Nonostante l’interesse vivo ormai da circa trent’anni di una porzione piuttosto vasta della storiografia specializzata sul tema della frontiera Longobarda di Benevento e Salerno, trattato in un’ottica soprattutto militare ma anche politico-economica e del potere, ancora oggi spesso si assiste a una mancanza di criterio scientifico che porta a inevitabili travisamenti e fraintendimenti da parte degli addetti ai lavori nell’analisi critica delle fonti a disposizione dello storico, delle quali viene fatto un uso arbitrario e nello specifico orientato esclusivamente al raggiungimento della tesi sulle dinamiche storiche che si era prefissata di teorizzare.Ciò è dovuto (come hanno sottolineato piuttosto recentemente anche Aldo Settia e Stefano Gasparri in alcuni contributi) al concorso negativo e deleterio di una tradizione storiografica che prese il via al principio del Novecento e che ebbe una certa fortuna almeno fino alla metà circa del secolo scorso, la quale contribuì a «deformare in modo grave la nostra immagine dell’età longobarda»[1]. A tal proposito, sui problemi inerenti l’invasione longobarda e i primi secoli dell’occupazione nella penisola italica (VI-VII secolo) lasciamo la trattazione delle questioni più significative dell’epoca (clausurae, fortificazioni di tradizione tardoantica) ad altri[2], mentre ci occuperemo dei problemi connessi all’età carolingia e post-carolingia, cioè le arimannie e l’abuso che si è fatto della topografia e dell’antroponimia al servizio delle prime.
Teorizzatori delle arimannie furono Cecchini ma soprattutto Schneider in alcuni lavori datati ormai quasi un secolo[3], ma che lasciarono una eco storiografica estremamente dannosa durata circa un cinquantennio e di cui si fatica ancora oggi a liberarsi. Secondo questi studiosi, l’arimannia sarebbe consistita in consorzi familiari di uomini d’arme longobardi, di condizione libera, stanziati in posizioni strategiche del regnum (spesso in zone appenniniche), nei pressi di passi montani e vie di comunicazione, che abitavano terre fiscali e avevano mansione di presidio e di difesa militare. A partire da simili premesse, lo illustra bene Gasparri, i moltissimi studiosi che abbracciarono queste tesi e le rielaborarono nei decenni successivi per i loro scopi ebbero vita facile a elencare nei loro studi le numerose etimologie linguistiche, le titolazioni santoriali, i toponimi del territorio, che sembravano prestarsi perfettamente per confermare più o meno in ambito locale i presupposti tanto suggestivi della teoria arimannica.
Una simile quantità di dati, riversata acriticamente, oltre a convincere lo studioso di turno della bontà dell’esistenza di una serie di «pseudo-istituzioni longobarde», come le definisce Gasparri, che in realtà non trovavano alcun fondamento storico in una lettura critica delle fonti, contribuì nella storiografia a ridurre la concezione della civiltà longobarda a una società dal carattere prettamente militare, che permaneva sul territorio immutata nel corso della sua storia pur plurisecolare, come «un semplice esercito occupante»[4]. Il trattamento riservato a toponimi e antroponimi in funzione della propria causa fu il medesimo: qualsivoglia termine che potesse rimandare, anche lontanamente, a una connessione longobarda-militare era utilizzato per teorizzare gruppi consortili di soldati longobardi, considerando il valore di tali dati «al di fuori del loro contesto temporale, bloccandoli artificiosamente nel tempo»[5]. Lo stesso criterio, del tutto fuorviante, fu usato anche per valutare la natura del potere e delle istituzioni longobarde presenti sul territorio, così come delle terre in godimento collettivo. In questo modo, «si sono moltiplicate le “frontiere militari” interne all’Italia»[6].
Fu un grande storico come Giovanni Tabacco a definire a metà degli anni Sessanta del Novecento l’autentica natura dell’arimannia, cioè un gruppo di uomini liberi, i quali, essendo legati da un rapporto diretto di tipo politicoeconomico con il potere pubblico, rimasero sostanzialmente estranei alle logiche del potere signorile[7]. In tal modo venivano a crollare tutte le deboli pretese storiografiche sulla presunta natura militare dei confini, delle fortificazioni e delle necropoli, poste in aree di frontiera. Questo metodo, dunque, al fine di individuare i limites rigetta l’uso di sedicenti toponimi e titolature ecclesiastiche, di arditi tracciati di castra e fortificazioni la cui natura militare non può essere stabilita oggettivamente, del rinvenimento di armi nelle sepolture che non possono essere attribuite ai primi tempi di occupazione e che non siano localizzate presso passaggi obbligati di transito. Al contrario, esso predilige i dati offerti dai confini naturali del territorio e dalla geografia ecclesiastica, che per prima dovette confrontarsi con la questione dei limiti territoriali ai fini delle rivendicazioni attuate dalla Chiesa[8].
