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LA STORIA DELLA LUCANIA

Postato su 26 aprile 2021 by Mauro D'Aprile

I parte: ‘Lucania e Basilicata’

  1. Storia della Basilicata
  2. La storia della nostra terra…

Storia della Basilicata

Inauguriamo una nuova rubrica su questo portale, una serie di articoli a cura dell’Avvocato Antonio V. Boccia che ci accompagna in un percorso di scoperta storica della Basilicata. Buona lettura!

————————-

La Basilicata esiste, in quanto regione? A questa domanda, che apparentemente è scontata e banale, si potrebbe rispondere negativamente o positivamente, a seconda dei punti di vista.

Convenzionalmente, sotto il profilo giuridico, la risposta non può che essere affermativa: giacché la Carta Costituzionale approvata nel 1948, nel mutare il nome alla Lucania in chiave antifascista, volle riprendere l’antico appellativo regio che era nato con i normanni e che, attraverso svevi e aragonesi, si era tramandato anche con i Borbone. Quindi questo coronimo era rimasto in auge dal regno di Napoli sino all’ unità d’Italia.

Ciò detto, notiamo invece che -sotto il profilo storico e fors’anche sociologico- non possiamo accontentarci di una risposta di per sé parmenidea, nel senso che la nostra regione esista in quanto, sic et simpliciter, è una mera divisione amministrativa italiana (che essa, cioè, esista semplicemente quale regione, anche perché, come direbbe Parmenide, ‘ciò che è non può non essere’).

Infatti, vi è da rimarcare un fattore decisivo: sia la “Basilicata”, sia -prima ancora- la “Lucania”, hanno subìto nel corso del tempo una serie di variazioni e di modifiche non solo nominali, ma anche e soprattutto dal punto di vista concreto (ossia di quello che risulta essere il territorio geografico ricompreso in esse); e inoltre sono state infatti abitate da diverse popolazioni. Cosa, quest’ultima, da cui non possono non essere derivate una serie di conseguenze, anche di carattere socio-antropologico che hanno ingenerato delle diversità.

Altre ineludibili domande da porsi, sono le seguenti: Basilicata o Lucania? Ma perché due nomi? E, se siamo lucani, allora i basilicatesi chi sono? A tali quesiti, tuttavia, daremo riscontro più innanzi, anticipando solo questo: che -paradossalmente, ma neanche tanto- la nostra regione nel suo profondo non ha una sola anima (ma due, o forse anche di più).

Con questa premessa diviene possibile accennare alle genti che hanno abitato la regione (o porzioni di essa) nell’ambito dell’evoluzione cronologica che ha caratterizzato il territorio in esame: in primis, possiamo dire che, morfologicamente, la prima ‘Lucania’ -ossia quella conosciuta dagli storici, con una buona approssimazione- è certamente quella che troviamo posta all’interno dell’impero romano d’occidente, in quanto facente parte della III Regio: ossia, è la cosiddetta  ‘Lucania Vetus’ che, all’epoca, era amministrativamente unita con il Brutio (cioè all’odierna Calabria).

Di questa circoscrizione abbiamo delle rappresentazioni cartografiche, basate sugli in sostanza scritti degli autori classici del mondo latino. Si tratta dell’area geografica i cui confini vanno, a nord est, dalla zona sottostante il fiume Sele e, a sud, fino al Lao-Mercure; sul Tirreno essa comprende poi il golfo di Policastro; mentre invece a nord ovest raggiunge il Bradano e lo Jonio. Questo territorio, grosso modo, va pertanto a coincidere con la parte centro sud occidentale e centro sud orientale dell’odierna regione, ossia con la fascia sinnica e con il metapontino, ricomprendendo anche il vallo di Diano ed il Cilento e la Calabria settentrionale, ma escludendo l’area basentana e il Vulture. E’ questa, dunque, la Lucania antica: la quale -come sappiamo- non corrisponde in pieno all’ area che costituisce l’odierna Basilicata.

