COMITATO PROMOTORE GIANNI CUPERLO SEGRETARIO PD
PIATTAFORMA IN PROGRESS PER IL CONGRESSO COSTITUENTE DI UN NUOVO PD
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PROMESSA DEMOCRATICA
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Ci siamo messe e messi in cammino con una buona dose di umiltà, ma con una piccola ambizione: dare una mano a riaccendere una scintilla di affetto e stima verso questa comunità oggi acciaccata e circondata da chi la vorrebbe svuotare. Per noi, invece, il PD – un nuovo PD – rimane decisivo per il futuro della sinistra.
Ci siamo detti che quel nuovo PD non si può costruire restando chiusi nel proprio confine e vivendo il congresso come un derby in cui la gara tra i favoriti limita nei fatti un dibattito dove le iscritte, gli iscritti, i costituenti, siano i veri protagonisti.
A chi ci chiede il perché di questa nostra piattaforma visto che molto sembra già scritto, rispondiamo che nella vita come in politica il “Duomo” lo costruisce lo scalpellino, l’operaia come l’architetto. E in questi anni la sinistra ha già concesso troppo al leader solo e salvifico. Perché poi, serve un popolo che riprenda nelle mani il suo destino, a cui restituire un partito capace di riconoscere intelligenza e umanità. E allora, se non ora quando pretendere un confronto sincero su cosa non ha funzionato e su cosa scommettere adesso e per i prossimi anni?
Noi pensiamo che solamente così si incontrano e ricongiungono creatività e impegno.
Solo così si riscoprono linguaggi e lotte.
Solo così si selezionano proposte, si agisce e si coltiva un sogno.
Ecco, servissimo anche un poco a questo, ci sentiremmo più a posto con noi stesse e noi stessi.
Un modo questo anche per essere riconoscenti a chi prima di noi, nel PD e nella lunga storia della sinistra, delle culture progressiste, ci ha offerto pensieri lunghi e una dignità che sarebbe imperdonabile non trasmettere alle ragazze e ai ragazzi di ora.
Il tempo è poco, qualche settimana mentre in Lombardia e Lazio ci si batte per il buon governo di quelle regioni, ma non è mai tardi per fare di un tempo breve un tempo buono.
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Promessa democratica è fare democrazia. Farla in un mondo in fiamme, dolorante di guerre, dove proprio la democrazia è aggredita, ma resta l’unica speranza. Un mondo che vede la rivoluzione tecnologica e della scienza conduce a risultati mai immaginati e dove libertà, uguaglianza, solidarietà, vanno attrezzate per competere contro egoismi, sfruttamenti vergognosi di persone e ambiente, contro corruzioni e rabbie tristi.Per noi esserci vuol dire anche questo: l’indignazione contro le ingiustizie, il dovere di non adeguarsi, la passione di reagire perché una alternativa diventi possibile.
Promessa è una bella parola, ma perché risulti credibile nella politica bisogna colmare lo scarto tra dichiarazioni e fatti, tra propositi e comportamenti. Quello scarto è evidente se guardiamo al governo di questa destra, e però qualche peccato lo abbiamo commesso anche noi.
Promessa democratica alle donne perché mancano ancora i fatti. Perché la loro autonomia è la garanzia di tenuta della democrazia e dei diritti di ogni persona. Il femminismo non è una ricorrenza, ma la vita di ogni giorno per cambiare agenda e logiche del potere. Lo sguardo e i traguardi paritari allargano, includono, uniscono.
Promessa democratica di dare valore alle ragazze e ai ragazzi del PD, dei movimenti e del volontariato, riconoscere i loro luoghi, programmi, canzoni, la loro libertà anche nella scelta delle loro e dei loro rappresentanti dentro segreterie e istituzioni.
Promessa democratica di unire le generazioni e riconoscere ovunque a partire dalle RSA come tra noi, il valore dell’età che è memoria, esperienza e civiltà.
Promessa democratica è fare opposizione a una destra che non rinuncia alla “fiamma”, che vorrebbe una rivincita sui principi di laicità, dialogo e diritti. Una destra che tenta di rileggere la storia sugli anni più bui e sulle conquiste di libertà e responsabilità delle donne. Un governo forte coi deboli da contrastare in Parlamento, nelle piazze, nell’incontro con associazioni, sindacati, cultura. Proponiamo la costruzione dal basso di “Comitati per l’Alternativa” perché l’opposizione non vivrà solo nelle istituzioni, ma dovrà percorrere il paese. Anche così il nuovo PD può far vivere nell’oggi una vocazione maggioritaria da reinventare col protagonismo delle persone.
Promessa democratica è dare battaglia per l’alfabeto di una giustizia sociale. Abbattere la povertà e offrire un lavoro nella dignità è già un programma fondamentale.I salari sono da aumentare, le vite precarie da cancellare. I contratti da rinnovare disboscando una giungla di false garanzie.Il fisco da riformare con l’immediata introduzione di contributi di solidarietà e l’estensione della tassazione degli extra profitti. Che si tratti di benzina o di latte chi ha di più, più deve dare. Serve una politica industriale che incentivi e aggreghi comparti innovativi, rispettosi dei diritti e dell’ambiente. La destra ha un’idea vecchia e sbagliata dell’Italia. Proponiamo che il nuovo PD organizzi una conferenza sul lavoro e l’industria della transizione green.
Promessa democratica è essere intransigenti sui beni comuni e sull’etica pubblica contro ogni illegalità e corruzione. È voler bene ai comuni, alla bellezza e sicurezza di questo paese. È dire una volta per tutte che affitti fuori misura e la speculazione non sono accettabili né per i giovani, né per chi tenti di tenere aperto un negozio, e ancora meno per le famiglie che contano gli euro della spesa.
Promessa democratica è dire che vogliamo un partito. Nuovo, ma un partito, più autonomo da poteri, media e influencer. Quindi un partito con i suoi circoli, con iscritte e iscritti che siano riconosciuti nelle scelte politiche e nella selezione delle classi dirigenti. Un partito costituzionale e non istituzionale dove contano solo gli eletti. Un partito dove si smetta la prassi dei doppi e tripli incarichi.
Promessa democratica vuol dire che ogni traguardo, ogni lotta, ogni circolo non debbano mai più fare a meno di cultura e formazione. Perché la sinistra e la politica imparino ad ascoltare anche domande di senso e di spiritualità.
