Francesco d’Assisi, morto nell’ottobre 1226, fu canonizzato, ossia fu riconosciuta canonicamente la sua santità, dapapa Gregorio IX nel luglio 1228. Da quel momento egli fu oggetto di culto, come mostrare testi liturgici e innicomposti per la preghiera, vite da leggersi sia per ammirarne la straordinarietà dei miracoli che per imitarne le eccelsevirtù, rafgurazioni da venerare e chiese in cui celebrarne la solennità e ascoltare sermoni che ne illustrano l’esemplarità(Francesco liturgico2015). Naturalmente il ricordo del santo si diferenziò a seconda dei territori, dei propugnatori, delle fnalità, degli uditori e dei vari altri aspetti che infuenzarono la costruzione della memoria lungo i secoli(Migliore 2001). Se ad esempio i frati Minori lo defnirono presto ‘serafco padre’, riconoscendolo qualefondatoredell’Ordine minoritico, alcuni teologi lo denominarono ‘angelo del sesto sigillo’ a motivo delle stimmate impresse nelil suo corpo, ossia identificandolo con l’«angelo che saliva dall’oriente e aveva il sigillo del Dio vivente» indicatonel libro dell’Apocalisse(7, 2).Con lo scorrere del tempo, vista anche l’autorevolezza riconosciuta all’Assisiate, spesso fu assurto a persone-fcazione di valori a volte persino contrapposti tra loro; così se nel periodo colonialista l’incontro tra san Francescoe il sultano al-Mālik al-Kāmil fu emblema dell’uomo europeo che portava la civiltà a popolazioni retrograde, se nonpersino depravato, più recentemente lo stesso episodio è divenuto icona di dialogo e rispetto reciproco (Tolan 2009).In periodi in cui vi furono movimenti giudicati dalla Chiesa romana eterodossi o attacchi al papa – come nel caso diPio VII condotto in Francia ai tempi di Napoleone – il santo d’Assisi fu esaltato quale baluardo e paladino della cattolicità nonché sostegno del papato. Una delle immagini, o meglio defnizioni, lo volle ‘il più santo tra gli italiani e ilpiù italiano dei santi’. Tale espressione normalmente è collegata all’uso fascista della fama dell’Assisiate, soprattutto inoccasione del settimo centenario della morte, nel 1926, che contribuì a giungere alla frma dei Patti Lateranensi nel1929, insieme alla proclamazione, congiuntamente a santa Caterina da Siena, quale patrono d’Italia da parte di Pio XIInel 1939 (San Francesco d’Italia2011).
Un simbolo risorgimentale
A Massimo d’Azeglio (1798-1866) si attribuisce la frase «fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani»; ma un approccio piùapprofondita alla storia risorgimentale mostra che innanzitutto vi fu la formazione degli Italiani, ossia di persone con-vincere di possedere un comune patrimonio simbolico e culturale per essere patrioti convinti, persuasi del valore dellapatria tanto da giungere a combattere per essa, sofrendo anche la prigione come Silvio Pellico (1789-1854) e persino la condanna a morte come Cesare Battisti (1875-1916). Anche san Francesco d’Assisi è un personaggio non secondariorio per comprendere un aspetto importante del«processo risorgimentale, ossia la formazione e il radicamento di unsenso di appartenenza a una comunità nazionale italiana e, di conseguenza, anche la profondità culturale del processodi edificazione di uno Stato-nazione che da tale senso di appartenenza era derivato» (Banti 2007, p. 140). Avendotrascurato tale aspetto, la comprensione e l’utilizzo della frase secondo cui san Francesco è ‘il più santo degli italiani eil più italiano dei santi’ sono stati ricondotti quasi esclusivamente all’epoca fascista, in un certo qual senso prendendola parte, per non dire l’epigono, per il tutto. Infatti, un fenomeno come il fascismo ebbe certamente origine da unpreciso ambiente politico-sociale, ma attingendo da un repertorio immaginifico di simboli e pratiche quasi secolari.E lo stesso Assisiate fa parte di quella narrazione mitologica delle origini del popolo italiano e appartiene all’idea politica, culturale e persino spirituale-religiosa di nazione – ossia di una stirpe accomunata da un unico sangue ‘regale’che è di tutti e non solo dei membri della casa regnante dei Savoia – che diede avvio e motivazione al Risorgimento.Secondo alcuni, i moti risorgimentali sono terminati soltanto con la fine della Prima guerra mondiale e la riconquistadi Trieste, o perfino con la Resistenza e la successiva Costituzione repubblicana; forse non si è giunti a classificare sanFrancesco tra i padri della