Ritornando alla cronologia degli eventi, con un’attenzione relativa agli abitanti, aggiungiamo questo: attorno al settimo secolo avanti Cristo lungo i lidi orientali della regione (cioè nei pressi di quella che diverrà la jonica Metaponto) sbarcarono le popolazioni provenienti da varie città della Grecia: si trattò, in questo caso, di una migrazione esterna, ovviamente, finalizzata a colonizzare quei medesimi territori, in parte ricadenti nella Apulia (siamo pur sempre nel Golfo di Taranto). Gli Elleni, di fatto, convissero con gli Enotri e i Choni, ossia con quelle genti autoctone italiche che avevano vissuto in questi nostri posti per centinaia di anni, in maniera pacifica; ciò accadde per lo meno sino all’arrivo dei guerrieri lucani, i quali a loro volta si stabilirono nell’originaria ‘enotria’, così sospingendo gli Enotri nella regione sottostante. Infatti i Lucani, che provenivano dall’Umbria e che erano una tra le popolazioni osche più bellicose (quindi di origine indo-europea), scacciarono gli enotri con la forza dalle terre abitate e, a questi, non rimase altro che spingersi verso il Bruzio.

I Lucani conquistarono le città greche di Pestum, Pixunte e Laos, ma non Turi, Eraclea e Metaponto. Inoltre, fondarono insediamenti fortificati a Serra di Vaglio, Cersosimo antica, in cima al Monte Coppolo di Valsinni, a Torretta di Pietragalla, a Pomarico e a Satriano.

In base a quanto detto, quindi, è utile osservare che, circa sette secoli prima della venuta di Cristo, quindi cinquecento anni prima dell’arrivo dei romani, una migrazione interna alla Penisola aveva sconvolto lo stato di cose esistente in questa area geografica, la quale per l’appunto prese a chiamarsi ‘Lucania’ (propendiamo per questa tesi, e non per quella che vede i Lucani prendere il nome dalla terra, giacché essa certamente si chiamava Enotria e non Lucania). Lucani e greci saranno in lotta per molto tempo, per motivi di carattere culturale e anche per il predominio territoriale, ma le popolazioni greche riusciranno a conservare i lidi, utili per rimanere in contatto con la madre-patria, mentre i lucani preferiranno adattarsi a vivere in fattorie, site nell’interno della loro terra.

In ogni caso, con la nascita dei primi nuclei abitativi (gran parte dei quali di lingua ellenica) la situazione resta pressocché immutata, fino all’arrivo dei romani -di cui si è appena fatto cenno- che avverrà circa due secoli prima di Cristo. Sarà, quindi, la volta dell’occupazione compiuta dai romani e, perciò, della grande e celeberrima battaglia di Eraclea, combattuta nell’anno 280 avanti Cristo tra i soldati epiroti sbarcati sul litorale lucano (con degli esotici elefanti), alleati dei Lucani, e le milizie repubblicane di Roma. Alla fine sarà Roma a prevalere e, nella regione, verranno fondate colonie e municipi e, inoltre, verrà imposto -direttamente o indirettamente- l’utilizzo del latino (anche se occorre dire che, mentre l’idioma lucano scomparve, la lingua greca invece sopravvisse).

E’ in errore, perciò, chi pensa che siano state le popolazioni barbariche ad invadere la nostra regione, a partire dal quinto secolo dopo Cristo: nel senso che la nostra terra, comunque la si guardi, nella realtà è sempre stata meta di genti e popolazioni provenienti da ogni dove; e anche più tardi, durante l’alto medioevo, dalle  freddissime lande germaniche, con i longobardi, nonché dalle coste illiriche e persino dall’Anatolia, con i bizantini, giungeranno uomini dalla provenienza più disparata.

Come abbiamo visto, tutto questo è accaduto già a partire dalla fase protostorica; ma si tratta di un fenomeno migratorio che è perdurato fino ad epoche molto più recenti e vicine a noi: ad esempio, si è riproposto con l’arrivo in massa degli albanesi, scacciati dai turchi e accolti a più riprese nel reame di Napoli (e, quindi, pure in Lucania). Migrazioni di massa si sono inoltre susseguite nel quindicesimo e nel sedicesimo secolo; poi anche nel corso del diciassettesimo e, anche se in forme più ridotte, fino ai primi decenni del diciottesimo secolo. Senza dimenticare che, dal basso medioevo in poi, oltre a normanni, svevi e spagnoli, non sono mancati cospicui arrivi di gente di fede valdese, persino dal Piemonte, che si è stanziata ed ha saputo rivitalizzare antichi centri ormai scomparsi, in quanto disabitati da tempo.

Con tali presupposti, pian piano, nel corso di questa rubrica cercheremo di ricostruire i più importanti eventi che hanno riguardato la storia della nostra terra.