Promessa democratica è riconoscere lo spirito critico, favorire la mescolanza, il valore delle differenze, di ogni differenza, anche come antidoto alla malattia del trasformismo, di corazze correntizie e potentati. E allora andrà cambiato lo Statuto anche nell’elezione del segretario o della segretaria nazionale perché a sceglierlo siano gi iscritti.
Promessa democratica significa che il PD riprende la tessitura di un nuovo centrosinistra politico, civico e ideale.
Promessa democratica per avere una leadership di partito e non un partito del leader. Per anni la parola “leader” è stata abusata richiamando l’idea di comando, ma abbandonando altre virtù indispensabili per un partito che vive di reciprocità, solidarietà e prossimità. Per parte nostra proporremo che il segretario o la segretaria del Pd venga scelto dagli iscritti mantenendo le primarie aperte per la scelta del candidato premier.
Promessa democratica per noi è un’ansia permanente di pace, dialogo tra le religioni. È un impegno totale per il primato dei diritti umani nel loro intreccio tra diritti sociali, civili e politici a prevalere sugli interessi selvaggi e sui privilegi.
Promessa democratica è dignità. Dignità della persona, dignità di popoli, dignità dell’ambiente, dignità di chi non si rassegna e vede il mondo anche con gli occhi di Greta, dei volontari del terzo settore, delle donne in Iran e in Afghanistan, dei dissidenti contro i dittatori. O semplicemente con lo spirito di chi vuol far bene il proprio lavoro e sceglie di tenere la schiena diritta.
Promessa democratica è tutto questo. È fare democrazia con la bussola della dignità. “Dignità” è la parola scandita dal Presidente Mattarella nel suo secondo insediamento. Dignità da vivere nel presente con la curiosità dei decenni che verranno. Dignità del lavoro. Dignità delle differenze. Dignità della scuola e della sanità pubblica. Dignità nella malattia, nel poter migrare e essere accolti. Dignità nelle carceri. Dignità nel fine vita. Dignità di donna, dignità di bambini.Dignità nell’orientamento sessuale e nella lotta del movimento Lgbtq+. Dignità nella giustizia. Dignità della cultura, di linguaggi, del rispetto dei corpi. Dignità nel bisogno di abbandonare una lettura della società e del ruolo di ciascuno nella sola chiave del successo, della visibilità. Dell’indicatore di una vita e di una felicità che non possono dipendere solo dai risultati raggiungi, perché la ricchezza di umanità delle persone si espande molto oltre un traguardo individuale. Farsene carico dà dignità a una leadership, a un partito, a una istituzione.
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Offriamo questa piattaforma a iscritte e iscritti del Partito Democratico e a chi aderisce e aderirà al percorso costituente. Andiamo in controvento con un testo lungo. Però raccogliamo l’ascolto e gli spunti di tante e tanti. È un lavoro che continuerà. Intanto contiamo sulla pazienza di chi vorrà leggerlo e la creatività di chi lo colorerà arricchendolo.
A rifletterci, la promessa democratica potrebbe racchiudersi in poche righe che schierano il PD e il centrosinistra del futuro nella battaglia per promuovere e applicare i principi scolpiti nella prima parte della Costituzione. Ne indichiamo alcuni pensando siano una bussola per orientarsi nel dopo.
L’articolo 1 per non rimuovere mai la natura di una Repubblica democratica “fondata sul lavoro”.
L’articolo 3 sul compito della Repubblica di rimuovere ogni ostacolo al realizzarsi di una piena uguaglianza. E se indossi gli occhiali delle donne e dei giovani ne cogli per intero l’intensità e trovi certezza di quanto i diritti umani siano globali e indivisibili perché unica è la persona, migrante, ragazza o anziana, credente o non, a cui riconoscere libertà, giustizia, inclusione, rispetto, amore.
L’articolo 9 sulla centralità di cultura, ricerca, scienza. E su quella integrazione così fondamentale per il tempo futuro della tutela del paesaggio in un’epoca dove clima, aria, acque e terre, dovranno conoscere una rivoluzione profonda dell’intervento umano su riserve e risorse naturali.
L’articolo 11 sul “ripudio” della guerra “come strumento di offesa alla libertà di altri popoli”, oggi da tradurre nel dovere di aiutare chi resiste all’invasione del proprio paese come in Ucraina, senza mai rimuovere i tanti conflitti dimenticati sostenendo diplomazie, mobilitazioni, aiuti alle tregue, cooperazione e spiragli di pace.
L’articolo 32 sulla tutela della salute come “fondamentale diritto dell’individuo” con la garanzia di cure gratuite davvero, per primi a quanti sono costretti con sacrifici enormi a ricorrere alla sanità privata o a emigrare da casa.
L’articolo 34 su una scuola pubblica da sostenere e valorizzare.
L’articolo 36 su una retribuzione proporzionata alla qualità e quantità del lavoro prestato e tale da garantire “una esistenza libera e dignitosa”.
L’articolo 39 nel sostegno ai sindacati per “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.
L’articolo 46 perché davvero la Repubblica riconosca come da tempo accade in Germania “il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.
L’articolo 49 per la trasparenza e una vera democrazia interna ai partiti.
L’articolo 53 su una giustizia fiscale, anche applicando lo “Statuto del contribuente” per uno Stato autorevole dove l’amministrazione fiscale non sia un nemico da combattere.
Su questo sentiero dobbiamo incamminarci dopo le sconfitte subite. Dobbiamo farlo col dovere del rinnovamento del PSE e con l’ambizione di un movimento europeo che abbia prestigio e forza per un’alleanza globale sulla messa al bando delle armi nucleari, per una piena sostenibilità ambientale e per una giustizia sociale. Un’Europa dove si possano incardinare le soluzioni ai bisogni materiali e alle domande di senso che segnano il nostro tempo.
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Dunque una “costituente” per tornare a immaginare una sinistra di questo tempo, pensarla e praticarla in Europa e nel nostro Paese.
Il mondo è traversato da mutamenti epocali: guerre distruttive, un capitalismo che sorveglia e orienta vite e consumi, un clima alterato dall’essere umano, l’estendersi delle mafie e di nuovi poteri criminali, la difficoltà delle democrazie a governare processi economici e sociali offrendo un senso ai più giovani e mostrando una riconoscenza alle e agli anziani.
L’Italia, per quanto sia terra unica nella bellezza e ricca di risorse umane, vede aumentare il divario tra Nord e Sud. Si allarga la forbice tra chi ha molto e chi ha sempre meno, tra chi può essere visto e chi pensa che non lo sarà mai.
