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EUROPA E CORONAVIRUS

L’Unione europea al tempo del coronavirus: solidarietà cercasi

« L’Unione si prefigge di promuovere la pace, i suoi valori e il benessere dei suoi popoli […] Promuove la solidarietà tra gli Stati membri ». Queste chiare ed inequivoche parole non sono affatto un utopia, bensì quanto letteralmente prevede l’art. 3 del Trattato sull’Unione Europea. La ragione della nascita dell’UE risiede infatti nella presa di consapevolezza, da parte degli Stati che vi hanno aderito, della necessità di assicurare ai propri cittadini un duraturo spazio di pace e libertà, storicamente minate dalle due sanguinose guerre mondiali che avevano lacerato il contesto sociale ed economico del continente europeo. Tuttavia, ad avviso di chi scrive, nonostante i più di sessant’anni trascorsi dalla firma del Trattato di Roma (1957), le istituzioni dell’Unione non si sono dimostrate ancora all’altezza di costruire una vera e propria dimensione solidaristica europea, in grado di  fronteggiare efficacemente gli shock che colpiscono i singoli membri. Il bilancio europeo, di dimensioni assai esigue, non può infatti assolvere a tale funzione.

Le note vicende di questi giorni costituiscono emblema di quanto affermato. La presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen ha, almeno in prima battuta, escluso il possibile impiego dello strumento finanziario dei cosiddetti coronabond, richiesti a gran voce anche dal governo italiano. Trattasi di obbligazioni emesse dai singoli Stati nazionali, ma garantite da tutti i paesi dell’UE, funzionali a finanziare le spese statali straordinarie per fronteggiare il coronavirus. Ai coronabond si sono tuttavia opposti alcuni esecutivi “falchi” degli Stati del nord Europa tra cui, ad esempio, l’Olanda, da sempre contrari ad ogni forma di sussidio che possa, anche solo teoricamente, comportare la mutualizzazione del debito di altri membri. Tali Stati, pur non negando la necessità di un intervento europeo per sostenere l’azione di contrasto alla pandemia che ha colpito, in particolare, il nostro Paese, sono invero favorevoli all’impiego del Meccanismo europeo di stabilità (MES), noto anche come fondo salva Stati.

Tuttavia questo appare ben lontano dall’essere uno strumento solidaristico in favore del Paese beneficiario. Il MES si fonda infatti su un principio chiaramente iscritto nei Trattati, ovvero quello della condizionalità. Precisamente, il comma terzo dell’art. 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea afferma: « la concessione di qualsiasi assistenza finanziaria necessaria nell’ambito del meccanismo sarà soggetta a una rigorosa condizionalità ». A che condizioni deve quindi sottostare lo Stato richiedente aiuti finanziari in caso di attivazione del MES? La Troika (Commissione europea, Banca centrale europea, Fondo monetario internazionale) diviene una sorta di “garante” dell’integrità del fondo, con il compito di vigilare affinché il Paese beneficiario adotti una serie di misure, solitamente incisive, di riforma del proprio ordinamento, come previsto da un apposito memorandum of understanding. E’ proprio questa la logica dei soldi versus riforme. Investita di tale funzione, la Troika funge dunque da catalizzatore di riforme nazionali che elevano il principio di concorrenza a paradigma dello stare insieme come società, così sacrificando i valori archetipici del costituzionalismo democratico.

Il caso degli aiuti alla Grecia nell’era del governo Tsipras è paradigmatico in questo senso. La Troika impose infatti all’esecutivo greco una sostanziale destrutturazione (ma si potrebbe parlare di smantellamento) del proprio Stato sociale, con tagli lineari alla spesa per sanità, istruzione, previdenza, nel maldestro tentativo di riportare sotto controllo l’elevato indebitamento pubblico del Paese. Inoltre, tra le varie riforme imposte, vi furono anche quelle implicanti l’affievolimento dei diritti riconosciuti ai lavoratori, in linea con il modello europeo di flexicurity. Questo perché la Commissione, negli anni, ha considerato la legislazione lavoristica quale strumento macroeconomico di rilancio della competitività esterna degli Stati GIPSI, sulla base dell’assunto per cui se si abbassa il costo del lavoro e si adeguano i salari alla produttività le merci nazionali prodotte dovrebbero divenire più competitive sul mercato intra-europeo.  L’esito di tale riforme? La profonda alterazione della funzionalità della rappresentanza politica, con lo svilimento del Parlamento ellenico, il quale divenne mero ratificatore di quanto richiesto dalla Troika e, quanto al contesto economico, il generale depauperamento della nazione.

Questo excursus per affermare che cosa? Che gli aiuti condizionati del MES non sembrano essere affatto lo strumento adeguato per risolvere l’attuale emergenza sanitaria (ma anche sociale) che il nostro Paese sta vivendo. Servono invece scelte coraggiose e veramente solidaristiche da parte delle istituzioni dell’Unione, le quali, se attuate, avrebbero almeno due conseguenze rilevanti. In primis, trasformare l’UE in una vera comunità politica basata sulla condivisione sia di rischi che di benefici. In secundis, rafforzare il senso di appartenenza di tutti i cittadini (sia quelli degli Stati debitori che degli Stati creditori) all’Unione, così mettendo il silenziatore ai quei partiti nazionali euro-scettici che, oramai da tempo, stanno costruendo il loro consenso sulle aporie della costruzione europea.

Da ultimo, poiché l’attuale epidemia comporterà delle serie conseguenze per l’economia del nostro Paese, è necessario che le istituzioni europee riconoscano l’opportunità della sospensione dei vincoli del Patto di Stabilità e Crescita, anche una volta che l’emergenza sanitaria sarà superata. Inoltre, pare altresì necessario l’abbandono dell’ossessione tedesca per la stabilità dei prezzi, al fine di consentire agli Stati più colpiti di porre in essere politiche keynesiane improntate alla spesa sociale e all’immissione di liquidità e risorse nella realtà economico finanziaria nazionale. Finora, infatti, il “binomio” di austerità e riforme strutturali, patrocinato dalle istituzioni europee, non è stato affatto funzionale alla risoluzione degli atavici problemi dell’economie più deboli degli Stati dell’Unione, causando invece un generale impoverimento dei cittadini di questi. La pandemia in corso e le sue conseguenze dovranno infine portarci ad una riscoperta dei valori e principi sui quali fondare la “ricostruzione”, ovvero quelli enunciati dalla nostra sempre attuale Costituzione, la quale riconosce, in particolare, che i diritti sociali sono presupposto e finalità dell’azione pubblica e che il lavoro è strettamente funzionale al pieno sviluppo umano di ogni persona (artt. 1, 4, 35).

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