 

Cap.II°

II parte: ‘Le città greco-latine’

Nella prima parte del nostro excursus storico abbiamo illustrato l’area geografica chiamata ‘Lucania’ (non certo la regione detta ‘Basilicata’ che, invece, apparirà dopo svariate centinaia di anni). Si è detto che essa consisteva, grosso modo, nel territorio già abitato dagli Enotri, pur non coincidendo perfettamente con la Lucania dell’età repubblicana di Roma; quindi ricomprendeva certamente l’odierna Basilicata occidentale e quella centro-meridionale, la Calabria tirrenica e tutto il Cilento (arrivando fino al fiume Sele).

Si è inoltre chiarito che la popolazione indigena, che probabilmente era originariamente conosciuta come ‘chona’, venne poi definita ‘enotra’ dagli Elleni (con un deciso richiamo ad enos, in quanto essa era dedita a culti religiosi che privilegiavano l’utilizzo del vino): furono i primi ad essere giunti dalle nostre parti mediante una migrazione esterna. E si è detto pure che la pacifica convivenza tra Choni/Enotri e Greci, prettamente fondata sul commercio, fu interrotta in maniera brusca dall’arrivo delle genti osche: i Lucani, per l’appunto. Con questa nuova migrazione, stavolta interna, venne a crearsi una situazione che da un lato vedeva una serie di insediamenti, di grandi fattorie e di centri abitati di marca lucana posti più nell’interno della regione, dall’altro centri costieri di prevalente marca greca.

Ma, a cominciare dal terzo secolo avanti Cristo in poi, da queste parti giungeranno i soldati di Roma, ad ondate successive, i quali fonderanno varie città: pertanto ci sembra giusto, pur con i tanti limiti derivanti dalla scarsezza delle informazioni, accennare brevemente alle principali città presenti in Lucania, durante le due fasi -quella repubblicana e quella imperiale- che coprono un periodo durato oltre cinquecento anni.

Premettiamo doverosamente che, essendo i confini della Regio modificatisi nel tempo -e ciò accadde anche durante questo periodo- le città generalmente ritenute lucane, come Venusia, Akeruntia e Metaponto, ad esempio, si trovavano originariamente in Apulia; mentre invece Cyrela e Blanda (che sono oggi in Calabria), nonchè Tegianum, Cosilinum, Posidonya ed Eburum (che oggi sono in Campania) nella fase repubblicana si trovavano invece in Lucania. Peraltro, le suddivisioni amministrative completamente stravolte durante la fase imperiale, quando la Lucania venne unita al Brutio nella cosiddetta Regio lll.

Ciò detto, parliamo di alcune tra le principali città romane, tra le quali la più importante era senz’altro Grumentum, una sorta di capoluogo: cosa che, del resto, ci viene oggi testimoniata dal grandioso sito archeologico, nel quale è stato riportato alla luce appena un decimo della sua superficie complessiva. La città di Grumentum risale al lll secolo avanti Cristo, anche se non si può escludere a priori una sua precedente esistenza, rispetto alla civitas fondata (o rifondata) dai romani. In realtà, per i romani la ‘fondazione’ di una città era un atto sacro e solenne: quindi la ‘deduzione’ dava origine a una entità nuova e sacrale, che nulla aveva a che vedere con un eventuale insediamento precedente.

La città si estendeva lungo un’importante strada via Herculea, tra Venusia ed Eraclea, per cui rappresentava un importante snodo, sia sotto il profilo strategico-militare che per il commercio. Era murata ed aveva sei porte, coprendo un perimetro di circa tre chilometri. L’impianto urbanistico era di forma oblunga e si articolava su tre decumani paralleli, intersecati ad angolo retto dalle strade secondarie, secondo il sistema ortogonale tipico delle città romane.

Venusia, in quanto colonia, venne fondata contemporaneamente a Grumentum, tra Lucania e Apulia, quindi in una posizione molto strategica: si tratta infatti di un avamposto fortificato, originariamente realizzato durante le guerre sannitiche.

Dopo la rivolta di Annibale la città, spopolata, venne dedotta nuovamente, mediante l’invio di nuovi coloni. Con l’apporto di questi, la città acquisì un grande sviluppo, anche grazie alla sua collocazione privilegiata, lungo la via Appia, che la collegava direttamente al porto di Brindisi.

Abbiamo notizie precise sull’abitato: nell’89 a.C. ottenne il titolo di municipium, con il diritto di cittadinanza romana per i suoi abitanti. Nel 65 a.C. nel municipio nacque e visse la propria adolescenza il poeta Quinto Orazio Flacco, poi trasferitosi nella capitale. Nel 43 a.C. i triumviri ne espropriarono l’ager publicus distribuendolo tra i veterani dell’esercito e, in tal modo, fu ripopolata ulteriormente la città.