È uno spaesamento che rincorre riferimenti, ma da tempo non li trova nella buona politica. Non incontra abbastanza i sindacati così decisivi per la democrazia, l’associazionismo indispensabile per la comunità, gli spazi in grandi e piccole città, nelle aree interne, anche le meglio governate.
Eppure le potenzialità della scienza, della creatività e del fare sono enormi. L’impegno e il civismo anche. Il punto è avere un pensiero sul futuro e unire buone pratiche perché è la condizione per unire i fili di una comunità.
I conflitti della storia hanno scolpito i nostri valori: libertà, solidarietà, giustizia, uguaglianza, il dialogo tra culture e religioni, il principio di laicità.
La pagina della Resistenza, la testimonianza delle madri e dei padri Costituenti sono la luce che oggi ci porta Liliana Segre quando spiega ai ragazzi perché la memoria deve diventare futuro e perché le ragazze e i ragazzi devono impadronirsene col loro linguaggio e i loro colori.
Il compito è ricollocare quei valori nel mondo di ora, nelle pieghe di sofferenze diffuse fino dentro l’Occidente, nella ricerca di un lavoro e di un reddito degni, nel bisogno di emancipazione e felicità di giovani, donne, generi e generazioni.
Questo per noi significa “scegliere”, e scegliere una parte: quella che fa della dignità – della rivoluzione della dignità – la sua ragione e scopo.
La prova è condividere con un popolo diviso e disperso che la realtà non è immodificabile e che senza una dose di sogno la democrazia e la sinistra semplicemente non sono. La condizione, però, è vederlo quel popolo, volerlo nei luoghi del confronto e nelle decisioni.
Volerli i giovani, le ragazze, chi lavora in un cantiere o davanti a un computer, chi cura un malato, chi cerca una casa a un affitto equo, chi sceglie di essere madre, chi vorrebbe coltivare il suo talento, chi è un maestro nel rifare il selciato, chi fatica per pochi euro, chi aiuta i “tuoi vecchi”, chi i carcerati, chi lo fa in Africa o con minori mandati ad attraversare il mare, chi ricerca e fa scuola. Per creare un benessere equo, diffuso e meno diseguale, contro la cultura e l’economia dello scarto, come dice Papa Francesco, e ricollocare la dignità della persona e del suo lavoro al centro delle politiche nazionali e di una nuova Alleanza internazionale.
Il mondo dove viviamo è ricco dei progressi dell’innovazione da porre a servizio della persona così da ridurre e eliminare ingiustizie intollerabili facendo sì che quanti nascono o crescono in fondo alla fila non siano condannati a rimanere lì per tutta la vita loro e dei loro figli.
Il modello di capitalismo imposto sulle due sponde atlantiche negli ultimi quarant’anni ha tolto al mercato la capacità di dare un valore alle cose. In troppi contesti è divenuto strumento di una finanza “cattiva” (perché avida) disposta a speculare su tutto, compreso il cibo. L’effetto è stata una costante instabilità e un impoverimento non più sopportabili. Anche per questo serve una cultura economica e sociale profondamente rinnovata che sappia restituire centralità al lavoro come forma compiuta di cittadinanza.
Siamo dinanzi a un salto ulteriore dei processi tecnologici. I nuovi calcolatori quantici e le forme, ormai individuali, di intelligenza artificiale che tendono a sostituire il lavoro artigiano, se non governate socialmente stanno portando da un modello basato sulla relazione uomo-macchina, quale fino a ora si realizzava mediante l’interattività umana, a quello che viene gestito direttamente dalle macchine, nella cosiddetta Internet delle cose, dove più di cinquanta miliardi di oggetti stanno entrando sulla scena con proprie attività di scambio di informazioni.
Tutto ciò rende sempre più centrale il controllo e dominio sui software di servizio che gestiscono e rendono intellegibile questo caos digitale.
In questo processo un capitolo a sé merita la genetica digitale che nell’ambito delle evoluzioni dei sistemi sanitari di diagnosi e terapia, come abbiamo visto anche nella pandemia, sta consegnando ai controllori degli algoritmi parte della nostra salute: come condividere e negoziare soluzioni che stanno diventando sempre più diffuse nei nostri ospedali e cliniche di automatizzazione delle cure?
E ancora, la rivoluzione biomedica ci consente di passare a una vera e propria capacità progettuale sulle condizioni della vita biologica in ogni sua fase. Questa capacità ha consentito di sviluppare in pochi mesi un vaccino contro il virus SARS-CoV-2 che ha salvato la vita di milioni di persone. Si tratta di un cambiamento radicale dal punto di vista sociale e culturale nei confronti del quale nessuno può più esimersi dal valutare e giustificare in modo responsabile e razionale le scelte fatte.
Un partito deve organizzare queste risposte adeguando il suo gruppo dirigente e la sua organizzazione orizzontale e partecipata a tale obbiettivo.
Questo non significa più Stato, o solo più leggi, che pure devono essere elaborate a livello nazionale ed europeo così da vincolare i potentati transnazionali. Significa soprattutto più democrazia, nel senso di una maggiore capacita della società che si organizza nei partiti e nelle associazioni di rispondere alla sfida dei monopoli tecnologici con una straordinaria mobilitazione negoziale.
Negoziare le soluzioni a queste nuove sfide è il modo per restituire una missione e un riconoscimento alla politica nella società del sapere: si tratta di introdurre nel mondo digitale l’attrito di interessi e valori diversi rispetto a quello dei proprietari e dei gestori dei sistemi di calcolo. Se questo mondo rimane senza una vera dialettica negoziale si accelera la tendenza al plebiscitarismo e al populismo che si sta imponendo in maniera simultanea in tutto il mondo proprio sulla scia di questa rivoluzione passiva, di questa visione individualistica e subalterna della potenza di calcolo.
Questo significa dare forma a un ruolo negoziale di soggetti sociali che producano più innovazione e non meno, lungo una linea di condivisione e trasparenza dei sistemi algoritmici che è la più coerente con la filosofia della rete stessa.
Nel secolo scorso si è “civilizzato” il capitalismo con la negozialità di fabbrica, grazie alla abnegazione e cultura del movimento operaio e del lavoro, dell’impresa più innovativa. Oggi dobbiamo concorrere a rendere l’opportunità unica di poter sostenere la nostra vita con protesi intelligenti introducendo una dialettica di interessi e poteri che mitighino la semplice voracità di un profitto proprietario.