patria ma certamente in alcuni contesti e zone è collocabile tra i grandi uomini oggetto diun culto nazionale assieme a Dante, Petrarca e altri ancora.Felice Accrocca (2012) individua l’origine della frase ‘il più santo tra gli italiani e il più italiano dei santi’ inquesto contesto, e più precisamente in Vincenzo Gioberti (1801-1852) – rappresentante del neoguelfismo che vedevanel papa l’unificatore di una federazione di Stati e regni presenti in Italia – il quale nell’operaDel primato morale e civiledegli italianiafferma che san Francesco è «il più amabile, il più poetico e il più italiano de’ nostri santi!» (Gioberti[1843] 1845, pag. 228), Accrocca sostenendo però che «lo stilema raggiunse la forma compiuta con la quale sarebbe statotramandato in futuro» nell’articoloPer san Francesco d’Assisidi Enrico Filiziani, pubblicato sul giornale «La Vera Roma»il 18 gennaio 1903.Ma una lettera alla regina Margherita – che tra l’altro fu una delle principali sostenitrici, anche finanziaria-mente, della Società internazionale di studi francescani sorta ad Assisi nel 1902 per opera di Paul Sabatier (Paul Sa-batier e gli studi francescani2003) – ne rinvia l’espressione al re Carlo Alberto di Savoia. Infatti la sposa di Umberto I– re d’Italia dal 1878 al 1900 – l’11 giugno 1896 visitò il Collegio Sant’Antonio di Roma e in giornata frate RaffaeleDelarbe d’Aurillac, quale delegato generale per il suddetto Collegio, le scrisse una lettera di ringraziamento. La missivanon fu un atto solo formale, ma evidenzia gli stretti legami tra la casa Savoia ei francescani, ricordando in particolareil nonno paterno della regina Margherita, ossia «l’illustre terziario Carlo Alberto, quel Carlo Alberto che nella terradi esilio trovava un indicibile conforto nel rimirare l’immagine del Serafico d’Assisi, sotto la quale di proprio pugnoaveva scritto: “Il più Santo tra gl’Italiani e il più Italiano tra i Santi”» (Pontificium Athenaeum Antonianum ab originead praesens1970, pp. 570-571).Stando a tale documento, l’espressione ‘il più santo tra gl’italiani e il più italiano tra i santi’ riferita a san Fran-cesco d’Assisi è precedente al 28 luglio 1849, quando il re dimissionario Carlo Alberto morì cinquantenne in esilio volontario a Oporto, in Portogallo. Sorge spontanea la domanda se vi siano testimonianze coeve ai fatti che conferminoquanto scritto dal frate francese Raffaele nel 1896 e da dove attinse l’espressione, o almeno l’ispirazione, Carlo Albertoper tale affermazione che tanta fortuna ebbe quasi per un secolo intero.Innanzitutto è da ricordare che egli non solo fu profondamente cattolico ma anche terziario francescano; nonmeraviglia pertanto che in occasione dell’elogio funebre declamato nel 1849 nella cattedrale di San Lorenzo a Genovadinanzi al corpo reale, significativamente il 4 ottobre, festa di san Francesco d’Assisi, non a caso Terenzio Mamian (1799-1885) affermò che «fu Carlo Alberto devoto e pio quanto il nono Luigi», paragonandolo quindi al re francese san Luigi IX, patrono del Terz’Ordine francescano assieme a santa Elisabetta d’Ungheria (Mamiani 1849, p. 16).
Carlo Alberto, fortemente influenzato dalla cultura liberale, attinse molto dagli scritti di Gioberti, soprattutto per quanto riguarda la conciliabilità tra fede e progresso; ma già Cesare Balbo (1789-1853) – anche lui influenzato dal neoguelfismo e che si proponeva di unificare l’Italia sotto l’egida del papa – pubblicò nel 1839 la Vita di Dante in cui affermava: Se Dante non fosse stato altro che poeta o letterato, io lascerei l’assunto di scriverne a tanti, meglio di me esercitati nell’arte divina della poesia, o in quella così ardua della critica. Ma Dante è gran parte della storia d’Italia [...] Quindi è che non avendo potuto o saputo ritrarre la vita di tutta la nazione italiana, tento ritrarre quella almeno dell’Italiano che più di niun altro raccolse in sé l’ingegno, le virtù, i vizi, le fortune della patria [...] egli in somma l’Italiano più italiano che sia stato mai (Balbo 1839, pp. 7-8). Come si può notare, la finalità dello scritto di Balbo è far conoscere l’italianità e non meraviglia se nei suoi appunti si trovi del materiale finalizzato alla scrittura di altre biografie ritenute rappresentative del mondo italiano come quelle di Gregorio VII, Innocenzo III e san Francesco d’Assisi. Il tutto con lo scopo di affermare l’indipendenza spirituale