continuerà a leggere ne scoprirà l’effettiva congruenza al tema. Conformemente alla stesura del testo sul quale innesto le mie osservazioni e al carattere di una certa informalità della sede che ci ospita, permettendo così opportunamente interlocuzioni meno o per nulla paludate rispetto allo standard consueto dei lavori scientifici, non aggiungerò note di rinvio a lavori dottrinali: chi ha dimestichezza con l’argomento riconoscerà con facilità gli autori ai quali mi sarò implicitamente riferito, anche quanto alle poche citazioni letterali. Per l’attualità, mi limito a segnalare a chi non ne avesse già notizia il sito <em>ordinamentogiudiziario.info</em>, gestito dall’Osservatorio in tema a cura di Francesca Biondi e Francesco Dal Canto, che raccoglie materiali normativi, saggistici, amministrativi e giurisprudenziali nell’ambito di un PRIN del 2022 che ha come oggetto “Prospettive di riforma dell’ordinamento giudiziario: ricadute applicative sull’efficienza del sistema giustizia”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Riassumo innanzitutto le posizioni esposte nell’insieme da lui e da chi gli ha già replicato. Nel meno recente dei due ultimi testi, che tocca rapidamente tutti i punti della legge in discussione, si osserva in premessa che concentrare la riforma costituzionale .dell’ordinamento giudiziario su tre soli aspetti (separazione delle carriere e già dei concorsi di accesso all’ordine tra magistrati giudicanti e pubblici ministeri; istituzione per tali categorie di due distinti Consigli superiori, nei quali entrare tramite sorteggio, tanto fra i magistrati, quanto fra i membri “laici” ― qui con estrazione da un elenco approntato dalle Camere ― e sottrazione al CSM della giustizia disciplinare, che viene affidata a un’Alta Corte disciplinare esterna ad esso) produce comunque un effetto di sconvolgimento del modello attuale, benché restino fuori della proposta in discussione ― noto io ― altri aspetti molto dibattuti: così, ad esempio, la <em>vexata quaestio</em> della limitazione dell’azione penale secondo criterî predeterminati, nell’ipotesi che si fosse voluto introdurla, dalla legge o dal procuratore generale della Corte d’Appello: oppure la pur precedentemente ipotizzata cancellazione dal testo dell’art. 104, I comma, della parola “altro”, dalla quale sarebbe risultato che, venendo ad essere la magistratura indipendente <em>da</em> <em>ogni potere</em>, essa dunque non lo sarebbe, riconfigurandola dunque come neutra <em>bouche de la loi</em>, con un bel salto all’indietro nel tempo; o infine l’idea di individuare un presidente elettivo dell’organo, scelto pur sempre tra i suoi membri “laici”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Si potrebbe dire lo stesso quanto alla tecnica usata per introdurre il “premierato elettivo”, che concentra le ipotetiche modifiche su pochi ― ma decisivi ― punti della disciplina costituzionale della forma di governo, conseguendone in entrambi i casi il massimo risultato possibile con un apparentemente minimo sforzo innovativo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Appunto a questo riguardo si puntualizza­ che, intendendosi contemporaneamente modificare quella  parlamentare che ci è propria in senso monocratico, anche restringendo le prerogative in materia del Presidente della Repubblica, la duplicazione dei Consigli superiori indebolisce perciò stesso nel confronto la tutela della magistratura come tale, tanto più che dell’Alta Corte disciplinare da introdurre in luogo della relativa sezione disciplinare del CSM  (stavolta però istituendo un organo unico, ossia non diviso in due sezioni, a seconda della funzione dei giudicandi), la relazione illustrativa al disegno di legge costituzionale sottolinea che essa servirebbe a migliorare la professionalità del corpo. Questo costituirebbe peraltro ― osserva giustamente l’autore ― una singolare diversione del fine, intendendo ottenerne il miglioramento qualitativo e deontologico attraverso una via sanzionatoria, il che appare dunque un indizio visibile dello spirito punitivo che permea l’intera riforma.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Segue ancora una critica ― diffusamente ripresa nel testo successivo, che come si vedrà si concentra su quest’unico profilo ― al prefigurato sistema del sorteggio per la provvista dei due nuovi collegi divisi, in luogo dell’unico oggi operante, uno per i magistrati dell’accusa e un altro per quelli giudicanti. Si noti che anche qui l’intervento è formalmente minimale, nel senso che le due categorie, sebbene con carriere divise, resterebbero in ogni caso appartenenti al medesimo ordine, tralasciandosi alcune proposte piú radicali di espungerne la prima. Eliminare tuttavia l’elezione, secondo l’opinione di chi si sta commentando, «priva i due collegi competenti per l’amministrazione delle due carriere giudiziarie dell’autorevolezza che deriva all’attuale Consiglio dal concorso dell’associazionismo giudiziario» e «introduce nel sistema un elemento solipsistico (…). Ci troviamo così di fronte ad una prospettiva certamente nuova, che però pone un interrogativo sul rilievo di un’autonomia ed indipendenza che si esprime attraverso singole persone di cui non è agevole percepire la capacità di farsi portatori degli interessi e delle idee della rispettiva corporazione».</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nell’ottica di questa osservazione ― qui procedo a porre in chiaro quanto del pensiero esposto mi sembra perciò in proposito implicito, sperando di non tradirlo  ― il tanto discusso “correntismo”, oggi indubbiamente essenziale a sorreggere una candidatura al Consiglio che voglia essere vincente, una volta eliminate le derive patologiche connesse alla ricerca del voto (per lo stesso Bartole «inconvenienti» ai quali tuttavia si sarebbero potuti «introdurre correttivi senza esporre la magistratura al pericolo dell’isolazionismo») potrebbe addirittura avere la funzione positiva che in altro campo hanno ― questo lo osservo io ― le “scuole” universitarie, egualmente tacciate nel dibattito pubblico, da non addetti ai lavori e in molti casi da pubblici ministeri che non ne comprendono la logica, di essere matrici di illecite <em>combines. </em>Chi invece le difende e lo stesso fa con l’inevitabile cooptazione virtuosa tipica del sistema le vede come sedi di disciplinamento, cioè di trasmissione artigianale di regole dell’arte, ossia di buone pratiche e delle norme non scritte del come si sta al mondo nell’Accademia. Analogamente deve dirsi, va aggiunto, delle associazioni di docenti, nonché di dottorandi e dottori di ricerca per i singoli settori disciplinari, i cui convegni periodici sono al tempo stesso occasioni per chi vi aderisce per fare conoscenza personale, promuovere contatti e progetti professionali, nonché svolgere un legittimo <em>lobbyng</em>,  risultando in sostanza occasioni di visibilità e autopromozione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Tornando allora al nostro tema, non manca perciò chi delle diverse sensibilità culturali ― vere e proprie associazioni, con statuti, organi interni, quote da versare, attività continue, brillanti riviste, tutte confederate nell’ANM, che è dunque “associazione di associazioni” ― ha invece proposto l’istituzionalizzazione. Del resto ― mi fa notare acutamente un amico magistrato e rileva con altre parole anche il nostro autore ― un sorteggio fra lottizzati non elimina la lottizzazione, bensì si limita ad affidarla al caso. Il problema infatti non sta qui e di questo si dirà oltre.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Per completare intanto il resoconto del suo primo intervento, Bartole paventa che un pubblico ministero isolato da colleghi del medesimo ordine che svolgono però funzioni diverse sviluppi un’attitudine pratica (e prima ancora una mentalità, una cultura) esclusivamente accusatoria e poliziesca, con effetti da antica <em>Prokuratura</em> sovietica. Qui va riconosciuto che tale rischio è tutt’altro che remoto, specialmente se ― ad allontanarlo ― non si incentivassero il più possibile scambi di riflessione e interlocuzione comune e continua fra magistrati di tutte le funzioni e di ogni ruolo, nonché tra questi e gli avvocati, prendendo ispirazione dall’esperienza tedesca in tale direzione che accosta le diverse professionalità legali già nel periodo della formazione, con un avvio solo successivo alle diverse carriere. Ancora una volta torna utile, a mio giudizio, il paragone che facevo in precedenza con la funzione positiva svolta dai convegni scientifici, al fine di favorire la circolazione di contatti fra studiosi di vario livello, strutturati e non, anche come occasioni di scambi di informazioni sulle situazioni delle varie sedi e sulla situazione concorsuale delle diverse discipline.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Gli replica nel sito dell’Associazione dei Costituzionalisti, come si diceva, innanzitutto ― <em>ad adiuvandum</em> ― Nicolò Zanon, che vanta dalla sua tanto l’esperienza di membro del CSM, quanto quella di giudice costituzionale. Favorevole in linea di principio alla separazione delle carriere e giustamente convinto sia che per giungervi non occorra modificare la Costituzione, bastando per questo obiettivo la legge ordinaria (che è del resto la fonte che ha introdotto anche la giurisdizione disciplinare dell’attuale, unico Consiglio), sia della neutralità dell’attuale organizzazione giudiziaria rispetto al “giusto processo”, nel senso che quest’ultima formula non implica necessariamente la realizzazione di quel presupposto, come nelle sentenze 37/ 2000 e 50/ 2022 ha chiarito la Corte Costituzionale, egli lamenta tuttavia l’inaccuratezza tecnica del testo oggi in dirittura d’arrivo alle Camere. Quanto al resto, egli osserva, «chi ha potuto rilevare le traiettorie che hanno condotto il CSM, nei decenni, ad allargare le proprie funzioni ben oltre il dettato costituzionale e legislativo, come può esimersi dal pensare che il nuovo CSM non sarebbe pronto a replicare prassi e consuetudini del primo?».</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Comunque, ad evitare il probabile aumento di conflitti che metterebbero in seria difficoltà soprattutto il Presidente della Repubblica, vertice previsto di entrambi i collegi, egli  ricorda (ma qui il richiamo della massima è mio) che già Guglielmo di Ockham aveva invitato ai suoi tempi a non complicare cose da mantenere invece semplici: <em>entia non sunt multiplicanda sine necessitate</em>, insomma, tanto più che la sovraquotazione che ne deriverebbe ai pubblici ministeri li doterebbe di un regime più forte rispetto a quello attuale, che è sì di indipendenza, ma, alla luce dell’attuale testo costituzionale, anche contrassegnato da garanzie diverse da quelle dei giudici propriamente detti, giacché  individuate solo attraverso la legge di ordinamento giudiziario</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Un’ulteriore replica è quella di un assai autorevole magistrato della Suprema Corte, Enrico Scoditti, il quale propone che ― all’atto dell’elezione ― il magistrato che vada in tale modo a comporre il CSM cessi di avere qualunque vincolo formale di appartenenza a una delle correnti. L’eventuale, accertata continuità di legami in tale senso dovrebbe essere stigmatizzata negativamente appunto nella circostanza delle valutazioni periodiche di progressione in carriera.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Sotto questo aspetto, sembra a chi scrive che la misura proposta estenda ai magistrati (rispetto alle possibili appartenenze associative diverse interne all’ordine, le cui forme sono state sopra ricordate) la medesima logica proibizionistica stabilita ― quanto alla loro iscrizione ai partiti politici ― dall’art. 98 della Costituzione e, pur essendo degna di interesse per l’onesta ammissione del problema e per la ricerca di una soluzione ad esso, si presti tuttavia alla medesima obiezione, ossia al rilievo che una disiscrizione formale da una struttura organizzata come gruppo di pressione non basta ad allentare ― in ipotesi ― vincoli di prossimità ideale e sostanziale ad esso, che possano perciò produrre vantaggi al soggetto “contiguo”, che poi da lui si riverberino sul gruppo al quale egli resta comunque vicino, a titolo di restituzione del sostegno ricevuto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Finisco richiamando sempre in sintesi il secondo intervento del giurista triestino, tutto concentrato stavolta sul profilo del sorteggio per la composizione dei due organi di gestione delle carriere giudiziarie previsti dalla riforma costituzionale. Dopo avere ricordato la giustificazione della separazione delle carriere fornita da chi la ritiene coessenziale al “giusto processo” (ma si è già visto come Zanon l’abbia smontata efficacemente), egli osserva in sovrappiù che, essendo il CSM organo costituzionale, tale modalità sarebbe inusitata per gli organi che identificano la Costituzione: la regola, infatti, è in questo caso l’elezione e limitate eccezioni (nomina presidenziale di cinque giudici costituzionali e dei senatori a vita,  nomina e non elezione dei membri del CNEL, del resto organo solo consultivo), non giungono ad inficiarla, ma semmai ne costituiscono conferma.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Mi auguro di avere riassunto il pensiero altrui (qua e là blandamente commentandolo) con un sufficiente grado di onestà intellettuale, ma ora è il momento di esprimere il mio.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Innanzitutto una domanda: ma è poi vero che il Consiglio superiore della Magistratura sia un organo costituzionale? Non ignoro certo che autorevoli studiosi ― prima di quello che sto commentando, o a lui coevi ― lo hanno sostenuto, traendone prova dalla circostanza che esso non è titolare di un indirizzo politico generale, ma concorre certo a definire le linee e le scelte di politica giudiziaria. Altri hanno fatto ricorso alla più cauta e generica definizione di “organo di rilevanza ― o rilievo ― costituzionale”. Un’ attenta dottrina ha spiegato che l’organo potrebbe in particolare venire finanche abrogato (in altre democrazie occidentali del resto manca, o è diversamente configurato quello corrispondente), ma non <em>sic et simpliciter</em>, bensì solo attraverso una legge costituzionale che prevedesse contestualmente un modo diverso, ma egualmente incisivo, per tutelare valori costituzionali indisponibili a una revisione, come sono l’autonomia e l’indipendenza dell’ordine giudiziario.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">In tutto quanto ho scritto, in una carriera ormai lunga, credo di avere mostrato realisticamente un forte interesse verso quella “Costituzione vivente” alla quale è ora dedicato un corposo commentario scritto non per caso (giacché essi ne sono tra gli attori principali) pressocché tutto da magistrati. Su questo aspetto ritornerò, intanto vorrei però fissare un punto: a leggere il testo della Costituzione del 1948, ossia al netto degli sviluppi successivi, non pare dubbio che le competenze che i Costituenti vollero attribuirgli siano di natura amministrativa (qualcuno ha icasticamente parlato di «un direttore generale collegiale») e ristrette perdipiù a specifici atti enumerati di gestione delle carriere degli appartenenti all’ordine, sicché ad esempio i poteri para-normativi esercitati attraverso circolari di indirizzo, i pareri al governo e al Parlamento, gli interventi costituiti da “pratiche a tutela” di magistrati in conflitto con esponenti politici (queste ultime, però, poi legittimate dal regolamento interno) sono tutti stati atti di poteri autoassunti <em>extra ordinem</em>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Un commentatore, nel volume che ho appena richiamato, trae da una sentenza risalente della Corte Costituzionale, la 44/1968, l’idea che essa abbia appunto definito come tale il Consiglio, ma a me pare che abbia frainteso: in quella decisione ― che risultava dalla riunione di tre giudizi, promossi da altrettanti magistrati ordinari che si dolevano al Consiglio di Stato di assunte illegittimità commesse in loro danno, in sede di valutazioni di carriera ― era l’Avvocatura dello Stato che qualificava per tale l’organo, deducendone che i suoi atti fossero perciò insindacabili. La motivazione della decisione (redatta da Costantino Mortati) fu invece più prudente. Trascrivo in proposito parte del paragrafo terzo del <em>Considerato in diritto</em>, mettendo in corsivo quanto rileva ai fini del mio ragionamento:</h4>