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Trasmettere alle prossime generazioni un mondo più ricco e meno diseguale secondo i principi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica è la bussola di un centrosinistra rinnovato, pragmatico e più ampio.
Il cammino dei diritti umani – sociali, civili e di partecipazione – non si è mai fermato, ma oggi ha bisogno di una stagione di lotte per conquistare traguardi globali attraverso la realizzazione anche in Italia degli obiettivi dell’Agenda Onu 2030, compresi quelli che in anni recenti hanno subito – è il caso del lavoro e della salute – brusche battute d’arresto:
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sconfitta della povertà e della fame,
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contrasto alla violenza domestica, agli stupri di guerra, alle segregazioni e persecuzioni che colpiscono donne, ragazze, comunità lgbtq+,
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diffusione di salute e servizi sanitari pubblici, consultori e rete dei centri antiviolenza, benessere, scuola,
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garanzia di acqua ed energia pulite e accessibili,
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lavoro nei diritti,
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innovazione, infrastrutture e regole nell’epoca della rivoluzione tecnologica, dei social e dell’intelligenza artificiale,
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riduzione delle disuguaglianze,
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città e comunità sostenibili,
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consumo e produzione responsabili,
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lotta al cambiamento climatico,
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tutela della vita nell’acqua e sulla terra,
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sicurezza e garanzie per le persone che non è mai repressione dei fragili, ma accoglienza, protezione, recupero del degrado, informazione sui propri diritti e conoscenza dei propri doveri, accoglienza e integrazione,
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rafforzamento della pace, della giustizia e delle istituzioni attraverso una maggiore partecipazione dei cittadini.
Per riuscirci la premessa è decidere che vogliamo un “partito” del presente con gli occhi rivolti al futuro e per questo consapevole della storia alle spalle perché nulla si ripete uguale, ma tutto può tornare.
Un nuovo Partito Democratico deve essere umile, riscoprire la bellezza di non deludere, deve riconquistare credibilità e fiducia.
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Da subito quel nuovo Pd deve indicare i cardini dell’opposizione a questo governo e di un’alternativa alla destra a partire dai bisogni delle persone.
Da subito la comunità delle democratiche e democratici deve valorizzare il buono che ha dentro di sé – militanti, circoli, sindaci, amministratori – e ripensare il modo di discutere e decidere le politiche da adottare assieme al modo di formare e selezionare la classe dirigente a ogni livello.
Gli stessi obiettivi della sostenibilità ambientale, sociale ed economica non vivono di buone intenzioni o di soli indirizzi nazionali se le realtà sociali, politiche e istituzionali non li declinano adattandoli alle particolarità territoriali presenti nel nostro Paese.
Bisogna farlo adesso. Non dopo. Adesso.
Con l’apertura di una “costituente” che per risultare vera dovrà proseguire oltre le primarie e radicarsi per concludersi prima delle elezioni europee del 2024 in una conferenza nazionale dove condurre a compimento quel processo confrontando strategie concrete di miglioramento del Paese alzando lo sguardo su un mondo che alcuni hanno definito semplicemente “guasto”.
È così, per molte ragioni il mondo di ora appare “malato” e se la sinistra ha una missione è quella di lottare per prendersene cura.
L’elenco delle ferite è lungo, soprattutto noto: fame, guerre, diritti umani calpestati, picchi di ricchezza e abissi di miseria, disuguaglianze ridotte tra il “vecchio” Nord e i “nuovi” Sud, ma esplose fino nel cuore delle democrazie mature.
Per decenni il racconto sulla fine delle ideologie ha camminato di pari passo con l’idea che fossero scomparse le classi. Nel segno di quella bugia il centrosinistra ha finito con lo smarrire sé stesso. Le classi esistono, diverse e più frammentate del passato, ma esistono.
Quel che non esiste più è l’edificio che al proprio interno ospitava l’”ascensore sociale” capace di far progredire le persone dal punto di partenza. Quell’edificio era una costruzione politica, economica e sociale, una architettura dei poteri statali capace di ridurre disuguaglianze trasformate oggi in ingiustizie acutissime.
Anche le ideologie continuano a esistere, e il pensiero della destra si è rivelato più capace di interpretare la rabbia degli ultimi e penultimi nella scala sociale.
Un mondo “guasto” vede la democrazia indebolita perché dotata di strumenti fragili per ridistribuire risorse, mezzi, opportunità a chi ne è nato privo o se li è visti ridurre.
La novità con cui misurarsi è anche nello slittare del baricentro della storia fuori dall’Europa e dagli Stati Uniti. Per la prima volta si forma un fronte anti-occidentale che include una maggioranza della popolazione globale.
Per tutto questo la sfida del futuro sarà culturale e di valori, di politiche e di concezione dell’economia e dei diritti umani, civili e sociali.
La sinistra ha un solo sentiero per non rimanere marginale nel processo aperto ed è ricostruire i traguardi del suo internazionalismo solidale, contro la costruzione dei muri e la chiusura dei porti.
Non c’è avvenire per i Democratici in un solo paese.
I conflitti oggi aperti e che decideranno un nuovo ordine mondiale e un’altra economia dello sviluppo si affrontano solamente in una lotta che accomuni forze e culture del socialismo e dell’universo progressista nelle loro diverse declinazioni.
La carneficina consumata in Ucraina è la testimonianza più tragica di tutto ciò. La condanna dell’invasione russa assieme al sostegno della resistenza ucraina sono la bussola per ogni giudizio sull’evolversi di quella guerra. Dalla capacità di attivare una forte azione politica e diplomatica capace di coinvolgere in primo luogo Washington e Pechino discenderà l’autonomia identitaria e politica dell’Europa nel nuovo scenario globale.
Non esiste cultura della sinistra dove al primo posto non vi siano i diritti umani universali, a cominciare da quelli delle donne.
Il Partito Democratico torni a coltivare i temi della pace, della lotta alla fame, della libertà religiosa contro ogni fanatismo e fondamentalismo.
Non è possibile né giusto rassegnarsi allo status quo. Resta vero che la lotta per la libertà non conosce confini. Al tempo stesso il pensiero e l’esperienza insegnano che quella libertà non può essere esportata con le minacce e la forza e che l’universalità dei diritti umani non può significare la reductio ad unum delle differenze di culture, religioni, tradizioni.