Bantia, sotto il profilo culturale e giuridico è forse il centro romano che ha assunto la maggior rilevanza, in quanto è stata rinvenuta la celebre ‘tabula’ –una lastra di bronzo ritrovata nel 1790 in agro di Oppido- che ne ha permesso di ricostruire l’ordinamento giuridico e anche di ricostruire l’idioma lucano (perché è scritta in osco ed in latino).

C’è da dire, infatti, che le colonie istituite da Roma erano di due tipi: latine e romane. Nelle colonie latine venivano insediati cittadini romani, latini e a volte italici, i quali acquistavano la cittadinanza latina della colonia, la quale formalmente risultava autonoma ed alleata di Roma. L’ordinamento delle colonie latine ricalcava quello dello stato romano con un senato, assemblee popolari e magistrature, avevano leggi e contingenti militari autonomi e potevano battere moneta.

E’ probabile che Bantia esistesse già, in quanto colonia: ma, in base alla tabula, sappiamo che il municipium applicava tutte le normative romane. Difatti i sei paragrafi riguardano le disposizioni sul censo, sui comizi giudiziari, sulla procedura civile, sul cursus honorum e su altre materie minori.

Di contro, fra le antiche colonie greche della Lucania vetus, accenniamo in questa sede a Metapontum, città posta nel golfo di Taranto la quale, unitamente alla vicina Siris, fu una delle più importanti città della Megale Hellas sin dal settimo secolo avanti Cristo. Essa divenne un rinomato insediamento per la produzione artigiana di ceramiche, oltre che importante centro culturale: Pitagora, infatti, vi si trasferì nel 532 a. C. con la sua scuola filosofica. Fu teatro di epiche battaglie tra italici e romani, come quella di Pirro (280 a. C.) e di Annibale (207 a. C.).

Il suo antico fascino greco è testimoniato dall’area archeologica (in primis dalle famose Tavole Palatine monumentale esempio di tempio extraurbano edificato in stile dorico, che risalgono infatti al 530 a. C.).

L’antico centro cittadino era posto a circa cinque chilometri dalle ‘Tavole’, laddove gli scavi hanno consentito di riportare alla luce la zona sacra con i suoi quattro templi e l’Agorà, dominata da un teatro che poteva contenere circa ottomila spettatori.

Quanto a Potenza, la città oggi capoluogo è di fondazione molto antica e, probabilmente, doveva essere ab origine una colonia posizionata nei pressi del fiume Basento: tant’è che un autore come Caio Velejo Patercolo, in età augustea, nel libro primo della sua opera Historiae Romanae la menziona come Potentia romanorum e ne parla come di una città fondata durante il II secolo avanti Cristo.

Altre città note, esistenti nella Lucania greco-romana, ed intese genericamente come civitas, ovvero come municipi o colonie (alcune di essere certamente pre-romane): Nerulum, Anxia, Satrianum, Acceptura e Matheola. Di questi antichi centri si sa poco, ma tutti e cinque i plessi potrebbero riservarci notevoli sorprese se, nel futuro, fossero oggetto di una seria campagna di scavi.

Un’ultima civitas lucana da menzionare -di cui purtroppo è andata perduta persino la memoria storica del nome- doveva trovarsi nei pressi dell’odierna Rivello (dove infatti sono stati rinvenuti molti resti): essa doveva essere posizionata, evidentemente, lungo una diramazione della via Popilia. Nei pressi del centro odierno della valle del Noce sono visibili dei ponti d’epoca romana, che ci fanno comprendere la frequentazione della zona durante l’epoca che ci interessa. Purtroppo l’antico sito non è stato adeguatamente indagato, al pari degli altri: ma il luogo in cui si ergeva l’insediamento è conosciuto e, non a caso, ancora oggi viene indicato dalla micro-toponomastica come ‘città’.

 

Cap.III°

 III parte: “l’Alto Medioevo”

Proseguiamo nella narrazione degli eventi che si sono succeduti nella terra di Lucania. Come abbiamo visto, poco si conosce della antica Regio romana: tuttavia, esistevano certamente città importanti come Grumentum, Akeruntia, Venusia, Potentia, Bantia, Anxia, e poi Tegianum, Cosilina, Cyrela, Blanda, ed un’altra nell’area meridionale non identificata con esattezza (probabilmente Nerulum). Inoltre, vi erano ancora le antiche colonie di matrice greca, di cui Metaponto era la più forida, nonché città di remota origine lucana (come Vaglio, Cersosimo, Lagarya, Satriano, e così via).

