La lunga Storia di Belvedere 2
Sebbene la deformante enfasi narrativa di Storici locali e non, abbia contribuito ad avvolgere di leggenda la Città di Belvedere, resta la certezza che la caratterizzazione del suo territorio per come descritto, risponde ai requisiti abitativi delle più remote popolazioni affacciatesi su questa parte della Calabria. Nella consapevolezza che, ad oggi, gli studi e gli approfondimenti avvenuti, escludano sul suo territorio presidi organizzati di popoli se non prima dei Romani, alcuni ultimi ritrovamenti di reperti, spostano l’attenzione su insediamenti Greco-Italioti fra l’VIII° e V° secolo a.C. con gli Enotri, fatto salva la conferma sulla natura di altri recentissimi ritrovamenti in Contrada Castromurro.

Si definisce come “enotrio” un ampio ambito territoriale, strutturatosi in forma culturalmente omogenea che comprende la Basilicata occidentale, il Vallo di Diano, la fascia costiera del Cilento e della Calabria settentrionale, l’entroterra calabro solcato dai bacini del Crati, dell’Esaro, del Coscile e del Savuto.
La circolazione di manufatti di grande pregio nell’Enotria interna del V secolo a.C. (ceramiche attiche, bronzi greci ed etruschi ecc.) conferma l’importante ruolo delle comunità indigene e dei mercati dell’entroterra, che attraverso ampi circuiti commerciali interagiscono con le realtà produttive del mondo coloniale ionico e con quelle greche ed etrusche del versante tirrenico fino a quando l’emergere di nuove etnìe sannitiche comporterà nell’arco di pochi decenni la completa dissoluzione del vecchio mondo enotrio.


Il versante meridionale dell’area enotria si struttura in rapporto a Sibari, costituendo il retroterra dell’ampio sistema territoriale della colonia greca. Il popolamento indigeno si disloca ai margini della chora di Sibari (Amendolara), ma soprattutto, dalla fine del VII sec. a.C., nell’entroterra silano lungo le valli dell’Esaro e del Coscile, del Crati e del Savuto (Torre del Mordillo, San Marco Roggiano, Mottaflone, Castrovillari, ecc.). Il Crati, il Coscile e l’Esaro, costituiscono inoltre un’importante direttrice di comunicazione verso il Tirreno, al cui sbocco sorge Temesa ricordata da Omero (Od., I, 182-84) come centro minerario popolato da genti non greche. Alla proiezione di Sibari sul Tirreno si deve anche l’aggregazione e lo sviluppo del popolamento indigeno sul Golfo di Policastro in cui confluiscono i fiumi Mingardo, Bussento, Noce e Lao che mettono in comunicazione il versante costiero con il Vallo di Diano e le valli dell’Agri e del Sinni. Dalla fine del VII sec. a.C., ma soprattutto nella seconda metà del VI sec. a.C. fioriscono gli abitati di Palinuro, Pyxunte (Policastro Bussentino), Maratea, Tortora, Petrosa di Scalea, Marcellina e Belvedere che si inseriscono nel sistema di traffici veicolato da Elea e Poseidonia, fungendo da tramite con i gruppi indigeni dell’interno.