<h4 style="text-align: justify;">«Risulta dal suo (della Costituzione, n. d. r.) art. 104 che <em>l’istituzione del Consiglio superiore della magistratura ha corrisposto all’intento di rendere effettiva, fornendola di apposita garanzia costituzionale, l’autonomia della magistratura, così da collocarla nella posizione di “ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere” e conseguentemente sottrarla ad interventi suscettibili di turbarne comunque l’imparzialità e di compromettere l’applicazione del principio consacrato nell’art. 101, secondo cui i giudici sono soggetti solo alla legge</em>. Si è così provveduto [ad integrazione e rafforzamento delle altre garanzie costituzionali di indipendenza, quali risultano dalla riserva di legge (art. 108), dall’assunzione del magistrati, in via normale, mediante pubblico concorso (art. 106), dall’inamovibilità (art. 107)] a concentrare ogni provvedimento relativo al reclutamento e allo stato degli appartenenti all’ordine nella competenza assoluta ed esclusiva idi un organo che, mentre realizza <em>una particolare forma di autonomia, pel fatto di essere espresso in prevalenza dallo stesso corpo giudiziario</em>, è poi presieduto dal Capo dello Stato, in considerazione della qualità che questi riveste di potere “neutro” e di garante della Costituzione ed è altresì fornito di una serie di guarentigie corrispondenti al rango spettantegli, nella misura necessaria a preservarlo da influenze che, incidendo direttamente sulla propria autonomia, potrebbero indirettamente ripercuotersi sull’altra affidata alla sua tutela. <em>Non è rilevante, al fine che qui interessa della determinazione dell’ambito di insindacabilità dei suoi atti, stabilire la natura del rapporto sussistente fra il Consiglio superiore della magistratura e la magistratura, per precisare se esso sia da considerare organo di questa e quindi parte dell’ordine giudiziario, o invece organo a sé stante, o addirittura distinto potere. Mentre non è contestabile la diversità oggettiva delle funzioni rispettivamente esercitate: giurisdizionali le une, amministrative le altre</em> (non apparendo dubbia l’appartenenza a quest’ultima categoria delle misure disposte nei casi concreti, in applicazione delle norme relative all’assunzione ed alla carriera dei magistrati), non incontra poi difficoltà ammettere che le rispettive attività possono rimanere assoggettate a differenti trattamenti. <em>Neppure necessario appare prendere posizione sul punto se il rango da riconoscere al Consiglio sia quello proprio di organo costituzionale, dato che il sistema vigente conosce dei casi di assoggettamento al controllo giurisdizionale di atti provenienti da organi indubbiamente costituzionali. Sicché l’eventuale attribuzione della qualifica predetta non offrirebbe un criterio idoneo a risolvere la questione</em>».</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Se si vuole comprendere l’evoluzione successiva degli eventi, occorre allora abbandonare il piano esclusivamente teorico e formale del sistema normativo e guardare agli sviluppi storico-sociali che hanno portato ad arricchire e a variare il  quadro della intavolazione originaria della materia, finendo col collocare i magistrati, non più riguardati come i solitari  applicatori di regole pre-scritte alla fattispecie contenziosa concreta (“soggetti solo alla legge”, in base all’art. 101, 2° comma della Costituzione: l’isolamento lamentato da Bartole trova la sua radice qui, oltre che in un’idea tradizionale e francamente polverosa di che cosa sia l’interpretazione giuridica e quella costituzionale in particolare),  ma ― attraverso l’affiliazione in “correnti” di riferimento ― lungo una strada ben diversa.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Fin dal Congresso del 1965 dell’Associazione a Gardone Riviera (magistratura Democratica che lo “vinse” e già questa assimilazione del linguaggio impiegato alle dinamiche partitiche è molto indicativa, era nata l’anno precedente) emerse decisamente il superamento del carattere in precedenza funzionariale e omogeneo al blocco di potere dominante dell’ordine giudiziario, divenuto ora “adulto” e  consapevole ― nei membri più giovani e in taluni illuminati esponenti di età ed esperienza più mature ― di una soggettività autonoma di ceto, fondata sulla applicazione anche diretta, occorrendo, della Costituzione e che si sentì chiamato a rinnovare per la sua parte sia la politica, sia la sclerosi della società. La Corte Costituzionale, indispensabile in quest’opera di svecchiamento, era entrata effettivamente in funzione nel 1956, il Consiglio Superiore della magistratura solo due anni dopo (e dell’organo meramente consultivo introdotto dalla riforma Orlando dei primi anni del Novecento portava solo la medesima denominazione. ma aveva una funzione diversa), nascevano così i “pretori d’assalto”. In breve, la parte più dinamica e innovativa degli appartenenti all’ordine giudiziario scopriva di potere fare politica, essendo legittimata dalle sue conoscenze tecniche, se non dall’elettività propria della classe politica tradizionalmente intesa e perciò da un modo innovativo di svolgere la propria funzione: sono questi anche gli anni della proposta teorica dell’“uso alternativo del diritto”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Dopo una lunga fase di accesa contrapposizione, raccontano analisi ormai non più recenti,  si registra una convergenza  tra i due ceti politici su un  momento “armistiziale”, tradotto nell’impegno che una politica “classica” in via di progressivo indebolimento chiese infatti, in una fase successiva, agli appartenenti all’ordine giudiziario per avere ragione di quelle che un apprezzato studioso di storia del diritto contemporaneo ha definito come due (di tre) emergenze, ossia il contrasto alla criminalità organizzata e  quello al terrorismo, attraverso la gestione molto discrezionale dei cosiddetti “pentiti” di entrambi i tipi di organizzazione che i pubblici ministeri potevano svolgere, non essendo gravati da una ricerca del consenso elettorale anche di ambienti “imbarazzanti” e letteralmente in-dicibili, che invece caratterizzava la politica tradizionalmente intesa.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quando però si manifestò una terza emergenza, in ordine di tempo ― vale a dire la corruzione sistemica nel rapporto tra partiti e imprese ― politica e magistratura si trovarono nuovamente l’una contro l’altra. Che all’esito di tale dinamica non tanto la magistratura in sé (che continuava nel suo insieme ad assicurare il funzionamento del “servizio giustizia”), quanto la sua “aristocrazia” costituita dai capi delle correnti abbia avvertito la pulsione a sviluppare nuovamente una propria intensa soggettività politica è perfino ovvio: dove c’è un vuoto, qualcuno interviene sempre a colmarlo in supplenza.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Lungo questo processo tanto parte della politica che ho definito tradizionale o “classica”, quanto la magistratura, hanno dovuto purtroppo annoverare ciascuna i propri martiri. In particolare, di fronte all’ultimo fenomeno, la prima ritenne difensivamente di rinsanguare le proprie fila, che venivano intaccate dall’azione dell’altra, cooptandone alcuni membri. Il tutto avveniva nel plauso giustizialista (iniziale e chiara manifestazione di quel populismo che il sistema politico conoscerà successivamente in modo più largo anche in altre forme) di elettori disorientati e inclini a cercare conforto in figure rassicuranti che sembravano promettere la tutela dei valori e delle virtù civili della Repubblica, che altri non apparivano in grado di garantire: fu questa ― lo si ricorderà ― la stagione dei “girotondi” attorno ai palazzi di giustizia.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Si era ormai entrati in quella che (con corrività giornalistica del tutto priva di fondamento scientifico, ma che si compendiò in questa formula fortunata) fu chiamata la “seconda Repubblica”. Un pezzo della magistratura organizzata divenne allora stabilmente un attore del gioco politico, a favore di una parte di questo che l’appoggiava, ma esigendo da essa l’esoso prezzo di impedirle qualunque manifestazione di autonomia, quanto all’organizzazione del potere giudiziario: la proposta di Giuliano Pisapia, presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, indipendente del gruppo di Rifondazione Comunista, costituì l’essenziale motivo della sua mancata ricandidatura; questa stessa e in più quelle della divisione del CSM in due sezioni e dell’istituzione di una Corte disciplinare erano soluzioni già presenti nella relazione finale della Commissione D’Alema del 1997 – 1998, approvata da questa, ma mai dal <em>plenum</em> delle assemblee. Contro questo blocco c’era quello opposto, capeggiata da un noto imprenditore, prima del mattone e poi delle televisioni private, «sceso in politica», perché «l’Italia è il Paese che amo».</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quella che si è ora descritta è peraltro una fotografia del passato, che ritrae la prima esperienza di bipolarismo dell’alternanza o conflittuale del sistema politico italiano (la nostra storia repubblicana era stata infatti caratterizzata in precedenza, anche in età liberale, da una sua variante consociativa, nella quale la “cosa” ― metaforizzata da un giovane Italo Calvino nell’immagine della “Grande Bonaccia” ― ne aveva preceduto la teorizzazione e denominazione di “compromesso storico”). Oggi il bipolarismo conflittuale sopravvive, ma con partiti profondamente mutati e con altri protagonisti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Anche la magistratura, dopo un picco di popolarità, ha conosciuto un momento di ripiegamento e il suo Consiglio superiore una profonda crisi, nata da un episodio che ha coinvolto alcuni suoi membri e un ex presidente dell’Associazione, poi radiato dall’ordine. Uno studioso ha ritenuto di recente che la «dimensione politico-rappresentativa» dell’organo sia «una questione da (ri)mettere a fuoco», auspicando «un rilancio della natura costituzionale del CSM», ma la riforma in discussione va precisamente in direzione opposta, caricandosi di un forte simbolismo. Essa interviene in un momento storico nel quale, come rilevano ricerche sociologiche, si è appannata una certa tensione ideale nei giovani che accedono alla magistratura e in coloro che già ne fanno parte, prevalendo semmai uno spirito corporativo e carrieristico. Cessando dal servizio per limiti di età, la prima presidente della Corte di cassazione ha così rilevato con allarme che molti vincitori di concorso, all’atto di prendere servizio, lo hanno evitato, preferendo ― pur dopo avere superato un concorso impegnativo ― altre offerte più lucrose e prestigiose nel frattempo loro giunte.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quanto al testo della riforma e alla “filosofia” che esso palesa, non ha tanto rilievo pratico la separazione formale delle carriere, che nella realtà non costituisce davvero un problema, essendo pochissimi i casi in cui il mutamento di funzione oggi avviene e perdipiù potendo riguardare un magistrato una sola volta e unicamente cambiando regione del suo servizio. Da questo punto di vista, essa è stata sostenuta fortemente dall’Unione delle Camere Penali e dal Consiglio Nazionale Forense, in forza di un’interpretazione possibile (ma come detto sopra non l’unica pensabile) dell’art. 111 della Costituzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Né davvero rileva molto privare il Consiglio della funzione disciplinare, anche se certo il modo di esercitarla appare non del tutto in asse col principio del “giusto processo davanti a un “giudice terzo e imparziale”, tale essendo anche il procedimento disciplinare (che «si svolge con le garanzie del giusto processo regolato dalla legge a tutela, innanzitutto, del magistrato incolpato, ma anche in consonanza con la funzione propria della responsabilità disciplinare e con la sua vocazione a oltrepassare la ristretta cerchia di un corpo professionale organizzato», rileva una dottrina). Il potenziale incolpando infatti potrebbe avere votato per chi potrebbe essere in ipotesi il suo giudice naturale, ma si tratta di una situazione a cui si è già posto rimedio e comunque lo stesso studioso ritiene che legittimamente «la giustizia disciplinare presenti scostamenti piuttosto significativi» rispetto al “giusto processo”, con opinione autorevole che non può essere discussa qui.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il <em>punctum dolens</em> attorno al quale ruota davvero tutta la riforma è piuttosto, a ben vedere, quello del doppio CSM e del sorteggio per farne parte. Effettivamente ne risulteranno potenziati i pubblici ministeri ed inoltre si intende palesemente con la sua introduzione colpire il principio della rappresentanza, che si adatta fisiologicamente a un organo di natura politica (e infatti è su di esso che sono appunto costruite le assemblee politiche a tutti i livelli) e non o assai meno a uno tecnico, cui semmai si attaglia meglio l’autorevolezza conferita dalla “rappresentatività” ― che è concetto diverso, non necessariamente coincidente col primo ― di chi lo compone, ossia dall’essere chi ne è dotato percepito come il più possibile <em>super partes</em>, superandosi insomma vincoli correntizi di mandato, che possono dissimulare scambi di favori,  in modo da essere largamente accettato da chi deve vederne gestita la propria sorte professionale, in ragione del proprio prestigio ed equilibrio.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Naturalmente, perché questo si realizzi, il sorteggio non potrebbe essere “secco”, ossia senza temperamenti. In altra sede ho proposto che, se proprio tale sistema deve venire introdotto, sia riservato a chi ha dato prova di possedere queste doti attraverso l’esercizio di almeno un mandato in un Consiglio giudiziario. Un sorteggio “puro”, senza cautele, finirebbe per premiare infatti chi non ha davvero una vocazione verso questa particolare attività di amministrazione delle carriere dei colleghi e allenterebbe quei vincoli di “disciplinamento” che nascono dall’essere membro di una “corrente”. Ancora una volta torna il parallelo con la composizione delle commissioni di concorso per una posizione di ruolo nell’università, nelle quali ― sulla base del previo proporsi a tale ruolo di chi comunque non può avere titoli di carriera minori di coloro che deve giudicare idonei alla docenza, per avere poi essi titolo al concorso locale ― si effettua appunto un sorteggio tra gli aspiranti, ma nessuno dei possibili componenti delle commissioni è un <em>outsider</em>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il meccanismo ora immaginato finirebbe comunque per indurre a qualificare gli istituendi Consigli piuttosto come autorità indipendenti poste a tutela di valori indefettibili che non possono non appartenere alla magistratura e si adatterebbe a un ritorno alla concezione originaria dei Costituenti, perché questi sarebbero in sostanza consigli di amministrazione dell’ordine.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il recupero di peso della politica tradizionale rispetto a quella esercitata in forma di interpretazione del diritto che ad alcuni fa paventare il <em>Richterrecht</em> è un’operazione che oggi è sostenuta dalla destra al governo, ma che in realtà trova eco e favore anche a sinistra. Un suo autorevolissimo esponente, ormai fuori dell’agone politico attivo, ma che continua a definirsi comunista per formazione (già magistrato, professore universitario, presidente emerito della Camera dei Deputati e a lungo sostenitore delle istanze dell’ordine giudiziario) ha scritto or non è molto che «In sostanza la politica è priva di uno spazio di autonomia nei confronti della giurisdizione. A mio avviso è una situazione inaccettabile. Nel programma di riequilibrio tra magistratura e politica dovrebbe essere individuata con legge costituzionale un’area di decisioni politiche del Consiglio dei ministri che siano dichiarate insindacabili», mentre altri influenti personaggi della medesima parte, appena ieri, esprimono egualmente il loro favore verso la separazione delle carriere.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Con diversa e ben maggiore consapevolezza dello strumento tecnico utile allo scopo, nella posizione virgolettata si rinviene la medesima istanza immunitaria che percorre il governo attuale a proposito del processo a un ministro per un caso di resistenza assunta <em>contra legem</em> all’immigrazione clandestina e ancora nel “caso Almasri”: il recupero insomma della categoria dell’atto politico, anche se in dottrina non era mancata qualche voce che ritiene incostituzionale l’art. 7 del codice del processo amministrativo, che tuttora lo prevede.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Riepilogo e concludo: si è di fronte allo scontro per l’egemonia tra due ceti politici, entrambi legittimati oggi su base rappresentativa, nei termini sotto precisati, ma il secondo in forza di ― e in aggiunta a ― una qualificazione tecnica. La classe politica tradizionale, che ha competenza politica generale e monopolio legale della decisione sulla revisione costituzionale, se condivisa da un ampio quorum di parlamentari, vuole togliere il potere di interdizione e controllo nei suoi confronti che il ceto politico dei magistrati, che pretende di avere acquisito un potere di indirizzo politico settoriale, via via che suppliva la prima con l’approfittare del suo progressivo indebolimento dovuto a svariati motivi (contesa sulla produzione normativa con la magistratura medesima che ha sviluppato poteri “creativi” di essa; perdita del controllo delle risorse economiche dovuta alla globalizzazione; regionalizzazione e al contempo europeizzazione delle decisioni politiche fondamentali) ha di fatto conquistato. Prova dunque a farlo colpendo l’ordine giudiziario nel meccanismo che ne ha rafforzato negli anni la posizione effettiva, ossia la gestione elettiva autonoma della composizione del suo organo di amministrazione delle carriere dei componenti dell’ordine, che in più viene indebolito col duplicarlo.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Chiedersi peraltro se la riforma possa essere bloccata in questa fase dal Presidente della Repubblica è a mio avviso errato. A parte un potere discreto di <em>moral suasion</em>, che avrà certamente esercitato, nel caso di una revisione costituzionale non sufficientemente condivisa egli non riceve nemmeno il testo formalmente, come ha correttamente osservato Salvatore Curreri, <em>Separazione della carriere? Il Colle non può fermarla</em>, ne <em>L’Unità</em>, 19 settembre 2025. Semmai è all’atto della successiva (ri)pubblicazione, ossia in sede di promulgazione del testo funzionale all’entrata in vigore della legge che egli potrebbe intervenire, rinviandolo alle Camere con un messaggio motivato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Si va dunque realisticamente verso il non auspicabile scontro del referendum costituzionale, che sarà inevitabilmente sostenuto dalle opposte schiere dei contendenti al calor bianco, per non avere saputo essi (né avuto voglia di) ritrovare davvero ― al di là di dichiarazioni di facciata di disponibilità ― l’ispirazione dei Costituenti a superare visioni contrapposte per trovare un accordo transattivo al fine di un ammodernamento ragionevole della materia. Due mezze buone ragioni, tuttavia, non danno come risultato una ragionevole verità convenzionale comune.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><em>Apprendo solo dal commosso omaggio di Sandro Staiano, </em>Michele Scudiero. Il Gran Normanno Maestro gentile<em>,  leggibile sul sito dell’Associazione italiana dei Costituzionalisti dal 15 settembre 2025, che Gli era stato offerto di andare a comporre il Consiglio Superiore della Magistratura ― suppongo per poi verosimilmente vicepresiederlo ― e che egli rifiutò: «Non volle perché, accettando, avrebbe dovuto sospendere la sua opera nell’Università e non si acconciò a rinunciare, temporaneamente ma piuttosto a lungo e in una fase impegnativa, alla sua opera per gli studenti e per i giovani studiosi che ne seguivano il magistero». Si trattò dunque di una scelta fra due doveri “civili”, dettata dalla valutazione di dove avrebbe potuto essere più utile alla collettività e mantenere le responsabilità che si era assunto verso il proprio mondo di riferimento e questo era tipico dell’uomo. Non so se avrebbe concordato nel merito con quanto si legge sopra, ma non avrebbe fatto una piega sul contenuto, anche se non lo avesse condiviso, sempre che fosse stato sicuro del rigore argomentativo dello scritto. È stato infatti un grande educatore ad esso di allievi e studenti, senza però mai attentare alla loro libertà e autonomia di giudizio, anzi accogliendo e integrando nella collaborazione anche chi si era laureato con altri (io ad esempio con Gianni Ferrara, ultimo ad esserlo alla Federico II prima del suo trasferimento alla Sapienza) e veniva da un </em>humus<em> culturale diverso dal suo, che aveva robuste radici nel popolarismo autonomistico sturziano e nel personalismo solidaristico cattolico.</em></h4>