Anche con l’arrivo al potere dei goti, senz’altro dominatori della Penisola dopo la vicenda di Odoacre -che spodestò l’ultimo imperatore d’occidente- in realtà, possiamo asserire che la situazione lucana non mutò affatto. Essi, ebbero gioco facile a conquistare l’Italia, anche perchè costituivano oramai da tempo la spina dorsale dell’esercito romano: ciò, tuttavia, durò per non più di mezzo secolo, ossia fino allo sbarco dei cosiddetti bizantini, i quali giungevano a loro volta nei nostri lidi nel corso dell’anno 535. Infatti Giustiniano pretendeva di ricomporre l’unità imperiale e, quindi, di riassorbire tutta l’Italia tra i possedimenti dell’unica capitale imperiale rimasta, cioè Costantinopoli (conosciuta, non a caso, come ‘la nuova Roma’).

Gli eventi bellici, purtroppo, furono durissimi, in quanto la resistenza opposta sul suolo italico ai generali Belisario e Narsete fu molto tenace: questo perché i goti erano, come detto, veri e propri soldati romani, così come lo erano le truppe dei rhomaioi di Costantinopoli. Quindi, di fatto, gli eserciti si equivalevano: di qui una lunga fase di stallo, caratterizzata da varie battaglie molto sanguinose e da conseguenti incendi di città. Fatto sta che questo conflitto -conosciuto come la guerra gotica- perdurò per oltre vent’anni e, alla fine, la situazione locale fu tragica anche in Lucania: dal 555 in poi abbiamo un panorama desolante: città devastate o distrutte, spopolamento delle campagne, gente sbandata e, soprattutto, molta povertà, che perdurerà per almeno tre generazioni.

Questa situazione, purtroppo, contribuirà a disgregare l’unità della nostra regione: infatti, pochissimi anni dopo (appena una decina) sopraggiunse una popolazione di remota origine scandinavo-germanica, i longobardi (già stanziati ai confini dell’impero) i quali calarono nella Penisola dal Friuli e, infine, comparvero anche nel Mezzogiorno, dove una volta giunti e consolidatisi, si insediarono a Benevento, trovando ben poca resistenza da parte bizantina.

Essi in tal modo riuscirono gradualmente a conquistare gran parte della Lucania, soprattutto quella settentrionale e poi -gradatamente erodendo altri territori bizantini- tutto il Cilento e la parte centrale della regione, fino a Lagonegro (città che, come si dirà, da loro venne edificata). In pratica attorno al 600 tutta la regio romana, ad esclusione della fascia tirrenica saprese, dell’area sinnica e di quella jonica, cadde in mano longobarda.

Gli storici non riescono a spiegarsi i veri motivi per i quali Costantinopoli non seppe fare adeguatamente fronte alla calata dei ‘barbari’, viste le concrete potenzialità di formare molte armate: in realtà, studi recenti di carattere prettamente scientifico (riportati nel saggio La difesa del Synoro) hanno spiegato che il male endemico dell’epoca, cioè la peste -che provocava pandemie capaci di distruggere interi eserciti- non toccava la gente di stirpe longobarda, poiché nel loro corredo genetico era presente il gene modificato CCR5-delta 32, che di fatto li rendeva immuni alla peste, mentre invece falcidiava le genti mediterranee, compresi ovviamente i soldati bizantini.

Sicchè, dalla fine del sesto secolo fino all’ottavo incluso, abbiamo circa duecento anni di buio completo: perché i nuovi dominatori, purtroppo, non avevano ancora iniziato ad utilizzare la forma letteraria scritta in maniera diffusa, basandosi solo sull’utilizzo dell’orale. In quel contesto, del resto, la cultura non poteva che passare in secondo piano, perché la maggior esigenza era quella primaria di sopravvivere. Di conseguenza andò perduto, purtroppo, gran parte del patrimonio culturale greco-latino: tuttavia, è talvolta possibile supplire ai vuoti, almeno in parte, mediante le fonti archivistico-ecclesiastiche, al fine di tentare di ricostruire qualche spaccato di vita civile dell’alto medio evo lucano (ad esempio, mediante le bolli papali).

