La lucida analisi di Andrea Orlando dirigente del PD apre una riflessione sul tema più generale del Linguaggio che ormai pervade nelle nuove generazioni, al quale velocemente si è adeguata anche la classe Dirigente e Culturale del Paese.
Osserva Orlando in un Post di oggi:
“Gli assaltatori del Campidoglio ci pongono una questione che è stata sino qui tralasciata.Davvero si può sostenere che l’estrema semplificazione del linguaggio, la sua banalizzazione che lo riduce a concetti e suoni primordiali sia un problema soltanto dei populisti?
Io penso di no.
La politica è stata trasversalmente ridotta a slogan in ossequio ai canoni della comunicazione politica dominante. Qualunque ragionamento un minimo articolato è stato bollato come vecchio e polveroso. Il leader politico, deve, secondo gli stessi canoni, comunicare per slogan, battute, quando non per invettive ed insulti.
Certo, non esistono più i luoghi dell’alfabetizzazione politica, i partiti, i sindacati, le associazioni e quindi l’offerta non può che essere semplificata. Certo, i nuovi media impongono sintesi e capacità di incidere a livello emotivo. Certo, sono cambiati i tempi televisivi e anche in questo caso le forme comunicative devono ricercare l’impatto più immediato.
Tutto vero. Però poi facendo zapping o sfogliando un giornale, dove la politica è ormai quasi esclusivamente raccontata in termini di retroscena, ti rendi conto che soltanto il dibattito politico ha subito questo grado di banalizzazione.
La complessità resiste relativamente di più nel discorso pubblico che tratta, non dico come è ovvio, di scienza o di tecnica, ma anche di spettacolo, di cultura e persino di sport.
Per cui se i luoghi comuni e le banalità, fatte di slogan, giochi di parole a effetto e stereotipi fossero traslate in quei contesti apparirebbero stonati e risibili.
La stessa persona che puoi ascoltare sciorinare i vari “ci rubano il lavoro”, “sono tutti uguali” e così via, può stupirti per l’acutezza dell’analisi di una partita di calcio o dei risvolti del calcio mercato.