dalla Francia e rafforzare l’identità nazionale come premessa dell’unificazione d’Italia. Infatti, in quel tempo si rimproverano gli intellettuali e le persone più rappresentative – compresi i Savoia – di essere troppo dipendenti dal mondo francese, anche per la lingua. Ciò fa sì che i Savoia inizino a guardare all’Italia, ma anche che gli Italiani comin- cino a guardare al Piemonte come possibile forza di liberazione dal dominio straniero. Giacomo Fiori in un articolo del 1943 afferma che segue «da anni [...] con grande interesse gli studi di Nicolò Rodolico», grazie ai quali può attingere a «frammenti [...] del “Diario” del Castagneto, segretario e confidente di Carlo Alberto, una raccolta di “dispacci” dei Consoli sardi dell’Oriente, il “Diario” del sacerdote Antonio Peixoto Salgado, ultimo cappellano e confessore del Re» (Fiori 1943). Proprio nel Diario di Castagneto «in data del mese di giugno del 1835 si trova scritto: “Le Roi (C. Alberto) était de Tiers-Ordre de St. Francois”» (ibid.), cioè seguace della spiritualità dell’Assisiate pur non essendo frate Minore. Continuando, il conte di Castagneto narra gli ultimi giorni del re, che ha accanto il suo confessore e cappellano don Antonio Peixoto Salgado (Martini 1850, p. 72): Sul suo petto pendeva sempre l’immagine di san Francesco stigmatizzato: “Mi mostrò inoltre – scrive il detto Cappellano in data 14 maggio 1849 – il suo reliquiario (teca) a collare di forma ovale, con una miniatura finissima, in avorio di san Francesco d’Assisi e contenente un’altra miniatura più piccola con quattro Beati della sua illustrissima Casa di Savoia, lavoro di delicatissima fattura; era il suddetto reliquiario d’argento liscio ed era appeso ad un cordone rosso per sospenderlo al collo”. Così la morte lo colse in terra d’esilio confortato dal Pane dei forti e della presenza spirituale del “suo Padre” san Francesco» (Fiori 1943). Luigi Cibrario, eletto senatore nel 1848, fu inviato in Portogallo assieme a Giacinto Provana di Collegno quale commissario del Senato del Regno a Oporto, dove giunse il 29 maggio 1849 e rimase fino al successivo 3 luglio; egli portò al re dimissionario, ormai debilitato dalla malattia, i messaggi sia del Senato sia del magistrato della Camera dei conti. Proprio a motivo di tale permanenza descrisse dettagliatamente la camera da letto di Carlo Alberto nell’esilio di Oporto: «Sul tavolino tra i libri e le carte eranvi due immagini dipinte, rialzate obliquamente sovra un peduccio: l’una di Maria Santissima, l’altra di San Francesco. Il Re passava i giorni seduto a questo tavolino» (Cibrario 1850, p. 264; 1861, p. 176). Paolo Pinto narra che «Don Antonio Peixoto Salgado, un prete semplice e buono che fu cappellano e con- fessore del re a Oporto, ricorda che la morte avvenne semplicemente, annunciata da un “lieve respiro”. Il prete stava recitando una litania, mentre i suoi occhi erano volti verso il quadro della Madonna, posto sopra un tavolino, dinanzi al letto. E diceva: “Consolatrix afflictorum”» (Pinto 1990, p. 315). Quindi un Carlo Alberto non solo terziario fran- cescano come molti altri membri della casa Savoia, ma anche che muore dinanzi a una raffigurazione del santo d’Assisi quasi simbolo e rappresentante dell’Italia.
Successivamente, nella recensione del libro di Eliseo Battaglia dedicato a san Francesco (1902) apparsa su «La Civiltà Cattolica» (LIII, serie XVIII, 1902, 8, p. 80) si diceva: «Il suo libro è riuscito, quasi diremmo, un poema in prosa in onore di colui che fu chiamato il più santo fra gli italiani e il più italiano fra i santi [...] In conclusione è un buon libro, che si farà leggere volentieri anche dagli schizzinosi che rifuggono da tutto ciò che sa di sodo e di sacro». Infatti, nel libro recensito si afferma: «La scarna ma dolce Immagine di lui, che a ragione vien detto il più santo tra gli Italiani, perché nessuno mai in Italia ascese a tanto fastigio di bontà, ed il più italiano fra i santi, perché nessuno mai ebbe al pari di lui quell’intimo senso d’italianità che si rivelò, secondo le condizioni speciali di quel tempo, in tutte le sue istituzioni, e lo fece guerriero e poeta» (Battaglia 1902, p. 17). Padre Francesco Frediani (1804-1856) fin dal 1844 aveva concepito di pubblicare una Biblioteca classica sanfrancescana, ma nonostante le sollecitazioni non ebbe effetto «perché la triste genia del Liberalismo