La guerra tra Russia e Ucraina, dopo oltre tre anni, potrebbe vedere una tregua mediata da Trump o arrivare a una forma di congelamento, ma un vero trattato di pace richiede di affrontare nodi complessi.
L’amministrazione Trump ha fatto capire, in maniera più o meno velata a seconda delle occasioni, che la guerra in Ucraina deve terminare e che, in sostanza, è vissuta dagli USA come un pesante “contrattempo” che impedisce loro di concentrare gli sforzi in aree ritenute più rilevanti per i propri interessi. Tra i fronti cruciali per Washington c’è sicuramente il Medio Oriente. Lì, oltre all’Iran – rivale di lunga data nella regione e costante fonte di preoccupazione per il suo programma nucleare – la recrudescenza del conflitto a Gaza rischia di costituire un complesso grattacapo per l’amministrazione Trump. Tuttavia, lo scenario di maggiore importanza è localizzato ancor più a oriente, nell’Indo-Pacifico, dove nei prossimi anni la competizione con la Cina promette di infiammarsi ulteriormente. Se l’allontanamento dall’Ucraina e dall’Europa è verosimilmente atto a destinare maggiori risorse in quest’area, l’inaspettato riavvicinamento di Washington alla Russia nel contesto delle negoziazioni del conflitto è interpretato da alcuni come un ulteriore tentativo di insidiare la Cina, tentando di creare qualche crepa nella cosiddetta “amicizia senza limiti” che lega Pechino e Mosca.
NATO Si, NATO No… Ma con quali GARANZIE
Dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, seguito dalla sua prima conversazione telefonica con Vladimir Putin il 18 marzo, l’accordo per arrivare a una tregua in Ucraina sembrava a portata di mano. Invece, a distanza di settimane, le parti continuano a scambiarsi accuse di violazioni e il presidente americano non nasconde il suo disappunto per l’atteggiamento dilatorio del Cremlino, parlando addirittura di una ”scadenza psicologica” entro la quale Mosca dovrà accettare un accordo per il cessate il fuoco in Ucraina. Una vera tregua sarebbe certamente una buona notizia per le popolazioni civili dei due paesi, specialmente per quella ucraina, stremata da oltre tre anni di combattimenti ininterrotti. Tuttavia, la stipula di un cessate il fuoco, sia esso complessivo o limitato, non combacia assolutamente con un vero e proprio trattato di pace. Quest’ultimo obiettivo, a lungo termine, richiede che vengano sciolti diversi nodi, fino ad arrivare a una nuova e complessiva architettura della sicurezza tra le due controparti. Ecco le principali sfide:
Le REGIONI Contese, il PREZZO della Pace.
Qualora si dovesse arrivare a un cessate il fuoco – temporaneo o permanente – tra Russia e Ucraina, resterà il problema di capire come garantire la sicurezza di Kiev affinché il Cremlino non attacchi nuovamente nel medio-lungo periodo. Alcuni esperti hanno delineato tre possibili alternative all’adesione ucraina nella NATO. Una prima forma di deterrenza consisterebbe nel prolungamento del sostegno militare all’Ucraina, dotandola di armamenti sufficienti a scoraggiare future velleità di conquista russe (idea avanzata anche nel Libro Bianco di Defence Readiness 2030 dell’UE). In secondo luogo, Kiev potrebbe stipulare accordi bilaterali di cooperazione militare/difesa reciproca con diversi paesi partner, sulla falsariga dei trattati che legano gli USA a Giappone e Corea del Sud. Infine, il dispiegamento di una forza di peace-keeping composta da soldati di una “Coalizione dei volenterosi”, un’opzione che sotto la leadership di Francia e Regno Unito sta ricevendo particolare attenzione, soprattutto dopo il summit di Parigi del 27 marzo. Tuttavia, diverse criticità insidiano questo e gli altri scenari, prima fra tutte l’ostruzionismo da parte della Russia. Mosca si è infatti prontamente opposta all’invio di forze di pace occidentali, lasciando peraltro intendere che per avanzare nelle negoziazioni si dovrà prima passare dalla cessazione totale delle forniture militari/di intelligence a Kiev. Inoltre, a parte i problemi logistici derivanti dal mantenere un imprecisato numero di soldati per un altrettanto imprecisato arco temporale a guardia di una lunghissima linea di demarcazione, come ribadito da Keir Starmer stesso, per risultare efficace qualsiasi iniziativa necessiterà del backstop (supporto) americano. Insomma, con Mosca bloccata sulle proprie posizioni massimaliste e Trump determinato a defilarsi e delegare il futuro di Kiev all’Europa, la questione delle garanzie di sicurezza resta uno dei nodi più difficili da sciogliere, che rischia di dilatare le tempistiche dei negoziati di pace.
