EUROPA IN MEZZO AL GUADO
Le conclusioni del vertice europeo (a livello di capi di stato e di governo) del 26 marzo mostrano tutta la difficoltà dell’Europa nel raggiungere un consenso su come affrontare l’emergenza economica creata dal coronavirus. Nessuna soluzione immediata è stata trovata, nonostante l’urgenza dei problemi sul tappeto, sottolineata anche da Mario Draghi nel suo intervento sul Financial Times dello stesso giorno. C’è stato un sostanziale rinvio di due settimane, con un invito ai ministri finanziari (Eurogruppo) a individuare soluzioni: lo stesso Eurogruppo che due giorni prima, nell’impossibilità di trovare un accordo, aveva passato la palla al vertice dei capi di governo. Se continua questo palleggio, non ne usciamo. L’unica indicazione specifica è un invito, sempre rivolto ai ministri finanziari, ad approfondire la possibilità di potenziare gli interventi della Banca europea degli investimenti (Bei), anche con l’utilizzo del bilancio della Ue. Dietro le quinte dell’impasse c’è lo scontro tra la maggioranza dei paesi appartenenti all’Eurozona (nove di essi hanno firmato una lettera in cui si chiede l’introduzione di uno strumento di debito comune emesso da una istituzione europea) e alcuni paesi tradizionalmente ostili a qualsiasi evoluzione istituzionale che suoni come una possibile mutualizzazione dei debiti: Olanda, Austria, Finlandia, ma soprattutto Germania.
Meccanismo europeo di stabilità. In realtà, esiste già una istituzione, il Meccanismo europeo di stabilità, che si finanzia sul mercato con il supporto della garanzia di tutti i paesi membri ed eroga finanziamenti a tassi estremamente favorevoli agli stati che ne facciano richiesta. Il problema è che l’istituzione è stata pensata per venire in aiuto di singoli paesi che si trovino in difficoltà finanziaria, cioè impossibilitati ad accedere ai mercati: finora il Mes è venuto in aiuto di Grecia, Spagna, Portogallo, Cipro e Irlanda negli anni bui della crisi del debito sovrano. Un altro problema è che l’assistenza finanziaria del Mes è soggetta a una condizionalità: il paese che ne fa richiesta si deve sottoporre a un programma di aggiustamento dei conti pubblici, da sottoscrivere nel Memorandum of Understanding, per intenderci quello da concordare con la tristemente famosa Troika. L’idea dietro alle limitazioni (non se ne discute qui l’applicazione nei casi concreti) è che se un paese si trova una situazione di difficoltà è perché ha sbagliato politiche e dunque deve rimuovere gli “errori” in cambio dei finanziamenti accordati. Ma il Covid-19 è ovviamente uno shock esterno, oltretutto comune a tutti, di cui nessuno stato specifico porta responsabilità, anche se naturalmente si può sempre disquisire se singoli paesi avrebbero potuto far di più per ridurre il proprio debito prima che la crisi colpisse. Per queste ragioni, il Mes, con le condizioni attuali, non è utilizzabile per fare fronte all’emergenza coronavirus.
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