era nel suo pieno sviluppo e preparava le menti alla soppressione monastica». Livario Oliger collega questo ai ricordi del conte Paolo Campello della Spina per il quale «mentre la pubblicazione di un almanacco cattolico non alterò la sua nomea di liberale», ben diverso fu quando «egli pubblicò la Vita del Beato Cappuccino Crispino da Viterbo» (Olinger 1930, p. 17). Simile sorte ebbe l’Accademia Serafica, o colonia Arcadica Serafica, ideata dal padre Antonio Maria Fania da Rignano e inaugurata il 29 maggio 1844: la sua fine coincise con la nascita perché «i tempi non erano maturi». L’erudi- to francescano padre Oliger afferma che «le passioni politiche di allora travolsero ambedue» le iniziative (ibid., p. 36). Nel 1851 – dieci anni prima che Vittorio Emanuele II fosse proclamato re d’Italia –, Cesare Guasti tenne a Siena un discorso dal tema La virtù ispiratrice del bello «e svolse i concetti che corrispondevano ai suoi tre grandi amori, stretti in un solo affetto, cioè: Dio, Patria, Arte» (ibid., p. 23). Sorge la domanda quando la figura di san Francesco d’Assisi e il francescanesimo cominciarono a riprendere quota o meglio a uscire dall’oblio; c’è da ricordare che l’8 set- tembre 1840 fu consacrata la basilica di Santa Maria degli Angeli, ricostruita dopo il terremoto del 1832 per interessa- mento di papa Gregorio XVI, e nel 1882 ricorse il settimo centenario della nascita di san Francesco. Ma ancora prima, nel 1818 fu riscoperto il corpo dell’Assisiate e precedentemente, come afferma Mirko Santanicchia riferendosi alla basilica di San Francesco in Assisi, «prima di Francesco “santo”, tornò sotto i riflettori la sua basilica come eccezionale pinacoteca» (Santanicchia 2017, p. 316).
San Francesco, un padre cattolico per l’Italia
L’idea che san Francesco fosse il forgiatore dell’identità italiana, un popolo di poeti, artisti e naviganti, trovò parecchi aderenti e diffusori. Infatti, se lo scontro tra Regno d’Italia e papato ottocentesco contemporaneamente fu espressione e origine di un risorgimento anticlericale, con tutti i suoi miti e narrazioni sacrali, vi fu chi cercò di raccontare un’altraunità nazionale fondata nella santità. Tra questi è da ricordare il frate Ludovico da Casoria (1814-1885), che nella sua opera di superamento della contrapposizione tra essere cattolici e Italiani ideò un monumento che rafgurava l’Assisiate in atto di imporre le mani benedicenti su tre terziari francescani che rappresentavano l’orgoglio italiano, ossia, da sinistra a destra, Dante, Cristoforo Colombo e Giotto. L’importanza che tale opera aveva agli occhi del frate partenopeo, ma non solo, è data anche dall’incarico afdato a tempo pieno ad alcuni frati per raccogliere oferte onde costruirlo; il monumento, opera di Stanislao Lista (1824-1908), non senza difcoltà fu inaugurato solennemente nel 1882 presso l’Ospizio Marino di via Posillipo a Napoli in occasione del settimo centenario della nascita del santo d’Assisi (Capecelatro 1887). E tale immagine, con la carica simbolica in essa espressa, fu divulgata anche tramite litografie in formato di santini e scelta per la copertina del libro di Francesco Prudenzano (1823-1909) dedicato all’Assisiate. Il padre Candido Mariotti indicò la statua partenopea quale una delle iniziative più significative delle celebrazioni in occasione del settimo centenario della nascita dell’Assisiate sicché la parola di benedizione di Francesco dà ali instancabili alla penna di Dante, rivela un nuovo ideale al pennello di Giotto, guida sicura la nave di Colombo alla scoverta del mondo nuovo. E così il vero, il bello e il buono da quella parola, accompagnata dal santo sguardo in cui si riflette la pace dei Celesti, sono irradiati sui tre genii giganti, ai quali l’Italia va debitrice del suo progresso e del suo splendore (Mariotti 1883). La raffigurazione napoletana non fu l’unica. Così Vincenzo Loffredo da Alghero, divenuto frate Minore con il nome di Bonaventura (1830-1903), dal 1889 al 1890 affrescò la basilica di Sant’Antonio al Laterano di Roma, di- pingendo nell’abside l’apoteosi della famiglia francescana in cui, tra gli altri, figurano Dante e Cristoforo Colombo. Lo stesso soggetto con il poeta fiorentino e il navigatore genovese è raffigurato nel 1866 dal padre minorita Michelangelo Cianti da Montecelio (1840-1923) nella chiesa francescana di San Bonaventura a Frascati.