EUROPA ed Aiuti Militari: Corsa contro il Tempo?
Le garanzie di sicurezza e il processo di pace saranno inevitabilmente influenzati anche del dossier territoriale. Per via dei rapporti di forza sul campo, la leadership ucraina ha abbandonato l’obiettivo di riprendere militarmente tutti i territori occupati – inclusa la Crimea, annessa nel marzo 2014. Dall’inizio del 2025, gli avanzamenti russi in Ucraina sono stati marginali, con Mosca che continua a controllare circa il 18% del Paese. Il maggiore elemento di novità riguarda l’oblast’ di Kursk, dove una serie di offensive russe avrebbe spinto la maggior parte delle truppe ucraine insediatesi nella regione al ritiro, decretando sostanzialmente la fine dell’operazione inaugurata lo scorso agosto. Sebbene la Russia avesse escluso a priori il coinvolgimento di Kursk in qualsiasi trattativa, l’estromissione completa delle forze ucraine rafforzerebbe la posizione di Putin, già ora evidentemente poco incline al compromesso. La sfaccettatura più complessa riguarda però i territori ucraini annessi tramite referendum nel settembre 2022 – le regioni di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhya e Kherson. Nonostante vi si combatta tuttora, la leadership russa rivendica questi oblast’ entro i loro confini amministrativi, pur occupando (quasi) interamente solo i primi due e non controllando i capoluoghi degli ultimi due. Tuttavia, recenti indiscrezioni dei media vicini al Cremlino rivelano che Putin sarebbe disposto ad accantonare ulteriori mire espansionistiche qualora queste quattro regioni – insieme alla Crimea – venissero riconosciute come russe. In sintesi, anche la variabile territoriale lascia intravedere un percorso particolarmente tortuoso verso una pace duratura.
Per RICOSTRUIRE serve INVESTIRE
Anche se la guerra dovesse finire, il sostegno all’Ucraina rimarrà un tema che definirà la politica estera europea negli anni a venire. Considerata l’incertezza intorno alle intenzioni di Trump, l’Europa deve prepararsi ad assumere un ruolo primario nel sostegno a Kiev. Se Defence Readiness 2030 punta a rendere l’UE meno dipendente da Washington in materia di sicurezza e difesa nel lungo periodo, resta da capire se il Vecchio Continente riuscirà a supportare l’Ucraina nell’immediato. In termini puramente economici, dal 2022 l’Europa (incluse Norvegia, Regno Unito, Svizzera e Islanda) ha contribuito alla causa ucraina con €44 miliardi l’anno, pari appena allo 0,1% del PIL continentale. Per ovviare al disengagement statunitense, l’Europa dovrebbe pressoché raddoppiare la propria quota annuale, arrivando a circa €82 miliardi, pari allo 0,2% del PIL – compito ambizioso ma assolutamente realizzabile. Dal punto di vista militare la sfida si fa più complessa, principalmente per due ragioni. In primo luogo perché, nonostante in molti casi l’UE disponga di alternative valide per quasi tutte le principali armi pesanti USA donate all’Ucraina, per alcuni strumenti la dipendenza dagli Stati Uniti rimane ampia. Questo non vale solamente per specifici sistemi d’arma (ad es. missili HIMARS), ma anche per la fornitura di intelligence. In secondo luogo, l’orizzonte temporale necessario all’UE per rendersi indipendente dagli USA andrebbe dai 5 ai 10 anni. Lo stesso Consiglio europeo di giovedì scorso non lascia ben sperare sulla “variabile tempo”, dal momento che anche solo approvare l’invio di proiettili d’artiglieria a Kiev si è dimostrato difficoltoso, prima per il veto ungherese e poi per le reticenze di altri paesi. Tra tempistiche tecniche e divergenze politiche, l’Europa rischia dunque di arrivare tardi, materializzando il più classico dei “too little, too late” dinnanzi alle impellenti esigenze securitarie ucraine.