Le fonti per l’identificazione dell’ethnos chonio-enotrio sono quelle storiografiche, che permettono l’identificazione territoriale e culturale dell’Enotria, e quelle archeologiche (necropoli), che consentono l’identificazione delle diverse aree, o comparti, distinte per territorio, rituale funerario e cultura materiale. Al momento, lo studio dell’ethnos chonio-enotrio è possibile con il metodo deduttivo e di confronto. Il primo permette l’analisi del sito indagato e la formulazione di una o più ipotesi interpretative dei dati archeologici. Il secondo consente di confrontare più ipotesi, formulate sia all’interno di un sito comunitario o territoriale, sia all’esterno nell’ambito di altre realtà culturali. Ciò porta all’individuazione di possibili analogie o differenziazioni, che, organizzate e valutate in relazione al loro grado di attendibilità e di capacità diagnostica, possono confermare o ridefinire i caratteri formanti, distintivi o di similitudine di una comunità rispetto ad un’altra. La formazione dell’ethnos chonio-enotrio (fine X / IX-V secolo a.C.) è il risultato di trasformazioni iniziate nell’età del bronzo e influenzate dai contatti commerciali e culturali sia con l’area orientale (mondo miceneo e illirico-balcanico) sia con quella tirrenica. In seguito, il contatto con la presenza greca protocoloniale e coloniale e con le aree etrusco-tirreniche, ha contribuito alla formazione di una cultura enotria complessa e diversificata. In Basilicata, il territorio abitato dell’ethnos chonio-enotrio si estende dal Basento al Sinni, dividendosi all’interno in due aree geografico-culturali : quella ionico-subcostiera, occupata dai Choni, e quella interna delle vallate fluviali dell’Agri e del Sinni, abitata dagli Enotri. Questa suddivisione si conferma anche nella Calabria Cosentina. Nella prima età del ferro, l’area chonia è legata al mondo adriatico di matrice iapigio-peuceta, mentre l’area enotria a quella tirrenica delle « tombe a fossa ». Dalla fine dell’VIII secolo a.C., con la presenza protocoloniale lungo la costa ionica e della nuova organizzazione socio-politica ed economica, l’area chonia perde la propria identità. La fondazione delle città achee di Sibari e Metaponto e la formazione dell’emporion greco-orientale di Siris sulla costa ionica, realtà attuatrici di un ampio programma di traffici costieri, consentono l’intensificarsi dei commerci tra l’Enotria interna, l’area ionica e l’area tirrenica peninsulare, dove agli inizi del VI secolo a.C. la fondazione di Posidonia alla foce del Sele rappresenta il grande referente pro-Sibari sul Tirreno e verso il mondo etrusco.
A tali centri si connettono le cosiddette “monete di impero” di Sibari: gli incusi in argento con legenda PAL-MOL (Palinuro/ Molpa), SIRINOS-PIX/PIXOES (Pyxunte), SO, AMI. L’area enotria entra complessivamente in crisi con la distruzione di Sibari nel 510 a.C. Nelle valli del Noce e dell’alto Lao (Maratea, Rivello, Castelluccio sul Lao) gli insediamenti indigeni persistono tuttavia ancora nel V sec. a.C.: da Castelluccio sul Lao, in particolare, proviene un’olla con iscrizione paleoitalica in alfabeto acheo dedicata a “Giove della touta” (della comunità). In tale territorio può essere ubicato l’ethnos dei Serdaioi di cui un’iscrizione bronzea da Olimpia ricorda un’alleanza con Sibari (probabilmente la colonia di Laos: la nuova Sibari fondata dagli esuli dopo il 510 a.C.), stipulata sotto la garanzia di Poseidonia. All’ethnos si riferisce anche una moneta di argento a doppio rilievo con legenda SER/SERD, databile dopo il 500 a.C.

Una tesi questa questa avvalorata dagli scavi archeologici in essere sul colle di San Gada, nel comune di Laino Borgo che hanno messo in luce una città pre-romana risalente al VI secolo a.C. che occuperebbe quasi quaranta ettari. Per gli studiosi l’ipotesi principale è che si tratti della perduta città di Laos, una città subcolonia fondata dalla greca Sibari dopo che il sito era stato conquistato da Crotone nel 510 a.C., e che più tardi fiorì sotto il controllo dei lucani, una popolazione preromana che viveva nel sud Italia.
E mentre per quanto riguarda Laos arcaica, rimanendo oscura la ubicazione del Centro arcaico, ne abbiamo testimonianza da alcune serie monetali a legenda LAFINON, le ricerche hanno ormai chiarito che le strutture scavate a S. Bartolo di Marcellina appartengono alla città Lucana e non Greca.