Questo significa cercare i mezzi, le istituzioni, le vie per conciliare la lotta per la libertà e i diritti umani con la pace. Individuare i soggetti attivi negli Stati, nei parlamenti, nelle istituzioni internazionali vecchie e nuove, nelle opinioni pubbliche e dare peso alla partecipazione di tutti quei soggetti direttamente impegnati sul campo.
Questo anche in coerenza all’articolo 118 (ultimo comma) della Costituzione che ha costituzionalizzato la presenza della cittadinanza come soggetto che si occupa dell’interesse generale allargando gli spazi di partecipazione nella costruzione e implementazione dell’agenda pubblica.
Occorre superare, prima di tutto in termini culturali, i guasti di una finanza assurta da parte di alcuni a strumento unico quanto illusorio di generazione di redditi e ricchezza. Senza restituire una centralità vera all’economia reale, costruita sui bisogni e sulla capacità di soddisfarli nel rispetto della giustizia ambientale e sociale, il processo in corso di approfondimento delle ingiustizie (il vero nome di disuguaglianze immorali) finirà per degenerare nella disperazione di troppi. Scrivere un’altra storia dev’essere il nostro traguardo.
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PER UN NUOVO PD
Il Partito Democratico è stato l’atto più innovativo che un centrosinistra radicato in tradizioni diverse ha avuto la forza di proporre nell’ultimo mezzo secolo.
Quella scelta è stata giudicata coraggiosa dalla famiglia dei socialisti e progressisti europei tanto da avere spinto il gruppo parlamentare di Bruxelles a mutare la sua denominazione in Gruppo dell’Alleanza progressista dei Socialisti e Democratici (S&D).
La natura del progetto, sino dall’origine, non è stata sommare culture distinte in una confederazione destinata a preservare quelle diversità.
L’obiettivo ambizioso era cogliere in un tempo mutato lo spazio per fare vivere una nuova cultura politica e di governo, un nuovo e inclusivo modo d’essere e di operare, dove ciascuna delle tradizioni coinvolte potesse riconoscersi e riversare il suo patrimonio di principi.
In quest’ottica si sono misurate le identità della sinistra storica di matrice comunista, socialista, azionista, il cattolicesimo democratico, l’ambientalismo e il pensiero delle donne, la spinta per nuovi e più ampi accessi alla cittadinanza: tutti affluenti necessari di un unico pensiero sulla centralità della persona, la sua dignità, la coesione della società in grado di contrastare egoismi e individualismi a vantaggio di una riscoperta fraternità e sorellanza.
Quel disegno si rendeva possibile e necessario anche in ragione del venir meno dei motivi che a lungo avevano diviso storie politiche, culture e biografie collocate su frontiere contrapposte.
Uno spartiacque: nei fatti di questo si è trattato e quella novità ha consentito di affrontare un’impresa impossibile solamente pochi anni prima.
Oggi questo patrimonio corre il rischio di non reggere l’urto di eventi destinati a incrinare i pilastri che lo hanno generato.
Pesano i limiti dell’impianto inziale, in particolare l’interpretazione di una vocazione maggioritaria scambiata da alcuni per autosufficienza, e assieme a quello la concessione a una “politica liquida” ritenuta più adatta al tempo di una “società liquida”.
E pesano le sconfitte disseminate negli ultimi anni: dal referendum costituzionale del 2016 alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 sino alla vittoria della destra il 25 settembre del 2022. Nel mezzo due scissioni, le dimissioni dell’ultimo segretario eletto con le primarie, senza una discussione adeguata, il peso o l’uso delle emergenze, la corsa contro il tempo del dopo Draghi, la competizione dentro un possibile centrosinistra con l’intento esplicito del Movimento 5 Stelle e di Azione di essiccare il PD, le liste compilate senza un vero coinvolgimento: l’insieme di questi momenti ha finito col consegnare la guida del Paese agli eredi della destra più estrema.
Oggi il PD è a rischio, ma con noi sono a rischio soprattutto il centrosinistra e l’autonomia della politica democratica.
Dinanzi a questo quadro dispiace che qualcuno possa illudersi che basti scegliere un nome per risolvere la funzione, il modo d’essere, di un partito, tanto più se quel partito ha il privilegio di chiamarsi democratico.
Lo sappiamo, sono stretti i tempi del voto degli iscritti, delle iscritte e di chi si iscriverà per la selezione dei primi due che competeranno alle primarie aperte. E sono tempi strettissimi e faticosi per quanti nel Lazio e in Lombardia stanno affrontando le elezioni regionali del 12 e 13 febbraio.
Noi non ci siamo rassegnati e ci siamo per allargare, per dare una mano malgrado uno statuto ormai superato e che non premia una gara di idee.
Ci siamo per comunicare anche così il segno di una mescolanza che dovrà vivere nel dopo. Una mescolanza che non si misura sul già accaduto, sul già deciso, ma su quanto dovrà accadere e essere deciso da tanti e tante.
In molti è cresciuta una consapevolezza: il riscatto non si risolverà in qualche mese perché la rivoluzione da fare dev’essere profonda a partire dal gruppo dirigente e dalle scelte politiche da adottare con coraggio, coerenza e nel segno della radicalità.
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Viviamo una stagione dove le idee e le parole di prima non bastano perché molto è cambiato e perché molte, troppe, parole sono già state “sciupate”.
La ricerca ambiziosa di oggi è riscoprire il valore di un “ordine” da non concepire in contrasto col principio di “libertà” che va, anzi, ampliato per concorrere a risanare le molte ingiustizie esistenti. La cultura liberale, da preservare in ogni modo, nelle sue punte e forme più estreme ha scardinato un ordine di senso collettivo e organizzato della comunità sociale e democratica.
Il punto è che senza un ordine condiviso la stessa libertà si restringe alla singola individualità allontanandosi dallo spirito della nostra Costituzione. A quel punto l’intero sistema culturale, economico e sociale viene percepito come sempre più alienante in una logica dove le disuguaglianze si accentuano perché in assenza di un ordine riconosciuto a vincere sono sempre i più forti.
Nella società “liquida” di oggi la sinistra più di altri ha il compito storico di indicare e far vivere percorsi di ricostruzione di legami sociali e di solidarietà.
È un compito che la sinistra conosce bene perché storicamente lo ha saputo svolgere nei confronti del mondo del lavoro, dei saperi, dei giovani, delle donne. Ma è stata proprio la tendenza a disgregare e rendere sempre più isolate le persone a indebolire la sua capacità di rappresentare le diversità territoriali e parti intere di società orfane di diritti, redditi e opportunità.