Insomma, i castra, che furono certamente presenti nelle zone di confine come dimostra ampiamente la documentazione, non vanno necessariamente ricondotti a un loro presunto ruolo di controllo militare, ma soprattutto al loro ruolo demografico, cioè urbano[9]. Abbiamo visto come ciò possa essere vero anche attraverso la forte corrispondenza notata a livello semantico tra àÿστρα bizantini e civitates longobarde, così come nella terminologia greca, per esempio tra le espressioni π¢λιςe àÿστρον. Stefano Gasparri ha inoltre già posto l’accento in altra sede sull’analoga corrispondenza nelle fonti longobarde tra i termini civitas e castrum: la differenza più immediata tra i due consisterebbe nel fatto che quest’ultimo fosse centro di una certa grandezza, ma, come il primo, non anche sede vescovile[10].
5. Indizi archeologici e documentari sull’organizzazione territoriale istituzionale e militare della Calabria settentrionale cosentina
Le indagini archeologiche sul territorio suddetto hanno avuto inizio con le ricognizioni di superficie e degli edifici, di natura quasi esclusivamente religiosa, effettuate da Biagio Cappelli e da altri eruditi locali tra gli anni Trenta e Sessanta del secolo scorso, successivamente sono proseguite con gli scavi dell’Università della Calabria e infine sono state parzialmente illustrate nei contributi ad opera soprattutto di Giuseppe Roma. I risultati sono lungi dall’essere definitivi e in parte sono tuttora in corso di pubblicazione, ma è lecito affermare che numerosi sono ancora i dubbi inerenti le dinamiche insediative e le rispettive proposte di datazione. Dunque le conoscenze a tal proposito restano frammentarie e incomplete e il dibattito della comunità scientifica non si è ancora esaurito[11].
L’attenzione degli studiosi viene catalizzata dalle più immediate evidenze archeologiche di questo territorio, che sono rappresentate in ambito locale da necropoli d’età tardoantica e altomedievale, edifici di culto come chiese e monasteri di cultura greca, insediamenti rupestri e castrensi.
5.1 La fortificazione di Sassòne (Morano Calabro)
Tra i siti di un certo interesse storico-archeologico viene spesso citato quello di Sassòne, nel territorio attuale di Morano Calabro e posto sulla strada di collegamento con l’abitato di S. Basile, dal quale dista pochi chilometri, su un’altura di 658 metri. Sulla cima di questo colle si vedono ancora oggi i resti di un recinto fortificato, che disegna un perimetro di un chilometro e mezzo di lunghezza e che in alcuni punti raggiunge ancora l’altezza di quattro metri e possedeva due ingressi, posti uno a nord e un altro a ovest[12].
L’area aveva sporadica frequentazione fin dall’antichità e per tutto il periodo medievale, a giudicare dal rinvenimento di ceramica altomedievale, di monete (due follari di Leone VI e un denaro di Enrico VI) e della ciotola della grotta di Donna Marsilia, attribuita all’Eneolitico[13]. All’interno delle mura sono state localizzate alcune fondazioni di edifici, forse unità abitative, in una delle quali, posta nei pressi del tratto sud-ovest delle mura, sono state localizzate alcune sepolture d’incerta datazione: una principale, per dimensioni e posizione riferita a un personaggio d’alto rango religioso o civile, circondata tutt’intorno da fosse minori[14].
Le sepolture, con l’eccezione di quella principale, che invece è stata rialzata al fine di renderla visibile, sono state in seguito coperte dal piano pavimentale di una chiesetta bizantina, da alcuni identificata con quella di S. Leone[15], citata come ecclesia vetus nei primi documenti locali conosciuti (metà del XVI secolo) e le cui caratteristiche (aula unica, abside singola, ingresso sul lato lungo, orientamento) sono riferibili a una comune tipologia diffusa in tutta l’area calabro-lucana nei secoli X-XI[16]. Nell’angolo a destra dell’abside sono stati rinvenuti resti di un fonte battesimale[17].
Giuseppe Roma – sulla base dell’ipotesi secondo cui l’area della Calabria cosentina era caratterizzata nell’Alto Medioevo da un quadro insediativo di tipo sparso e da uno spostamento dell’habitat dalle zone costiere verso i territori dell’interno, cosa in gran parte verosimile se non dimentichiamo la presenza anche di centri urbani articolati come Cassano e Oriolo per esempio – è dell’opinione che la chiesa battesimale non servisse una comunità di fedeli stanziati stabilmente a Sassòne, bensì le popolazioni dei villaggi e delle campagne del circondario, in quanto le indagini archeologiche effettuate all’interno della cerchia muraria non vi hanno suggerito la presenza di un insediamento denso e duraturo, pure necessario nel caso di un presunto ruolo militare della fortificazione di Sassòne[18]. Lo studioso, dunque, è propenso ad abbandonare l’idea del ruolo difensivo di Sassòne e, sulla scorta del Cappelli, a catalogarlo come fortezza di rifugio per gli uomini, le merci e gli animali della zona98.