Resta dunque confermata ancora una volta la valenza infrastrutturale naturale del Passo dello Scalone e del Porto di capo Tirone per il nostro territorio. A questo proposito, merita di essere riportato quanto afferma a pag. 153 del Volume “Storia della Regione Lucano-Bruzzia nell’antichità” Romano Pareti – Edizioni di Storia e Letteratura – a cura di Angelo Russi:
“Lo sviluppo territoriale dei Sibariti avvenne, avanti il 560-550 circa, in tre direzioni: una lungo il mare per conquistare, in concorrenza con Crotone, le città costiere cosiddette “di Filottete”, dove avevano vissuti i Choni più o meno grecizzati; e due seguendo le vie interne fino ad occupare le basi sul Tirreno, certo con la cooperazione delle navi.
La via attuale da Sibari alla foce del Lao (per Cassano, Castrovillari, Morano, Mormanno e S. Domenica Talao), non molto lunga (110 Km) ma certamente non troppo agevole, conduceva i Sibariti, che non seguissero il periplo marittimo, alla loro sottocolonia di Laos; mentre da essa a Castrovillari si diparte la via per Lungro e San Sosti, che portava a Skydros (Belvedere?) A 135 Km. da Sibari. Sono queste certamente le due Città create dai Sibariti su basi indigene, dove essi si rifugiarono parzialmente, nel 510, quando Sibari fu distrutta.
Che Laos abbia preso il nome dal fiume vicino è ovvio, in quanto un villaggio indigeno doveva essere denominato oggettivamente dal fiume: non per nulla nel periodo romano si parla di Lavinium, ma già le monete arcaiche portano scritto Laoi accanto a Lai , che poi fosse colonia di Sibari è affermato da Erodoto e da Strabone. Dove fosse l’altra colonia Sibarita, e forse inizialmente Sirina, di Skydros, non sappiamo precisamente, ma non pare verosimile che fosse a Sapri, a ridosso della Sirite Pixunte, né a 24 Km all’interno del Lao a Papasidero, secondo un giuoco di assonanza. Se nella voce di Stefano Bizantino:∑xjδρος, πόλις Ιταλιας, immaginiamo che si debba intendere quell’Italia nel senso di Antioco, limitata al fiume Lao, avremmo qualche indizio per ricercarla molto più a sud, ad esempio: Belvedere Marittimo: ma è un indizio.”

Belvedere: foto d’insieme del rapporto orografico fra Capo Tirone e Passo dello Scalone
In L. QUILICI – I CASALINI di SAN SOSTI -, anno 1969 … area di frammenti fittili (terracotta) dappertutto ..le mura si distinguono in tre diverse tecniche … la chiesetta e nella muratura di essa si riscontrano, sia pur eccezionalmente , spezzoncini di terracotta rossastra…. le mura di fortificazione..quelle verso sud, sono a secco con spessore di 70cm (fatto questo che potrebbe far pensare ad una fortificazione più antica)… nella conca orientale ho rinvenuto un grosso frammento di una statua romana … la ceramica appare estremamente sminuzzata ..quella lavorata al tornio con color rame acceso..quella non lavorata al tornio color rame spento..la chiesetta da riferire alla prima metà dell’XI secolo.
A parte questi monumenti così recenti, i Casalini testimoniano in base ai resti ceramici che qui abbiamo riscontrato, una occupazione stabile ben più antica, risalente con sicurezza almeno alla prima età del ferro: perché, se certo buona parte della ceramica grezza è da riferire all’età alto medioevale, tuttavia tanta di essa, ed in speciale modo quella non lavorata al tornio, non può essere riferita che a quel tempo più antico. I luoghi scelti dagli antichi greci sono le cime dei monti (MILORA), una sorgente d’acqua (pianoro del Santuario), fiume di montagna ( ROSA) fiume profumato, poi protettore della pratica del ROSA- RIO), gli antri, le cavità ovunque la natura destasse un più profondo o pauroso senso di riverenza, gli antichi GRECI sentirono e adorarono la presenza del NUME. Installarono il loro tempio, anche su preesistenti costruzioni in pietra o legno, presenze di antiche popolazioni.