Le scorciatoie di populismi e nazionalismi hanno cavalcato quell’individualismo sfruttando rabbia e rancore dei tanti consegnati a una condizione di precarietà e solitudine.
Sta al nuovo PD ritrovare parole, contenuti, reputazione e orgoglio per convincere che un’Alternativa è possibile.
Per tutto questo serve un partito consapevole che nel nuovo mondo l’idea stessa di progresso dipende da quello che scegliamo di essere. La sintesi è un ciclo storico, il prossimo, dove passeremo da un progresso necessario a uno sviluppo sostenibile solo se fondato sulla volontà degli individui. Sul loro sentirsi partecipi. Perché poi donne, giovani, chi lavora o un lavoro lo cerca, non basta ascoltarli. Bisogna tenere conto di quanto pensano, chiedono, desiderano, propongono.
La forza di partiti e movimenti è sempre cresciuta così, quando hanno introdotto spinte e conflitti positivi, capaci di imprimere alle istituzioni il timbro delle riforme.
Queste sono alcune scelte da compiere affinché il nome che ci siamo dati – Partito Democratico – corrisponda a ciò che siamo e saremo.
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Il Partito Democratico deve cambiare molto nel suo modo di discutere, coinvolgere gli iscritti, assumere le decisioni, formare e selezionare la classe dirigente. Ma non può e non deve cambiare la sua natura, quell’incontro e ricerca condivisa tra culture e tradizioni diverse. Se uno o più degli affluenti originari dovessero non sentirsi rappresentati dentro il percorso intrapreso, semplicemente il Partito Democratico cesserebbe di esistere e ad affermarsi sarebbe un altro disegno.
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Memoria e innovazione fondano la natura del Partito Democratico anche per contrastare il governo più a destra della storia repubblicana e predisporre un’alternativa vincente per quando si tornerà al voto. Un Partito Democratico capace di smuovere coscienze, mobilitare, entusiasmare, deve riscoprire il senso, l’utopia, della sua missione nella storia futura del Paese. Avere la capacità di parlare a tutti indicando la parte della società che ci si candida a promuovere, emancipare dai bisogni e rappresentare in un disegno rinnovato di unità del Paese: tra Nord e Sud, tra i generi e le generazioni. Da troppi anni non parliamo più di questo e così anche il fare e le buone pratiche non si sono armonizzate in una canzone comune. Ma mentre noi pensavamo che la modernità si fosse liberata finalmente dalle ideologie, la destra sovranista ne attrezzava una potente che ha reclutato consensi e poteri sino a incrinare l’unità dell’Europa dall’interno e la tenuta delle democrazie. Il nuovo partito dovrà reagire a tutto questo non solo riaffermando la sua identità, ma con un pensiero condiviso sul futuro dell’UE e del mondo.
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Riuscirci implica recuperare la credibilità, la reputazione, che si è perduta a causa dei troppi compromessi nei quindici anni di vita che abbiamo alle spalle. L’essere vissuti come un ceto politico rinchiuso a difesa dei propri privilegi è di per sé un limite grave, oggi accentuato dal ritorno prepotente di una questione morale mai archiviata. La strada da imboccare è un partito dove gli iscritti contano e concordano regole, partecipano alla formazione di una cultura e identità condivise con soluzioni coraggiose, anche eretiche, per collocare giustizia, uguaglianza, libertà, nel tempo dove andremo a vivere. Iscritti che scelgono e promuovono gruppi dirigenti che rispondono a quella comunità. Iscritti che non dovranno più “assistere” senza voce a scelte strategiche come nel caso della nascita del governo con il Movimento 5 Stelle nell’estate del 2019. In futuro su decisioni di quella portata si dovranno utilizzare gli strumenti oggi disponibili per una consultazione ampia tra gli iscritti.
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Va cambiato molto nella vita democratica interna. Sinora il Pd non ha mai avuto un segretario o segretaria che si sia dedicato unicamente alla costruzione e radicamento del partito. Tutti hanno ricoperto quell’incarico sotto l’urto di emergenze e della spinta all’immediatezza di nuovi governi. Il punto è che senza costruire un partito del centrosinistra consolidato sul territorio qualunque soluzione al vertice non potrà colmare il vuoto di passione e senso di appartenenza cresciuto in questi anni. Anche per questo è giusto porre fine a doppi e tripli incarichi. Si fa un mestiere alla volta. Dirigere il partito (da un circolo alla segreteria nazionale) non deve essere l’autobus per andare altrove. Guidare questa comunità a tutti i livelli è un impegno che esige rispetto e va riconosciuto.
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Non vogliamo un partito “istituzionale”, ma “costituzionale” dove chi si impegna fuori dalle istituzioni non venga considerato di meno, casomai di più. Crediamo sia un riconoscimento del valore degli iscritti pensare che siano loro ad avere la voce decisiva nella scelta del segretario o della segretaria e che primarie larghe e aperte siano un dovere per l’intero centrosinistra quando si tratterà di indicare la candidatura a premier. Quanto più il PD si farà carico di un proprio profilo, di una propria identità tanto più sarà il pilastro decisivo di un’alleanza del centrosinistra per l’Alternativa, rinnovando così un’ambizione maggioritaria. Sappiamo che è un tema discusso ma sull’intera riforma del partito, dello Statuto e del rispetto delle regole, compreso il principio paritario, proponiamo una specificaConferenza nazionale a conclusione della stagione costituente che richiederà tempi di partecipazione e l’immersione in quella opposizione che deve vederci protagonisti.
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Troppe volte la denuncia del correntismo è servita a generare nuove correnti. Nessuno è stato estraneo a questa logica, compresi quanti negano di averne fatto parte. Il nostro è un partito plurale. Il tema è come mescolare, intrecciare, punti di vista e convinzioni. L’unità non nasce dall’invocazione del leader di turno salvo poi in stanze riservate sommare rapporti di forza statici e potentati intoccabili. L’unità non si afferma con la pratica e il premio al trasformismo. L’unità è limpidezza delle posizioni, l’ascolto del senso critico, la fatica della sintesi e la consapevolezza che dall’altra e dall’altro si può sempre imparare. Anche per questo abbiamo deciso la strada più difficile per essere nel congresso con l’umiltà e l’orgoglio delle nostre idee.