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		<title>L&#8217;INTELLIGENZA  ARTIFICIALE  E  LA  GUERRA</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Apr 2025 05:21:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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<h4><strong>Intelligenza artificiale e guerra: a lezione da Palmer Luckey</strong></h4> 
&#160; 
 
Scritto da <a href="https://www.pandorarivista.it/author/alessandro-aresu/">Alessandro Aresu</a> 
 
10 minuti di lettura 
 
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<h4 style="text-align: justify;">Per capire il rapporto tra intelligenza artificiale e</h4></div> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29654">Continua lettura...</a>]]></description>
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<h4><strong>Intelligenza artificiale e guerra: a lezione da Palmer Luckey</strong></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Scritto da <a href="https://www.pandorarivista.it/author/alessandro-aresu/">Alessandro Aresu</a></p>
<p>10 minuti di lettura</p>
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<h4 style="text-align: justify;">Per capire il rapporto tra intelligenza artificiale e guerra, oggi, non si può prescindere da Palmer Luckey. Vediamo perché, attraverso un’analisi della sua storia imprenditoriale, che ho ripreso e sviluppato nel mio libro <a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/geopolitica-dell-intelligenza-artificiale-di-alessandro-aresu/" target="_blank" rel="noopener"><em>Geopolitica dell’intelligenza artificiale</em></a>. La figura di Luckey oggi si affianca a nomi più noti come Elon Musk e Peter Thiel e permette di comprendere l’evoluzione del rapporto tra tecnologia e potere negli Stati Uniti. Un’evoluzione che, volenti e nolenti, ci riguarda tutti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Palmer Luckey nasce nel 1992, a Long Beach, California. Sua madre decide di istruirlo a casa, assieme alle sue tre sorelle. Luckey è un ragazzino che ama montare e smontare gli oggetti elettronici e, da adolescente, fonda ModRetro, un forum online dedicato agli appassionati di hacking di vecchie console di gioco, dove si condividono segreti e strategie. Sviluppa un interesse profondo per la realtà virtuale e per la costruzione di prototipi di dispositivi, con l’idea di fornire una migliore esperienza di gioco.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Luckey si trasferisce in un furgoncino, dove invita i suoi amici e smonta i visori e i dispositivi che ha ottenuto in diversi contesti, tra cui i macchinari sanitari. Dopo aver accumulato una vasta collezione di visori di realtà virtuale ormai obsoleti, Luckey contatta Mark Bolas del Mixed Reality Lab dell’Università della California del Sud, dove ottiene uno stage non retribuito. Nel mentre, continua a lavorare al suo progetto personale. A meno di vent’anni, Luckey realizza il prototipo del visore Rift, primo della serie Oculus. La tesi di investimento di Rift e Oculus è legata alla convinzione che la realtà virtuale si diffonderà sempre di più come esperienza di gioco e di vita, diventando un mercato sempre più vasto e da ultimo imprescindibile. Ad accorgersi del prodotto di Luckey, che ha coinvolto nella sua impresa un amico storico il quale ha comunicato alla madre che non sarebbe più andato all’università per smontare aggeggi in un camper, è una vera e propria divinità del mondo dei videogiochi: John Carmack. Carmack è lo storico co-fondatore con John Romero di id Software, la casa di produzione che ha realizzato videogiochi sparatutto come <em>Doom</em> e <em>Quake</em> negli anni Novanta, plasmando l’immaginario di milioni di persone. È anche una figura eccentrica: per esempio, per anni ha collezionato Ferrari e testardamente le ha fatte potenziare da vari meccanici, e tutto ciò gli è valso il bando dalle liste di coloro che possono acquistare le auto del cavallino di Maranello. Carmack ha costruito il suo successo quando Luckey nasceva, ma sa intuire le nuove tendenze e il progetto di Rift cattura il suo interesse. Promuove così una sua dimostrazione pubblica all’E3, la più grande fiera videoludica. La dimostrazione riceve un enorme interesse mediatico e segna l’inizio vero e proprio dell’avventura di Luckey nel mondo della tecnologia avanzata.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Oculus diviene ben presto un’azienda più o meno strutturata, nonostante il giovanissimo fondatore, e lo stesso Carmack assume il ruolo di direttore delle tecnologie. Oculus viene sostenuta tra l’altro dai fondi di venture capital di Peter Thiel e Marc Andreessen. Oltre ai capitali, non va scordato l’aspetto puramente manifatturiero, che ha un’importanza politica. Come racconterà spesso lo stesso Luckey, la produzione dei visori viene realizzata soprattutto in Cina, e questo passaggio rappresenta per lui l’occasione di rendersi conto della capacità manifatturiera cinese e di come essa vincoli la tecnologia degli Stati Uniti: un fattore di grande rilievo per le sue valutazioni più generali, alcuni anni dopo. Nel 2014, il successo di Oculus viene sancito dalla vendita a Facebook per oltre 2 miliardi di dollari, con l’accordo che Oculus rimanga un’entità indipendente all’interno di Facebook, simile a Instagram e WhatsApp. Dopo la vendita, Luckey si trasferisce nella Silicon Valley e si dedica al miglioramento del dispositivo Oculus Rift fino al suo lancio ufficiale nel 2016. Luckey accetta di vendere Oculus a Facebook non solo per l’enorme guadagno realizzato, ma anche perché Zuckerberg gli fornisce un’assicurazione sulla centralità dei progetti di Facebook per la realtà virtuale, un aspetto che viene confermato negli anni successivi, con l’attenzione e gli investimenti sul metaverso. Zuckerberg promuove addirittura il cambiamento del nome della sua azienda, divenuta ormai un conglomerato tecnologico, in Meta per certificare questa svolta nel 2021. Nel mentre, Luckey non è più coinvolto nell’impero di Zuckerberg perché, a seguito delle controversie mediatiche su una sua donazione politica nel 2016 a un gruppo che denigra Hillary Clinton online, viene allontanato da Facebook. È un’uscita traumatica, che segna la fine di una fase della sua carriera e l’inizio di un’altra, con un intermezzo giapponese.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Mentre infuriano le polemiche sulla sua donazione elettorale, che si inseriscono nella discussione sulla scommessa vincente su Donald Trump operata da Peter Thiel nel 2016, Luckey si dedica anche al cosplaying in Giappone in bikini nei panni di Quiet, eroina della saga di <em>Metal Gear</em>, insieme alla sua storica fidanzata. La passione di Luckey per il Giappone, come per molte persone della sua generazione e di quella precedente, risale al grande impatto globale dei manga, dei cartoni animati e della loro cultura, che si inserisce nel ruolo che la cultura videoludica e popolare hanno per Luckey: non solo passione personale, ma anche potente veicolo per lo sviluppo tecnologico e strategico.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Come abbiamo visto, Luckey è il fondatore di ModRetro, un forum online dove appassionati di tecnologia e hacking delle console si scambiavano idee e progetti. Questo ambiente collaborativo ha permesso la nascita di nuove idee e approcci, creando un ecosistema di creatività condivisa che ha contribuito allo sviluppo delle tecnologie che costruiscono il successo di Oculus. I forum hanno permesso di abbattere le barriere geografiche, facilitando la condivisione del sapere tecnico tra appassionati e innovatori.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Inoltre, grande la passione di Luckey per la cultura di manga e anime ha avuto un profondo impatto sulla sua visione creativa e strategica. Sin da bambino, è stato ispirato da personaggi come Seto Kaiba, l’antieroe di <em>Yu-Gi-Oh!</em>, brillante ingegnere e magnate di un impero tecnologico che rifiuta e rivoluziona i ruoli tradizionali che gli vengono cuciti addosso. Gli anime diventano un modo per accendere un pensiero non convenzionale e laterale, nella ricerca di prodotti che possono catturare l’interesse della generazione degli appassionati.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Proprio l’idea della realtà virtuale come passo finale dell’evoluzione tecnologica legata ai videogiochi emerge nelle discussioni di Luckey con queste comunità, attraverso la volontà di migliorare i sistemi di gioco per creare un ambiente così realistico da ottenere una “immersione assoluta” dei giocatori, attraverso un’esperienza sensoriale e fisica senza precedenti. I videogiochi, pertanto, emergono come una piattaforma strategica su cui caricare le altre potenzialità, comprese quelle professionali.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Luckey, ferito dall’uscita da Facebook e dall’abbandono della sua creatura, ma con un’ampia disponibilità di risorse, costruisce il suo personaggio anche attraverso l’aspetto fisico: indossa quasi sempre una camicia hawaiiana (ne possiede circa settanta) e le infradito, e si vanta di possedere la più grande collezione di videogiochi al mondo. Tra i suoi progetti laterali, c’è la produzione di un nuovo particolare Game Boy, realizzato coi migliori materiali ora disponibili, per fornire la migliore esperienza di gioco possibile.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Oltre a queste note, che non sono soltanto “di colore”, come abbiamo visto, emerge il progetto centrale, in grado di collocare propriamente Luckey all’interno del panorama dove operano Elon Musk e Peter Thiel: Anduril. È il nome, tratto dalla spada di Aragorn nel <em>Signore degli Anelli</em>, dell’azienda fondata da Luckey nel 2017, con l’obiettivo di applicare alla difesa e alla sicurezza sistemi autonomi e di intelligenza artificiale. Anche per via della personalità di Luckey, Anduril diviene uno dei nuovi leader delle tecnologie della difesa, attirando l’attenzione dell’opinione pubblica e delle strutture governative statunitensi. L’ascesa di Anduril si inserisce all’interno del fenomeno che Palantir, l’azienda co-fondata da Peter Thiel, ha definito “prima colazione”: l’emergere di una serie di imprese che vogliono modernizzare gli apparati statunitensi, portare i loro appalti verso sistemi tecnologici più avanzati, affiancando e sostituendo i tradizionali contractor come Boeing, Lockheed Martin, Raytheon e altri. Le innovazioni proposte da queste aziende non si limitano alle tecnologie per la difesa, perché nel momento in cui raggiungono un successo commerciale cercano di ampliare i loro mercati: un esempio da questo punto di vista è proprio Palantir, che ormai è un’azienda quotata presente nell’indice S&amp;P e ha affiancato molti clienti civili agli apparati di sicurezza statunitensi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il caso di Anduril va considerato sia sulla base dei prodotti che sulla base dell’ideologia, del modo con cui l’azienda si posiziona nel più ampio dibattito statunitense. Tra i prodotti principali di Anduril, c’è il software Lattice AI, che permette ai sistemi di sorveglianza e d’arma di operare con maggiore autonomia e “consapevolezza”. Il sistema percepisce grandi quantità di dati in tempo reale, sintetizzando input per prevedere minacce potenziali e attuare contromisure. Il drone Ghost riflette l’attenzione di Luckey su asset militari autonomi e scalabili: è un drone compatto e agile, progettato per la ricognizione sul campo di battaglia e gli attacchi mirati. Dal suo impiego in Ucraina, il drone ha dimostrato la sua efficacia in ambienti dove prodotti più convenzionali avrebbero difficoltà, secondo Anduril, perché può operare in condizioni avverse e di bassa visibilità. Lo scopo commerciale è mostrare come sistemi autonomi a basso costo e prodotti in massa possano fornire vantaggi tattici cruciali nei conflitti moderni. Tra le altre soluzioni di Anduril, possiamo ricordare Pulsar, volto a disturbare e hackerare droni nemici mentre inganna i loro sistemi di navigazione per deviarli o disabilitarli. Come abbiamo ricordato in precedenza, Luckey attraverso l’esperienza di Oculus ha conosciuto e sfruttato la capacità manifatturiera cinese e ha potuto comprendere la dipendenza delle aziende tecnologiche statunitensi dalla Cina. Questo è senz’altro un tema in cui gli obiettivi economici e commerciali di Anduril si uniscono all’ideologia: in innumerevoli incontri e conferenze, infatti, Luckey, sempre con la sfacciataggine del suo personaggio, ha citato la dipendenza di Apple dalla filiera cinese e il sostegno fornito da Apple alle industrie cinesi attraverso questi processi. Nel momento in cui le aziende tecnologiche statunitensi dipendono dal principale avversario degli Stati Uniti in modo decisivo, esse si trovano in trappola – afferma Luckey. Pertanto, l’obiettivo di Anduril è molto ambizioso: cambiare la struttura produttiva dell’industria della difesa negli Stati Uniti, superando le dipendenze dalla Cina che caratterizzano anche i più noti leader del settore. Nell’immaginario che Luckey vuole alimentare, gli Stati Uniti devono tornare a essere un vero “arsenale della democrazia”, come nell’espressione resa celebre da Franklin Delano Roosevelt e, soprattutto, resa concreta dall’impareggiabile capacità produttiva statunitense nella Seconda Guerra Mondiale. Così, in un manifesto di Anduril, Luckey riprende esattamente il mito dell’arsenale, chiedendosi nel 2022: “Xi Jinping crede di poter superare in innovazione la difesa americana. Ha ragione?”.