Mentre la tesi che vorrebbe, infine, associare l’origine della fortificazione di Sassòne al concorso dell’esercito degli Ottoni, ricordata dal Cappelli insieme ad altre che la farebbero per esempio risalire invece all’epoca della Grecia classica[19], e portata avanti successivamente da Agostino Miglio e ancora dallo stesso Roma[20], non può essere considerata attendibile, in quanto basata unicamente su un passo assai dibattuto della traduzione latina di epoca posteriore del bios di S. Leone-Luca e sul toponimo, che non si può stabilire quando si sia fissato al territorio in questione.
5.2 Alcuni aspetti sulla viabilità tardoantica e altomedievale al confine tra Calabria e Lucania
E’ fuor di dubbio, comunque, che il sito di Sassòne occupava una posizione strategicamente importante, come tappa obbligata di transito per chi percorresse dai territori campani la strada consolare dell’Annia-Popilia[21], la quale, attraverso il passo appenninico delle odierne Mormanno e Campo Tenese, si riversava nella valle del Coscile prima e infine nella piana del Crati[22]. Tra le stationes romane poste su questo tracciato figurano infatti quella di Muranum e quella di Interamnia, quest’ultima localizzata presso lo snodo viario che, seguendo il medio corso del Raganello, collegava la strada consolare con quella che correva parallela alla costa ionica sul versante opposto[23]. Allo stesso percorso si allude anche nella vita di S. Leone-Luca di Corleone, giuntaci in traduzione latina più tarda, allorché si ricordano i montesMiromanorum, che si dovevano attraversare per giungere a Cassano da alcuni monasteri del Mercurion, posti nel territorio oggi di Papasidero, tra Mormanno e Scalea.
Questa rete stradale, dunque, era di grande importanza perché metteva in comunicazione i territori tirrenici calabro-campani col versante ionico, da Crotone fino a Taranto. Parimenti, abbiamo già visto che l’arco collinare che circonda la Piana di Sibari sulla costa ionica, in corrispondenza con le foci del Crati, del Coscile e del Raganello, e che rappresenta anche il punto mediano di congiunzione tra i massicci del Pollino a nord e della Sila a sud, era di grande importanza strategica fin dai tempi di Procopio, che vi segnalava la presenza dei due passi obbligati di Π‚τρα Α¡µατος e Λαβοýλλα, gli unici che collegavano la
Lucania con il Bruttium[24]. In base al quadro orografico e idrografico dell’area, Ghislaine Noyé ha ricostruito quello che doveva essere l’andamento della strada litoranea ionica in corrispondenza della Piana di Sibari in epoca tardo romana e altomedievale, la quale sarebbe passata non nella piana alluvionale in prossimità della costa, bensì sull’arco collinare che la cinge, essendo la pianura caratterizzata da importanti modificazioni geografiche, avvenute a partire dall’età romana e che sono ancora oggi misconosciute[25].
La strada che collegava Taranto a Crotone, e che poi proseguiva in maniera imprecisata in alcuni punti fino a Reggio, attraversava, in corrispondenza di Thurium e del crinale collinare perimetrale alla piana, le basse valli del Caldanelle e del Raganello prima, e successivamente, quelle del Coscile e infine del Crati, i cui corsi oggi convergono sino al mare. In quest’ottica gli unici punti di passaggio tra i monti della Lucania e quelli del Bruttium sono quello di Torre Bollita, nei pressi dell’attuale Nova Siri Scalo, al bivio con una strada che, attualmente, parallela al basso corso del Sinni, giunge nell’interno fino a Nova Siri e Rotondella, che localizzerebbe Λαβοýλλα[26]; e quello in cui il tratto della Popilia che va da Campo Tenese a Civita, seguendo poi il corso del Raganello, giunge alla depressione collinare che termina nella piana di Sibari, nei pressi dell’odierna Francavilla Marittima, dove alla località Timpone Rosso, un paio di chilometri da Cassano, andrebbe collegata Π‚τρα Α¡µατος/Petram Sanguinariam[27].
5.3 Il kastéllion di Pietra del Cieco (Nocara) e altri castra minori
Un caso di insediamento fortificato che presenta meno incertezze, perché attestato dalla documentazione, è quello del àαστ‚λλιονdi Pietra del Cieco, odierna Massa dell’Orbo/Presinace, nei pressi dell’attuale Nocara, tra Oriolo e Nova Siri, che dominava la valle del Sarmento, al confine con la Basilicata meridionale ionica. Abbiamo già visto in diverse sedi che esso nel 1015 fu donato a Luca, priore di S. Anania – monastero che nel documento si dice affacciasse sulla costa e fondato da un àυρ Ζαχαρ¡α, che all’epoca dovette averlo ancora in proprietà – esplicitamente perché prosperasse e fosse luogo di residenza e di rifugio per le popolazioni rurali (Ðåωàÿστελλον àαταφ£γιον) anche in caso di incursioni militari (επιδρωµη τ•ν εÞνºν) e con l’incarico di radunarvi altri monaci e costruirvi una chiesa dedicata a S. Nicola[28].
