Celebrare il risparmio è importante, perché è questa la grande risorsa cui il paese può attingere per la ripresa e perché, nonostante tutto, la ricchezza delle famiglie italiane continua ad essere una delle più elevate nel confronto internazionale. In tempi in cui continuiamo a scivolare indietro nelle classifiche, non è una soddisfazione da poco. Ma questo non deve far dimenticare le criticità che la crisi ha messo a nudo e i problemi che sono ancora da risolvere.
Innanzitutto, non va dimenticato che il flusso di nuovo risparmio oggi è ai minimi storici: i dati Banca d’Italia ci dicono che la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è scesa al 7,9 per cento del reddito disponibile, ben lontana dai valori a due cifre cui eravamo abituati. Il saldo finanziario (cioè la differenza tra risparmi e investimenti dell’intero settore) è all’1,1 per cento, meno di un terzo dei livelli pre-crisi e la previsione Prometeia per l’anno in corso è su questi livelli. Né poteva essere diversamente, poiché dal 2007 al 2013 il reddito disponibile si è ridotto dell’11 per cento.
Insomma, il risparmio è stato il grande serbatoio che ha consentito di attutire gli effetti della crisi, ma il flusso in entrata si sta riducendo in misura preoccupante. Tanto che, come ha riportato il Sole-24 Ore di ieri, le famiglie che consumano tutto il loro reddito sono ben il 40 per cento del totale, mentre quelle con risparmio negativo sono poco meno di un terzo. Anche le formiche, nel loro piccolo, consumano.
Sono chiari indicatori di una tensione sempre più forte su ampi strati sociali che rischiano di accrescere due forme gravissime di disuguaglianze: quella fra chi ha e chi non ha, per dirla con Hemingway, e quella fra generazioni. Da quest’ultimo punto di vista, va sottolineato che la ricchezza finanziaria è posseduta dalle fasce più anziane, mentre le giovani generazioni risparmiano meno, contro il senso comune e la teoria economica (una volta tanto concordi). Inoltre, negli ultimi anni il risparmio si è diretto soprattutto verso le banche.
Nel 2012 i depositi sono aumentati di 37 miliardi, contro un flusso netto di 15,6, la vistosa differenza essendo spiegata dai forti disinvestimenti di obbligazioni e di attività sull’estero. La crisi spinge a privilegiare la liquidità e la sicurezza rispetto al rendimento, soprattutto se considerato al netto dell’imposta. Se questo è un segno importante di fiducia (non sono lontani i tempi in cui gli italiani si chiedevano con angoscia se potevano ancora fidarsi delle banche) è anche un fattore che rende sempre meno adatta la ricchezza finanziaria di oggi a fronteggiare i bisogni pensionistici di domani.
E’ una ricchezza finanziaria che riflette il sistema pensionistico pubblico di ieri, non quello che dovranno fronteggiare le generazioni più giovani. Non solo chi non trova un lavoro, ma anche chi ha il privilegio di averlo, non accumula nelle quantità e nelle forme adatte ad uno scenario in cui il sistema pubblico ha ridotto fortemente la sua capacità di erogazione. Continuando di questo passo, la ricchezza finanziaria esistente dovrà essere intaccata per fronteggiare i consumi degli anziani di domani. Detto in termini più semplici, con questa struttura di risparmio, l’unica soluzione sembra essere: “da qui all’eredità”. E’ anche il prezzo che stiamo pagando al fatto che siamo l’unico paese a non avere mai realizzato un’organica politica di incoraggiamento del risparmio, soprattutto di quello pensionistico. Nonostante decenni di celebrazioni alla data canonica.
Ma vi è un problema più contingente e non meno grave, che può essere più crudamente formulato in questi termini: a che serve tutto questo risparmio se poi non riesce a tradursi in un flusso adeguato di finanziamenti alle imprese? Il Governatore Visco ha sottolineato la contraddizione fra i timidi segnali di ripresa (metà delle imprese intervistate ritiene di aver superato la fase peggiore) e la continua contrazione del credito, soprattutto alle piccole e medie imprese. In totale, i prestiti alle imprese sono diminuiti dalla fine 2011 di 70 miliardi, quasi l’8 per cento in termini nominali. Un clamoroso contrasto rispetto all’aumento del portafoglio di titoli pubblici, passati da 22 a 415 miliardi. E’ vero che gli ultimi dati dell’indagine sul credito alle imprese danno qualche segnale di svolta; è vero che vi sono molte ragioni dietro queste cifre, ma il fenomeno è troppo vistoso per non riflettere anche problemi strutturali del nostro sistema finanziario, puntualmente sottolineati ieri dal Governatore. L’attenzione è forse troppo eccessivamente concentrata sui livelli di capitale delle banche (peraltro aumentati negli ultimi sei anni di ben 39 miliardi) e che lascia tranquilla la Banca d’Italia. Il problema sta nei sistemi di governance delle banche che hanno reso possibile, fra l’altro, privilegiare operazioni tipiche del peggior capitalismo di relazione italiano, interessando banche grandi e anche le piccole e medie che non a caso oggi si trovano sull’orlo della crisi, quando non vi sono già precipitate. Visco chiede quindi cambiamenti radicali che interessano le Fondazioni e le banche popolari, cioè la quasi totalità del sistema bancario italiano. E chiede anche lo sviluppo di canali alternativi a quello bancario perché la caratteristica bancocentrica del nostro sistema finanziario si è ulteriormente accentuata per effetto della crisi.
In altre parole, se il risparmio deve continuare ad essere il “volano della ripresa”, come recita lo slogan della giornata celebrativa di ieri, occorrono politiche (pubbliche e dei singoli intermediari) che consentano di rimediare ai problemi che si stanno aprendo in termini di capacità del risparmio di integrare davvero un sistema pensionistico pubblico in forzata riduzione (da noi come in ogni altro paese) e per favorire finalmente l’attività produttiva e gli investimenti. Altrimenti, il mito del risparmio italiano finirà per sgretolarsi e le giornate celebrative si ridurranno a stanchi riti di nostalgia dei fasti passati.