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">L’impianto Arsenal-1 dell’azienda è una grande fabbrica progettata per produrre in massa hardware militare avanzato, con processi automatizzati simili alle linee di produzione automobilistiche di Tesla. L’obiettivo è ridurre drasticamente i costi, per “democratizzare” l’accesso alle capacità militari avanzate secondo la comunicazione di Luckey, ma ovviamente questa democratizzazione porta alla crescita di quote di mercato di Anduril. Nell’ideologia di Luckey, così come dei progetti dell’ecosistema di Palantir e nelle iniziative di alcuni fondi di venture capital che finanziano le aziende di difesa e sicurezza, tra cui spicca il programma American Dynamism guidato da Katherine Boyle per Andreessen Horowitz, a segnare il nuovo complesso militare-industriale, sempre più tecnologico, è l’identificazione del grande nemico (la Cina con la sua capacità produttiva) all’interno di un’epoca di crescenti conflitti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Non si può capire la scelta di Luckey se non si comprende lo shock del superamento dello stereotipo del “mondo piatto” e del <em>doux commerce</em>: temi ai quali Luckey, nei suoi tour di conferenze tra improbabili podcast in cui parla di fantascienza e alieni o tra imbolsiti forum della difesa, si riferisce in modo esplicito. Con la sua camicia hawaiiana, il fondatore di Oculus e Anduril parla di Norman Angell, della “grande illusione” della pace commerciale spezzata dai conflitti, e più di recente di come i conflitti del nostro tempo, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino ai pericoli del Mar Cinese Meridionale e di Taiwan, confermino la sua tesi, che possiamo riassumere in tre passaggi: primo, per esercitare deterrenza in un mondo dove la struttura del potere è incerto, bisogna essere preparati; secondo, la preparazione richiede sia la modernizzazione tecnologica che l’aumento delle capacità produttive; terzo, il tradizionale apparato militare degli Stati Uniti e dei loro alleati non è in grado di raggiungere questo obiettivo, pertanto Anduril e altre aziende devono prendere in mano lo scettro, o meglio la spada, visto che siamo nel mondo del <em>Signore degli Anelli</em> e si tratta del cammino di Aragorn. Visto che siamo negli Stati Uniti, naturalmente, Aragorn è un re non perché viene da una dinastia, da una linea nobiliare che riporta a Isildur: la sua regalità è conquistata sul campo, attraverso quella capacità di seguire le tracce e orientarsi, interfacciandosi con diverse realtà, coi vivi, con creature semidivine e coi morti, che è presente anche nell’epica di Tolkien, e che nel caso di Luckey è incarnata dall’epica dei videogiochi, della controcultura pop, dei manga e degli anime. In questo percorso, come abbiamo visto, è essenziale che Luckey possa mantenere il suo personaggio, il “poser” con camicia hawaiiana e infradito, perché ciò identifica la sua libertà, sia le aspettative della sua audience, del bacino di talenti che poi andranno ad alimentare le sue imprese, nonché a sostenere politicamente quella tesi, che integra e amplia la tesi di Peter Thiel e Palantir, che ho descritto nei miei <a href="https://www.limesonline.com/rivista/peter-thiel-paypal-mafia-elon-musk-rene-girard-18347744/" target="_blank" rel="noopener">saggi su <em>Limes</em></a> e nei miei libri, dal 2016 a oggi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La conseguenza è l’affermazione di un nuovo gruppo, sempre più consistente, di imprenditori, investitori e lobbisti, che nel nome di un nuovo patriottismo finanzia la politica statunitense e tesse relazioni con gli apparati di difesa e sicurezza, e si trova per discutere con la stessa passione dell’ultima versione di un videogioco come della debolezza statunitense nella capacità di costruzione navale rispetto a Pechino. In questo clima di preparazione alla guerra, Anduril può diffondere la sua tesi, e prosperare, sempre chiarendo ciò che è stato appreso con Oculus e che viene utilizzato contro Apple, contro l’ipocrisia che Apple rappresenta: la guerra riguarda sempre anche l’hardware, la manifattura, non è pensabile soltanto in termini di software, e sei chiaramente più debole se per l’hardware dipendi dal tuo grande avversario.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Quest’aspetto dell’hardware è cruciale. Luckey nelle sue conferenze più recenti, quando gli viene richiesto un giudizio sul <em>Chips &amp; Science Act</em> del 2022 e sui suoi effetti, da un lato ne sminuisce il significato per ragioni politiche (chiaramente, è un sostenitore di Trump e dei repubblicani) ma dall’altro lato formula un’osservazione più profonda. Afferma infatti, sempre unendo la cultura popolare e l’analisi, che la manifattura di semiconduttori, come altri problemi produttivi, non può essere considerata alla stregua di un film di Hollywood, risolto dal colpo di genio dello scienziato, del pilota, dell’eroe che genera il lieto fine: si tratta di questioni di enorme complessità nel rapporto tra clienti e fornitori e che sono legate all’organizzazione di una filiera elettronica più profonda, per cui Luckey propone tra l’altro di concentrarsi sull’importanza della produzione di computer negli Stati Uniti. In termini simili, Luckey continua il suo tour, dagli Stati Uniti a Paesi come l’Australia, e discute con competenza degli investimenti in ricerca e sviluppo della difesa statunitense, delle storie delle stesse aziende tradizionali che ora vuole togliere dal trono, dell’importanza delle Filippine e del Vietnam, dell’ascesa, caduta e ritorno del rilievo del dominio sotterraneo nella Guerra Fredda e oggi.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Tra i concetti che Luckey avanza con maggiore costanza in riferimento al conflitto con la Cina, c’è quello di una strategia di “esfiltrazione” dei ricercatori di Pechino. Secondo Luckey, c’è un’attenzione eccessiva sul problema che i ricercatori cinesi giunti negli Stati Uniti possano agire come spie: siccome si tratta di un problema irrisolvibile, perché tanto i casi di spionaggio ci saranno comunque, viste le risorse che in questa materia la Cina può mobilitare, ha mobilitato e mobiliterà, tanto vale rispondere con una strategia di attrazione molto aggressiva, in cui gli Stati Uniti fanno sapere che vogliono accogliere tutti i migliori talenti che si trovano in sistemi avversari, per portarli dalla loro parte, secondo una logica in parte già sperimentata nella Guerra Fredda. Oltre ad avanzare queste strategie che lo rendono uno degli “intellettuali” su difesa e tecnologia negli Stati Uniti, come abbiamo visto, Luckey vuole vendere i suoi prodotti e quindi ottenere contratti.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Per esempio, nel 2024 il velivolo aereo autonomo Fury di Anduril è stato selezionato dall’Aeronautica statunitense come drone principale per il programma di aeromobili da combattimento collaborativi. La scelta di Fury, rispetto alle proposte di contractor tradizionali come Lockheed e Boeing, ha segnato una vittoria per Anduril e per il suo modello di innovazione. Sempre nello stesso anno, Anduril ha chiuso con successo un nuovo round di investimento, con una valutazione di 14 miliardi di dollari. La visione della modernizzazione della difesa espressa dall’azienda e dal suo fondatore è già una delle realtà con cui l’intelligenza artificiale fa parte del nuovo “arsenale” degli Stati Uniti, nell’epoca di Donald Trump, ma soprattutto nell’ideologia di un mondo conflittuale avanzata dal videogiocatore californiano.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, il cammino di Anduril è andato avanti in modo accelerato. Abbiamo continue conferme di questo paradigma, nella logica del capitalismo politico: Anduril e Palantir avanzano una precisa tesi di trasformazione industriale e tecnologica degli Stati Uniti sulla base della competizione con la Cina e di un superamento netto della globalizzazione ingenua (incarnata dalla caricatura di Norman Angell). All’inizio del 2025, appena prima dell’inaugurazione di Donald Trump, Anduril annuncia un mega-investimento manifatturiero in Ohio. In seguito, Luckey interviene pubblicamente sul caso DeepSeek, iscrivendosi tra coloro che accusano la startup cinese di avere un’infrastruttura di calcolo ben superiore a quella da essa rivendicata. A febbraio, Anduril risulta impegnata in un nuovo round di finanziamenti, che potrebbe portare la valutazione a 28 miliardi. Dove porterà quest’accelerazione? La certezza, per ora, è che non possiamo capire oggi il rapporto tra l’intelligenza artificiale, la geografia produttiva e la guerra senza passare per i progetti di Palmer Luckey.</h4>
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		<title>RUSSIA-UCRAINA: OLTRE  LA  TREGUA</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Apr 2025 11:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 id="messagebody" style="text-align: justify;"><a href="https://casa.tiscali.it/promo/?u=https://casa.tiscali.it/mobile/smart120/&#38;r=TS00000A00025&#38;dm=link&#38;p=tiscalimobile&#38;utm_source=tiscali&#38;utm_medium=link&#38;utm_campaign=mobile&#38;utm_content=footermail_smart120&#38;wt_np=tiscalimobile.link.footermail.mobile.smart120.." target="_blank">La guerra tra Russia e Ucraina, dopo oltre tre anni, potrebbe vedere una tregua mediata da Trump o arrivare a una forma di congelamento, ma un vero trattato di pace</a></h4> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29616">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 id="messagebody" style="text-align: justify;"><a href="https://casa.tiscali.it/promo/?u=https://casa.tiscali.it/mobile/smart120/&amp;r=TS00000A00025&amp;dm=link&amp;p=tiscalimobile&amp;utm_source=tiscali&amp;utm_medium=link&amp;utm_campaign=mobile&amp;utm_content=footermail_smart120&amp;wt_np=tiscalimobile.link.footermail.mobile.smart120.." target="_blank">La guerra tra Russia e Ucraina, dopo oltre tre anni, potrebbe vedere una tregua mediata da Trump o arrivare a una forma di congelamento, ma un vero trattato di pace richiede di affrontare nodi comples<em>si.</em></a></h4>
<h4 style="text-align: justify;">L’amministrazione Trump <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3dHYMbLV%267%3dY%265%3dSRcH%26G%3dLhLYPZ%26B%3d0ER7K_Cyjr_Ni_9snx_Ih_Cyjr_Mnv64RzG9.A5F.xM4_Jl1g_TaZQTP_Phuk_ZWbN_Phuk_ZWTQ_Phuk_ZW7FP6Hz_Phuk_ZWL4KvD4Lv-LCS4HD-N37yEv-L0-C56-FI934Lv-OvP_9snx_Ih4Lu7I.FAE7%26B%3d%26zK%3dLbMSL%26R0%3dTUZLbNaHSRhLSO%269r3vF%3dOS1fQSLZN81YQ5yYI4RDs4TgtYzAPSzeJVS0JbRaO4SdJ3NeJaLAPZS0H8Mav7S9&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">ha fatto capire</a>, in maniera più o meno velata a seconda delle occasioni, che <strong>la guerra in Ucraina deve terminare</strong> e che, in sostanza, è vissuta dagli USA come un pesante “contrattempo” che impedisce loro di concentrare gli sforzi in aree ritenute più rilevanti per i propri interessi. Tra i fronti cruciali per Washington c’è sicuramente il Medio Oriente. Lì, oltre all’Iran – rivale di lunga data nella regione e costante fonte di preoccupazione per il suo programma nucleare – la recrudescenza del conflitto a Gaza rischia di costituire <strong>un complesso grattacapo</strong> per l’amministrazione Trump. Tuttavia, lo scenario di maggiore importanza è localizzato ancor più a oriente, nell’Indo-Pacifico, dove nei prossimi anni la competizione con <strong>la Cina</strong> promette di infiammarsi ulteriormente. Se l’allontanamento dall’Ucraina e dall’Europa è verosimilmente atto a destinare maggiori risorse in quest’area, l’inaspettato riavvicinamento di Washington alla Russia nel contesto delle negoziazioni del conflitto è interpretato da alcuni come <strong>un ulteriore tentativo di insidiare la Cina</strong>, tentando di creare qualche crepa nella cosiddetta “<strong>amicizia senza limiti</strong>” che lega Pechino e Mosca.</h4>
<p>NATO Si, NATO No&#8230; Ma con quali <strong>GARANZIE</strong></p>
<h4 style="text-align: justify;">Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, seguito dalla sua prima <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=5%3dFa3VJX%26m%3dS%263%3dU8WF%26I%3d2bJa6T%260%3dBuL5M_ssht_4c_7uTr_Gj_ssht_3hBQx.A8JjG3FjFt.Cu_JfwQ_TUCu_JfwQ_TUJv4qFj5pTjG39_ssht_3h9LvE5-7iApGb-H0NjF-25-m3-9Lf905-jF-07s3xHb-F4H-f-HxO-wArCo3-Gd4TLW%26e%3d%26A8%3dU5XFU%26uK%3dGd3WOW4SFaAWFX%26i%3dStZ43p5bXJbA7Lag4Lde7HbAbMZc8pVf6tb96Ob6UIX0TtdeTOV5bMZfWN96XtU83HW7&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">conversazione telefonica</a> con Vladimir Putin il 18 marzo, l’accordo per arrivare a una tregua in Ucraina <strong>sembrava a portata di mano</strong>. Invece, a distanza di settimane, le parti continuano a <strong>scambiarsi accuse di violazioni</strong> e il presidente americano non nasconde <strong>il suo disappunto per l’atteggiamento dilatorio del Cremlino</strong>, <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=3%3d9Y6TCV%26p%3dQ%26v%3dSAU9%26G%3d5ZCY9R%263%3d0xJxK_vqar_7a_zsWp_0h_vqar_6f20i8qDp.3wE_vqar_6fpGq5v71I_zsWp_0he4uAr91Lv12AsD_zsWp_0h9R0TBVF-LvKuH-x8mJiI-i-HwOk0sBw9m3iD-h5i6p9v7-jEz-HyJqF-xE-i9v5m-Ls-3m3w5nAv5_zsWp_0h%26h%3d%2691%3dS8V9S%26xI%3d01i3eb6UHU7Q9YDU9V%26l%3dSF79Vl4iRk3D4CbhUkZAU9XDRBW6TG7iZ9894ESCSlVDYFa92E8AVHXDQkYjZD89&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">parlando</a> addirittura di una &#8221;scadenza psicologica&#8221; entro la quale Mosca <strong>dovrà accettare un accordo per il cessate il fuoco in Ucraina. </strong>Una vera tregua sarebbe certamente una buona notizia per le popolazioni civili dei due paesi, specialmente per quella ucraina, stremata da <strong>oltre tre anni di combattimenti ininterrotti</strong>. Tuttavia, la stipula di un cessate il fuoco, sia esso complessivo o limitato, non combacia assolutamente<strong> con un vero e proprio trattato di pace</strong>. Quest’ultimo obiettivo, a lungo termine, richiede che vengano sciolti diversi nodi, fino ad arrivare a una <strong>nuova e complessiva architettura della sicurezza</strong> tra le due controparti. Ecco le principali sfide:</h4>
<p>Le REGIONI <strong>Contese</strong>, il PREZZO della <strong>Pace</strong>.</p>
<h4 style="text-align: justify;">Qualora si dovesse arrivare a <strong>un cessate il fuoco</strong> – temporaneo o permanente – tra Russia e Ucraina, resterà il problema di capire come <strong>garantire la sicurezza di Kiev</strong> affinché il Cremlino non attacchi nuovamente nel medio-lungo periodo. <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=9%3dDd8ZHa%26r%3dW%261%3dXCaD%26L%3d7fHdAX%268%3dEzP3P_xwfw_9g_5xYv_Em_xwfw_8lqDgL.2Om_NdzV_XSBt_NdzV_XSOkOr8x9u_OWyc_YLL89rEp8zE2Ky_NdzV_XSPk98OoPB-D1758tPrBy-QxOgE1B-F%260%3d%26vP%3d7ZIX7%26P6%3dYFXHg9YDXCfHX0%26D%3dn80BDaicJaDYFgAXFg0ao90bGdD7IZFbreB7n8gXHZh8paF8KZherBDaICA7qai9LekY&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">Alcuni esperti</a> hanno delineato tre possibili alternative all’adesione ucraina nella NATO. Una prima forma di deterrenza consisterebbe nel <strong>prolungamento del sostegno militare all’Ucraina</strong>, dotandola di armamenti sufficienti a scoraggiare future velleità di conquista russe (idea avanzata anche nel Libro Bianco di <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=3%3d8X3TBU%26m%3dQ%26u%3dR8U8%26F%3d2ZBX6R%262%3d9uJwJ_sqZq_4a_yrTp_9g_sqZq_3fk6g5u4f-9u5vI1Iz-Iw2d5.l4.fKyFq1.lL_sqZq_3fkFdKt6oJ_yrTp_9geE4EmEh5_sqZq_3f0acUG533-AZb1-AS6Z-F4bV-9XbZ0U83maAY_lE_sqZq_4fm0m5u2n5_yrTp_0eX8pKf_HXtQ_RBSAphGfH.w5g%264%3d%26pJ%3d2TCR2%26Jz%3dSARBa4S8R8ZBR5%268%3dEW52m60683849Z0YE226GT8QFX2SkWeUlS71DUbYFX8YG26296A5hZ3U1h2bjTcSFV53&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><em>Defence Readiness 2030</em></a><em> </em>dell’UE). In secondo luogo, Kiev potrebbe stipulare <strong>accordi bilaterali di cooperazione militare/difesa reciproca </strong>con diversi paesi partner, sulla falsariga dei trattati che legano gli USA a Giappone e Corea del Sud. Infine, il dispiegamento di una forza di peace-keeping composta da soldati di una “<a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=9%3d0eHZDb%262%3dW%26w%3dYMa0%26M%3dGfDeKX%264%3dF0PyQ_8wbx_Ig_1yiv_An_8wbx_Hl6UC.NnS0A1Q.sKv_PgyY_ZVSxP20_1yiv_AnuQ1M6A_1yiv_AnAG2-Q071KuN-l92H2-92HrC9-IjIu-9xLsNnRu-9xK3E3KuJ3Q-AG19yJn-KuA3G4C-AhHa-Ia-GZ_1yiv_An%26t%3d%26E2%3dYJb0Y%260O%3dAhHaIaIW7j9q0ePa0b%26x%3daF9uXEZuA0aM90aGajAGWA0KcGaNXn0rbFZIYCbGaF0KYActfD0G7ICGXFCLeoAK&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>Coalizione dei volenterosi”,</strong></a> un’opzione che sotto la leadership di <strong>Francia e Regno Unito </strong>sta ricevendo particolare attenzione, soprattutto dopo il <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=8%3dMXMYQU%267%3dV%260%3dRRZM%26F%3dLeQXPW%26G%3d9EOBJ_Cvoq_Nf_Drnu_Ng_Cvoq_MkINH.DEG4J0C4I1.0E_Mmtk_Wb0E_Mmtk_WbGF7xC48wQ4J06_Cvoq_Mk86FMAGv-910-GJ869O1I0N5-SUYVVT%269%3d%265J%3dLYRRL%26OE%3dSUWQaNXMRReQRO%26C%3dRSPWVWO8y4PZwZNVU4PXx3SZ1S10UVTAR2TWVRx86w2vVSN6xTSd2XTcPSUaUZSXw4R0&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">summit di Parigi del 27 marzo</a>. Tuttavia, diverse criticità insidiano questo e gli altri scenari, prima fra tutte <strong>l’ostruzionismo da parte della Russia</strong>. Mosca si è infatti <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3d1YFb5V%26z%3dY%26n%3dSKc1%26G%3dEh5YIZ%26u%3d08RpK_6ySr_Gi_rsgx_2h_6ySr_FnwOA.0lG3Kb76E.cG1_PQud_ZFFsUs_Je1P_TT9rLwAl77_PQud_ZFTNZ5-bG-h6_Je1P_TTPuK7Ga-K-z9vJ3T-r7xCcL7-AoE4PoEwQe-G2-CuJ3Ne32-RrG3Ns-A2-SkJoGn7_6ySr_GneEpCd6sB-c0sAkG9R_rsgx_3f8Pu7%26r%3d%26Gs%3dSHd1S%268Q%3d2bFc0UGY1YNc1V%26v%3dc8YGC4bo964Nd1ZE02WLBbSKa6VIBb7Kec8NC07KY2VKf59a3oVsDbWKY87rdfbpf47E&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">prontamente opposta</a> all’invio di forze di pace occidentali, lasciando peraltro intendere che per avanzare nelle negoziazioni si dovrà prima passare dalla <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=4%3d1ZCU5W%26w%3dR%26n%3dTHV1%26H%3dBa5ZFS%26u%3dA5Kp_KbtP_VL_IQva_SF_KbtP_UQBr8xCiG.3L_rtdq_2ipMeG5J_rtdq_2i1IeLt5eG5_IQva_SFGpNs_KbtP_UQX6WHX%26d%3d%26B4%3dR4YBR%26tL%3dCa2XKT3TBX0XBU%26h%3dZJWdaK70ZpX6cDXbVH269Gaa8nXbVF5bVIRd7JU59n4aYq35TnV5Zl6eUD58c2a4lG64&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">cessazione totale</a> delle <strong>forniture militari/di intelligence</strong> a Kiev. Inoltre, a parte i problemi logistici derivanti dal mantenere un imprecisato numero di soldati per un altrettanto imprecisato arco temporale a guardia di una lunghissima linea di demarcazione, come <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=0%3d0WNaDT%268%3dX%26w%3dQSb0%26E%3dMgDWQY%264%3d8FQyI_Dxbp_Oh_1qow_Af_Dxbp_Nm6MI.MxB5Qr3A.B4_HmzY_Rb81J50u5_Dxbp_Nm4AD8rD1-0x18F39AK-x6-FEn-M5Iu90D-v98F31DV-l85BoI-FL-v51Q-xD-FE4HEAjO_Dxbp_Nm%26m%3d%269E%3dXCVMX%263I%3dNgAUVZBQMdIUMa%26q%3dUyd0Ww9ESz9A8j1wZM9GUw0FYO9lWTfn6TcEZR8CQzbCVxXD2S0BTUaB4S8AY2dE1O0n&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">ribadito da Keir Starmer</a> stesso, per risultare efficace <strong>qualsiasi iniziativa </strong>necessiterà del <strong><em>backstop </em>(supporto) americano</strong>. Insomma, con Mosca bloccata sulle proprie posizioni massimaliste e Trump determinato a defilarsi e delegare il futuro di Kiev all’Europa, la questione delle garanzie di sicurezza resta uno dei nodi più difficili da sciogliere, che rischia di dilatare <strong>le tempistiche dei negoziati di pace</strong>.</h4>
<p>EUROPA ed <strong>Aiuti Militari</strong>: Corsa contro il <strong>Tempo</strong>?</p>