L’atto venne redatto da un notaio della vicina Oriolo, dalla quale proveniva forse anche il turmarca e cittadino Teodoro, che figura nelle sottoscrizioni. Il castellion era tra le proprietà della famiglia del turmarca Ursolo, la quale sembrerebbe d’origine longobarda e i cui rappresentanti conosciuti si dedicarono in parte alla vita monastica (il monaco Nicola Cieco, padre di Ursolo), in parte agli incarichi istituzionali nell’amministrazione bizantina e per questo insigniti di titoli greci. La necropoli della zona, posta in contrada Pagliara, condivide molte caratteristiche con quella di Celimarro, nel territorio di Castrovillari, e viene datata al VII secolo. Il ritrovamento di ceramiche nel sito dove sorgeva il castellion suggerirebbe una datazione analoga della fortificazione al VII-VIII secolo secondo il Roma109.
Esiste un altro atto, anteriore di un decennio (1005 aprile 15), che riguarda il territorio suddetto: una vendita stipulata tra Costantino, presbiter di un’altra chiesa della zona dedicata a S. Nicola, e Teodoro Cenapiari, che acquista al prezzo di due soldi d’oro un terreno (χωρÿφιον), già appartenuto a tale Doroteo
Boroneto e posto dalle confinanze tra il torrente S. Nicola, che si trova a sud di Nova Siri e conserva il nome ancora oggi, e il Sinni (û Σ<àνος)110. Purtroppo l’escatocollo del documento è alquanto lacunoso e si riesce a leggere il nome del rogatario, tale Niceta, ma non il datum topico.
Un castrum indagato con una certa frequenza dagli archeologi è quello di Casalini S. Sosti, nell’odierno comune di S. Sosti. Esso si trovava su un monte presso il santuario della Madonna del Pettoruto, a un’altezza di 896 metri, a guardia dell’alto corso del torrente Rosa. I resti di fortificazione visibili ancora oggi consistono in una cerchia di mura a pianta trapezoidale, in cui si aprivano due ingressi: uno a nord e ben protetto da due torri quadrate poste ai lati della porta, il secondo dalla parte opposta del tracciato murario, alle spalle di una chiesetta che condivide le stesse caratteristiche delle altre già osservate. All’interno delle mura, nell’angolo occidentale, vi era un mastio a pianta quadrangolare, nei pressi del quale si alzava una torre a due piani[29]. I reperti raccolti sul sito sono alcune ceramiche e due sigilli di piombo associati a quattro folles, tre dei quali sono attribuiti all’impero di Giovanni Zimisce (969-976)[30].
In base a questi elementi e allo studio dei materiali di scavo si propone una datazione della fortificazione al VII-VIII secolo, a detta di Roma, che però non adduce motivazioni, una stima che si discosta alquanto da quella che il Quilici espresse nel suo studio locale e che consisteva in un periodo compreso tra la seconda metà del X secolo e la prima metà del secolo successivo[31]. Ricordiamo infine nei pressi di Cerisano, tra Cosenza e Longobardi sul Tirreno, alcuni resti di una cinta muraria trapezoidale munita di cinque torri, che sembrerebbe posta a controllo del valico di monte Cocuzzo che conduceva all’arteria stradale costiera, alla quale la fortificazione è collegata mediante una strada[32].
5.4 Conclusioni per uno studio del confine e dell’occupazione del suolo
Al di là degli ultimi esempi appena illustrati, cioè S. Sosti e Cerisano, in cui le evidenze architettoniche sono lampanti, in tutti gli altri casi citati non si può parlare di un ruolo eminentemente difensivo-militare svolto dalle fortificazioni, in quanto nulla lo prova. Anzi, alcuni elementi suggerirebbero esattamente il contrario, per esempio la cinta muraria di Sassòne certamente non ha mai ospitato un fenomeno insediativo stabile, che sarebbe stato necessario, invece, in caso di difesa, mentre nel caso di Pietra del Cieco è la stessa testimonianza documentaria che suggerisce per il castellion, almeno per quanto concerne l’XI secolo, soltanto una probabile funzione di rifugio per la popolazione rurale, laica ed ecclesiastica, che abitava il circondario. Rigettiamo dunque le conclusioni di Giuseppe Roma in merito a questi impianti, che ci appaiono azzardate. Egli ipotizza una datazione comune al VII-VIII secolo per tutte le strutture ricordate, che avrebbero fatto parte di un antico e presunto limes militare longobardo, sviluppatosi dal Tirreno allo Ionio e istituito sul modello di quelli settentrionali e alpestri basati sulle clausurae[33], e che sarebbe stato smesso in seguito alla riconquista bizantina: all’interno dei castra sarebbero sorte allora le chiese bizantine della tipologia diffusa in tutto il territorio calabro-lucano[34].