Inoltre, per fortuna, è possibile ricorrere anche all’analisi toponomastica e micro-toponomastica, che ci restituisce degli autentici ‘fossili letterari’, i quali a loro volta ci danno la chiave per comprendere chi abbia abitato nei vari siti. Gli antichi nomi dei luoghi, infatti, riconducono con certezza alle stratificazioni storiche che si sono susseguite nel tempo. Proprio quest’ultima metodologia di studio, alquanto innovativa e già applicata alla Lucania meridionale, ha consentito la ricostruzione parziale di una buona parte della storia locale.

In generale, oggi possiamo dire che molti dei centri abitati moderni della nostra regione sorsero grazie ad insediamenti alto medievali, fondati per esigenze di difesa e fortificazione -sia dai longobardi che dai bizantini- tra il settimo ed il decimo secolo. E’ esemplificativo il caso del limes sinnico, che costituì per secoli la frontiera tra territori longobardi (di lingua e rito latino) e territori bizantini (di lingua e rito greco), come vedremo meglio in seguito.

Con questa premessa, prima di entrare nel merito, conviene accennare a un evento storico che ci consente di comprendere con discreta precisione, all’interno della fase storica che stiamo ricostruendo, cosa accadde nei territori di cui ci occupiamo: invero, dobbiamo dire che le gesta e il destino del principe Adelchi, già magnificato da Alessandro Manzoni -la cui vicenda si è svolta prevalentemente tra il nord Italia e Costantinopoli-  si sono però conclusi nel Vallo di Diano, ossia in una zona che all’epoca era ancora parte della Lucania-Bruzio e che ne vide l’epilogo (un epilogo che, come vedremo, sarà decisivo soprattutto per i destini degli abitanti della regione, quanto meno per i successivi tre secoli).

Infatti nell’anno 787 si svolse la battaglia campale che decise indirettamente il definitivo smembramento della Lucania vetus. L’imperatrice lrene di Costantinopoli aveva infatti deciso di assecondare i desideri di Adelchi, essendo fortemente interessata a riprendere i territori italici, decisivi per l’impero orientale, in quanto la posizione geografica dell’Italia era decisiva per i traffici mercantili del Mediterraneo. Sbarcò perciò a Portos (l’odierna Sapri) una potente flotta che comprendeva soldati prelevati da tutti i Balcani: si unirono a questi i soldati bizantini delle guarnigioni provenienti da Sicilia e Calabria, che formarono una potentissima armata, il cui scopo finale era la presa di Benevento. Di contro, però, ad attendere le truppe di Irene nel vallo di Diano per sbarrare il passo dell’esercito ‘greco’ non c’erano solo i longobardi, ma anche le milizie franche di Carlo Magno: la battaglia fu cruentissima e vide migliaia di morti. Le milizie che costituivano l’esercito bizantino vennero inaspettatamente sconfitte e, probabilmente, anche lo stesso Adelchi vi trovò la morte.

Da questo scontro così violento che sbaragliò i piani tattici e strategici dei romèi, solo pochissimi bizantini sopravvissuti -pare appena un centinaio di soldati- riuscirono a ritornare sulle navi che li attendevano, ancorate nel golfo di Policastro, dove trovarono rifugio per fare immediato ritorno a Costantinopoli, dove giunse la terribile notizia. La disfatta fu completa e, da allora, quella parte di territorio venne persa dall’impero d’oriente, che vi si riaffaccerà solo attorno all’anno Mille. E’ chiaro, dunque, che questa poco conosciuta battaglia costituisce un autentico spartiacque, per la nostra regione: da qui in avanti, come si vedrà, nasceranno due distinte aree separate tra loro, e poi -più tardi- due ‘giustizierati’ (Melfi nell’area nord e Synoro nell’area sud), i quali solo successivamente verranno riuniti nella nuova entità amministrativa (che in seguito verrà chiamata ‘Basilicata’ dai normanni).

Ma dobbiamo procedere con ordine: dopo la battaglia del Vallo, infatti, i longobardi -che, come si è detto, già avevano conquistato la metà centro-settentrionale della Regio– riuscirono a portarsi ai confini del massiccio del Sirino, fondando tre importanti presidi militari: Caggiano, Sala e Lagonegro, oltre ad una serie di enclavi. Invece i bizantini costituiranno un’enorme quanto insolita ‘trincea’ di carattere difensivo: non una muraglia in senso letterale, quanto piuttosto una sorta di frontiera militare, costituita da una serie di kastellion di kastra e di torri (in collegamento visivo tra loro) con i quali venne blindato l’accesso alla Kalabrìa.