<h4 style="text-align: justify;">Le garanzie di sicurezza e il processo di pace saranno inevitabilmente influenzati anche del <strong>dossier territoriale</strong>. Per via dei rapporti di forza sul campo, la leadership ucraina ha abbandonato l’obiettivo di <strong>riprendere militarmente tutti i territori occupati</strong> – inclusa la Crimea, annessa nel marzo 2014. Dall’inizio del 2025, gli avanzamenti russi in Ucraina sono stati marginali, con Mosca che continua a controllare <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=0%3dOeKaSb%265%3dX%26B%3dYPbO%26M%3dJgSeNY%26I%3dFCQDQ_Axqx_Lh_Fylw_Pn_Axqx_KmL.A8J_Fylw_Pnp8F_utMDCA_Oo1i_YdQC8HSB_Oo1i_YdYRgPZOeWgPgVdRcOfOa%262%3d%26GB%3dXRdJX%26HQ%3dKgPcSZQYJdXcJa%266%3deSfXgvaUcueVaNZP9JZ2gJ02cw9WctCRcJaPaOX2hx0XgKAydM0SgtC3gP8TeS8y9tZV&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">circa il 18%</a> del Paese. Il maggiore elemento di novità riguarda l’<strong>oblast’ di Kursk</strong>, dove una serie di offensive russe avrebbe spinto la maggior parte delle truppe ucraine insediatesi nella regione al ritiro,<strong> </strong>decretando sostanzialmente<strong> </strong><a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=5%3dKbDVOY%26x%3dS%268%3dVIWK%26J%3dCbObGT%26E%3dC6L0N_4smu_Ec_Bver_Lk_4smu_DhH.81E_Bver_Lki3B_rmH004_Jkxb_TZN63DP5_Jkxb_TZVKbKcKSMdDUMWGURWHW%26x%3d%26D5%3dSNaCS%26DN%3dDbLZLUMVCYTZCV%262%3d7Hbw7GbQZHWM9p5LXDTScCXT7qYSdEZzYKWPeHUzYHZTWDSz7DTR9Hay0E3R0E3u6maT&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>la fine dell’operazione</strong></a> inaugurata lo scorso agosto. Sebbene la Russia avesse escluso a priori il coinvolgimento di Kursk in qualsiasi trattativa, l’estromissione completa delle forze ucraine <strong>rafforzerebbe la posizione di Putin</strong>, già ora evidentemente <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=7%3dFYOXJV%269%3dU%263%3dSTYF%26G%3dNdJYRV%260%3d0GN5K_Euhr_Pe_7spt_Gh_Euhr_OjBOJ.C8H6I3D6Ht.AG_Lfum_VUAG_Lfum_VUHH6qD67pR6I37_Euhr_Oj9JHG5-55CpEx-J0L6H-23-95-9J2A03-6H-05E5xFx-H4F-2-JxM-ICrAA5-GbPVLU%261%3d%26C8%3dSQZFS%26GM%3dGbOYOUPUFYWYFV%265%3dUtXP5p3xZJZW9LY36Lb19HZWdMXy0pT28tZU8OZRWIVVVtb1VOTQdMX2YN7RZtST5HUS&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">poco incline al compromesso</a>. La sfaccettatura più complessa riguarda però i territori ucraini annessi tramite referendum nel settembre 2022 – le regioni di<strong> Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya </strong>e<strong> Kherson</strong>. Nonostante vi si combatta tuttora, la leadership russa rivendica questi oblast’ <strong>entro i loro confini amministrativi</strong>, pur occupando (quasi) interamente solo i primi due e non controllando i capoluoghi degli ultimi due. Tuttavia, <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=8%3dIZ6YMW%26p%3dV%266%3dTAZI%26H%3d5eMZ9W%26C%3dAxO8L_vvks_7f_0tWu_Ji_vvks_6kEP1.F7Fq00LeIB.Ky_MivT_WX7s8_0tWu_JiAZPY9XI%267%3d%26mN%3dIW0VI%26M6s4ew%3dWRU9eKV5VOc9VL%26A%3d9cJ779wX89Q89cw9g9L78ZNaCaL9A8t7A9R6D9wU80tY7cL98cRcf9IZ0YO7f0RY&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">recenti indiscrezioni</a> dei media vicini al Cremlino rivelano che Putin sarebbe disposto ad accantonare ulteriori mire espansionistiche qualora queste quattro regioni – insieme alla Crimea – venissero <strong>riconosciute come russe</strong>. In sintesi, anche la variabile territoriale lascia intravedere un <strong>percorso particolarmente tortuoso</strong> verso una pace duratura.</h4>
<p>Per RICOSTRUIRE serve INVESTIRE</p>
<h4 style="text-align: justify;">Anche se la guerra dovesse finire, il sostegno all’Ucraina rimarrà un tema che definirà la politica estera europea negli anni a venire. Considerata l’incertezza intorno alle intenzioni di Trump, l’Europa deve prepararsi ad assumere <strong>un ruolo primario </strong>nel sostegno a Kiev. Se <em>Defence Readiness 2030</em> punta a rendere l’UE meno dipendente da Washington in materia di sicurezza e difesa <strong>nel lungo periodo</strong>, resta da capire se il Vecchio Continente <strong>riuscirà a supportare l’Ucraina nell’immediato</strong>. In termini puramente economici, dal 2022 l’Europa (incluse Norvegia, Regno Unito, Svizzera e Islanda) ha contribuito alla causa ucraina con <strong>€44 miliardi l’anno, pari appena </strong>allo 0,1% del PIL<strong> continentale</strong>. Per ovviare al <em>disengagement</em> statunitense, l’Europa dovrebbe pressoché raddoppiare la propria quota annuale, arrivando a circa <strong>€82 miliardi</strong>, pari allo 0,2% del PIL – compito <strong>ambizioso ma assolutamente realizzabile</strong>. Dal punto di vista militare la sfida si fa più complessa, principalmente per due ragioni. In primo luogo perché, nonostante in molti casi l’UE disponga di alternative valide per quasi tutte le principali armi pesanti USA donate all&#8217;Ucraina, per alcuni strumenti <strong>la dipendenza dagli Stati Uniti rimane ampia</strong>. Questo non vale solamente per specifici sistemi d’arma (ad es. missili HIMARS), ma anche per la <strong>fornitura di intelligence</strong>. In secondo luogo, l’orizzonte temporale necessario all’UE per rendersi indipendente dagli USA andrebbe dai <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=5%3d4eHV8b%262%3dS%26q%3dYMW4%26M%3dGb8eKT%26x%3dF0LsQ_8sVx_Ic_uyir_5n_8sVx_HhzUC.6hDuFvC47zQ.sGp_PguS_ZV9oMr3o_PguS_ZV7xP5Hh_PguS_ZVTCZK_JT1f_TIhH_JT1f_TIZK_JT1f_TIKyFg-Rx7-j96K-hS8GsC9-Lr-B5-DlQ0-8rP-t7iC4Kh-UyLkMAL-wFu-Mv_PguS_ZV%266%3d%26l3d9qQ%3dGV9YG%26Lv%3dZPT8hIU4YMb8YJ%260%3d9eP60ZHW9dIT0cOV8ZsT49qYCgHTCZsZBBHY4BIXBfO68drZCaG30ctUCcM67APS&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>5 ai 10 anni</strong></a>. Lo stesso Consiglio europeo di giovedì scorso non lascia ben sperare sulla “variabile tempo”, dal momento che anche solo approvare l’invio di proiettili d’artiglieria a Kiev si è dimostrato difficoltoso, prima per il <strong>veto ungherese</strong> e poi per le <strong>reticenze di altri paesi</strong>. Tra <strong>tempistiche tecniche e divergenze politiche</strong>, l’Europa rischia dunque di arrivare tardi, materializzando il più classico dei “<strong><em>too little, too late</em></strong><em>”</em> dinnanzi alle impellenti esigenze securitarie ucraine.</h4>
<p>La DIASPORA UCRAINA: <strong>ritorno</strong> in SICUREZZA</p>
<h4 style="text-align: justify;">Uno dei principali interrogativi sul futuro dell’Ucraina riguarda il <strong>processo di ricostruzione e</strong> <strong>ripresa</strong>. Secondo la <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3d8a3bBX%26m%3dY%26u%3dU8c8%26I%3d2hBa6Z%262%3dBuRwM_syZt_4i_yuTx_9j_syZt_3nkIdSt9oRz.QpPs8c9uE.pPn_LR1W_VGCu_LR1W_VGN26mGj5uGvH_syZt_3nkIdSt9oRz-LfNvLuQ_yuTx_9jeMjOnCuNeC15jJ_yuTx_9jAgFd3ZGV6Y8XAbGd3Z%26k%3d%26Ct%3dYAZ2Y%261M%3d3h9YAa0U2eGY2b%26o%3dX9h5b9Y9UbYAYAeDWcA8dbA9W4YAV29062gkb6aEW7A8Wbf8V7BjV5f067hBZbe0090h&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">Banca Mondiale</a>, a fine 2024 i danni diretti a infrastrutture e edifici ammontavano a <strong>$176 miliardi</strong>. Nello specifico, risultavano particolarmente colpiti il settore abitativo (<strong>33%</strong> dei danni), dei trasporti (<strong>21%</strong>), dell’energia e dell’industria estrattiva (<strong>12%</strong>). Alla luce di queste stime, si prevede che tra il <strong>2025 e il 2035</strong> saranno necessari <strong>$524 miliardi </strong>per completare la ricostruzione nel rispetto degli standard europei, dunque nel rispetto del processo di adesione dell’Ucraina all’UE. Come già detto, va tenuto in conto che, se al tavolo dei negoziati Kiev fosse spinta a fare concessioni territoriali, la Russia potrebbe rivendicare gli oblast’ annessi nel 2022 – <strong>Zaporizhzhya, Donetsk, Luhansk e Kherson</strong>. Poiché queste regioni valgono circa il <strong>36% dei costi stimati </strong>per la ripresa e ricostruzione ($188 miliardi), un simile sviluppo inciderebbe significativamente sui costi finali di ricostruzione. Indipendentemente dai calcoli, Kiev può già contare sul sostegno finanziario di diversi partner occidentali, e in particolare dell’Unione Europea, che attraverso la <em>Ukraine Facility</em> potrà recapitare ancora circa <strong>€30 miliardi in aiuti finanziari</strong> fino al 2027. Ciononostante, il divario tra le risorse disponibili e quelle necessarie resta ampio: basti pensare che per il 2025, a fronte di un fabbisogno di investimenti valutato a <strong>$17,32 miliardi</strong>, <strong>solo $7,36 miliardi sono stati assicurati </strong>dal bilancio statale. Pertanto, un incremento degli investimenti privati risulta non solo importante, ma addirittura <strong>imprescindibile </strong>per garantire la ripresa del Paese. Un ruolo decisivo potrebbe spettare proprio all’Italia, che il prossimo 10-11 luglio ospiterà a Roma la quarta<strong> </strong><a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=6%3dJWDWNT%26x%3dT%267%3dQIXJ%26E%3dCcNWGU%26D%3d86M9I_4tlp_Ed_Aqes_Kf_4tlp_DiFM9.NA3-uGC54GtJuH71x.68C_4tlp_Di%26w%3d%2695%3dTMVCT%26CI%3dDcKULVLQ4t1mCZSUCW%261%3dRq7SVE6RVnXtTJZvWKUSYLWR3J8OSLVK4DYuVocLUI9tTp7xQnXN5oaK4LYQ2HbR&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong><em>Ukraine Recovery Conference</em></strong></a><em> </em>(URC2025)<em>,</em> dove tra i temi di discussione ci sarà anche la <strong>mobilitazione di nuovi investimenti pubblici e privati</strong> a favore della ricostruzione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Accanto alla necessità di investimenti, il ritorno e la sicurezza della <strong>diaspora ucraina</strong> restano temi cruciali nel contesto della ricostruzione. Dal 2022 ad oggi, sono oltre <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3dKbMbOY%267%3dY%268%3dVRcK%26J%3dLhObPZ%26E%3dCER0N_Cymu_Ni_Bvnx_Lk_Cymu_Mnx6E9.EI3AB.JCE_Bvnx_LkzL_Bvnx_LkDGDPvR3J9Q_Bvnx_LkFIB64Ly9u6v%269%3d%264Q%3dKYQYK%26OD%3dZTWPhMXLYQePYN%26C%3dNhNbwYwXPDv8McSd1BKcvYOcv9z9PgxdTdxVN9NXvbw7MbKbQZPXyDN9zaMawZMc&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>6,9 milioni</strong></a> gli ucraini fuggiti a causa della guerra. Di questi, più del <strong>92%</strong> (circa <strong>6,34 milioni</strong>) ha cercato rifugio nel continente europeo (<strong>1,24 milioni</strong> in Germania, <strong>1,22 milioni</strong> in Russia e <strong>998 mila</strong> in Polonia). Secondo uno studio del <strong><em>Center for Economic Strategy</em></strong> di Kiev, a dicembre 2024 <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=0%3d3W5a7T%26o%3dX%26p%3dQ0b3%26E%3d4g7W8Y%26w%3d8wQrI_uxUp_6h_tqVw_4f_uxUp_5me5v.Lt7.x8_tqVw_4fhK_tqVw_4fuBhKjBgI-iLwHwE-y1yB_tqVw_4f%268c1dg%3d%26Fu%3dQ7c3Q%26wP%3d4Z5bBS6X3WCb3T%26k%3d8AVAa9U8BBV7deUBgfWCdeXBf0V6XAV5g8Z9b747eBS0c9SfBe2BX0U0Y3ZBe3T4&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>meno del 50%</strong></a> degli intervistati ha espresso la <strong>volontà di rientrare in Ucraina</strong>, segnando un crollo di oltre 40 punti percentuali rispetto a novembre 2022. Se da una parte queste stime consentono ai paesi europei di prepararsi in tempo con soluzioni di integrazione più efficaci, dall’altro rappresentano una <strong>complicazione</strong> per la ripresa dell’Ucraina, già segnata da una grave <strong>carenza di manodopera</strong> e da un consistente <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=4%3d8bOUBY%269%3dR%26u%3dVTV8%26J%3dNaBbRS%262%3dCGKwN_ErZu_Pb_yvpq_9k_ErZu_Og4RJ.BtP.4F3.Px_IXxm_SMIC2z_MntW_WcGyJ-FBoQxClIA0h-NGIhO29pD-16tJ5IhA64oIB9v-MBQ3TGB2-P8IhDAP-u6-C6yDB5-kJ-OaAe-EFrP-VS9M-PaGdOU%26k%3d%26DF%3dRAaNR%261N%3dOa9ZWT0VNXGZNU%26o2h6x%3dYRa0VWRE8RZE8zVCdyXBWW3hbV2l8N2j7NWj7RY8VVZ8ARRBaO6DXRYE92T8ZSaA&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>calo demografico</strong></a> (da 42 milioni nel gennaio 2022 a 35,8 milioni nel luglio 2024). Nonostante le iniziative di Kiev per affrontare il problema, come la <strong>Strategia di Sviluppo Demografico</strong><strong> </strong>e<strong> </strong>il <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=6%3dNX9WRU%26s%3dT%26A%3dRDXN%26F%3d8cRXBU%26H%3d91MCJ_ytpq_0d_ErZs_Og_ytpq_9iHEpML.8vO.H2_ytpq_9iOa9W_ErZs_Og8U_ErZs_OgGW_ErZs_Og2KL2k-I2IlC06uNI23-F6Ey86E184Ih6M06B-A2-tBA0zM2IzMIF-u4zQpHA2sGBPp-R25uHFKp_KntW_Uc%265%3d%26pL%3dNUCTN%26Kz%3dUWSBcPT84x2hTTaBTQ%269%3dCUO7CbR4052XEU1YhX17hZ23ET2WAV2YBXN2jbV58712jaO5hVx4mU2Z9cW3hZ2U&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank"><strong>Ministero per l’Unità nazionale</strong></a>, sono necessari sforzi congiunti con l’Europa per favorire il <strong>ritorno dei rifugiati ucraini</strong> nel Paese e creare nuove <strong>opportunità lavorative</strong> in grado di mobilitare forza lavoro e accelerare la ricostruzione. Di nuovo, la <strong><em>URC2025</em> </strong>di Roma sarà un momento chiave per ribadire questo impegno.</h4>
<p>Trump e la <strong>PACE in UCRAINA</strong>: una questione di PRIORITA&#8217;?</p>
<h4 style="text-align: justify;">L’amministrazione Trump <a href="https://tr.ispionline.it/e/tr?q=A%3dHYMbLV%267%3dY%265%3dSRcH%26G%3dLhLYPZ%26B%3d0ER7K_Cyjr_Ni_9snx_Ih_Cyjr_Mnv64RzG9.A5F.xM4_Jl1g_TaZQTP_Phuk_ZWbN_Phuk_ZWTQ_Phuk_ZW7FP6Hz_Phuk_ZWL4KvD4Lv-LCS4HD-N37yEv-L0-C56-FI934Lv-OvP_9snx_Ih4Lu7I.FAE7%26B%3d%26zK%3dLbMSL%26R0%3dTUZLbNaHSRhLSO%269r3vF%3dOS1fQSLZN81YQ5yYI4RDs4TgtYzAPSzeJVS0JbRaO4SdJ3NeJaLAPZS0H8Mav7S9&amp;mupckp=mupAtu4m8OiX0wt" target="_blank">ha fatto capire</a>, in maniera più o meno velata a seconda delle occasioni, che <strong>la guerra in Ucraina deve terminare</strong> e che, in sostanza, è vissuta dagli USA come un pesante “contrattempo” che impedisce loro di concentrare gli sforzi in aree ritenute più rilevanti per i propri interessi. Tra i fronti cruciali per Washington c’è sicuramente il Medio Oriente. Lì, oltre all’Iran – rivale di lunga data nella regione e costante fonte di preoccupazione per il suo programma nucleare – la recrudescenza del conflitto a Gaza rischia di costituire <strong>un complesso grattacapo</strong> per l’amministrazione Trump. Tuttavia, lo scenario di maggiore importanza è localizzato ancor più a oriente, nell’Indo-Pacifico, dove nei prossimi anni la competizione con <strong>la Cina</strong> promette di infiammarsi ulteriormente. Se l’allontanamento dall’Ucraina e dall’Europa è verosimilmente atto a destinare maggiori risorse in quest’area, l’inaspettato riavvicinamento di Washington alla Russia nel contesto delle negoziazioni del conflitto è interpretato da alcuni come <strong>un ulteriore tentativo di insidiare la Cina</strong>, tentando di creare qualche crepa nella cosiddetta “<strong>amicizia senza limiti</strong>” che lega Pechino e Mosca.</h4>
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		<title>IL NULLA  IN  FILOSOFIA</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2025 07:45:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h5 style="text-align: left;" align="center"><span style="text-decoration: underline;">Emanuele Severino: Filosofia e destino dell’Occidente</span></h5> 
&#160; 
<h4 style="text-align: justify;">Il 17 gennaio 2020 è scomparso a 91 anni Emanuele Severino, uno degli autori più importanti che hanno animato il dibattito</h4> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29537">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h5 style="text-align: left;" align="center"><span style="text-decoration: underline;">Emanuele Severino: Filosofia e destino dell’Occidente</span></h5>
<p>&nbsp;</p>
