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UN PROGRAMMA COMUNALE (1)

Tasse più alte al Sud 

Diverse riforme e molteplici crisi finanziarie hanno cambiato radicalmente alcune condizioni degli enti locali, in particolare di quelli del Sud d’Italia. Capovolgendo un dato che si era ritenuto immodificabile, che cioè fossero le amministrazioni meridionali a detenere il maggior numero di impiegati pubblici rispetto alla popolazione e ad esercitare una pressione fiscale più blanda. E invece la situazione si è radicalmente modificata negli ultimi 30 anni: i comuni, le province e le regioni meridionali sono oggi caratterizzati dalla maggiore penuria di dipendenti pubblici e con una tassazione dei servizi tra le più alte in Italia. Eppure continuano a prevalere luoghi comuni e pregiudizi lontanissimi dalla realtà. Se guardiamo i dati relativi alle prime 10 città italiane con la più alta pressione fiscale, se ne registrano ben 6 meridionali, mentre non se ne trova una classificata tra le prime venti per qualità della vita! E se consideriamo il rapporto tra numero di abitanti e numero di dipendenti pubblici locali, si riscontra che tra le regioni a statuto speciale sono le tre del Nord (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia) ad averne di più rispetto a Sicilia e a Sardegna, che in Liguria se ne contano di più che in Calabria, nel Lazio più che in Campania, in Lombardia e Veneto più che in Puglia.

Secondo uno studio della Banca d’Italia, nel decennio 2008/2018 i dipendenti pubblici locali sono diminuiti del 27% nel Sud, del 20% nel Centro e del 18% nel Nord. E a causa del blocco del turnover, nel Sud il personale con oltre i 60 anni rappresenta ormai il 35% del totale. Se poi scorriamo la classifica dell’Irap, l’imposta regionale che grava sulle imprese, scopriamo che le regioni che hanno le aliquote più alte sono la Calabria, la Campania, il Molise, il Lazio, la Puglia e l’Abruzzo. Dal 1995 al 2015, le imposte locali sono aumentate più del 300% in Italia, passando da un gettito di 30 miliardi ai 103 degli ultimi anni; i maggiori aumenti sono a carico degli enti locali meridionali che partivano da tassazioni più basse o addirittura inesistenti.

Fino all’inizio degli anni ottanta del Novecento le risorse necessarie agli enti locali per mantenere il personale e garantire i servizi erano assicurate dallo Stato che aveva centralizzato ogni forma di tassazione dei cittadini. Questa scelta puntava a tenere sotto controllo gli spaventosi indebitamenti a cui ricorrevano i comuni per garantirsi il finanziamento di molti dei loro servizi e soprattutto l’eccesso di personale rispetto alle entrate. Successivamente si è deciso di cambiare impostazione prevedendo un sistema misto di finanziamento con all’incirca il 40% derivante da risorse statali e il resto tra tasse locali (acqua, spazzatura, ecc.), tariffe per servizi offerti (asili, assistenza agli anziani) e canoni per fitti di proprietà pubbliche. Ma neanche questo sistema ha retto costringendo molti comuni per anni a sovrastimare le entrate e a sottostimare le uscite. Poi sono state varate le numerose strette di finanza pubblica in rapporto sia alla scelta di entrare da subito nella moneta unica europea (anni 1996/2001) sia in ragione della crisi finanziaria ed economica che ha investito l’economia mondiale (2007/2011).

In Italia ne hanno fatto le spese soprattutto i comuni. E quelli meridionali ancora di più perché rispetto a quelli settentrionali si sono dovuti inventare personale, uffici, procedure per la tassazione locale che oggettivamente era stata assente fino all’inizio degli anni novanta o esposta ad un’altissima evasione. Poi un colpo decisivo è stato dato dal risanamento dei debiti della sanità, che ha imposto alla maggior parte delle regioni meridionali costosissimi piani di rientro, stabilendo un rapporto all’inverso tra maggiori tasse e migliore qualità delle cure sanitarie. Paradosso inaccettabile di questa situazione è l’altissima migrazione per curarsi nelle strutture del Centro-Nord.

In verità il funzionamento degli enti locali corrisponde fin dall’indomani dell’Unità d’Italia a due esigenze diverse. Nel Centro-Nord, con lo svilupparsi di una vivace economia di mercato, gli enti locali si sono specializzati nella produzione di servizi a supporto del lavoro privato. Il comune centro-settentrionale supportava lo sviluppo economico, lo corroborava, lo influenzava ma non si sostituiva ad esso; provava solo a garantire la migliore organizzazione della vita collettiva fuori dalla fabbrica e dagli uffici. Al Sud, invece, la minore vivacità del mercato (e l’arretratezza dell’apparato industriale e produttivo) caricava i municipi di un maggior ruolo di tenuta economica per le famiglie, spesso anche a discapito del ruolo sociale e civile. Il comune meridionale si assumeva il compito non di garantire i servizi ma di sostituire con le attività amministrative ciò che il mercato non assicurava. Insomma, nel Centro- Nord il comune integrava il mercato privato, nel Sud lo sostituiva, e l’obiettivo di “far girare” l’economia era più importante che produrre servizi per la collettività amministrata.

Questa diversa modalità di funzionamento e di percezione dei cittadini si è arrestata all’inizio degli anni novanta, sia grazie alla nuova legge sull’elezione diretta dei sindaci sia dalla crescita anche nel Sud di una pubblica opinione non più disponibile ad accettare il degrado pubblico in cambio del ruolo svolto dall’economia amministrativa a sostegno dei redditi. Ma questa nuova consapevolezza si è dovuta scontrare, appunto, con la crisi verticale delle finanze locali.

In conclusione. Mentre si sta per avviare la progettazione e la spesa concreta del Recovery Plan, ci troviamo a registrare due paradossi: a) le tasse più alte ci sono laddove funzionano peggio i servizi pubblici; b) la mancanza di impiegati pubblici e di tecnici specializzati si fa sentire maggiormente nei luoghi dove si dovrebbe spendere almeno il 40% delle risorse, cioè in quei territori che hanno meno servizi pubblici e minori possibilità di progettarli per assenza di personale.

Come fare fronte a questa inedita situazione? Per quanto riguarda la mancanza di personale qualificato, in attesa di sbloccare molte procedure avviate per le nuove assunzioni, si potrebbe fare ricorso nell’immediato alle competenze accumulate nelle università meridionali; per quanto riguarda il rapporto inverso tra tasse e qualità dei servizi, c’è un solo modo per intervenire: garantendo centralmente un equilibrio territoriale senza basarsi sulla capacità dei comuni di presentare progetti. I diritti fondamentali non possono essere legati alla capacità di un singolo comune di farli rispettare con i propri mezzi. Infine, resta sospesa la domanda: perché le regioni debbono avere tante risorse e i comuni no?(continua)

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