Lo scavo vicino a Francavilla Marittima ha permesso di formulare la grande abbondanza di materiale di bronzo, ad esaminare gli antichi testi nei confronti dell’ubicazione di Temesa, memorizzata da Omero nell’Odissea come luogo in cui il rame è stato prodotto ed esportato. Per segnalare la frequentazione del nostro istmico, Diodoro Siculo, nel nominare la lega italiota (390 a.c.) per difendere le città della Magna Grecia dai Lucani, parla dell’assedio di Lao e della sconfitta con la perdita 1400 uomini. Il territorio sibarita: Scidro, Lao, Temesa, Clampezia, Pandosia, Pissunte, Sirino. E’ certo, in ogni modo, che il dominio di Sibari raggiunse il versante tirrenico; e così, da un mare all’altro, attraverso le giogaie della catena costiera della Calabria, potè fiorire un’attività di trasporto di me rci che accrebbe ancora la prosperità della città.
E’ da credere che già nel secolo VII Sibari possedesse questi sblocchi sul versante tirreno, se è vero che agli inizi del VI, quando il sibarita Smindiride aspirava della figlia di Clistene,tiranno di Sicione, la città era già all’apogeo della sua potenza: così almeno racconta Erodoto. I due sbocchi principali furono le cittadine di Lao e di Scidro, dove (sempre secondo Erodoto) si ritirarono i Sibariti che sopravvissero alla catastrofe del 511-510.
A nostro avviso, può anche darsi che Scidro vada ricercata all’estremità di una di quelle vie ”istmiche” che univano i due mari: cioè nella zona di Belvedere Marittimo, se si pensa alla via che seguiva la valle dell’Esaro.(JEAN BERARD, nota 36 al capitolo quarto. L’esistenza di una strada frequentata dai Sibariti in questa regione, sarebbe confermata dalla scoperta di un’iscrizione arcaica a Sant’Agata di Esaro- I.G.,XIV,643=I.G.A.,543-)..Cfr. DUNBANBIN, pg.204.
Più a nord-ovest su un acrocoro, che sovrasta la zona sottostante a completo dominio della via istmica collegante la costa tirrenica con l’interno, è posta la località CASALINI del comune di San Sosti, in prossimità dell’attuale Santuario Cristiano della Madonna del Pettoruto, dove sono visibili i resti di una cittadella fortificata di epoca Bizantina. Scavi compiuti alla fine degli anni 1960, hanno consentito l’evidenziazione di una frequentazione abbastanza assidua della località anche in età del bronzo, suffragata da ulteriori dati relativi alla campagna scavi, autorizzati dalla Soprintendenza locale,dal novembre 1992 al sett embre 1993.
Al 1846 risale invece, il ritrovamento fortuito di un’ascia votiva in bronzo con iscrizione dedicatoria di un certo KYMISKOS ad HERA en PEDIO, come decima dei suoi guadagni secondo la formula assai comune nelle iscrizioni votive arcaiche “dell’oggetto parlante”. Da I SANTUARI RURALI NELLA CALABRIA GRECA. Pagina 48, di GUGLIELMO GENOVESE.
Dagli studi effettuati dal Prof. D. Marino e F.C. Papparella, in “Ricerche archeologiche su Pollino Sud-Occidentale. Prime considerazioni sulle campagne di scavo 2004 nella chiesa del Carmine e nel Castello della Rocca di San Sosti” ha testimonianze protostoriche fino all’età medievale. Il testo integrale si può trovare sul sito internet https://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2008-130.pdf
Mi sembra ottimo testo quello di Mario Sirimarco e di Pierino Calonico, pubblicato nel 1995 “La misteriosa città di Kyniskos”, con prefazione di Mons. Carmelo Perrone. A pagina 31, “sappiamo che ad abitare l’appennino calabrese furono popoli archaici come gli Etoli, Choni, Chaones, gli Ausoni, gli Enotri, gli Itali …” “ gli studi sulle religioni e sui culti protostorici della Calabria evidenziano la costante presenza di una divinità femminile… venerata nella zona (Orazio Campagna) ..che successivamente dai monaci basiliani fu attribuita alla Madonna.” “monete romane di bronzo, una di età repubblicana in cui era possibile leggere <M. Fannio figlio di Caio>, databile tra i l 137 e 134 a.c., e l’altra di Antonino Pio” pagina 75.