<h4 style="text-align: justify;">Il 17 gennaio 2020 è scomparso a 91 anni Emanuele Severino, uno degli autori più importanti che hanno animato il dibattito filosofico italiano nel secondo Novecento e senza dubbio una figura determinante nel caratterizzarne, per quanto riguarda certi ambiti, gli interessi, le tematiche, la terminologia e il metodo. In un momento in cui la filosofia tendeva sempre più a settorializzarsi, a contaminarsi con altre discipline, a confrontarsi con gli aspetti pratici dell’esistenza umana, a dimostrare la sua utilità per difendersi dagli attacchi, a indebolire le sue pretese, Severino si è fatto promotore instancabile di un pensiero sistematico, puramente teoretico e fondato sull’inattaccabilità della sua logica: un’indagine alla ricerca di ciò che, in un mondo mutevole e caotico, si ponga come verità assoluta e incontrovertibile, presupponendo semplicemente i dati immediati di ciò che a lui stesso appare e le regole del linguaggio in cui quel <i>logos,</i> che la filosofia non può non essere, viene formulato.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nonostante il nocciolo teoretico del suo pensiero sia riservato, a causa della sua profondità e complessità, al mondo degli specialisti, Severino è riuscito nel diventare, con il passare degli anni, una figura conosciuta e rispettata come poche altre nel panorama culturale italiano, grazie anche alle numerose opere, all’interno della sua prolifica produzione, da lui dedicate a un pubblico più ampio e con un’impronta divulgativa, in cui si è occupato tanto della storia della filosofia in generale, quanto a introdurre al suo personale pensiero, oppure ai suoi rapporti con figure del passato come Nietzsche e Leopardi. Numerosi fra i suoi allievi sono divenuti figure di spicco nel mondo della filosofia, della teologia o della cultura<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn1">[1]</a>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Nato a Brescia nel 1929, Severino si forma presso l’università di Pavia, laureandosi nel 1950 sotto la guida di Gustavo Bontadini, che dopo pochi anni segue a Milano presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna fin da giovanissimo filosofia teoretica<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn2">[2]</a>. Negli anni immediatamente successivi elabora e pubblica quelli che sono i due testi fondamentali da cui prenderà le mosse l’intero sistema da lui approfondito e rielaborato fino alla morte: <i>La struttura originaria</i><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn3">[3]</a>, uscito come volume nel 1958, e il saggio <i>Ritornare a Parmenide</i> (1964) con relativo <i>Poscritto </i>(1965)<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn4">[4]</a>, sulla <i>Rivista di filosofia neoscolastica</i>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il primo si colloca nel solco, tracciato inizialmente dal maestro Bontadini, di un tentativo di ricostruzione di una metafisica intesa secondo la tradizione classica, aristotelica, tomista: secondo lui per secoli la teoresi filosofica si era ridotta a puro e semplice gnoseologismo, speculazione su come sia possibile la conoscenza di un oggetto esterno. Con l’attualismo di Giovanni Gentile e la sua affermazione che nulla vi può essere che non sia interno al pensiero <i>in fieri</i>, si rendeva infine possibile il ritorno a una vera e propria metafisica, intesa come analisi delle modalità tramite cui il pensiero a partire dalla sua manifestazione più immediata, ciò che può nuovamente intendersi come l’<i>essere, </i>si manifesta e si struttura. La <i>Struttura Originaria</i> altro non è che l’insieme delle caratteristiche costanti che determinano il manifestarsi dell’essere a prescindere dal suo contenuto.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La naturale necessità che tale discorso non si riveli autocontraddittorio porta Severino a procedere nella sua analisi con un approccio logicamente rigoroso e metodico, in cui si coglie qualche debito persino verso la filosofia analitica (non è irrilevante che negli stessi anni Severino abbia tradotto in italiano <i>La costruzione logica del mondo</i> di Rudolf Carnap), risolvendo puntualmente ogni momento aporetico che possa minare il suo sviluppo. L’aporia divenuta più celebre, che ha generato il maggior dibattito fra gli studiosi, nonché numerosi tentativi di confutazione<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn5">[5]</a>, è quella riguardante lo statuto ontologico del concetto di <i>nulla</i>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il problema che essa pone è il seguente: affermando che l’essere non è il nulla, non diventa forse necessario che “il nulla” sia effettivamente un’entità, un concetto con un significato positivo, una determinazione fondamentale del manifestarsi dell’immediato? Se così fosse, andrebbe abbandonata l’assunzione di partenza, la ripresa attraverso l’attualismo della tesi parmenidea che l’essere è tutto ciò che è. Nemmeno è possibile respingere l’opposizione fra essere e non essere, dato che principio di identità e principio di non contraddizione sono da Severino considerati originariamente evidenti e fra loro equivalenti: diventerebbe impossibile servirsi della negazione come strumento speculativo<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn6">[6]</a>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Severino affronta questo problema affermando che il nulla ha sì un significato positivo, ma che esso è autocontraddittorio: vi è infatti contraddizione fra il fatto che “nulla” dovrebbe stare per un qualcosa che in qualche modo deve esistere, e il fatto che non può esserci qualcosa che corrisponda a tale significato, perché ciò è proprio quello che “nulla” vuol dire. Soltanto considerando separatamente i due lati della contraddizione, afferma Severino, si può cadere nell’illusione che esista un ente chiamato “nulla”: esso è in sé il significato autocontraddittorio, che sì esiste come tale ma, come afferma il principio di non contraddizione, è diverso dall’essere e non è affatto a sua volta un ente.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">È necessario notare come, al momento della prima pubblicazione della <i>Struttura originaria</i>, Severino non avesse ancora sposato quella che è diventata la sua tesi più universalmente nota e commentata, ovvero la negazione del divenire e l’affermazione dell’eternità di ogni ente e di ogni determinazione, tesi che lo porterà alla rottura con Bontadini e con la Chiesa cattolica<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn7">[7]</a>, ma anche alla fama. Essa è presentata nel secondo dei testi fondamentali sopra indicati, ovvero il saggio <i>Ritornare a Parmenide, </i>forse l’opera più nota e letta di Severino.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il saggio si apre con la lapidaria affermazione che tutta la storia della filosofia occidentale ha alterato e dimenticato il senso dell’essere, presente originariamente nel più antico pensiero greco: come scritto nel poema parmenideo, l’essere è, mentre il nulla non è, e questo opporsi radicale al nulla è proprio questo suo senso perduto. Tuttavia, già dal “parricidio” commesso da Platone nel <i>Sofista</i>, e poi nella metafisica aristotelica, il pensiero filosofico ha iniziato ad ammettere la possibilità che, in certi casi, l’essere non sia affatto, ad esempio quando qualcosa che è viene distrutto, quindi “non è” più.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">L’ambito dove si sancisce questo contraddittorio trapassare dell’essere nel nulla è il <i>divenire,</i> che dev’essere quindi radicalmente negato. D’altra parte, nulla ci fa capire esplicitamente che ciò che viene distrutto abbia smesso di esistere: semplicemente non ci appare più. La fede che nel divenire l’essere si cambi in nulla e viceversa viene da Severino denominata <i>nichilismo</i>, follia che caratterizzerebbe l’intera civiltà occidentale, e ne avrebbe determinato il destino. Se Parmenide aveva negato all’essere ogni determinazione, poiché ogni particolare ente non è l’essere, ma quanto singolo ente è un nulla, il Platone del <i>Sofista</i>, nel tentativo di reintrodurre tali determinazioni, aveva definito il non essere come “diverso”, non più come opposto all’essere. Così facendo, però, ha lasciato le determinazioni all’arbitrio del tempo, e tutto il pensiero occidentale lo ha seguito, indirizzandosi a una ricerca di ciò che, al mutare di esse, rimanesse stabile.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Accettando che l’essere trapassi in non essere, tuttavia, il pensiero occidentale si è sviluppato sulla base di una contraddizione insanabile: la sua intera storia sarebbe un tentativo di cercare ciò che è di volta in volta sembrato potersi contrapporre alla potenza del divenire, ma accorgendosi ogni volta che esso finiva per travolgere ogni pretesa di stabilità e immutabilità, ogni principio, ogni “dio”, smascherandolo nella sua provvisorietà. I pensatori a cui Severino ha dedicato le maggiori attenzioni sono proprio coloro che, secondo lui, si sono più di tutti avvicinati alla presa di coscienza che la fede occidentale nel divenire portava alla progressiva attestazione della nullità di ogni cosa e poggiava su una contraddizione: in primo luogo lo “smascheratore” per eccellenza, Nietzsche<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn8">[8]</a>, ma anche Leopardi<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn9">[9]</a> e, da ultimo, Gentile<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn10">[10]</a>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La filosofia deve essere per Severino linguaggio che testimonia il <i>destino</i>, ciò che sta e permane indipendentemente dai mutamenti di ciò che appare. Essa deve ripudiare il divenire, ribadire l’opposizione fra essere e nulla e affermare che ogni ente è eterno, ed è eterna anche ogni sua determinazione. Enti e determinazioni entrano ed escono dal “cerchio dell’apparire”, che altro non è che uno dei punti di vista particolari e singolari su un essere che invece esiste tutto contemporaneamente e a-temporalmente<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn11">[11]</a>, e che potrà essere goduto nella sua interezza con l’oltrepassamento della condizione di vita mortale del singolo. Già la <i>Struttura Originaria</i> si concludeva con la dimostrazione che ciò che appare non costituisce la totalità di ciò che è.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La fondazione dell’intero pensiero occidentale sulla base della fede erronea nel divenire, non ha tuttavia implicazioni solamente teoretiche: essa ha da sempre dato forma a quel “sottobosco” di credenze e convinzioni inconsce che influenza la vita quotidiana e le azioni di chiunque. Ad esse, e all’alienazione dell’occidente appartengono, ad esempio, le illusioni della contingenza e del libero arbitrio: se ciò che appare non è che un piccolo sottoinsieme di qualcosa di eterno e già da sempre compiuto, diviene errato ipotizzare che entri nel cerchio dell’apparire un ente diverso da quello che di fatto entrerà, o che un soggetto possa in qualche modo influenzarlo?</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Ciò che tuttavia rappresenta con maggiore coerenza la tendenza del pensiero nichilista dell’occidente a distruggere qualsiasi fondamento epistemico che si contrapponga al divenire è l’avvento della <i>civiltà della tecnica</i>. La tecnica, con il suo utilitarismo, uscirebbe vincitrice dallo scontro con il sapere “tradizionale”, imponendosi come nuovo fondamento, e contribuendo a realizzare in Terra quel paradiso che la religione ha finora soltanto promesso, liberando l’uomo dai bisogni materiali, allontanando la morte ma anche affinando la sensibilità dell’essere umano per tutto ciò che è tolleranza, bellezza e amore.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">La tecnica è destinata a sostituire l’economia in quanto scopo ultimo delle attività umane: essa infatti è la ricerca di nuove possibilità fine a se stessa, e in questo si differenzia dal precedente “dio” dell’occidente, che mirava invece a qualcosa di esterno a sé come il benessere universale. Dopo la fine del socialismo, il capitalismo, che pure usa i mezzi tecnici per il raggiungimento dei propri obiettivi, è quindi destinato a soccombere di fronte alla conquista dell’egemonia di quegli stessi mezzi, che pretendono di essere potenziati per superare ogni limite e difficoltà che gli si ponga di contro<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn12">[12]</a>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Il destino dell’età della tecnica è tuttavia quello di venire a sua volta superata. Al culmine della sua potenza, secondo Severino, essa dovrà prendere coscienza di essere fondata su un sapere ipotetico e controvertibile, cioè la scienza moderna, e di essere quindi radicalmente impotente: tutta la felicità che essa ha contribuito a realizzare non potrà mai essere resa eterna e immortale. L’angoscia generata da questa contraddizione porterà infine all’apparire nel mondo del linguaggio che testimonia il destino, ovvero la filosofia come Severino la intende, destinata a diffondersi fra i popoli<a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftn13">[13]</a>.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Affermando che il destino di ogni punto di vista particolare sull’essere sia l’oltrepassamento del suo isolamento, Severino è riuscito ad attribuire persino alla propria morte un carattere filosofico e necessario. All’interno della sua filosofia la necessità contraddistingue fino alla più piccola determinazione dell’essere, non vi è spazio per l’imprevisto o per la libertà. Ognuno di noi assiste solamente al dispiegarsi di un libro già interamente scritto, come il creato divino. Non è un caso che, nonostante la rottura con la Chiesa, teologi come Giuseppe Barzaghi cerchino di favorire una conciliazione fra il pensiero di Severino e la dottrina cattolica, e che comunque esso sia guardato in certi ambienti religiosi con rispetto e fascinazione.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">Ora che Severino è morto, la sua eredità ci resta come esempio di come il pensiero possa e in un certo senso pretenda di essere portato ai suoi limiti, senza scendere ad alcun compromesso con la contingenza, con il mondo della materialità e dell’opinione, rinunciando a qualsiasi pratica utilizzabilità nel nome del perseguimento di una verità incontrovertibile.</h4>
<hr align="center" size="0" width="100%" />
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref1">[1]</a>Fra essi Umberto Galimberti, il cardinale Angelo Scola, Carmelo Vigna, Massimo Donà, Luigi Vero Tarca, Luigi Ruggiu.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref2">[2]</a>Per una summa completa del pensiero di Severino comprensiva di cenni biografici e composta con il suo personale contributo, cfr. la monografia di G. Goggi, <i>Emanuele Severino</i>, Città del Vaticano, Lateran University Press, 2015.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref3">[3]</a>E. Severino, <i>La struttura originaria</i>, Brescia: La Scuola, 1957, II ed. con una nuova introduzione Milano, Adelphi, 1981.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref4">[4]</a>Successivamente incluso nell’opera <i>Essenza del nichilismo</i>, Milano, Adelphi, 1982.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref5">[5]</a>Cfr. N. Cusano , <i>Capire Severino. La risoluzione dell’aporetica del nulla</i>, Milano-Udine, Mimesis, 2011.,</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref6">[6]</a>È da segnalare che Luigi Vero Tarca, che fra gli allievi di Severino è uno di quelli che più di ogni altro ha elaborato un pensiero proprio, non trovando soddisfacente la soluzione data a quest’aporia data dal maestro, ha affermato la necessità di eliminare <i>tout court</i> la negazione dal discorso filosofico, affermando che <i>omnis negatio est contradictio</i>, e sostenendo la necessità di una filosofia puramente positiva. Cfr. L. V. Tarca, <i>Verità e negazione</i>. <i>Variazioni di pensiero</i>, Venezia, Cafoscarina, 2016.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref7">[7]</a>La pubblicazione di tale opera e del <i>Poscritto</i> che la segue di un anno, destò enorme scalpore negli ambienti dell’Università Cattolica. Severino si sottopose a un processo del Sant’Uffizio conclusosi con l’attestazione dell’inconciliabilità fra la fede cattolica e il pensiero del filosofo che lasciò l’insegnamento alla Cattolica trasferendosi con numerosi discepoli presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove contribuì alla nascita del corso di laurea in filosofia e dove insegnò fino alla pensione. Ha poi tenuto lezioni presso l’Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano fino alla morte. Cfr. G. Goggi, <i>Emanuele Severino</i>, cit.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref8">[8]</a>Cfr. il volume <i>L’anello del ritorno</i>, Milano, Adelphi, 1999.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref9">[9]</a>Cfr. le opere <i>Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi</i>, Milano, Rizzoli, 1998, e <i>In viaggio con Leopardi. La partita sul destino dell’uomo</i>, Milano, Rizzoli, 2015.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref10">[10]</a>Cfr. il saggio introduttivo da lui scritto per la raccolta di opere edita da Bompiani: E. Severino, <i>Attualismo e storia dell’occidente</i>, in G. Gentile, <i>L’attualismo</i>, Milano: Bompiani, 2010. Cfr. anche E. Severino, <i>Oltre il linguaggio</i>, Milano, Adelphi, 1998.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref11">[11]</a>Tali punti di vista possono ritenersi come quelli di un singolo e particolare individuo? A mio parere sì: la molteplicità dei soggetti, o dei punti di vista sull’apparire, non è da Severino data per scontata ma necessita di una dimostrazione che, insieme alle altre tematiche trattate in questo paragrafo, è argomento dell’opera <i>La Gloria</i>, Milano: Adelphi, 2014. Sul rapporto fra Gentile, Severino e il tema della molteplicità delle coscienze, cfr. anche il mio saggio <i>L’altro in me, </i>in AAVV, <i><a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/attualismo-e-storia.html">Attualismo e storia. Saggi su Giovanni Gentile</a>,</i> Soveria Mannelli, Rubbettino, 2019.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref12">[12]</a>Cfr. E. Severino, <i>Capitalismo senza futuro, </i>Milano, Rizzoli, 2012.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"><a href="https://www.pandorarivista.it/articoli/emanuele-severino-filosofia-e-destino-occidente/?fbclid=IwY2xjawIs8hlleHRuA2FlbQIxMQABHUpCGVP6QvQp4ZXRFZlHoWSXSYP1d0cOowf1EETSyw_YO_c0RV7o2IQpZg_aem_ya5ukhhDzrU5m-wdaR1a8Q#_ftnref13">[13]</a>Cfr. E. Severino, <i>Techne</i>. <i>Alle radici della violenza</i>, Milano-Udine, Mimesis, 2013.</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
<h4 style="text-align: justify;">Scritto da</h4>
<h4 style="text-align: justify;"></h4>
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		<title>BARTOLOMEO DA PISA- SAN DANIELE</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Oct 2024 16:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Mauro D'Aprile</dc:creator>
				<category><![CDATA[EDITORIALI]]></category>
		<category><![CDATA[Le mie Proposte]]></category>

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		<description><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">LA FAMIGLIA FECONDA 
DI FRANCESCO D’ASSISI 
NEL 
DE CONFORMITATE VITAE 
DI BARTOLOMEO DA PISA 
Liber I, Fructus VIII 
Traduzione di 
Noel Muscat ofm 
Analecta Franciscana sive Chronica aliaque varia documenta 
ad Historiam Fratrum</h4> <a href="https://lorizzonte.net/?p=29162">Continua lettura...</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h4 style="text-align: justify;">LA FAMIGLIA FECONDA<br />
DI FRANCESCO D’ASSISI<br />
NEL<br />
DE CONFORMITATE VITAE<br />
DI BARTOLOMEO DA PISA<br />
Liber I, Fructus VIII<br />
Traduzione di<br />
Noel Muscat ofm<br />
Analecta Franciscana sive Chronica aliaque varia documenta<br />
ad Historiam Fratrum Minorum spectantia,<br />
edita a Patribus Collegii S. Bonaventurae,<br />