In base ai canoni metodologici illustrati nel paragrafo precedente, infatti, non è possibile stabilire la natura militare della gran parte delle fortificazioni esaminate, né una tale precocità cronologica di esse, né, tantomeno, che la frontiera longobarda-bizantina in Calabria avesse le medesime caratteristiche strategico-militari di quelle dell’Italia settentrionale, il cui ruolo a loro volta non sarebbe scevro da un opportuno ridimensionamento agli occhi di storici e di archeologi, come sottolinea efficacemente il Gasparri[35]. Senza dimenticare che un tale apparato difensivo, come quello longobardo del VII-VIII secolo nel Nord, tra l’altro abbastanza documentato, se anche nel meridione fosse realmente esistito – ma di ciò non rimane alcuna traccia nelle fonti documentarie meridionali, a fronte, invece, di una certa abbondanza di testimonianze nel settentrione[36] – avrebbe avuto ragion d’essere soltanto nel caso fosse sussistito anche un collaudato sistema di coordinamento strategico di strutture militari eterogenee, come castelli, chiuse e altre fortificazioni[37], che, nel nostro caso specifico del Mezzogiorno, è ancora più difficile teorizzare in mancanza di qualsiasi riscontro certo.
I reperti ceramici e, in alcuni casi, le necropoli, rinvenuti a diverse altitudini nei siti delle valli dello Straface (Amendolara), del Satanasso (Villapiana), del Caldanelle (Cerchiara), del Coscile (Castrovillari, Celimarro), del Raganello (Civita, Timpone del Castello, Timpone della Motta, Francavilla Marittima), dell’Esaro (Fagnano Castello, Spezzano Albanese, Scribla), del Follone (S. Marco Argentano) e del Crati (Figline Vegliaturo, Sibari), per citare solo i più noti, o nel circondario di Corigliano (Fabrizio Grande) e di Rossano[38], attestano una notevole frequentazione della zona e un certo sviluppo del commercio durante i secoli altomedievali, dato che non sono rari i casi in cui ci si imbatte in ceramiche d’importazione. Nonostante ciò, i siti sono da ricondurre a tipologie estremamente variegate e sono rari i casi in cui i reperti suggeriscono con assoluta certezza la presenza etnica longobarda, come purtroppo ancora oggi alcuni storici e archeologi asseriscono senza le dovute cautele. E’ significativo quanto dichiara a tal proposito la Noyé, che ci trova ben d’accordo: «signalons tout de suite que, dans l’état actuel des recherches, aucun objet susceptible de caractériser une occupation spécifiquement lombarde n’a été retrouvé dans le Bruttium: la céramique appartient à la production régionale, désormais bien connue»[39].
Le uniche conclusioni che si possono trarre allo stato attuale delle conoscenze e con le fonti documentarie e archeologiche di cui disponiamo, riguardano innanzitutto l’occupazione del suolo e l’habitat. Il paesaggio appare caratterizzato da un insediamento di tipo sparso, in prevalenza costituito da villaggi rurali e villae tardoantiche cadute in abbandono (soprattutto tra V e VI secolo, quando il numero dei siti si riduce drasticamente) che vengono ripopolate (VIII secolo circa), ma in alcuni casi anche dalla presenza di insediamenti più accentrati e vere e proprie civitates per la maggior parte fortificate, che non sembrerebbero più antiche dell’VIII-IX secolo, quando alcune di esse diventano sedi di gastaldato. Gli habitat si concentrano lungo le vie terrestri e fluviali e dopo una preferenza per la pianura e la vicinanza con la costa in epoca antica e tardoantica, al fine di favorire un più agevole transito delle merci, a partire dal VII secolo circa gli insediamenti in pianura vengono abbandonati in favore dell’entroterra e di quote più elevate, solitamente sui versanti collinari tra i 400 e gli 800 metri di altitudine, in posizione favorevole per l’agricoltura e la difesa, che veniva assicurata prima di tutto dalle protezioni naturali[40].
La zona della Piana di Sibari e quella collinare limitrofa rispecchiano bene un quadro insediativo di questo genere. A una iniziale concentrazione in pianura lungo le principali direttrici di transito, complice anche la presenza del porto di Thurium, a tutt’oggi non ancora localizzato con certezza[41], si può osservare come in un secondo tempo ci sia una considerevole densità insediativa lungo tutto il versante ionico collinare da Rossano fino ad Amendolara[42], con la presenza di villae romane del tutto trasformate rispetto all’antichità, della piccola proprietà fondiaria, del saltus, di città come Cassano, Rossano e Oriolo, di insediamenti fortificati e necropoli. Il caso delle chartae del monastero del Patir, che menzionano fondi coltivabili nella piana a partire dalla seconda metà dell’XI secolo, e della villa di Scribla, posta ai piedi delle colline che si affacciano sulla piana, alla confluenza dell’Esaro e del Coscile, frequentata senza continuità ancora nell’XI secolo e munita di un castrum, ricordato nella cronaca del Malaterra, dimostrano che il territorio dove sorgeva l’antica Copia Thurii era ancora frequentato e abitato nei secoli centrali del Medioevo, nonostante nelle vicinanze della costa il terreno dovesse essere probabilmente paludoso[43].