Certo, devo dedurre che se mancando le ceramiche a figure rosse (Atene 530 a.c.), le quali avevano sostituito quelle a figure nere (che sviluppo la prospettiva), in un territorio, quel territorio non poteva avere presenze greche????. Sibari stessa fra le colonie achee è la prima a nascere e la prima a scomparire 709- 510 a.c. , le poche ed avare notizie tramandate da Strabone( VI ,263) sul nome dell’ecista, Elice in Acaia, parlano che Sibari sottomesse ben quattro popoli e venticinque loro città, che vi fosse un traffico istmico verso le colonie del tirreno Lao, Pissunte, Elea, Posidonia, perché lo stretto di Messina (Zancle) era sotto il dominio dei “pirata” Calcidesi, che Mileto per commerciare faceva scortare le carovane (muli e asini) nelle vie istmiche (in speciale modo la via più breve che era quella nella gola del fiume rosa) dalla famosa cavalleria Sibarita.
La tradizione storica si distingue bene da quella mitica, ma quanti miti nella nostre zone sono diventate storia ,basta l’esempio della nostra Madonna del Pettoruto. La credenza o il dogma ha come riferimento solo lo STATO (religione pubblica), gli dei avevano sembianze umane, affetti, passioni umane, la differenza è nell’immortalità e nel soprannaturale. Le avventure le relazioni le opere ,costituiscono la mitologia. HERA sorella e moglie di ZEUS è la suprema divinità femminile del cielo, protettrice del vincolo coniugale, datrice di fecondità , le fu sacro il melograno e il pavone.
Gli antichi GRECI che si insediarono in questa zona, più di tutto temevano MO IRA (poi il FATO), suprema ed inviolabile destino che governa il mondo. Esso (il fato) si poteva favorire attraverso la dea HERA, mediante i sacrifici (IERON)sull’ ARA (a cielo aperto); si spargevano fiumi di incenso davanti l’altare di HERA,impugnando l’ascia di KYNISKOS, che rappresentava il culto pubblico; la vittima in generale animale, sacro,veniva preparata con ornamenti di bende, fiori; la consacrazione consisteva nell’aspergere sulla testa una mistura di orzo e sale, una parte della vittima spettava al sacerdote, il resto alla comunità o alla famiglia offerente.
L’offerta di sacrificio potevano anche essere, primizie della terra, focacce di farina, oggetti preziosi. Frequentissimo erano le offerte di vasi, scudi, armi e perfino chiome giovanili. Se la vittima era consumata completamente, nel caso degli animali, il sacrificio era di purificazione o espiazione (OLOKAUTOS); vi furono anche sacrifici umani.
Veniva invocato lo spirito delle acque che arriva nelle profondità della terra, abbandonando alle acque “le trecce” delle fanciulle (donazione religiosa); veniva invocata la fertilità, donando la verginità a KYNISKOS (come EUTHYMOS che ricevette il culto quando era ancora vivo per aver vinto delle gare all’olimpiade) nella stanza dell’offerta alla FERTILITA’ ; veniva offerta un pezzo della CINTA, cintura verginale di lana bianca portata dalle spose e sciolta dalla sposo (per essere favorita dal destino).
Ai luoghi sacri e agli altari non chiunque si poteva avvicinare e sacrificare: vi erano indicazioni incise ed esposte al pubblico, le quali prescrivevano quale specie di offerta fosse lecita, quale proibita, e le condizioni di purificazione necessarie per compiere l’atto sacro, e quali persone fossero escluse. Il carattere pubblico e inviolabile del tempio (DE MARCHI) ne f aceva un archivio di atti pubblici e privati, trattati di pace ed alleanze, convenzioni, arbitrati, cittadinanza, benemerenze; questi atti trascritti nella pietra, nel marmo o nel bronzo, erano collocati ed esposti entro o presso ai templi, perché rimanessero sotto la salvaguardia divina; vi si deponevano i tesori (si parla di ritrovamenti di monete e oggetti preziosi, vicino al tempio di HERA.