Ad Claras Aquas (Quaracchi), prope Florentiam,<br />
Tomus IV, 1906, 165-364.<br />
© 2015 Franciscan Communications – TAU Edition<br />
Franciscan Friars<br />
OFM Province of Saint Paul<br />
291, Saint Paul Street,<br />
Valletta VLT 1213<br />
Malta</p>
<p>http://www.i-tau.com/franstudies/</p>
<p>E-book: prima edizione 2015<br />
Nota del traduttore dell’opera:<br />
Permission granted for unlimited use. Credit required.<br />
Permesso concesso per scaricare liberamente, dietro nota di riconoscimento<br />
.</h4>
<h4 style="text-align: justify;">
SIGLE E ABBREVIAZIONI<br />
ABFAtti del Beato Francesco e dei suoi compagni<br />
APAnonimo Perugino<br />
1CTommaso da Celano, Vita di San Francesco<br />
2CTommaso da Celano, Memoriale nel Desiderio dell’Anima<br />
[Vita Seconda]<br />
CACompilazione di Assisi<br />
FAOFFonti Agiografiche dell’Ordine Francescano, Edizioni Francescane, Padova 2014.<br />
FFFonti Francescane. Nuova Edizione, Edizioni Francescane, Padova 2004.<br />
L3CLeggenda dei Tre Compagni<br />
LMSan Bonaventura, Leggenda Maggiore di San Francesco<br />
SPSpecchio di Perfezione<br />
PREFAZIONE<br />
Nel suo studio “«Similem illum fecit in gloria sanctorum». Il profilo cristiforme di Francesco d’Assisi nel «De Conformitate» di Bartolomeo da Pisa” (Antonianum, Roma 2012), Alessandro Mastromatteo scrive nella sua introduzione, a pagina 18: “Il «De Conformitate» non ha beneficiato di nessuna traduzione nelle lingue moderne e chiunque voglia avvicinarsi ad esso dovrà ricorrere al testo originale (latino); anche per questo sarebbe auspicabile in futuro una traduzione dell’intera opera per una maggiore fruibilità della stessa”.<br />
Fare una traduzione completa dell’opera di Bartolomeo da Pisa è davvero un’ardua impresa, dato la mole della stessa opera che occupa due volumi interi degli “Analecta Franciscana”. Il nostro intento in questo volume è stato quello di presentare una traduzione di uno solo dei 40 frutti e conformità elencate dal frate Pisano, per dimostrare quanto la vita di San Francesco fosse conforme a quella di Gesù Cristo. Abbiamo scelto l’ottavo frutto e conformità, intitolato: “Iesum coetus prosequitur – Franciscus fecundatur”.<br />
Questo frutto e conformità parla in modo sintetico della comunità degli apostoli scelti da Gesù per seguirlo e conformarsi alla sua vita, e poi, in modo molto più prolisso, della comunità dei compagni di San Francesco che hanno scelto di seguire l’esempio del Poverello di Assisi, particolarmente dei frati del Primo Ordine, divisi secondo le varie province conosciute alla fine del secolo 14o, quando Bartolomeo scrisse la sua opera. Il maestro Pisano include anche elenchi di frati famosi per dottrina, o per essere stati membri della gerarchia ecclesiastica. Parla anche, in modo più sintetico, del Secondo Ordine di Santa Chiara e del Terz’Ordine della Penitenza.<br />
Per presentare un’idea chiave che soggiace al contenuto di questo ottavo frutto e conformità abbiamo scelto il titolo “La Famiglia Feconda di Francesco d’Assisi nel «De Conformitate Vitae» di Bartolomeo da Pisa”. In questo modo abbiamo cercato di dimostrare quanto l’intuizione evangelica originale di Francesco abbia prodotto abbondanti frutti nella Chiesa. Particolare attenzione viene data dal Pisano ai compagni della prima ora di San Francesco. Per questo motivo la traduzione che proponiamo ha lo scopo di presentare dati biografici sui figli spirituali di Francesco, i quali hanno tramandato alle future generazioni il carisma e la santità di vita del Serafico Padre.<br />
Anche se Bartolomeo da Pisa attinge le sue informazioni da una moltitudine di testimoni che lo precedono, il suo merito è stato quello di presentare un compendio dettagliato di informazioni tratte da tutte le fonti conosciute dei primi secoli di storia francescana. Questo è, di fatto, il merito più alto dell’opera, unito alla sua caratteristica di presentare una storia in chiave spirituale-teologica.<br />
La presente traduzione è soltanto un tentativo timido e forse imperfetto, ma auspichiamo che possa contribuire ad accrescere l’interesse di altri studiosi per arrivare eventualmente ad una traduzione completa dell’opera di Bartolomeo da Pisa.<br />
Fra Noel Muscat ofm<br />
Basilica del Santo Sepolcro, Gerusalemme<br />
8 dicembre 2015 Solennità di Maria Immacolata e<br />
apertura dell’Anno Giubilare di Misericordia<br />
INTRODUZIONE<br />
Cenni biografici<br />
Bartolomeo da Pisa, conosciuto come de Rinonichi, nacque a Rinonico, presso Pisa, verso il 1335. Deve essere distinto da altri due che portavano il nome Bartolomeo e che erano oriundi di Pisa, e cioè da Bartolomeo domini Albisi e da Bartolomeo da San Corrado. La prefazione al quarto volume degli Analecta Franciscana dice che esiste una confusione tra due frati Minori che si chiamarono Bartolomeo, i quali nacquero ambedue a Pisa, e cioè frater Barthomomaeus domini Albisi e frate Bartholomaeus de Rinonico . Secondo Raoul Manselli , il nome de Rinonichi potrebbe riferire alla località di Rinonico sull’Arno, oppure alla famiglia de Rinonichis che viveva a Pisa in quel tempo. Ma il fatto che Bartolomeo viene chiamato con il nome de Rinonichi potrebbe indicare la prima ipostesi, e cioè quella di una località vicino a Pisa.<br />
Bartolomeo entr nell’Ordine dei frati Minori a Pisa il 15 ottobre 1352. Prima del 1373 aveva conseguito il titolo accademico di baccelliere a Pisa, e divenne lector nei vari centri di studio dell’Ordine, particolarmente a Padova e a Firenze. Nel 1373 fu mandato dal capitolo generale di Tolosa a Cambridge, per conseguire il titolo di magister in teologia, ma a cause della Guerra dei Cento Anni non potè andare in Inghilterra. Dopo aver concluso i suoi studi a Bologna, Bartolomeo conseguì il titolo di magister da Papa Gregorio XI, che gli indirizz una bolla da Avignone il 27 aprile 1375. Non si sa se abbia mai insegnato in una univeristà, anche se il suo nome si trova incluso tra i docenti delle università di Pisa e Firenze. Si sa che Bartolomeo fu presente a Pisa durante gli ultimi anni del secolo 14o.<br />
Il 2 agosto 1399 Bartolomeo present al capitolo generale dei frati Minori, radunato ad Assisi, il suo capolavoro voluminoso, intitolato De Conformitate Vitae Beati Francisci ad Vitam Domini Iesu. Il volume fu approvato dallo stesso capitolo di Assisi.<br />
Stando ad una tradizione tramandata dal cronista Francescano Mariano da Firenze, ma che non riscontra nessun’altra prova in altri documenti, Bartolomeo morì nel 1401. Si è cercato di datare la sua morte il 4 novembre dello stesso anno, ma senza nessuna prova documentaria . La confusione si verific quando i miracoli e culto del beato Bartolomeo domini Albisi furono attribuiti erroneamente a Bartolomeo da Pisa.<br />
Esiste una simile confusione tra Bartolomeo da Rinonico, Bartolomeo domini Albisi e Bartolomeo da San Corrado riguardo alle loro opere. Bartolomeo da Pisa è certamente autore di un trattato sulla Vergine, intitolato De vita et laudibus beatae Mariae Virginis, dove il racconto degli avvenimenti biografici della vita di Maria, presi dai Vangeli, è presentato sotto forma di parallelismi, o conformitates, tra Cristo e la Vergine Maria, come fa lo stesso Bartolomeo nel De Conformitate.<br />
Una testimonianza importante dell’attività pastorale di Bartolomeo da Pisa ci viene offerta da due trattati e dispute, una tenuta a Firenze nel 1390, intitolata Quadragesimale de casibus conscientiae, e l’altra tenuta a Pisa nel 1397, intitolata Quadragesimale de contemptu mundi. Questi sono due collezioni di sermoni Quaresimali, la prima composta di 88 sermoni e la secondo di 58 sermoni, erano molto conosciute. Sono articolati in distinzioni complessi, nei quali si vede la profondità e la varietà della cultura di frate Bartolomeo. L’autore fa abbondanti riferimenti a scrittori classici, ai Padri della Chiesa, a filosofi e teologi, tra i quali dedica una preferenza particolare ad autori Francescani.<br />
L’opera più conosciuta di Bartolomeo da Pisa è certamente il De Conformitate Vitae Beati Francisci ad Vitam Domini Iesu, composta tra il 1385 e il 1390. Questa opera ha dato a Bartolomeo la fama che ha acquistato durante i secoli. La data di composizione è evidente dai numerosi indicazioni cronologici presenti nel lavoro, il quale fu poi approvato ufficialmente dall’Ordine nel 13994.</p>
<p>4 Mariano da Firenze, Compendium Chronicarum Ordinis Fratrum Minorum, Ad Claras Aquas, Typ. Collegii S. Bonaventurae 1911, fol. 80v, citato in Analecta Franciscana III, xii-xiii: “Sexagesimum Capitulum celebratum est Assisii anno Domini 1390 (di fatto si tratta di uno sbaglio, siccome l’anno deve essere il 1399) per Fratrem Henricum Generalem in quo Capitulo magister Bartolomeus Pisanus presentavit librum de conformitatibus Beati Francisci quem nuper ediderat. Hic frater Bartolomeus sacre theologiae magister, et magnus predicator, vir utique devotus et suae perfectionis et professionis zelator precipuus fuit, et plurimos a demonio obsessos liberavit, et alia miracula fecit. Scripsit etiam multa videlicet: Librum de gestis et dictis Salvatoris, item: Opuscula de passione, de resurrectione et de ascensione Domini, item: Opus quod Mariale appellavit, item: De vita et laudibus apostoli Pauli magnum et pulcherrimum volumen, item: Librum de vita et laudibus sancti Benedicti per meditationes et fructus procedens, in duas partes divisum. Alium etiam composuit de laudibus et vita sancti Dominici; item alia opuscula et vitam et miracula beati Corardi (sic) de Valentia et sermones multos, tam quadragesimales quam de Sanctis per totum annum”.<br />
Gli editori di Quaracchi presentano la lettera scritta da Bartolomeo da Pisa al ministro generale Enrico Alfieri per chiedere l’approvazione della sua opera, e la risposta dello stesso ministro generale. Mentre la lettera di Bartolomeo porta la data 1 agosto 1399, quella del ministro fu scritta subito un giorno dopo, il 2 agosto, data dell’approvazione del De Conformitate. Il ministro generale dice che tale opera voluminosa fu sottoposta da lui all’esame dei frati esperti<br />
Il De Conformitate Vitae<br />
Il De Conformitate Vitae Beati Francisci ad Vitam Domini Iesu è una vasta compilazione, nella quale Bartolomeo da Pisa elenca 40 doppie conformità tra la vita di Gesù Cristo e quella di San Francesco, i quali erano già presenti negli scritti dei primi Francescani, ma che qui vengono sviluppati in modo compendioso e articolato5.<br />
L’idea base nel De Conformitate fu espressa come un bisogno di sequela e imitazione di Cristo da parte di San Francesco e dei suoi compagni. Durante il tempo della prima generazione francescana, e particolarmente nelle fonti francescane che dipendono, in un certo senso, dalla Legenda Maior di San Bonaventura, e la seguono in ordine cronologico, la nozione di conformità divenne una certezza che, tra tutti i santi, San Francesco era unico nel suo essere vicino a Cristo in modo tale che divenne, se non identico, ma certamente conforme a lui.<br />
Bartolomeo così inserisce uno stile letterario in cui non mancano elementi leggendari e anche di fantasia, nell’intento di trovare tutte le conformità possibili tra la vita di Cristo e quella di San Francesco. Durante la seconda metà del secolo 13o, tra gli Spirituali Francescani crebbe l’attrazione verso il significato delle conformità, e gli stessi frati affermavano che San Francesco sarebbe di nuovo risorto dai morti per guidare i suoi fratelli Spirituali, i quali si sentivano perseguitati dai loro confratelli della Communitas Ordinis.<br />
Tale nozione di conformità è sinteticamente enunciata alla fine del prologo del De Conformitate con una serie di parallelismi sintetici</p>
<p>(fecisti, inspici, discuti et examinari fecimus diligenter cum arbore, quam nobis personaliter praesentasti, et nihil invenimus correctione dignum). Una risposta del genere lascia perplessi, siccome sembra che l’immenso lavoro fu analizzato in una sola notte! Quello che probabilmente successe è che Bartolomeo scrisse la richiesta per l’approvazione soltanto alla vigilia della stessa, sapendo che il lavoro era già stato sottoposto all’esame degli esperti da lungo tempo e che l’approvazione era ormai imminente.<br />
5 A. Mastromatteo, “Similem illum fecit in gloria sanctorum”. Il profilo cristiforme di Francesco d’Assisi nel “De Conformitate” di Bartolomeo da Pisa, Prefazione di M. Bartoli, Roma (Studia Antoniana, 51) 2012.<br />
in versi che sono stati considerati tra i più significativi riguardo alla coscienza di “cristiformità” di San Francesco da parte dei suoi frati. Come la vita di Gesù ebbe quaranta frutti, così la vita di San Francesco viene presentata con lo stesso numero di frutti.<br />
Quest’opera voluminosa si divide in tre libri, i quali presentano la vita di Gesù, confrontandola con la vita di San Francesco. L’autore cerca di fare uso del più grande numero di fonti biografiche su San Francesco che erano a sua disposizione alla fine del secolo 14o: Tommaso da Celano, Bonaventura, la Leggenda dei tre compagni, la Compilazione di Assisi, lo Specchio di Perfezione, gli Actus Beati Francisci et sociorum eius, i Fioretti di San Francesco, come pure i testi legislativi dell’Ordine, incluse le dichiarazioni papali sulla Regola, le cronache della storia dell’Ordine. Più interessante il fatto che Bartolomeo ha incluso anche scrittori Francescani tra gli Spirituali, come Angelo Clareno, Ubertino da Casale, e Pietro di Giovanni Olivi. Essendo membro della Communitas Ordinis, Bartolomeo fu certamente attento a come usare queste fonti, dato che le sensibilità di tensione nate nell’Ordine durante la controversia sulla povertà, al tempo di Papa Giovanni XXII, non erano state dimenticate. In un certo senso Bartolomeo non esita a fare uso di tante fonti disparate per presentare un’immagine di San Francesco che avrebbe risposto in pieno alla necessità di mantenere unito un Ordine ormai già in fase di divisione tra la famiglia Conventuale e quella Osservante, in un contesto storico che aveva visto la società decimata dalla peste nera del 1347-1351, e la Chiesa ancora disgregata dallo scisma d’occidente (1378-1417).<br />
Bartolomeo fa anche uso abbondante della Legenda antiqua, e cita i Vaticina de Sancto Francisco, il Dialogus de vitis sanctorum Fratrum Minorum, attribuito a Tommaso da Pavia, il Liber de Laudibus di frate<br />
Bernardo da Bessa, e il Catalogus sanctorum Fratrum Minorum.<br />
Oltre agli autori Francescani, i quali insieme ai riferimenti biblici costituiscono la maggioranza delle fonti del De Conformitate Vitae, troviamo anche riferimenti ad autori classici, e specialmente ai Padri della Chiesa (Agostino, Gregorio Magno, Girolamo, Ambrogio) e altri teologi, come Ugo di San Vittore, Alessandro di Hales, San Bonaventura, San Tommaso d’Aquino, e anche Gioacchino da Fiore.<br />
Gli editori di Quaracchi hanno incluso, nella prefazione, un elenco di codici manoscritti che hanno studiato nel presentare un’edizione critica del Liber de conformitate. Nel volume 4 degli Analecta Francescana, in cui è inclusa la parte che traduciamo, e cioè, l’ottavo frutto e conformità, essi presentano un elenco di dodici codici, così intitolati in ordine alfabetico: (1) Codice di La Verna (metà secolo 15); (2) Codice G. 65 Inf. della Biblioteca Ambrosiana di Milano (secolo 15); (3) Codice (olim 737, nunc) 821 della Biblioteca municipale di Angers (secolo 15); (4) Codice di Assisi del convento di Santa Maria degli Angeli, Porziuncola (secolo 15); (5) Codice 98 della Biblioteca municipale di Cuneo (secolo 15); (6) Codice dell’archivio comunale di Monteprandone (secolo 15); (7) Codice Campori E. VI. 14 della Biblioteca Estense di Mantova; (8) Codice 3328 della Biblioteca Nazionale di Parigi (secolo 15); (9) Codice VIII b. 11 della Biblioteca Nazionale di Napoli (secolo 15); (10) Codice 1015 della Biblioteca Nazionale di Roma (secolo 15); (11) Codice Vaticano 7600 (secolo 15); (12) Codice Urbin. 397 e 398 della Biblioteca Vaticana (secolo 15) . Nel volume 5 degli Analecta Franciscana sono elencati altri 15 codici , dei quali 7 risultano persi, e che portano al numero totale di 27 codici analizzati. Gli editori di Quaracchi scelsero il Codice della Verna come base alla loro edizione critica del Liber de conformitate.<br />
Durante il corso del suo lavoro, Bartolomeo include un’esposizone della Regola Francescana, un elenco di personaggi famosi dell’Ordine classificati secondo una serie sistematica (filosofi, teologi, esegeti, santi) e secondo la regioni geografiche, come pure un quadro completo e inclusivo dell’intero Ordine, distribuito in province, custodie e conventi.<br />
Il lavoro di Bartolomeo, dopo la Chronica XXIV Generalium di Arnald de Sarrant (1369-1374) , è ricco e molto dettagliato nella sua descrizione della situazione dell’Ordine Francescano alla fine del secolo 13o, compilato con un amore passionale e anche con l’intenzione di arrivare alla verità con criteri di esattezza.<br />
Per noi è importante capire gli scopi spirituali e religiosi dell’autore nel periodo in cui compose il Libro delle Conformità. Bartolomeo tenta di presentare la spiritualità Francescana in tutta la sua ricchezza, particolarmente riguardo al fatto che è centrata su Cristo. L’insistenza con la quale propone, passando “da un frutto ad un altro” per quaranta volte, per sottolineare l’esemplarità di Cristo nella vita Francescana pu sembrare piuttosto monotona per il lettore moderno, ma è efficace e conferisce un potere persuasivo.<br />