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Per difendere la nostra democrazia è necessario renderla autonoma dal dominio economico e dal potere dei media. La strada è ricostruire un protagonismo virtuoso dei partiti, soggetti capaci di rendere effettiva la partecipazione di tutti i cittadini “all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. La concentrazione del potere e la mortificazione dei corpi intermedi non aumentano l’efficienza delle istituzioni, concorrono soltanto ad aumentare diseguaglianze e divisioni. Quando i partiti perdono radicamento le istituzioni sono più deboli nell’indirizzare l’attività economica a fini sociali (articolo 41 della Costituzione). Le scorciatoie plebiscitarie si sono mostrate incapaci di conferire alle istituzioni la forza e legittimazione per mantenere le promesse dell’eguaglianza e della crescita che non deve escludere nessuno dal diritto a un’esistenza libera e dignitosa.
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Bisogna bloccare quanto è in atto da tempo: il ritorno a un accesso patrimoniale alle cariche elettive. Avere soppresso ogni forma di finanziamento pubblico alla politica ha generato un modello di partecipazione filtrato dalla disponibilità economica in capo agli eletti. L’esito è un sistema dove la fedeltà al leader o notabile prevale sul merito e sulla possibilità di avere una rappresentanza che rispecchi la società. Oggi un operaio, un lavoratore precario, una giovane disoccupata o un pensionato non hanno praticamente alcuna chance di portare la loro voce in un consiglio regionale, nel parlamento italiano o a Bruxelles. La sconfitta del centrosinistra e il suo divorzio da pezzi interi del paese vengono anche da qui e da qui bisogna ripartire. Serve una nuova legge sul finanziamento pubblico e trasparente delle forze politiche. Una disciplina rigorosa mutuata da paesi che non hanno mai smesso di prevederla sotto vincoli di vigilanza e controllo. Insieme a una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione per partiti trasparenti e democratici anche al proprio interno rinnovando in questo la lezione di Enrico Berlinguer. Insomma deve insegnarci qualcosa se anche le ragazze e i ragazzi di ora spesso i loro miti politici li cercano e trovano in tempi lontani, come nel caso di Moro e Zaccagnini o Nilde Iotti e Tina Anselmi o Don Milani, oppure in spazi e luoghi diversi dalla politica, dalle tavole di Zerocalcare all’antimafia di Pif o nel ricordo di Antonio Megalizzi, Mahsa Amini e Giulio Regeni.
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La selezione delle candidature per ogni livello istituzionale deve passare dalla consultazione degli iscritti. Per la composizione delle liste per il parlamento nazionale ed europeo va riservata alla direzione politica una quota limitata di candidature a garanzia di un equilibrio di profili, generi e competenze valorizzata dal superamento della logica delle liste bloccate (con la reintroduzione del voto di preferenza o con un sistema proporzionale a collegi uninominali).
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Avere schiacciato sino a identificarlo il partito sulle istituzioni è stato un errore. Non solo perché negli anni ha alimentato l’idea di un ceto politico preoccupato del proprio destino personale. Il problema è stata la perdita del significato stesso del “fare politica” e del “fare democrazia”. Si è pensato che a colmare quel vuoto bastasse presentarsi con un buon programma di governo. Ma delega e rappresentanza, per quanto importanti, non assorbono, tanto meno annullano la cittadinanza. La buona politica è chiedere alle persone cosa possono e vogliono fare per cambiare la distribuzione diseguale del potere e del benessere nella società. È quel protagonismo che da singolare sa divenire collettivo ad avere la forza per combattere le forme di individualismo e la rottura dei vincoli solidali di una comunità. Oggi la nostra forma partito nega spesso l’agibilità politica a chi non è nominato o eletto in una istituzione. Per la sinistra è una colpa. Il nuovo Pd deve ricucire la rete di legami, ascolto e coinvolgimento di forze e persone che operano e si spendono fuori da lì. È compito del nuovo Partito Democratico far rivivere i momenti decentrati di partecipazione dei cittadini nei quartieri e nei territori che sono stati cancellati in questi anni. Costruire un partito digitale è un programma di lavoro su cui impegnarsi e da svolgere che non si risolve con un semplice tweet. Riconoscere l’autonomia delle democratiche e dei GD richiede delegare per davvero a loro spazi, risorse e poteri di scelta nelle politiche e nella rappresentanza nelle istituzioni e nella selezione effettiva delle classi dirigenti.
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Crediamo in un partito che prefiguri la società che vuole costruire, una comunità di donne e uomini liberi che in quanto tale sia una pratica permanente della democrazia, di quella straordinaria forma di coinvolgimento e partecipazione che rende la vita l’open source delle intelligenze di tutti i viventi. Non esiste la libertà individuale dove non si pratichi una democrazia sostanziale e concreta. Questa è la chiave che deve ispirare il nuovo PD: un sistema di relazione e non di subordinazione, in cui costantemente base e vertici momentanei producono saperi e intelligenza grazie alle esperienze di interventi e conflitti sociali tesi a rendere più condiviso e trasparente il nostro paese. In questa logica dobbiamo apprendere da quanto ci accade attorno: la crescita di smisurati potentati tecnologici, che rovesciando la naturale logica di quelle nuove straordinarie opportunità, anziché decentrare concentrano la potestà di indirizzare e predeterminare i comportamenti. Il nuovo PD deve essere un sistema sociale moderno che promuove e pratica le nuove relazioni digitali per produrre più potenza della partecipazione e meno attrito della burocrazia.
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Il Partito Democratico deve valorizzare l’autonomia politica delle sue organizzazioni regionali e dei circoli nello spirito della coesione e unità solidale del paese. Il lavoro tematico deve coordinarsi tra centro e territori usando gli strumenti aggiornati della rete e mettendo amministratori, dirigenti locali e nazionali, parlamentari nella condizione di collaborare strettamente e con assoluta continuità.
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L’ITALIA DOMANI
La nostra utopia deve dire in modo semplice che bisogna garantire l’autonomia sulle scelte della propria esistenza anche a chi non è nato ricco o nel posto giusto. Bisogna assicurare a ogni individuo le condizioni materiali e culturali per il pieno sviluppo della propria personalità a partire dall’effettivo esercizio dei diritti fondamentali.
Lavoro, scuola, salute, casa (vera emergenza in tante parti del Paese e non solo per i più giovani), un fisco giusto: il valore dell’uguaglianza vive qui: nella relazione tra un’esistenza “libera e dignitosa”, la qualità della democrazia e un’idea di sviluppo giusto e sostenibile sul piano ambientale, sociale ed economico.