La DIASPORA UCRAINA: ritorno in SICUREZZA
Uno dei principali interrogativi sul futuro dell’Ucraina riguarda il processo di ricostruzione e ripresa. Secondo la Banca Mondiale, a fine 2024 i danni diretti a infrastrutture e edifici ammontavano a $176 miliardi. Nello specifico, risultavano particolarmente colpiti il settore abitativo (33% dei danni), dei trasporti (21%), dell’energia e dell’industria estrattiva (12%). Alla luce di queste stime, si prevede che tra il 2025 e il 2035 saranno necessari $524 miliardi per completare la ricostruzione nel rispetto degli standard europei, dunque nel rispetto del processo di adesione dell’Ucraina all’UE. Come già detto, va tenuto in conto che, se al tavolo dei negoziati Kiev fosse spinta a fare concessioni territoriali, la Russia potrebbe rivendicare gli oblast’ annessi nel 2022 – Zaporizhzhya, Donetsk, Luhansk e Kherson. Poiché queste regioni valgono circa il 36% dei costi stimati per la ripresa e ricostruzione ($188 miliardi), un simile sviluppo inciderebbe significativamente sui costi finali di ricostruzione. Indipendentemente dai calcoli, Kiev può già contare sul sostegno finanziario di diversi partner occidentali, e in particolare dell’Unione Europea, che attraverso la Ukraine Facility potrà recapitare ancora circa €30 miliardi in aiuti finanziari fino al 2027. Ciononostante, il divario tra le risorse disponibili e quelle necessarie resta ampio: basti pensare che per il 2025, a fronte di un fabbisogno di investimenti valutato a $17,32 miliardi, solo $7,36 miliardi sono stati assicurati dal bilancio statale. Pertanto, un incremento degli investimenti privati risulta non solo importante, ma addirittura imprescindibile per garantire la ripresa del Paese. Un ruolo decisivo potrebbe spettare proprio all’Italia, che il prossimo 10-11 luglio ospiterà a Roma la quarta Ukraine Recovery Conference (URC2025), dove tra i temi di discussione ci sarà anche la mobilitazione di nuovi investimenti pubblici e privati a favore della ricostruzione.
Accanto alla necessità di investimenti, il ritorno e la sicurezza della diaspora ucraina restano temi cruciali nel contesto della ricostruzione. Dal 2022 ad oggi, sono oltre 6,9 milioni gli ucraini fuggiti a causa della guerra. Di questi, più del 92% (circa 6,34 milioni) ha cercato rifugio nel continente europeo (1,24 milioni in Germania, 1,22 milioni in Russia e 998 mila in Polonia). Secondo uno studio del Center for Economic Strategy di Kiev, a dicembre 2024 meno del 50% degli intervistati ha espresso la volontà di rientrare in Ucraina, segnando un crollo di oltre 40 punti percentuali rispetto a novembre 2022. Se da una parte queste stime consentono ai paesi europei di prepararsi in tempo con soluzioni di integrazione più efficaci, dall’altro rappresentano una complicazione per la ripresa dell’Ucraina, già segnata da una grave carenza di manodopera e da un consistente calo demografico (da 42 milioni nel gennaio 2022 a 35,8 milioni nel luglio 2024). Nonostante le iniziative di Kiev per affrontare il problema, come la Strategia di Sviluppo Demografico e il Ministero per l’Unità nazionale, sono necessari sforzi congiunti con l’Europa per favorire il ritorno dei rifugiati ucraini nel Paese e creare nuove opportunità lavorative in grado di mobilitare forza lavoro e accelerare la ricostruzione. Di nuovo, la URC2025 di Roma sarà un momento chiave per ribadire questo impegno.
Trump e la PACE in UCRAINA: una questione di PRIORITA’?