Nasceranno così quasi tutti i centri abitati che, dal Tirreno, seguendo il fiume Sinni, sono posti oggi lungo l’area jonica. Questo antemurale istmico, il Synoro, vedrà due principali centri adibiti a sedi di thurma: i kastella di Tursi e di Lauria, collegati con le rispettive aree portuali (il ‘Policoro’ ed il ‘Policastro’), dove stanziavano costantemente le flotte dei dromoni di Costantinopoli che solcavano il Mediterraneo.

 

IV parte: “la Loukania bizantina”

A cavallo dell’anno Mille la situazione geopolitica della regione inizia a definirsi in maniera più stabile. Esistono infatti due distinte aree, entrambe in orbita bizantina: quella meridionale, che ricomincia a chiamarsi Loukanìa (che rappresenta una sorta di cuscinetto tra la Kalabrìa e i possedimenti longobardi e, dunque, costituisce l’ampliamento del cosiddetto ‘limes sinnico’); mentre la zona centro settentrionale -che invece è stata ripresa sul finire del decimo secolo- sta per essere rimodellata dal potere di Costantinopoli: in particolare, si deve osservare che quest’altra area, ormai ‘lucana’, viene di fatto legata alla prima solo grazie allo ‘scorporo’ di alcuni territori della Langobardia, i quali vengono poi riuniti alla parte meridionale (che già esiste, in quanto nucleo residuo dell’antica regione romana).

In quest’epoca è presente, inoltre, una differenza culturale molto netta tra le due parti che vanno a comporre il nuovo Thema bizantino: di fatti l’area posta a nord è latinizzata, mentre quella posta a sud è assolutamente grecofona. Si tratta quindi di zone abitate da gente che adotta differenti costumi, riti e liturgie e che usa tradizioni diverse; ma soprattutto, sono diversi anche la lingua e anche il diritto che viene applicato fino ad allora. Perciò, se a Potenza, a Venosa, a Bantia e ad Anxia si è continuato a parlare in latino e si è applicato il diritto romano-germanico, come pure nella longobarda Brienza, questo invece non accadeva nelle nuove città di Melfi, Cisterna e Rapolla, che sono state solo di recente edificate (o riedificate) dai bizantini e quindi adottano lingua greca e diritto imperiale; così come, peraltro, si parla il greco pure a San Chirico sul Raparo, a Cersosimo, Tursi, Episcopia, Maratea, Carbone, Policoro, Andriace, San Teodosio e Lauria, centri quest’ultimi che sono sorti pochi decenni prima, grazie all’incastellamento voluto dagli imperatori d’oriente lungo l’istmo del Sinni.

Al fine di ‘armonizzare’ e rendere più omogenee le due aree, inoltre, Costantinopoli non si era limitata a creare degli insediamenti fortificati, ma aveva ritenuto di dover istituire nuove abbazie, intese non solo come centri religiosi ma anche come centri di potere, propulsori di cultura. Sotto tutti i punti di vista, quindi, la Lucania bizantina segue le medesime regole che valgono per il resto del Catepanato. Sul punto, conviene  dare un breve cenno di inquadramento, più generale: infatti l’istituzione del Catepano fu  una grande novità, che generò la nascita di  strutture e di forme di governo locale inedite. Per molti versi, del resto, possiamo asserire che i comuni  -tanto celebrati come forma autonoma e indipendente di autogoverno- sorsero dapprima nel Mezzogiorno, ossia in Lucania, Puglia e Calabria, nel periodo di cui stiamo parlando.

Pensiamo innanzitutto al ruolo dei kritòi -plurale di krités– che ritroviamo nelle varie città lucane dell’interno, sedi di diakratesis (una sorta di distretti che riunivano più kastra) e alla rivitalizzazione della vita cittadina, vissuta sino al calare dell’Undicesimo secolo, grazie agli ordinamenti comunali rinnovati.

Di fatti, è proprio attorno al Mille che fiorirono, secondo i dettami militari, le città-fortezza, di cui il Synoro costituiva l’emblema: Moratikon, Lavrotikon ed Episkopion, ad esempio, conservano ancora il suffisso ‘oto’, dall’evidente sapore greco-bizantino quale desinenza indicante la provenienza da quell’abitato (marateota, lauriota, episcopiota, come peraltro la conserva pure la viciniore città di Scalea). Ecco che i vari kastra diventavano man mano vere e proprie comunità locali, nelle quali (oltre alla coltivazione) si sviluppa nuovamente l’artigianato e, per l’effetto, rinasce anche il commercio.