La Noyé, comunque, è dell’idea che l’importanza di Thurium e della sua sede vescovile sarebbe decaduta e la città abbandonata, non come conseguenza dell’invasione longobarda, visto che «la prise d’une ville n’entraînant que rarement sa désertion» e che in quei territori l’occupazione non ebbe gli stessi risvolti «drammatici» che si verificarono invece in Puglia per esempio, bensì perché in seguito alle modificazioni dell’habitat locale Thurium perse il suo primato e il suo ruolo di «polo d’attrazione» economico nella Piana di Sibari e perché esso, troppo esposto e poco difendibile in un contesto di frontiera, nonostante il ruolo che ebbe nella tardo-antichità il suo Φρο£ριον, «a pu devenir intenable dans une période de perchement intensif»[44]. Ciò, come ricorderemo, è in contrasto con la tesi diametralmente opposta e ormai tradizionale proposta dal Duchesne più di un secolo fa e poi largamente accolta dalla storiografia successiva, incluso dagli editori dell’Italia Pontificia[45].
Per quanto riguarda il ruolo delle fortificazioni considerate, pur essendo valide le considerazioni metodologiche di cui sopra, è innegabile il ruolo militare di una parte di esse, per esempio di quelle di S. Sosti, Belvedere e Cerisano, rivelato chiaramente dall’impianto architettonico. S.Sosti e Cerisano è probabile siano da ricondurre a tempi precedenti il IX secolo, quando la frontiera bizantino-longobarda aveva il proprio baricentro più a sud nella Calabria e quando il ducato beneventano esercitava il proprio dominio incontrastato nella valle del Crati. A partire circa dalla seconda metà del VII secolo, infatti, i Bizantini controllavano le aree più meridionali della Calabria e la costa orientale ionica da Rossano a Taranto, fino alla penisola salentina. Quando il porto di Taranto cadde in mano agli arabi, che lo detennero per un quarantennio, dall’840 all’880, furono certamente i porti calabresi della costa ionica che assicurarono il collegamento marittimo con Otranto[46].
La natura militare dei castra di S. Sosti, Belvedere e Cerisano suggerisce una tipica strategia difensiva di sbarramento (da questo punto di vista il muro tuttora visibile che si dirama da uno dei lati lunghi del recinto fortificato di Casalini e nel caso di Belvedere località Civita Quattro Timponi, chiude l’imbocco della valle sottostante è esemplare), che consiste nel concentrare le forze militari in corrispondenza dei valichi e dei passaggi per frenare sul nascere l’avanzata degli eserciti nemici, cercando d’impedire l’ingresso di questi ultimi nei propri domini[47]. In una strategia di questo tipo, nel caso che tali protezioni venissero superate dagli avversari, un ruolo militare ugualmente importante è rivestito dalle città fortificate e dalle altre fortificazioni di rifugio, che dovevano impegnare e fiaccare definitivamente le forze degli invasori, già messe alla prova in corrispondenza delle roccaforti di confine[48].
Ecco che i centri urbani più grandi e importanti, nonché militarmente meglio attrezzati del territorio, spesso sedi di istituzioni amministrative e di funzionari politici, fiscali e militari, come Cosenza, Bisignano, Laino, Rossano, Cassano, Amantea e probabilmente anche Belvedere ed Oriolo, condividevano alcune caratteristiche comuni: innanzitutto la presenza di mura perimetrali piuttosto solide e resistenti[49], la posizione strategicamente importante e anche la soluzione insediativa adottata, che consisteva nell’arroccamento del centro urbano su un altopiano roccioso o in luogo soprelevato, dal quale dominava i territori circostanti e che offriva tutte le protezioni naturali del caso. Queste ultime, unite alle fortificazioni artificiali, rendevano la città difficilmente espugnabile. In casi del genere, solitamente la città, eventualmente munita di un mastio o di un castello che era posto sulla cima del colle, si sviluppava espandendosi con i suoi suburbia verso il basso, lungo il declivio montuoso[50].
La frontiera militare longobarda, comunque, nella misura in cui essa sussistette nella realtà, è opinione piuttosto recente che fu smessa con la riconquista bizantina, quando essa perse di efficacia[51]. Ciò avvenne, secondo la Noyé, a causa anche delle guerre civili che logorarono i principati longobardi campani a partire dalla seconda metà del IX secolo e dell’incapacità di Salerno di fronteggiare la minaccia saracena nei territori periferici del principato, che, dunque, furono facilmente ripresi dall’esercito bizantino, complice il quadro socio-politico estremamente incerto[52].