Italiano ma anche Cattolico, cioè Universale
Se con la Prima guerra mondiale i cattolici si riscattarono dall’immagine anticlericale di nemici della patria che li rap- presentava dall’Unità d’Italia, negli anni successivi il cattolicesimo non venne più visto come un avversario, ma persino come un fattore identitario della nazione. Non meraviglia allora che le celebrazioni del 4 ottobre 1926 siano state so- stenute dal fascismo, anche quale rafforzamento della propria autorità, propagando l’immagine di san Francesco quale il più santo degli italiani e il più italiano dei santi. Era la stessa retorica con cui, in occasione della canonizzazione del fondatore dei salesiani, il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi – primo ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede dopo i Patti Lateranensi – alla presenza in Campidoglio di Benito Mussolini, il 2 aprile 1934 affermò che «Don Bosco è un Santo italiano ed è il più italiano dei Santi» (Stella 1987, p. 363). A tal proposito scrive il salesiano padre Pietro Stella: «Soprattutto nel dopoguerra il tema dell’italianità di don Bosco e dei suoi figli diventava un tema frequentissi- mo, unitamente a quello dell’italianità di altri personaggi dell’empireo religioso, quali Francesco d’Assisi e Caterina da Siena; mentre intanto in Germania si esaltava la germanità di Lutero, in Francia l’eroicità e il patriottismo della pulzella d’Orléans, in Spagna la hispanidad di Teresa d’Avila e Ignazio di Loyola» (ibid., p. 364). Nello stesso clima culturale Pio XI, il 9 maggio 1935, canonizzando i martiri inglesi John Fisher e Tommaso Moro, durante l’omelia li definì «egregi rappresentanti e decoro della propria nazione».
Tale attenzione al valore patriottico delle canonizzazioni e dei santi tuttavia non impedì a Pio XI di prendere le distanze da un uso nazionalistico di esso; fu soprattutto nel settimo centenario della morte di san Francesco che richiamò l’importanza di una giusta lettura della vicenda del santo di Assisi con un’articolata e importante argomenta- zione. Infatti, il pontefice nell’enciclica Rite expiatis affermò che le celebrazioni centenarie, «rifuggendo da quell’imma- ginaria figura che del Santo volentieri si formano i fautori degli errori moderni o i seguaci del lusso e delle delicatezze mondane, cercheranno di proporre alla fedele imitazione dei cristiani quell’ideale di santità che egli in sé ritrasse deri- vandolo dalla purezza e dalla semplicità della dottrina evangelica». Dopo aver elencato le virtù dell’Assisiate, proseguì: «Pertanto Francesco, agguerrito dalle forti virtù che abbiamo ricordate, è provvidenzialmente chiamato all’opera di riforma e di salvezza dei suoi contemporanei e di aiuto per la Chiesa universale» (Pio XI, lettera enciclica Rite expiatis, 30 aprile 1926). Ampio spazio è dedicato all’interesse ma anche alle letture deformanti la vicenda dell’Assisiate: Ma specialmente ai nostri giorni, studiati più a fondo dagli eruditi gli argomenti francescani e moltiplicate in gran numero le opere a stampa in varie lingue, e ridestati gl’ingegni dei competenti a compiere lavori ed opere artistiche di gran pregio, l’ammirazione verso san Francesco divenne fra i contemporanei smisurata, quantunque non sempre ben intesa. Così altri presero ad ammirare in lui l’indole naturalmente portata a manifestare poeticamente i sentimenti dell’animo, e il «Cantico» famoso divenne la delizia della erudita posterità, la quale vi ravvisa un vetustissimo saggio del volgare nascente. Altri rimasero incantati dal suo gusto della natura, ond’egli sembra preso dal fascino non solo della natura inanimata, del fulgore degli astri, dell’amenità dei monti e delle valli umbre, ma, al pari di Adamo nell’Eden prima della caduta, discorre con gli animali stessi, quasi legato ad essi da una certa fratellanza, e li rende obbedientissimi ai suoi cenni. Altri ne esaltano l’amor di patria, perché a lui deve l’Italia nostra, che vanta il fortunato onore d’avergli dati i natali, una fonte di benefizi più copiosa che qualsiasi altro paese. Altri infine lo celebrano per quella sua veramente singolare comunanza di amore, che tutti gli uomini unisce. Tutto ciò è vero, ma è il meno, e da doversi in- tendere in retto senso: poiché chi si fermasse a ciò come alla cosa più importante, o volesse torcerne il senso a giustificare la propria morbidezza, a scusare le proprie false opinioni, a sostenere qualche suo pregiudizio, è certo che guasterebbe la genuina immagine di Francesco. Infatti, da quella universalità di virtù eroiche delle quali abbiamo fatto breve cenno, da quell’austerità di vita e predicazione di penitenza, da quella molteplice e faticosa azione per il risanamento della società, risalta in tutta la sua interezza la figura di Francesco, proposto non tanto all’ammirazione, quanto all’imitazione del popolo cristiano. Essendo Araldo del Gran Re, egli volse le sue mire a far sì, che gli uomini si conformassero alla santità evangelica e all’amore della Croce, non già che dei fiori e degli uccelli, degli agnelli, dei pesci e delle lepri si rendessero soltanto sdilinquiti amatori. Se egli verso le creature sembra trasportato da una certa tenerezza di affetto [...] non da altra causa che dalla sua stessa carità verso Dio egli si muove ad amare le dette creature (ibid.).