Si può dunque notare che -con la dinastia Macedone- l’ estrema lontananza della penisola italica da Costantinopoli, già nei primi anni dell’undicesimo secolo ha finito per creare nel meridione d’ltalia un duplice effetto: da un lato, è certamente vero che sono valevoli sul territorio le concezioni giuridiche generali dello stato bizantino; ma, d’altro canto, proprio per effetto dell’eccessivo distacco dal potere centrale dell’imperatore (che deriva dalla estrema lontananza fisica dalla capitale) si va gradatamente sviluppando un modello organizzativo del tutto nuovo.

Insomma, per una serie di motivi, si assiste ad una presenza più formale che sostanziale del potere imperiale, eccezion fatta per la politica fiscale che, ovviamente, era direttamente condizionata dai vertici della nomenclatura.

Tanto che poteva lentamente risorgere, parallelamente alla nomenclatura militare, una borghesia magnatizia locale che amministrava terre e città e gestiva il danaro, che aveva ricominciato a circolare: proprio questo era già accaduto in una parte specifica del Sud, ossia in quattro famose città campane di cui si farà subito cenno -evolutesi prima delle altre- le quali, di fatto, già da qualche tempo si erano sganciate dal potere imperiale (pur senza aver creato fratture nette) ed avevano, quindi, espresso una classe dirigente consapevole.

In effetti, vi è una evidente controprova sulla bontà e la fondatezza di quanto asserito, per tutto ciò che accadde in seguito: senza guardare necessariamente alla Venezia del Doge, infatti, è sufficiente dare uno sguardo alla Napoli ducale e alla sua flotta, ovvero alle altre città marinare come Sorrento, Amalfi e Gaeta, o anche alla più lontana Sardegna dei Giudicati (i quali sorsero e si svilupparono proprio sul proto-modello bizantino e che -per l’appunto- nel corso dell’undicesimo secolo si trovava allo stato embrionale nei territori sottoposti all’autorità romèa): tutte realtà che ormai solo formalmente erano amministrate da Costantinopoli.

Non a caso, sono gli stessi eventi storici che si succedettero nell’Italia meridionale, del resto, a confermare decisamente l’esistenza di una vita autonoma e organizzata dei territori meridionali e delle maggiori città governate dai rhomaioi ed il loro progressivo affrancamento: si pensi innanzitutto all’esempio pratico di Bari, sede del Catepanato, o alle rivolte locali di altre città pugliesi, che sono ben documentate.

Naturalmente le città sorte in Loukanìa non si sottraggono a questa evoluzione: soprattutto le più importanti, come Tursi e Lauria, che diventano sedi di diakratesis.

Tale vitalità, tuttavia, dovette subire una brusca frenata all’arrivo dei normanni, con il successivo accentramento verticistico dei poteri politici locali e, di conseguenza, con una forte restrizione dell’autonomia della vita cittadina (che verrà condizionata gradatamente, ma fortemente, da parte della monarchia normanno-sveva): di fatti l’ introduzione di un vetero modello feudale di stampo franco-longobardo affossò e inaridì quelle autonomie territoriali che erano fiorite al Sud tra il Decimo e l’Undicesimo secolo, cioè durante l’ultimo periodo bizantino: ciò accadde naturalmente anche per le città lucane, come vedremo nella prossima puntata della rubrica. Peraltro non deve sfuggire che i normanni presero la guida dell’Italia meridionale proprio nel momento in cui essa stava per essere completamente riunita sotto l’egida di Bisanzio, che era dunque pronta a dare una spallata decisiva ai decrepiti principati longobardi.

Per contestualizzare, infine, ci sembra il caso di fornire un elenco dei maggiori centri religiosi greco-ortodossi, attivi nella Lucania bizantina tra il decimo e l’undecimo secolo: essi rappresentarono infatti l’ ‘istituzionalizzazione’ ed il riordino -realizzato dal potere imperiale tramite il Catepano- delle varie ondate migratorie di monaci basiliani, dapprima eremiti, che si erano disordinatamente susseguiti nel corso dei secoli, anche e soprattutto nelle terre calabro-lucane (quanto meno dal VII in poi). Essi funsero, inoltre, da centri di irradiazione della cultura greco-medievale. Ma di questo ci occuperemo diffusamente nella prossima puntata.

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