[2] Cfr. per esempio ibidem, pp. 9-11; SETTIA, Le frontiere del regno italico, pp. 201-203.
[3] Cfr. la bibliografia in GASPARRI, La frontiera, p. 19.
[4]Ibidem, p. 12. «Tale massa [di informazioni] era costruita in spregio ad ogni criterio scientifico di verifica, mescolando con disinvoltura etimologie avventurose, culti di santi la cui storia veniva data per perfettamente ricostruibile e istituzioni longobarde, che però – secondo il giudizio di una storiografia che ha ormai, alle sue spalle, circa trent’anni di sviluppi critici – non sono mai esistite se non nella mente di alcuni studiosi» (ibidem, p. 11); e citando il Settia: «ogni elemento che può far risalire ad una presenza longobarda viene in tal modo “interpretato in chiave militare e porta alla ricerca di motivazioni strategiche anche là dove manca di esse ogni plausibilità”» (ibidem, pp. 11-12).
[7] TABACCO, I liberi del re nell’Italia carolingia e postcarolingia, Spoleto, Centro italiano di studi sull’Alto Medioevo, 1966 (Biblioteca degli Studi medievali, 2), passim.
[8] GASPARRI, La frontiera, pp. 14-16. L’autore precisa: «ciò non vuol dire, naturalmente, che non vi fossero castra nelle zone di confine: ma essi non sono sempre facilmente individuabili, quantomeno nella loro fisionomia di insediamenti puramente militari» (ibidem, p. 14), «[né si vuole] negare un dato ovvio, e cioè che le zone più vicine ai territori estranei al regno presentassero una maggiore densità di controllo militare» (ibidem, p. 17); e ancora: «ci si trova di fronte a una realtà agricola che, al di là dei confini politico-militari, era profondamente integrata»; infine conclude sottolineando la permeabilità dei confini altomedievali e parlando di «una forte compenetrazione umana, territoriale ed economica delle zone di frontiera» (ibidem, p. 16).
[10] Sulla questione v. IDEM, Il regno longobardo in Italia, in Langobardia, pp. 277-284.
[11] Il Noyé parla del confine calabro nell’Alto Medioevo come di un confine «très flou et fluctuant», il quale, con «sa nature même sont encore fort mal connus» (NOYÉ, La Calabre et la frontière, p. 277).
[12] Cfr. il rilievo del sito in ROMA, Sulle tracce del limes, p. 9.
[13]Ibidem, p. 13 note 16-17; COSCARELLA, Insediamenti bizantini, p. 85.
[14] ROMA, Sulle tracce del limes, pp. 13-14; COSCARELLA, Insediamenti bizantini, p. 63.
[15] CAPPELLI, Un gruppo di chiese medioevali, in IDEM, Medioevo bizantino, p. 252; COSCARELLA, Insediamenti bizantini, p. 63.
[16] Su tale tipologia di chiese, cfr. gli scritti di Cappelli, che riporta svariati esempi; oppure lo studio di D. MINUTO-S. VENOSO, Chiesette medievali calabresi a navata unica (studio iconografico e strutturale), Cosenza, Marra, 1985.
[21] Sul dibattito storiografico legato al nome, cfr. ibidem, p. 12 nota 12.
[22] CAPPELLI, Un gruppo di chiese medioevali, in IDEM, Medioevo bizantino, pp. 242, 249
[23] FALKENHAUSEN, La dominazione bizantina, p. 71; ROMA, Sulle tracce del limes, pp. 10, 12.
[24] Sull’importanza e la composizione di tale apparato viario, cfr. la precisa analisi di NOYÉ, La Calabre et la frontière, pp. 285-291, corredata da due carte topografiche, una di carattere generale sui collegamenti stradali e fluviali di tutta l’area calabro-lucana, un’altra dell’area peculiare della Piana di Sibari e dell’asse viario nel punto di comunicazione della Popilia con la strada subcollinare ionica (rispettivamente in ibidem, pp. 287 e 289). «Procope […] précise alors que l’absence de solution de continuité entre les montagnes de Lucanie et celles du Bruttium ne laisse, de l’une à l’autre région, que deux passages très étroits, appelés par les indigènes latins Π‚τραΑ¬µατος, et Λαβοýλα» (ibidem, p. 288).
[25] «L’alluvionnement y a provoqué, surtout depuis l’époque romaine, d’importantes modifications qui ont été bien étudiées: le littoral s’est avancé de deux kilomètres par rapport à son tracé antique autour de l’actuelle embouchure du Crati, qui se trouvait elle-même à deux kilomètres au sud tandis que le Coscile, se jetait séparément dans la mer à une distance de quatre kilomètres vers le nord jusqu’au XVIIIe siècle» (ibidem).