Affrontando direttamente l’uso nazionalistico del culto all’Assisiate Pio XI scrisse:
Quanto al resto, che cosa proibisce agli italiani di gloriarsi dell’Italiano, il quale nella stessa liturgia è chiamato «luce della Patria»? Che cosa impedisce ai fautori del popolo di predicare quella che fu la carità di Francesco verso tutti gli uomini, specialmente poveri? Ma gli uni si guardino per lo smoderato amore verso la propria nazione, di vantarlo quasi segno e vessillo di questo acceso amore nazionale, rimpicciolendo il «campione cattolico»; gli altri si guardino dal gabellarlo per un precursore e patrono di errori, dal che egli era lontano, quant’altri mai. D’altra parte tutti quelli che non senza qualche affetto di pietà prendono gusto a queste lodi minori dell’Assisiate e si affaticano con fervore a promuoverne le feste centenarie, piacesse al cielo che come sono degni del nostro encomio, così dalla stessa fausta ricorrenza traessero forte stimolo a esaminare più sottil- mente l’immagine genuina di questo grandissimo imitatore di Cristo, e ad aspirare ai migliori carismi (ibid.). Nel testo pontificio è chiaro il richiamo a guardarsi da «lo smoderato amore verso la propria nazione» che riduce la dimensione cattolica, ossia universale, dell’Assisiate per «vantarlo quasi segno e vessillo di questo acceso amore nazionale».
Segno di Riconciliazione tra Italia e Chiesa
La breccia che, il 20 settembre 1870, le truppe piemontesi aprirono presso Porta Pia, con la conseguente presa di Roma, se materialmente faceva cadere delle mura, innalzava – o anche solo rafforzava – uno steccato tra la realtà na- zionale dell’Italia e la Chiesa. Le mura erano state infrante, ma la nuova divisione divenne il Tevere, tanto che bastava dire l’Oltretevere per denominare una realtà ritenuta come ostile alla nuova istituzione vigente, ossia lo Stato italiano con Roma capitale ornata da monumenti agli eroi del Risorgimento come Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e soprattutto il re Vittorio Emanuele II. Fra alti e bassi dovette scorrere molta acqua sotto i ponti del Tevere perché si giungesse a un avvenimento dal profondo valore simbolico, ossia la visita nel 2010 a Porta Pia – in occasione del cen- toquarantesimo anniversario della ‘breccia’ – del segretario di Stato vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, assieme al presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Tra gli episodi che hanno segnato questo passaggio, certamente vi sono i Patti Lateranensi, la loro ricezione nella Costituzione repubblicana, la loro revisione nel 1984 con la firma di colui che è divenuto quasi il modello ideale di segretario di Stato vaticano, ossia il cardinale Agostino Casaroli. Ma in tutto ciò un ruolo non secondario hanno avuto certamente san Francesco e Assisi, soprattutto in occasione di solenni ricorrenze: già nel 1918, nel primo cen- tenario del ritrovamento del corpo di san Francesco – la celebrazione fu rimandata al 4 ottobre 1920 a causa della guerra – Benedetto XV inviò ad Assisi il cardinal Rafael Merry del Val. Lo stesso Benedetto XV, nella lettera enciclica Sacra propediem del 6 gennaio 1921 per il settimo centenario della fondazione del Terz’Ordine francescano, scrisse: «Innanzi tutto conviene che ognuno abbia un’idea esatta della figura di San Francesco, in quanto taluni, secondo l’invenzione dei modernisti, presentano l’uomo di Assisi poco ob- bediente a questa Cattedra apostolica, come il campione di una vaga e vana religiosità, tanto che egli non può essere correttamente chiamato né Francesco d’Assisi né santo». Nel medesimo documento egli ricordò che «nell’anno 1882, quando fra il plauso commosso dei buoni fu celebrato solennemente il centenario della nascita del Santo di Assisi [...] anche Noi volemmo essere iscritti fra i discepoli del grande Patriarca, e nella insigne basilica di Santa Maria di Ara Coeli, officiata dai Frati Minori, vestimmo regolarmente l’abito dei Terziari Francescani». Ricordando la tragedia della guerra appena finita, il papa affermò: Perciò in questo campo così immenso in cui Noi, come rappresentanti del Re Pacifico, abbiamo prodigato le nostre più affettuose premure, aspettiamo da tutti i figli della pace cristiana il concorso della loro solerzia, ma specialmente dai Terziari [...]. Orbene, ordinare l’uomo internamente, in modo che egli non sia schiavo ma padrone delle proprie passioni, obbediente a sua volta e soggetto alla volontà divina, nel quale ordinamento si fonda la pace comune, questo è effetto della sola virtù di Cristo, che si dimostra mirabilmente efficace nella famiglia dei Terziari Francescani. Successivamente, il 19 settembre 1921, nel discorso pronunciato in occasione del congresso internazionale per il settimo centenario dell’istituzione del Terz’Ordine francescano Benedetto XV richiamò il ruolo di san Francesco nella costruzione della pace: Donde deriva tanta enormità di mali? Dipende dall’oblio dell’ordine che deve regnare nel mondo; dipende dal non volersi praticamente riconoscere la diversità delle classi che Iddio pose nella società; dipende dall’er- rato concetto che tutto finisce quaggiù, senza che i beni dell’esilio si riconoscano ordinati all’acquisto di quelli della patria. Ma a questi errori dell’intelletto, a questi vizii del cuore si oppone direttamente lo spirito di San Francesco, opportunamente definito «spirito di concordia, di amore e di pace».