Cosi come il ritrovamento dell’ascia di KYNISKOS nei pressi del tempio) e i privati i loro documenti. Intorno al santuario, veniva poi a costituirsi, quasi una piccola comunità sacra di venditori d’immagine, statuette, oggetti di culto, che traevano il loro guadagno dall’affluenza dei numerosi pellegrini.
Custode e funzionario del tempio era il sacerdote (IEREUS), pubblico ufficiale dello stato, ogni cittadino poteva diventarlo; sono depositari del RITO non del DOGMA. Sono investiti dallo stato ,non consacrati dalla chiesa, sono ministri di un dio e di un tempio non di tutta la divinità. Non hanno gerarchia, non sono una casta (NON UNA TEOCRAZIA) sono funzionari dello stato. Il sacerdote presiede però la cerimonia del rito o quella del responso, e le formule sacre; erano vestiti di bianco.
Il culto ammetteva l’aldilà, e che vi fosse un premio per i buoni; si pregava molto. Per la storia, Magna Grecia il complesso delle colonie fondate dai greci nell’Italia meridionale tra i secc. ottavo e sesto a.C. : CROTONE, REGGIO, SIBARI, NAPOLI. Gli abitanti delle colonie si chiamarono italioti ; intorno al 550 a.C. essi avviarono una propria monetazione.
Le varie colonie erano rette da aristocrazie, cui seguirono spesso regimi tirannici. Sottomessa dai romani 280-265 a.C.,la M. G. diede contributi determinanti all’ellenizzazione della penisola e di Roma. A essa vanno ascritti grandi fatti culturali quali la scuola filosofica di ELEA, quella medica di CROTONE , la diffusione del PITAGORISMO (regole per purificare il corpo e l’anima.. tavole pitagoriche..partecipazione delle donne..comunione dei beni..)e dell’ ORFISMO (religione misterica dell’antica Grecia fondata da ORFEO mitico poeta; era dedita alla dottrina della metempsicosi ovvero trasmigrazione dell’anima dopo la morte, in un altro corpo, anche vegetali,animali,o minerali; ed alla purificazione dell’anima riservata agli iniziati..). L’arte fiorita nella M. G. risulta in stretta correlazione con l’arte greca, pur serbando caratteri specifici (terracotta, calcare- come quello che risulta nella zona della taglia di GANGIULIEDDRU a San Sosti).
Quasi tutti gli edifici costruiti come templi sono di ordine DORICO (antichi abitanti della Grecia, caratterizzati dal “TRAFORO” degli oggetti costruiti , come la famosa ascia di KYNISKOS di San Sosti che per essere votiva , ha il foro nel suo corpo). Mentre i IONI si trovano nella regione di LOCRI. DORICI e IONI si compenetrarono.
Le città di nuova fondazione seguivano un piano unitario, sviluppando un impianto di assi ortogonali di tipo IPPODAMEO ovvero come luogo in cui si corre. Capolavori della statuaria in marmo sono le 37 metope (tra-foro, ovvero spazio rettangolare fra due intagli del fregio dorico,spesso occupato da motivi ornamentali in bassorilievo) dell’ HERAION del SELE (da PAESTUM) e il Trono LUDOVISI, che si ritiene proveniente da LOCRI.
Particolarmente sviluppata la bronzistica ( come l’ascia di bronzo di San Sosti del sesto sec. A. C.) e l’arte della monetazione. Fiorenti le botteghe di ceramica (vasi con dipinti di scene, desunti dal repertorio teatrale). Fra le opere pittoriche pervenuteci è la stupenda Tomba del tuffatore (di PAESTUM , sec .quinto a. C.).
Dopo la smentita storica di essere Belvedere identificata con la Città di Blanda, individuata in Tortora, l’esistenza di un presidio stabile Magno-Greco nella nostra Città rimane ancora suffragato da un corposa indagine di studiosi, scaturita dagli scritti di Erodoto e di Strabone che indicano in Skydros, la seconda Colonia costruita dai Sibariti sull’Alto Tirreno cosentino, all’indomani della distruzione della loro Città, avvenuta nel 510 a.c. ad opera dei Crotonesi.