L’opera ebbe un grandissimo successo, come è evidente dai numerosi manoscritti che possediamo, e specialmente se uno considera la voluminosità dell’opera. Le edizioni stampate erano tre in un periodo di 80 anni, fino al secolo 16o, quando l’opera smise nella sua popolarità. Esistono excerpta dell’opera, traduzioni in altre lingue oltre l’edizione originale in Latino. Il fatto che l’opera suscit una forte opposizione in circoli Protestanti è anche significativo.<br />
Un contributo notorio contro il De Conformitate era il fascicolo intitolato Alcoranus Franciscanorum (Il Corano dei Francescani), scritto nel 1542 da Erasmo Alberus da Rotterdam, e che fu tradotto in tedesco da Martin Lutero.<br />
In questo fascicolo Erasmo attacc i Francescani perché, secondo<br />
lui, sostituirono l’esempio di un uomo puro e semplice come Francesco con quello di Gesù Cristo, e la Regola Francescana con il Vangelo. Egli tent di dimostrare come la causa di questa corruzione spirituale era proprio il volume di Bartolomeo da Pisa. I Francescani avrebbero considerato questo fascicolo non alio loco quam Alcoranus a Turcis (non differentemente dal Corano da parte dei Turchi).<br />
Questo lavoro fu tradotto anche in francese, ed era la causa della polemica e delle imitazioni che esistevano fino al secolo 18o, dando l’impressione sbagliata che il De Conformitate fosse incluso tra i libri proibiti.<br />
Oltre al Libro delle Conformità esistono anche altri lavori che sono stati attribuiti a Bartolomeo da Pisa, ma che sono persi: De laudibus Sanctorum; De laudibus Sancti Pauli Apostoli; De laudibus Sancti Benedicti; De laudibus Sancti Dominici una come arbore Ordinis Praedicatorum, il quale viene menzionato da Sant’Antonino di Firenze; Commentarii in IV libros Sententiarum, e finalmente i Sermones quadragesimales.<br />
Le opera complete pubblicate di Bartolomeo da Pisa, secondo l’ordine di pubblicazione, oltre al De Conformitate, sono: Quadragesimale Magistri Bartholomei de Pisis de contemptu mundi, impressum Mediolani, anno Domini MCCCCLXXXXVIII; Sermones dubiorum et<br />
casuum conscientalium contemptivi et elucidative super Evangeliis quadragesimalibus fratris Bartholomei de Pisis, Lugduni 1519; De vita et laudibus beatae Mariae Virginis libri sex, Venetiis 1596.<br />
Riguardo al De Conformitate, eccetto per le tre edizioni del secolo 16o (Milano 1510 e 1513; Bologna 1590), le copie della terza edizioni che non erano state vendute erano poi presentate di nuovo in vendita a Bologna con qualche correzione minore nel 1620, e furono considerate come una sorte di quarta edizione. L’edizione critica dell’opera è De<br />
Conformitate Vitae Beati Francisci ad Vitam Domini Iesu, auctore fr. Bartholomaeo de Pisa, 2 volumi, Ad Claras Aquas (Quaracchi) 19061912 (Analecta Franciscana IV-V) .<br />
Una valutazione importante del Liber de Conformitate viene presentata da Grado Giovanni Merlo: “Per i suoi contenuti e per l’ampia e influente diffusione questa voluminosa compilazione, forse troppo sottovalutata dalla storiografia (ma certamente apprezzata e condivisa dai frati capitolari riuniti in Assisi sullo scorcio del XIV secolo), merita di essere assunta in tutta la sua importanza, poiché offre, pur nel suo carattere farraginoso, una visione complessiva della realtà e della coscienza del francescanesimo alla fine del Trecento”12.<br />
L’ottavo frutto e conformità: Iesum coetus prosequitur – Franciscus Fecundatur<br />
Abbiamo scelto di tradurre l’ottavo frutto e conformità del De Conformitate, intitolato Iesum coetus prosequitur – Franciscus fecundatur (Gesù seguito dai discepoli – Francesco che genera) per l’importanza che investe nella compilazione sui primi compagni di San Francesco e sulle prime generazioni di frati Minori sparsi nelle diverse province dell’Ordine.<br />
“L’VIII fructus occupa una lunga sezione all’interno del De Conformitate e rappresenta una miniera di informazioni storiche sulla fondazione dei tre Ordini, talvolta coronate da parametri leggendari [...] L’autore presenta la prima parte cristologica, Iesum coetus prosequitur, in cui afferma con forza che il Figlio di Dio è degno di essere seguito</p>
<p>legii S. Bonaventurae, mcmvi. Altri studi riguardo al De Conformitate sono quelli di B. Bughetti, Una nuova compilazione di testi intorno alla vita di s. Francesco, in Archivum Franciscanum Historicum 20 (1927) 525-527; W. Seton, Two manuscripts of Bartholomew of Pisa, in Archivum Franciscanum Historicum 16 (1923) 191-199; E. Menestò, Dagli “Actus” al “De Conformitate”: la compilazione come segno della coscienza del francescanesimo trecentesco, in I Francescani nel Trecento. Atti del XIV Convegno della Società Internazionale di Studi Francescani, (Assisi 16-18 ottobre 1986), Perugia 1988, 41-68. Per una bibliografia aggiornata, vedi A. Mastromatteo, “Similem illum fecit in gloria sanctorum”, 271-272.<br />
12 G.G. Merlo, Nel Nome di San Francesco. Storia dei frati Minori e del francescanesimo sino agli inizi del XVI secolo, Editrici Francescane, Padova 2003, 297.<br />
e imitato da tutti. La testimonianza più alta e diretta di tale sequela è evidenziata dagli apostoli e poi dai settantadue discepoli [...] Nella rispettiva conformità, Franciscus fecundatur, il Santo, dopo aver rinunciato alla vita mondana [...] attrae a sé i primi seguaci attraverso parole semplici e molto efficaci. Frate Bartolomeo da Pisa, riprendendo quanto narrato nella ChronXXIVGen, paragona i seguaci di Francesco d’Assisi ai discepoli di Cristo” .<br />
La prima parte dell’ottavo frutto parla di Gesù che viene seguito dai suoi discepoli. Bartolomeo da Pisa cerca di essere meno compendioso in questa parte e dice che vuole soltanto parlare dei dodici apostoli che hanno seguito Cristo. Oltre agli apostoli menziona i 72 discepoli che seguirono Gesù in Luca 10,1-9, ma non si dilunga oltre su questo discepolato, preferendo di concentrarsi sui dodici apostoli. Prima descrive la loro chiamata e missione in modo generale, e poi si ferma a considerare ciascun apostolo, secondo l’ordine che viene dato in Matteo 10,2-4. Al posto di Giuda Iscariota considera, per ultimo nell’elenco dei dodici, l’apostolo Mattia, secondo quello che dice Atti 1,26. Alla fine, tuttavia, riserva un posto particolare per l’apostolo San Paolo, il quale, anche se non era uno dei dodici e neanche uno dei 72 discepoli, merit di possedere il trono con i dodici e così pu essere chiamato apostolo per antonomasia14.<br />
Fra Bartolomeo cita spesse volte i fatti dei vangeli che riguardano la chiamata e la sequela degli apostoli, ma fa anche riferimenti alle leggende e atti apocrifi connesse con i fatti della loro missione post-pasquale, e particolarmente con il martirio di ciascun apostolo.<br />
Lo scopo è sempre quello di elencare delle conformità nella vita degli apostoli con la vita di Gesù, particolarmente sotto la categoria della sequela fino alla croce e al martirio. In questo modo Bartolomeo insiste sul gruppo di coloro che hanno seguito Cristo da vicino e lo hanno imitato, con lo scopo di provvedere una base solida alla formazione della fraternità che San Francesco ha costituito sul modello della apostolica vivendi forma.<br />
La seconda parte dell’ottavo frutto e conformità è molto più compendiosa e si intitola Franciscus fecundatur. Ha come scopo di far vedere come San Francesco è stato conformato a Gesù Cristo nella generazione di molti discepoli e figli nelle tre Ordini da lui fondate, e cioè l’Ordine dei frati Minori, l’Ordine delle Sorelle Povere, e l’Ordine della Penitenza. Tuttavia, Bartolomeo dice già dall’inizio, che non intende sviluppare molto le ultime due rami della famiglia Francescana, ma che si concentra piuttosto sul Primo Ordine, quello dei frati. Nell’introduzione Bartolomeo precisa la data della fondazione dell’Ordine, il 16 aprile 1207, e presenta l’elenco dei primi 12 frati che hanno seguito San Francesco, in modo conforme ai 12 apostoli che seguirono Gesù .<br />
Riguardo all’elenco fornito da Bartolomeo da Pisa si pu trovare soltanto delle tracce nelle primitive fonti Francescane. “A proposito della provenienza dei primi ‘fratelli’ la Legenda beati Francisci di frate Tommaso da Celano non si dimostra molto informata [...] Degli un-<br />
dici frati che sono insieme a Francesco, l’agiografo celanense riferisce soltanto i nomi di frate Bernardo, di frate Egidio e di frate Filippo: dei nomi degli altri tace. Dalle più tarde compilazioni quali il De inceptione vel fundamento Ordinis del cosiddetto Anonimo Perugino (che oggi si identifica con qualche certezza in frate Giovanni da Perugia) e la Leggenda dei tre compagni (Legenda trium sociorum), sappiamo di altri tre frati – Sabbatino, Giovanni e Morico” .<br />
L’elenco dei primi frati presentato da Bartolomeo da Pisa si basa su quello già contenuto nella Chronica XXIV Generalium Ordinis Minorum, di Arnaldo di Sarrant, dove l’elenco dei primi frati che seguirono Francesco è il seguente: Bernardo da Quintavalle, Pietro Cattani, Egidio, Sabbatino, Morico, Giovanni di Cappella, Filippo Longo, Giovanni da San Costanzo, Barbaro, Bernardo Vigilante, Angelo Tancredi . In questo caso troviamo un elenco di undici frati, e aggiungendo San Francesco arriviamo ad un gruppo di dodici. Invece Bartolomeo da Pisa include anche frate Silvestro al gruppo, arrivando ad un totale di dodici compagni, e facendo di Francesco il tredicesimo, e cioè presentando una conformità perfetta con Cristo e i dodici apostoli.<br />
Dopo aver presentato San Francesco e i suoi primi frati, Bartolomeo da Pisa passa a parlare in modo dettagliato su ciascuno di essi, e su molti altri santi frati del Primo Ordine, dividendo il lavoro secondo le diverse province o entità giuridiche dell’Ordine durante il secolo 14o.<br />
L’elenco di province presentate da frate Bartolomeo corrisponderebbe alla situazione dell’Ordine verso la fine del secolo 14o. Di fatto le province dell’Ordine presentate dal Pisano sono pressappoco le stesse province elencate dallo storico Heribert Holzapfel nella sua storia monumentale dell’Ordine . L’elenco delle province e vicarie comprende le seguenti: (1) Provincia di San Francesco, (2) Provincia Romana, (3) Provincia di Tuscia, (4) Provincia di Bologna, (5) Provincia di Padova o di Sant’Antonio, (6) Provincia delle Marche, (7) Provincia di Genova, (8) Provincia di Penne, (9) Provincia di Terra di Lavoro, (10) Provincia delle Puglie, (11) Provincia di Sant’Angelo, (12) Provincia di Calabria, (13) Provincia di Sicilia, (14) Provincia di Milano, (15) Provincia di Slavonia o Dalmazia, (16) Provincia di Romania, (17) Provincia di Terra Santa, (18) Provincia di Borgogna, (19) Provincia di Turonia, (20) Provincia di Aquitania, (21) Provincia di Francia, (22) Provincia di Provenza, (23) Provincia di San Giacomo di Compostella, (24) Provincia di Castiglia, (25) Provincia di Aragona, (26) Provincia di Ungheria, (27) Provincia di Cologna, (28) Provincia di Argentina o di Alemania Superiore, (29) Provincia di Sassonia, (30) Provincia di Austria, (31) Provincia di Dacia, (32) Provincia di Boemia, (33) Provincia d’Inghilterra, (34) Provincia di Irlanda, (35) Vicaria di Oriente, (36) Vicaria Aquilonis [delle regioni del nord], (37) Vicaria di Cathay o dei Tartari [Cina], (38) Vicaria della Russia, (39) Vicaria della Bosnia.<br />
Frate Bartolomeo si sofferma in modo particolare a descrivere la vita santa di frati, i quali furono compagni di San Francesco, e questo in modo speciale nella sezione dedicata alle province d’Italia. Tra i compagni più noti menziona i frati Bernardo da Quintavalle, Silvestro, Leone, Angelo, Masseo, Rufino, Pietro Cattani, Giovanni il Semplice, Egidio, tutti nella provincia di San Francesco (Assisi, Santa Maria degli Angeli, Perugia). Della stessa provincia menziona anche Corrado d’Offida, Matteo da Narni, Simone di Assisi, Leonardo, Illuminato e altri frati, i quali furono o compagni diretti di San Francesco, oppure discepoli dei primi compagni.<br />
Dalla provincia Romana il Pisano descrive la vita di alcuni frati, tra i quali il più noto è Ginepro, e dopo di lui altri frati, come Teobaldo d’Assisi e Morico.<br />
Dalla provincia di Tuscia menziona frate Benedetto di Arezzo, e si sofferma in modo particolare sui santi frati che sono vissuti sul Monte della Verna, specialmente frate Giovanni della Verna.<br />
Nella provincia di Bologna si descrive frate Bonizo, il quale accompagn Francesco a Fonte Colombo, nel momento della stesura della<br />
Regola bollata dei frati Minori.<br />
La provincia di Padova è famosa per la presenza di Sant’Antonio, la cui vita viene descritta con l’ausilio delle fonti agiografiche medievali del santo taumaturgo, iniziando dalla Legenda Prima o Assidua.<br />
La provincia delle Marche è conosciuta come la terra degli Spirituali, che erano anche una fonte indispensabile di conoscenza di un francescanesimo diverso da quello contenuto nelle leggende cosidette “ufficiali”, e di una tradizione orale tramandata da una generazione all’altra di frati. Figure di spicco menzionate da frate Bartolomeo includono Giovanni da Parma, Bentivoglia de Bonis, Pietro da Monticelli, Graziano, Benvenuto da Recanati, Liberato da Loro, Umile, Pacifico, Giacomo da Fallerone, Pellegrino da Fallerone, Rizzerio di Muccia, Pacifico (compagno di San Francesco e poi il primo ministro provinciale in Francia), Giovanni da Penna. Molti di questi frati avevano fama di santità e sono dedicati ad essi interi capitoli negli Actus beati Francisci et sociorum eius e nel loro volgarizzamento nei Fioretti di San Francesco.<br />
Nelle altre province italiane Bartolomeo presenta la vita di altri frati, molti dei quali non furono diretti compagni di San Francesco. Tra i frati della prima generazione menziona frate Agostino, ministro della provincia di Terra di Lavoro, il quale fu compagno del santo e lo seguì in cielo nello stesso momento in cui Francesco morì alla Porziuncola. Bartolomeo racconta anche il martirio di frate Daniele, ministro di Calabria, e dei suoi compagni a Ceuta. Un altro frate di fama fu Leone da Perego, primo frate nell’Ordine che divenne arcivescovo di Milano.<br />
Fuori dall’Italia proseguono le figure di santi frati. Basta dire che Bartolomeo dedica attenzione particolare alla figura di San Ludovico, vescovo di Tolosa, quando parla della provincia di Provenza. Nella sezione dedicata alla provincia di San Giacomo, il Pisano racconta la vicenda dei protomartiri dell’Ordine, frate Berardo e compagni, martirizzati a Marrakesh in Marocco, nel 1220. Nel caso della provincia d’Inghilterra menziona frate Agnello da Pisa, primo ministro in Inghilterra, mandato in missione da San Francesco nel 1224. Con lui parla anche di frate Giovanni Peckham, arcivescovo di Canterbury.<br />
Bartolomeo da Pisa ci offre anche degli elenchi interessanti di frati che divennero famosi per la loro scienza e dottrina, ma anche per la loro santità di vita. Tra questi i più rinomati sono Antonio di Padova, Alessandro di Hales, Bonaventura da Bagnoregio, Giovanni Duns Scoto, Aimone di Faversham, Giovanni da Parma, Girolamo da Ascoli Piceno, Matteo d’Aquasparta, Guglielmo di Ockham, Robert Bacon, e molti altri, dei quali la maggioranza erano anche diventati ministri generali dell’Ordine.<br />
Tra i frati elevati alla dignità del soglio pontificio, Bartolomeo menziona Gregorio IX (il quale non era frate, ma che era stato cardinale protettore quando era vescovo di Ostia, e cioè Ugolino dei Conti di Segni) e Niccol IV (frate Girolamo da Ascoli Piceno). Insieme ai Papi troviamo un elenco di frati i quali divennero cardinali e vescovi.<br />
Il Pisano nomina anche dei re e imperatori che morirono nell’abito dell’Ordine della Penitenza e furono sepolti nelle chiese dei frati, tra i quali il più famoso era Giovanni de Brienne, re di Gerusalemme e imperatore di Costantinopoli.<br />
Le sezioni dedicate all’Ordine di Santa Chiara e all’Ordine della Penitenza sono più brevi, come abbiamo già detto, ma il Pisano cerca di presentare almeno le figure di spicco delle altre due famiglie Francescane. Inizia a parlare naturalmente di Santa Chiara, alla quale dedica la parte più sostanziale di questa sezione. Include poi altre figure di santità del Secondo Ordine, e cioè Agnese, sorella di Chiara, Ortolona, madre di Chiara, Agnese di Boemia, Salomea di Cracovia, Elena Enselmini di Padova.<br />
La sezione dedicata al Terz’Ordine di San Francesco presenta alcu-<br />
ne figure di santità laica, le quali erano membri dell’Ordine della Penitenza. Bartolomeo presenta figure come Elisabetta d’Ungheria, Rosa da Viterbo, Angela da Foligno, Elzeario di Sabran e Delfina, Luchesio da Poggibonsi. Non fa menzione di Ludovico IX, re di Francia, considerato patrono del Terz’Ordine, dato che al tempo di frate Bartolomeo questo santo, canonizzato da Bonifacio VIII nel 1297, non fu ancora conosciuto come membro dell’Ordine della Penitenza .<br />
Lo scopo della presente traduzione di questo ottavo frutto e conformità è così quello di mettere in luce le figure più di spicco di santità nella famiglia Francescana degli inizi. Bartolomeo da Pisa vuole dimostrare come San Francesco fu conformato a Cristo nella scelta dei suoi seguaci, e in modo particolare nella sua fecondità spirituale. Così il Serafico Padre viene presentato come colui che gener i tre Ordini, per donare al mondo un nuovo modello di vita evangelica, conforme a quello apostolico istituito da Cristo. Due secoli dopo gli umili inizi dell’Ordine dei frati Minori, il magister Pisano frate Bartolomeo da Pisa volle presentare ai frati questo tipo di modello, per rincuorarli in un momento difficile per la Chiesa e per l’Ordine, che tuttavia era il seme di una rinascita evangelica nel seno dello stesso Ordine con la nascita e lo sviluppo dell’Osservanza Regolare, che nel secolo 15o divenne una grande scuola di santità e che ha attinto dal modello di Francesco, conforme a Cristo, la sua ispirazione e la propria energia.</h4>
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