[26] GUILLOU, La Lucania bizantina, p. 210 e nota 5, che propone anche una etimologia grecolatina da La Bulla/Boletum, come “sigillo di frontiera”; NOYÉ, La Calabre et la frontière, p. 290.
[27] E non alla direttrice Campo Tenese-Morano, che pur rimane molto prossima, come riteneva invece GUILLOU, La Lucania bizantina, p. 210 e nota 5; NOYÉ, La Calabre et la frontière, p. 290 e nota 90.
[28] «„Oµο¡ωςδŠàαˆ τ·ριÞενàαστ‚λλιον, ‹ναοÑàωδωµ¡σις, àαˆ οúàοσµιàετασοý, àαˆ ¬να‚χουσιντοÐåωàÿστελλονàαταφ£γιον, ½τ…νδŠàαρ‚λÞηηεπιδρωµητ•νεÞνºν, ¬ναεισ‚ρχωνται, àαˆ àατοιàο£σινþπουÏνετιεÑςταχοςÿφιαανται; εποˆδŠÒριÞ>ςàυβερνητηςàαˆηγουµενος ¬ναντηε‡ςàαˆεààλησιανηςτ•Ïυτ¸àαστελλιον, àαˆ συνÿåηςàαˆ àαλογ<ραιςωσουςÞ‚λειςàαˆ βουλεσι, ‡ναψÿλουσινàαˆ δωåολογο£σινàαˆ υπερε£χωνται» e più avanti viene specificato «àαˆεÑςτ•νÿγιονΝιàολαοντ•νµελλωντα
[29] ROMA, Sulle tracce del limes, pp. 17-18; COSCARELLA, Insediamenti bizantini, p. 65.
[36] L’unica fonte meridionale che nomina le chiuse è il Chronicon Salernitanum, che cita quelle dell’Adige, presidiate da Adalberto, che furono teatro della vittoria di Ottone I che sancì il suo dominio nel regnum: «at vero rex Langobardorum Adelvertus cum magno apparatu populusque nimis valde clusas venit, quatenus cum Ottone certamen iniret» (Chronicon Salernitanum, 169), ma non fa mai menzione che simili strutture sarebbero esistite anche nel meridione.
[37] SETTIA, Le frontiere del regno italico, pp. 202-203, 206; GASPARRI, La frontiera, p. 10.
[38] COSCARELLA, Insediamenti bizantini, pp. 106-111.
[40]Ibidem, pp. 301-302; BROGIOLO, Trasformazioni dell’insediamento, pp. 599-602, 614, 619621.
[41] C’è la possibilità che il porto medievale fosse situato all’interno, oltre che sulla costa, in un’ansa del Crati, poco a monte rispetto alla foce, dato che quantomeno l’ultimo tratto del fiume era certamente navigabile all’epoca, come lo era probabilmente anche il Coscile. Altre proposte interessanti in NOYÉ, La Calabre et la frontière, pp. 291-292.
[43] «L’apport d’alluvions, s’il a commencé, on l’a vu, dès le époque romaine est resté très limité» (NOYÉ, La Calabre et la frontière, p. 302); «on ne peut cependant être totalement affirmatif à propos de l’apparition de la malaria, […] c’est bien elle qui semble, selon Malaterra, décimer en 1054 les occupants normands de Scribla, castrum qui sera pourtant repeuplé dix ans plus tard avec des déportés siciliens. Il n’est donc pas totalement exclu que des aires très limitées, comme la frange côtière, aient été impaludées, durant le haut Moyen Âge» (ibidem, p. 303).
[44]Ibidem, p. 304. In merito al dibattito storiografico, ancora aperto, sulla natura e l’identificazione di tale Φρο£ριον, si veda ibidem, pp. 290-292.
[47] SETTIA, Le frontiere del regno italico, p. 206; NOYÉ, La Calabre et la frontière, p. 304.
[48] SETTIA, Le frontiere del regno italico, pp. 203-204; NOYÉ, La Calabre et la frontière, pp. 304-307.
[49] Per la maggior parte dei casi, mancando attestazioni a tal proposito, lo si deduce dalle capacità difensive che molte di queste città, come abbiamo visto a più riprese, dimostrarono nei confronti degli attacchi e degli assedi saraceni o anche nella circostanza della spedizione meridionale di Ottone II, il quale sembra ormai certo non riuscì col suo esercito a penetrare nelle città difese dai Bizantini; cfr. anche ibidem, pp. 307-308.
[50]Ibidem, p. 302, sui singoli casi urbani considerati pp. 305-306.
[51] SETTIA, Le frontiere del regno italico, p. 206, in riferimento alle «opere secondarie» dell’apparato difensivo delle frontiere dell’Italia settentrionale; NOYÉ, La Calabre et la frontière, p. 307.