Nel testo più aggiornato di Fabrizio Mollo (Ai Confini della Brettia- Rubbettino Editore 2003) fra il testo e le note delle pag. 35-36 viene confermato l’indizio ma viene ribadito che le proposte di individuazioni sono numerose ma mai basate su documentazione scientifica probante:
NOTA: Tra l’VIII° e VII° secolo a.C. l’Italia meridionale vede la nascita di numerose Polis coloniali fondate a seguito di un massiccio esodo di genti greche; questo processo interessa in maniera molto limitata anche la costa tirrenica cosentina per le condizioni particolarmente svantaggiate del terreno. Soltanto le fonti letterarie attestano questa presenza greca sul Tirreno Cosentino testimoniandoci di culti eroici offerti ai compagni di Ulisse (Draconte a Laos e Polites a Temesa), forse miti riferibili a frequentazioni greche pre o proto-coloniali e la presenza di due sub colonie di Sibari (Laos e Skydros). Purtroppo, però, tali notizie non sono supportate archeologicamente. Molto incerte sono la loro identificazione sul terreno e l’inquadramento cronologico; in realtà si doveva trattare in origine, e sicuramente per Sckydros di un semplice scalo o emporio sulla costa che si trasforma in vera e propria cittadina solo dopo il trasferimento di molti profughi Sibariti provenienti dalla Città distrutta nel 510 a.C.”
E mentre per quanto riguarda Laos arcaica, rimanendo oscura la ubicazione del Centro arcaico, ne abbiamo testimonianza da alcune serie monetali a legenda LAFINON, le ricerche hanno ormai chiarito che le strutture scavate a S. Bartolo di Marcellina appartengono alla città Lucana, l’ipotesi (La Torre 1999 c,67) di non considerare Skydros una Polis vera e propria, ma solo un piccolo borgo occupato dopo il 510 a.C. dagli esuli Sibariti (senza il diritto di battere moneta) sembra al momento la più plausibile. Tutto questo, in un territorio popolato ampiamente dalle popolazioni Enotrie che ne detenevano il controllo prima e probabilmente anche dopo la distruzione di Sibari e il conseguente afflusso di coloni a Skydros e Laos.”
Nella fattispecie Belvedere geograficamente, in rapporto alla viabilità dell’epoca, presenta l’istmo del valico di Passo dello Scalone e l’approdo via mare di Capo Tirone, sulle medesime coordinate; pertanto non può sottacersi il singolare e felice connubio orografico ed infrastrutturale, quale unicum, di tutta la Catena Costiera Alto Tirrenica.
Ed è proprio nell’ambito delle diverse e contrapposte tesi di alcuni autori che, sulle vicende dei coloni greci, si sono divisi sulla opportunità, o meno, che questi si servissero delle vie istmiche, di via di collegamento di due realtà insediative (Ionica-Tirrenica), opposte geograficamente ma collegate fra loro grazie a percorsi istmici), è che si pone con forza questa irripetibile convergenza (terra-mare), divenendo, fra l’altro, il contesto dell’approdo di Capo Tirone il più importante giacimento di reperti archeologici venuti alla luce a Belvedere. Ma, per come spesso accadrà nella Nostra Città, l’ironia della sorte, che sembra contraddistinguere la sua-Nostra Storia, farà si che anche questi reperti, sebbene validamente testimoniati, saranno più narrati che evidenziati.
Anche la ventilata ipotesi che la viabilità dell’epoca, intesa quale trasferimento di uomini e movimento commerciale, fosse avvenuta solo via mare, confermerebbe la imprescindibilità di Belvedere dall’interesse ellenico. A ricercatori come il Prof. Mollo e Prof.Forte, non è sfuggito quanto sopra e nelle loro opere con significativi riferimenti sottendono l’importanza che assumono a Belvedere l’insediamento costiero presumibilmente tardo ellenico di località Castromurro che si distingue per il rinvenimento di discreto materiale fittile e quello conseguente, collegato a questo, proprio di Capo Tirone (Fondo Cutura) divenuto successivamente, marcatamente anche presidio litorale militare Romano.