Il recupero della dimensione trascendentale nella vicenda di Francesco d’Assisi, correggendone le contraf- fazioni laiche, fu fatto da Pio XI. Nel 1924, in occasione del settimo centenario delle Sacre Stimmate, una lettera enciclica del papa riaffermò il carattere soprannaturale dell’evento, mentre la rivista «Vita e pensiero», in un numero monografico, diede la risposta cattolica alle svalutazioni che da un cinquantennio le mettevano in dubbio. Il settimo centenario della morte di san Francesco, che si celebrò dalla festa del Perdono (2 agosto) del 1926, a quella dell’anno successivo, fu preparato con grande cura per interessamento sia di Pio XI sia del governo italiano presieduto da Benito Mussolini. Momento centrale fu la celebrazione del 4 ottobre 1926, dichiarata festa naziona- le: per facilitare la partecipazione vi furono sconti speciali sui treni per i pellegrini diretti ad Assisi e nella cittadina umbra si aprirono nuovi alberghi. Il legato pontificio cardinale Rafael Merry del Val giunse in treno da Roma il 3 ottobre e nel ricevimento in suo onore, organizzato il giorno successivo nel palazzo del Comune dal sindaco Arnaldo Fortini, incontrò il delegato del governo italiano Pietro Fedele. L’importanza dell’avvenimento non sfuggì alla stampa del tempo che riferì come «nel discorso di ringraziamento il cardinal Legato ricordando gli onori tributati a Francesco dai Sommi Pontefici, da Innocenzo ed Onorio che ne confermarono la missione sublime, a Pio XI che richiamandone gli esempi di santità a lui aveva rivolto tutti i fedeli, rivendicò alla Chiesa Cattolica, di cui è gloria purissima, questo Santo. Ciò però non toglie che sia pure una gloria speciale di Assisi, dell’Umbria, dell’Italia». Nel 1929 ci fu la firma dei Patti Lateranensi, e per ricordare l’importanza di Assisi e san Francesco in tutto ciò, l’aula di rappresentanza del palazzo comunale fu denominata dal sindaco Fortini ‘Sala della Conciliazione’ e ancora oggi vi fa bella mostra un ritratto del cardinale Rafael Merry del Val. Pietro Fedele fu ministro dell’Istruzione pubblica dal 5 gennaio 1925 al 9 luglio 1928 e tale incarico gli fu conferito da Mussolini, perché gradito ai cattolici e probabilmente perché era amico del prefetto della Biblioteca Ambrosiana di Milano, Achille Ratti, divenuto papa con il nome di Pio XI. Fedele ebbe un ruolo importante nei primi contatti in vista della conciliazione, che avvennero appunto nel centenario francescano; il 4 ottobre 1927 fu sempre lui a rappresentare ad Assisi il governo italiano nel momento della restituzione ai frati Minori conventuali del Sacro Convento di San Francesco. Tutto ciò era di concerto con Mussolini e quindi non meraviglia che il 7 febbraio 1927 il sindaco di Assisi, avvocato Fortini, fosse ricevuto dal presidente del Consiglio assieme al ministro Fedele: fu un vero e proprio rendiconto delle celebrazioni del centenario francescano. Significativo è che, dopo una decina di giorni, il giornale del centenario «La voce di Assisi» del 17 febbraio, in prima pagina, assieme alla notizia dell’incontro del sindaco della città con Mussolini, annunciò che il medesimo Fortini, sollecitato dal cardinale Merry del Val, ac- cettava di tenere – probabilmente il 31 marzo 1927 – una importante conferenza apologetica francescana nel grande salone della Cancelleria di Roma, a cui avrebbero partecipato le più alte autorità della gerarchia cattolica. Il 24 marzo 1927 Fortini venne nominato podestà di Assisi e fu il primo e unico ad assumere tale carica nella cittadina umbra. Tuttavia, che la ricorrenza francescana potesse diventare la celebrazione di un san Francesco diverso da quello della Chiesa cattolica l’aveva avvertito pure il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Gasparri, in una nota apparsa su una delle riviste del centenario, ossia «Frate Francesco», e già nel discorso ai quaresimalisti di Roma il papa aveva previsto tale pericolo. Al momento della sigla dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, Pio XI paragonò l’ampiezza del nuovo Sta- to della Città del Vaticano al corpo di san Francesco d’Assisi: «Ci pare di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima». Ma già precedentemente Francesco Orestano (1873-1945), negli anni Venti del XX secolo, aveva affermato che la questione era di garantire la libertà e l’indipendenza del papato, che richiede un territorio su cui esercitare una sovranità assoluta. Egli denominava tale territorio ‘porziuncola’, scrivendo: «E non a caso diciamo porziuncola, perché ci sembra che uno spirito francescano, italianissimo perciò, in cui il giure e la santità si fanno perfetto equilibrio» (Orestano 1961, p. 246).