L’orizzonte europeo – il progredire del processo di integrazione politica, economica e sociale dell’Unione Europea – per noi è la base irrinunciabile che oggi e domani può favorire la gestione di problemi e conflitti non più governabili nel perimetro degli stati nazionali,
In una formula sintetica si tratta di dare finalmente piena attuazione al secondo comma – il più “rivoluzionario” allora come oggi – dell’articolo 3 della Costituzione repubblicana (“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”). Questione tanto più urgente per i soggetti più colpiti dalla combinazione tra crisi, pandemia e guerra: donne e generi, giovani, anziani, migranti.
Per noi tutto questo significa indicare le priorità del Pd e di un nuovo centrosinistra.
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Investire come mai prima su istruzione e formazione lungo l’intero arco della vita, nelle scuole, negli istituti tecnici e professionali, nelle università e nella ricerca.
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Sviluppo sostenibile e cambiamenti climatici in cima all’agenda per il piano energetico Green Europeo e messa a terra degli obiettivi presenti nel Pnrr.
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Creare nuova e migliore piena occupazione. Fare della battaglia per la sicurezza sui luoghi di lavoro, contro ogni forma di illegalità e sfruttamento, una priorità nell’iniziativa politica e parlamentare.
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Costruire un sistema fiscale in grado di garantire equità, evitando che l’intero carico pesi su una sola porzione dei contribuenti e il sistema di welfare perda così il suo carattere universalistico non essendo più sorretto da un’adeguata base fiscale. Il fisco deve tornare a essere un’espressione compiuta della cittadinanza. Fare della lotta all’evasione fiscale la battaglia da vincere nel segno del dovere di solidarietà tra i cittadini e per una piena applicazione del principio di progressività scolpito nella Costituzione. Opporsi a ogni forma di condono manifesto o mascherato, impegnare l’Europa in un’azione di contrasto ai paradisi fiscali.
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Restituire alla battaglia per un lavoro pagato il giusto la centralità che deve avere a partire dalla “restituzione” a donne e giovani delle opportunità e dei diritti che sono stati loro negati a lungo. In questa logica va superato il Jobs act per contrastare precarietà e disuguaglianze con la previsione di un Piano straordinario di Buona Occupazione per giovani e donne.
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Sulle disparità enormi che tuttora attraversano i mondi del lavoro va ricostruita una collaborazione tra il centrosinistra e il movimento sindacale. La via è aumentare i salari rimasti compressi negli ultimi trent’anni (a differenza di tutti gli altri paesi europei e con una perdita del potere d’acquisto di circa 2.000 euro solo nel 2022) e introdurre per legge un salario minimo legale.
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Contrastare con una lotta esplicita e coerente la “povertà nel lavoro”: dal lavoro minorile al lavoro nero, dalla precarietà ai bassi salari fino allo sfruttamento insopportabile di un numero altissimo di migranti. Assieme a queste battaglie va affermata una “libertà nel lavoro” legata ai nuovi scenari sociali e tecnologici che possono ridurre il grado di costrizione e dipendenza di lavoratrici e lavoratori facendo crescere la loro autonomia e libertà. È anche il modo per tornare a parlare alle fasce del lavoro qualificato sapendo che nel passato sono state anche le conquiste della parte più professionale e qualificata ad aprire la via a un miglioramento delle condizioni di tutti.
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Affrontare la questione della libertà nel lavoro comporta la ricerca di un equilibrio diverso tra regole collettive e scelte individuali. Le ricadute di tali domande sulla natura della contrattazione e della legislazione del lavoro, in Italia e in Europa, e sul ruolo e sulla natura stessa dei sindacati sono profonde.
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Affiancare alla lotta per un lavoro dignitoso, un reddito di base per quanti un lavoro non hanno o non sono in condizione di cercarlo come fondamento senza il quale ogni libertà materiale vacilla.
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Garantire a tutti i cittadini in modo uniforme su tutto il territorio nazionale i livelli essenziali di assistenza (LEA) e di prestazione (LEP), senza i quali qualsiasi modello di autonomia differenziata è un pericolo da scongiurare perché destinato ad allargare le diseguaglianze. All’art. 117 della Costituzione si parla della legislazione concorrente affidata alle regioni inserendo la tutela della salute. Il tema è che i LEA di fatto non sono aggiornati da 20 anni. Ad esempio la Procreazione Medicalmente Assistita è prevista dalle norme, ma non esigibile per mancanza di aggiornamento LEA e questa è una grande sconfitta perché il ruolo dello Stato è, di fatto, residuale rispetto alla garanzia dell’universalità del servizio sanitario nazionale che è la più grande conquista introdotta dalla legge di istituzione del SSN del 1978.
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Aiutare l’impresa che investe in innovazione.
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Modernizzare la macchina del pubblico, in efficienza, semplificazione e riordinando la sfera del diritto in una economia destinata a mutare ancora.
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Intervenire sul sistema pubblico di cura, prevenzione e tutela della salute con una revisione della spesa pubblica (compresi benefici, trasferimenti, agevolazioni e aliquote fiscali).
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Rinnovare quella formidabile architettura, il welfare state, che dalla seconda metà del Novecento grazie all’impulso del socialismo democratico e del personalismo cristiano ha promosso una concezione universalistica dell’assistenza (socio-sanitaria e previdenziale). Farlo nel tempo attuale significa prevedere una nuova architettura del modello da adattare alle esigenze di una società mutata per dinamiche demografiche e territoriali, introducendo un criterio indispensabile di prossimità nella fruizione dei servizi con particolare attenzione alle aree interne.
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Assumere i diritti e le tutele di lavoratrici e lavoratori – tutte e tutti i lavori – ampliando le garanzie per i singoli, contro ogni loro compressione a partire dalle condizioni di lavoro dei migranti. Per fare questo bisogna disboscare la giungla di tipologie contrattuali che rendono possibile l’assurdità di mansioni identiche retribuite in maniera decisamente diversa.
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Non eludere il tema della riforma costituzionale, ritenendola condizione stessa per la difesa della Costituzione. La destra ora al governo evoca un presidenzialismo strumentale e confuso, ne fa una versione di propaganda senza alcuna seria ricerca sui contrappesi e sulle garanzie di un cambiamento così radicale della forma di governo. Il fallimento della riforma costituzionale bocciata nel referendum del 4 dicembre 2016 resta un macigno, oggi è compito del nuovo Pd elaborare e discutere con un metodo profondamente diverso e coinvolgente la nostra posizione su un capitolo decisivo per la qualità della democrazia.