Il 12 febbraio 2009, al concerto in occasione dell’ottantesimo anniversario dello Stato della Città del Vatica- no, Benedetto XVI affermò: «Vorrei ricordare [...] il venerato mio Predecessore Pio XI. Egli, nell’annunciare la firma dei Patti Lateranensi e soprattutto la costituzione dello Stato della Città del Vaticano, volle riferirsi a san Francesco d’Assisi. Disse che la nuova realtà sovrana era per la Chiesa, come per il Poverello, “quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima”». Infatti, Pio XI nel summenzionato discorso dell’11 febbraio 1929 aveva detto: Nessuna cupidità terrena muove il Vicario di Gesù Cristo, ma soltanto la coscienza di ciò che non è possibile non chiedere; perché una qualche sovranità territoriale è condizione universalmente riconosciuta indispensa- bile ad ogni vera sovranità giurisdizionale: dunque almeno quel tanto di territorio che basti come supporto della sovranità stessa; quel tanto di territorio, senza del quale questa non potrebbe sussistere, perché non avrebbe dove poggiare. Ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenersi unita l’anima. Così per altri Santi: il corpo ridotto al puro neces- sario per servire all’anima e per continuare la vita umana, e colla vita l’azione benefica.
Da Patrono D’Italia a Simbolo di Pace
Pio XII, nel 1939, avallò il legame tra l’Assisiate e la patria proclamandolo patrono d’Italia. Ma ormai si era alla vigilia del- la Seconda guerra mondiale, al termine della quale restavano non solo delle macerie da riparare – emblematica divenne la ricostruzione dell’abbazia di Montecassino distrutta nel 1944 –, ma un’Europa da riconciliare. Non meraviglia, dunque, che uno degli atti pontifici del post-guerra fu la proclamazione di un patrono per l’Europa, che guarda caso fu proprio san Benedetto, proclamato tale da Paolo VI il 24 ottobre 1964 in occasione della consacrazione della ricostruita chiesa abba- ziale di Montecassino. San Francesco, invece, continuerà a essere oggetto d’attenzione non tanto quale patrono d’Italia ma quale simbolo di pace e riconciliazione; la giornata ecumenica e interreligiosa di pellegrinaggio, preghiera e digiuno per la pace convocata da Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1986 sarà conferma e incentivo a tale immagine. La santità e la vicenda di san Francesco hanno assunto diversi spostamenti semantici negli oltre centocin- quant’anni dell’Unità d’Italia: da simbolo di italianità a patrono nazionale, da richiamo alla pace ad apertura non solo europea ma persino globale, e anche per questo continua a essere un simbolo importante per l’Italia. Se da una parte il cardinale Merry del Val, inaugurando il centenario del 1926, concesse che l’Assisiate fosse non solo della Chiesa catto- lica ma anche dell’Italia, dall’altra Pio XI, invertendo i termini, sancì che l’esaltare in san Francesco il suo amore della patria non ne riduceva la dimensione universale cattolica. L’assunzione da parte del cardinale argentino Jorge Mario Bergoglio del nome pontificio di Francesco, il 13 marzo 2013, al momento della elezione a vescovo di Roma è stata riconoscimento ed espressione del valore sovrannazionale – per non dire globalizzato – del santo d’Assisi. Senza troppe forzature si può ammettere che il percorso svolto dal Risorgimento ha condotto san Francesco a divenire espressione di quella sintesi richiesta da papa Bergoglio nel discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il 7 gennaio 2019, ossia «prestare attenzione alla dimensione globale senza perdere di vista ciò che è locale». In questo modo «la globalizzazione può essere anche un’opportunità nel momento in cui essa è “poliedrica”, ovvero favorisce una tensione positiva fra l’identità di ciascun popolo e Paese e la globalizzazione stessa».
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La Porziuncola, centro del francescanesimo, all’interno della basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi